giovedì 28 giugno 2012

GAETANO BARBELLA

Diano D'Alba in provincia di Cuneo,
un emblematico caso pagano.

Di Gaetano Barbella


La Vergine Della Val Camonica

Il nome del Comune Diano D'Alba, in provincia di Cuneo, fa pensare alla Dea della caccia degli antichi Romani e dei Liguri, valenti cacciatori e primitivi popoli di queste terre, prima quindi delle predicazioni apostoliche di S. Paolo, di S. Barnaba, di S. Restituto, di S. Frontiniano e di S. Cassiano, che qui propagarono il cristianesimo.

I Romani non avevano grandi templi ed adoravano i loro Dei in aperta campagna, specialmente nei boschi sacri, ove maggiore era il silenzio ed il mistero.

E' storico che, appunto intorno ad Alba si estendessero i boschi divini; quello di Diana, sul colle dove sorge ora il Comune di Diano, quello di Marte nei pressi di Barbaresco.

L'opinione che Diana che qui avesse un culto speciale, è comprovata dal fatto che all'ingresso del paese a sinistra della provinciale Alba-Diano e a circa cinquanta metri dalla galleria, esiste nel fianco della roccia, un'edicola o tempietto, con la dedica a Diana: "quae fuerat, quondam, hic esulta sacello".
L' epigrafe fu ancor vista e letta dal Rev. Sig. Teol. Mons. G. Falletti arciprete di Diano e da molti contemporanei del Mons. Cagnassi che la convertì in Cappella in onore di S. Lucia, poco prima del 1888 come è espressamente annotato negli atti di visita di S. E. Mons. Pampirio Vescovo di Alba.

Incorporati poi nella Repubblica Romana, i Liguri - duri atque agrestes - furono circoscritti nella IX regione italica, e poco a poco forgiarono i loro rozzi costumi, la loro vita e poi la loro religione su quelli dei Romani e dei primi Cristiani.

Diano ne seguì con Alba gli eventi e la storia e non ebbe a soffrire delle angherie dei Visigoti di Alaricco, i quali dovettero arrestarsi di bel nuovo a Pollenzo, vinti dal prode Stilicone, generale romano che li sconfisse nella Pasqua del 402.[1] Di qui la storia di Diano D'Alba seguì il suo corso fino ai nostri giorni, ma non è questa che ci interessa ai fini di questo saggio, in relazione alla cartografia che sono solito tracciare sulla scorta della mappa locale.

La configurazione che presento sopra è evidente che deriva dalla mappa di Diano D'Adda, ma se pur si riferisca allo stemma di cui sin fregia questo Comune della provincia di Cuneo, che mette in campo la "Dianae Sacrum", non è altrettanto coerente col fatto che non risulta alcuna prole da questa divinità munita, per giunta, da ali. Forse esiste un legame occulto con la Vergine Maria e Madre del Cristo, ma non mi prefiggo di darvi una risposta che lascio ad altri, salvo a indicare la via che mi ha portato a indagare su Diano D'Alba. Forse solo così è possibile capire il mistero.

Di recente ho raccolto il desiderio di un amica, Clara, webmaster del sito Spazio Fatato[2], che era incuriosita di sapere sulla cartografia di Vezza Dell'Oglio (BS) luogo della sede relativa, sapendo che ero cultore di questo genere di elaborati grafici. Mi son messo all'opera e, senza alcuna difficoltà, nel giro di poche ore ho rintracciato un disegno al quale in seguito ho apportato delle piccole modifiche avendo immaginato che si trattasse dell'antico dio Cernunnos, assai noto in questa località, la Val Camonica bresciana.

Cernunnos

Nella mitologia celtica, Cernunnos era lo spirito divinizzato degli animali maschi cornuti, specialmente dei cervi, un dio della natura associato alla riproduzione e alla fertilità.
Come "Dio Cornuto", Cernunnos fu una delle numerose divinità simili presenti in molte culture antiche. Dalle fonti archeologiche si sa che Cernunnos veniva adorato in Gallia, in Italia settentrionale (Gallia Cisalpina) e sulla costa meridionale della Britannia.
Quella che probabilmente è la più antica immagine di Cernunnos si trova tra le Incisioni rupestri della Val Camonica, in Italia, e risale al IV secolo a.C., mentre la più conosciuta si trova sul famoso Calderone di Gundestrup della Danimarca pregermanica e risalente al I secolo a.C.[3]


Vezza Dell'Oglio (BS). Cernunnos


La configurazione di Cernunnos di Vezza Dell'Oglio mi è parsa abbastanza coerente salvo a dar valore al fatto che questa divinità sembra che abbia una gamba sola, tant'è che ho stentato a disegnare quella di sinistra. E allora ho pensato che si trattasse di una divinità della natura legata al mondo degli alberi, visto la stretta relazione delle corna dei cervidi con i rami degli alberi di cui traggono il nutrimento. Il fatto, poi, che avesse lunga capigliatura, la mia tesi risulta ancora più convincente se si lega al fogliame degli alberi. Interessante la coincidenza delle corna del cervo con il petto di Cernunnos.

Ma ora viene la parte che coinvolge la ricerche finite di Cernunnos con la mappa di Vezza Dell'Oglio con un seguito imprevisto in relazione alla venuta a Brescia di uno dei miei quattro figli, Gianluca.
Egli lavora a Roma come ingegnere ed è al terzo matrimonio dei suoi colleghi del Politecnico di Milano che ora si appresta a presenziare. Siamo al giorno 11 giugno 2012 e deve trovarsi a Diano D'Alba (Cuneo) per il 13 insieme ai suoi due amici dal quarto che si sposa, un pugliese e lei calabrese. Residendo entrambi per lavoro a Milano, hanno deciso di sposarsi a Diano ove si sono recati per la vacanza, ma è questa la ragione intima nemmeno a loro nota?

Incuriosito ho notato un'altra Vezza (D'Alba) non tanto distante da Diano, e poi la mia attenzione si è concentrata tutta di questa località che mi si è presentata così come ne ho parlato all'inizio. Quali, a questo punto, le possibili spiegazioni sulle due cartografie se non una serie di acausalità, le uniche capaci di far luce su un evento inatteso, la nascita di un Cristo che in effetti non è se non per il fatto di essere nato da una Vergine, però di natura divina.

Il Tao e la sincronicità


Nel 1930, al discorso commemorativo per la morte di Richard Wilhelm, Jung disse: "La scienza dell'I Ching non è basata sul principio di causalità ma su un principio che io ho provato a chiamare principio sincronico". Cinque anni dopo, ad una conferenza tenuta a Londra, Jung sostenne che "il Tao può essere ogni cosa, io uso un altro termine per designarlo... lo chiamo sincronicità".
Dopo l'incontro con Pauli, Jung fu in grado di cristallizzare le sue idee. Nel 1952 i due studiosi pubblicarono insieme L'interpretazione e la natura della psiche che conteneva due saggi, uno di Pauli sull'influenza degli archetipi nella teoria di Keplero, l'altro di Jung sulla natura della sincronicità. In questo saggio Jung descrive la sincronicità come "la coincidenza nel tempo di due o più eventi causalmente non correlati anche se legati dallo stesso o simile significato" o come "parallelismo acausale" o anche come "atto creativo". Su suggerimento di Pauli, Jung produsse il diagramma in cui la sincronicità bilanciava la causalità così come il tempo bilancia lo spazio. Il fisico suggerì che si enfatizzassero le differenze e le similitudini di sincronicità e causalità e che si introducesse il concetto di "significato"; così facendo, Pauli suggeriva una via attraverso la quale l'approccio obiettivo della scienza e della fisica (basata sulla connessione attraverso effetti) potesse essere integrato con valori più soggettivi (connessione attraverso equivalenza o significato).
L'intera nozione di "significato" è di fatto il cuore stesso della sincronicità: l'essenza di un evento sincronico è proprio il significato che esso ha per colui che lo sperimenta. La sincronicità agisce come specchio dei processi interiori, creando forti paralleli tra eventi esteriori e interiori, una similitudine delle informazioni e delle coscienze. Pauli credeva che la sincronicità potesse rendere possibile il dialogo tra fisica e psicologia, facendo entrare il soggettivo nella fisica e l'oggettivo nella psicologia. Fisica e psicologia qui valgono come materia e coscienza, come scienza e sacralità. Secondo Pauli era necessaria questa visione globale per poter comprendere gli aspetti soggettivi e oggettivi come manifestazioni implicite di uno stesso fenomeno.
Fino al termine della sua vita, - riporta David Peat nel suo libro Synchronicity: the bridge between matter and mind - Pauli conservò una profonda convinzione del potere della simmetria. Mentre lavorava intensamente alla teoria del campo unificato, scrisse al suo amico Heisenberg: "Divisione e riduzione della simmetria, questo è il bandolo della matassa! La forma è un antico attributo del diavolo... se solo i due contendenti divini - Cristo e il Diavolo - potessero notare che sono cresciuti in modo così simmetrico!" Forma e coscienza, spazio e tempo, energia quantica e informazioni sono sempre cresciuti parallelamente.[4]

Brescia, 24 giugno 2012




[1]http://www.dianoalba.gov.it/index.php?option=com content&view=article&id=110:la-storia&catid=91:la- storia&Itemid=100
[2] http : //www, spazio fatato. net/
[3] http://www.tanogabo.it/mitologia/altri popoli/cernunnos.htm
[4]
http://www.enciclopediaolistica.com/enciclopedia/sci2/sci06.htm

lunedì 25 giugno 2012

A PENNABILLI C' E' L' ANGELO COI BAFFI

Pennabilli è un incantevole paesino nell' entroterra di Rimini.
Ritrovamenti archeologici fanno risalire i primi insediamenti umani nel territorio di Pennabilli all'epoca etrusca e romana. Durante le scorrerie barbariche della metà del I millennio d.C., le due alture impervie su cui sorge il capoluogo (ora chiamate "Roccione" e "Rupe"), servirono da rifugio alle popolazioni stanziate nei dintorni e lungo il fiume Marecchia. Ebbero così origine le comunità di "Penna" e "Billi" i cui toponimi (l'uno derivante dal latino "Pinna", vetta, punta, l'altro da "Bilia", cima tra gli alberi) fanno riferimento alla caratteristica conformazione dei due colli. Secondo un'altra teoria "Billi" deriverebbe, invece, dal nome del dio etrusco del fuoco "Bel", venerato in un tempio divenuto, in era cristiana, chiesa di San Lorenzo (martire del fuoco).
Nel 1004 un discendente della famiglia Carpegna soprannominato "Malatesta", forse perché testardo e scapestrato, cominciò la costruzione della rocca sul Roccione: era la nascita del celebre casato che, sceso da Penna prima a Verucchio e poi a Rimini, avrebbe assoggettato tutta la Romagna. L'unione con il vicino castello di Billi avvenne solo nel 1350 con la posa della "pietra della pace" nella piazza del mercato sorta tra i due nuclei abitati. Il nuovo comune passò più volte sotto l'influenza dei Malatesta, dei Montefeltro, dei Medici e dello Stato Pontificio. Nel 1572, con il trasferimento della sede vescovile da San Leo, papa Gregorio XIII lo insignì del titolo di "Città". Pennabilli è tuttora sede della diocesi di San Marino-Montefeltro.
E' da ricordare la venuta, il 15 giugno 1994, del XIV Dalai Lama in occasione del 250° anniversario della morte del cappuccino Orazio Olivieri nativo di Pennabilli e missionario nel Tibet. Dal 1970, ogni anno nel mese di luglio, presso palazzo Olivieri si tiene la Mostra del Mercato d' Antiquariato una delle più qualificate rassegne italiane.

La Cattedrale, il Santuario di Sant'Agostino con il monumento della Madonna delle Grazie, il Convento delle Agostiniane, la Chiesa e l'Ospedale della Misericordia, sono beni culturali che ancor oggi possiamo ammirare.Ma ciò che rende unico il borgo arroccato nell' entroterra riminese è qualcosa di più attuale.
Pennabilli è intrisa dalla poetica di Tonino Guerra. Il Maestro ha creato angoli magici in cui si evoca la storia e la memoria, così possiamo trovare:
" L' Orto dei frutti dimenticati" che consiste in una "raccolta" di alberi da frutto appartenenti alla flora spontanea delle campagne appenniniche, presenti nei vecchi orti delle case contadine ma che oggi non sono più coltivati.
"IL Santuario dei Pensieri"
è un luogo di meditazione vagamente orientale e molto suggestivo. E' stato realizzatocon sette enigmatiche sculture.
"La Strada delle Meridiane"
dal 1991 il centro storico di Pennabilli si è arricchito di 7 meridiane artistiche collocate lungo un itinerario che attraversa tutto il borgo di Penna.Le sette meridiane rappresentano i diversi metodi con cui si è misurato il tempo nei vari secoli: quelle ad "ore europee o oltramontane" suddividono il tempo nello stesso modo che ancora oggi noi usiamo (ventiquattro ore di cui la dodicesima coincide con il mezzogiorno); quella ad "ore planetarie o ineguali" divide il giorno dall'alba al tramonto in dodici ore delle quali la sesta rappresenta il mezzogiorno (da cui il detto "fare la siesta", ovvero il riposino dopo il pasto), quella ad "ore italiche" (che conta le unità temporali a partire dal tramonto) ci permette di individuare con un semplice calcolo quante ore di luce restano dal momento in cui viene consultata.
"Il Giardino Pietrificato"
alla base di una torre millenaria a base quadrata che domina la Valmarecchia, di Pennabilli, nel 1992 sono stati collocati sette "tappeti" in ceramica artistica, opera di Giovanni Urbinati, dedicati da Tonino Guerra ad altrettanti personaggi storici passati nella valle: fra cui Giotto, Dante ed Ezra Pound.
"L' Angelo coi Baffi" costituito da un'unica installazione multimediale, illustra la delicata storia di un angelo "che non era capace di far niente".


L' Angelo coi Baffi


C'era un angelo coi baffi
che non era capace di far niente
e invece di volare attorno al Signore
veniva giù nel Marecchia
dentro la casa di un cacciatore
che teneva gli uccelli impagliati
in piedi sul pavimento di un camerone.
E l'angelo gli buttava il granoturco
per vedere se lo mangiavano.
E dai, e dai
con tutti i Santi che ridevano dei suoi sbagli
una mattina gli uccelli impagliati
hanno aperto le ali
e hanno preso il volo
fuori dalle finestre dentro l'aria del cielo
e cantavano come non mai.

Tonino Guerra




immagine: Pennabilli di Teoderica

venerdì 22 giugno 2012

NON SI PUO' MORIRE IN GIUGNO


PIANTO ANTICO

L'albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da' bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora,
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l'inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor

Giosuè Carducci


Questa poesia di Giosuè Carducci scritta nel 1871, in ricordo della morte del figlioletto Dante, è una classica poesia scolastica, ai miei tempi si imparava a memoria a scuola e già allora mi colpiva il cuore come un dardo infuocato anche se non sapevo il perchè. Ora lo so, lo splendore del mese di giugno, così pieno di luce , di calore, di fiori, con le notti brevi e stellate non si concilia per niente con la terra fredda e negra della morte da cui non ti risveglia neppure amore, morire è ancora più triste nella luce dorata del mese di giugno.
Il titolo è "Pianto antico" perchè è un dolore che tanti hanno provato lungo il cammino dell'umanità.


immagine di Teoderica

martedì 19 giugno 2012

CONTRO LA RABBIA USA SAN DONNINO


L' Abbazia di S.Donnino in Soglio è a quattro chilometri dall'abitato di Rocca S.Casciano in provincia di Forlì.
Si tratta di una bella costruzione a fortilizio, eretta intorno al Mille su un colle . Fu una delle potenti abbazie Benedettine della Romagna Toscana. La chiesa primitiva aveva forma basilicale a tre navate, documentata sin dal 1214. Soppressa dopo il Concilio di Trento durante una visita dell'archivesco di Milano S.Carlo Borromeo in viaggio fra Ravenna e Roma, alcune delle opere esitenti all'interno furono trasportate in altro luogo. All'interno dell'Abbazia è visibile l' affresco "Episodi della vita di San Donnino", della fine del XIV secolo, opera tardo gotica, che stilisticamente si richiama alla scuola riminese e a quella coeva bolognese. Ripetutamente restaurato ma tuttora in stato precario.
Mio padre abitava qui , accanto all' Abbazia.
Nel mio immaginario forte è rimasta la figura di san Donnino, perchè sentivo il rispetto che era nelle parole di mio padre, quando parlava, quasi evocandolo di San Donnino. La leggenda di San Donnino , il santo raffigurato con la palma del martirio, in abiti da soldato e con la sua testa in mano, nasce a Fidenza ( Parma).Qui è vissuto ed è morto San Donnino, dopo essere stato martirizzato per il suo credo cristiano. Egli era un “cubiculario” dell’Imperatore Massimiano Erculeo, che altri non era che il suo personalissimo “maggiordomo”. Questo lavoro, che veniva conferito solo ai nobili, perché si accompagnava la personalità massima, era di grandissima importanza e responsabilità, perchè era compito arduo occuparsi di abiti, mobili e carrozze per la corona, che non ammetteva errori.

Ma il destino condusse Donnino a convertirsi al Cristianesimo contro il volere dell’Imperatore che non solo lo cacciò dalla sua funzione, ma lo inseguì fino al fiume Stirane per decapitarlo.Questo è il poco che si sa di Donnino, ma il suo culto era molto importane un tempo nelle campagne, perchè si ricorreva a lui come protettore dell' idrofobia.

Pare che il santo guarisse un idrofobo dandogli da bere acqua e vino benedetto. Agli inizi del 1900 era ancora in uso , il giorno di San Donnino, benedire il pane in chiesa e poi darlo da mangiare agli animali, in particolare ai cani...a quei tempi non esisteva ancora il vaccino antirabbico.


immagine: dintorni S Donnino di Teoderica

sabato 16 giugno 2012

VIENI A SANTARCANGELO


Santarcangelo si presenta come un borgo medievale raccolto attorno alle pendici del monte Giove.
E' Chiamato dai Romani 'Pagus Acervolanus', cioè villaggio dei cumuli, probabilmente riferito ai laterizi, vista la presenza di fornaci.
Si trova nella Valle del fiume Marecchia, lungo la via Emilia al confine con la pianura padana e fa parte dei territori che appartennero alla potente Signoria dei Malatesta, vicino a Rimini.
Il suo nucleo centrale sorge sopra antiche grotte di tufo, più propriamente dette ipogei poiché principalmente create artificialmente dall'uomo.
Esse sono infatti state scavate probabilmente dagli antichi cristiani che fuggivano alle persecuzioni ed utilizzate come dimore ma anche come luoghi di culto. Nel corso dei secoli sono inoltre servite come cantina, data la loro temperatura costante di 12-13°, ma anche come rifugio. Sono tutt'ora facilmente accessibili a piedi dal centro storico.
Alcune leggende raccontano che proprio alla Rocca Malatestiana ( la sua costruzione risale al 1386) di Santarcangelo si consumò il dramma di Paolo e Francesca, gli infelici amanti di cui parla Dante nel V canto dell' Inferno. Paolo e Francesca travolti dalla passione tradirono l' uno il fratello, l' altra il marito. Gianciotto Malatesta marito tradito ed uccisore degli amanti occupò la Rocca nel 1288. Si narra che la figlia di Francesca e di Gianciotto, disperata per il dolore della morte della madre si ritirò nel convento delle " Sepolte vive" sul colle di Santarcangelo.
Nel 1762 venne eretto l' Arco Trionfale. Secondo una tradizione legata alla famosa Fiera di San Martino ( la festa dei becchi ovvero dei cornuti) vuole che le corna appositivamente appese al centro dell' arco, per la durata della festa, dondolino al passaggio di un probabile cornuto.
Santarcangelo è considerato la capitale della poesia dialettale Riminese ed è ricca di tradizioni secolari culturali, oltre che sede di eventi rinomati a livello nazionale, quale il Festival del teatro in Piazza e le antiche fiere di S. Michele e S. Martino.
A Santarcangelo si vive bene e si mangia ancora meglio, qui vi è uno dei più famosi ristoranti della Romagna, dove qualità, prezzo e ambiente sono in armonia, il ristorante si chiama La Sangiovesa e il suo simbolo è l' azdora felliniana.
Il ristorante-osteria La Sangiovesa ha sede nell’antico Palazzo Nadiani risalente ai primi del ‘700.
Questo luogo è un bagno nella storia della Romagna, nelle tradizioni, nelle meraviglie nascoste di grotte e pertugi incantati, nei granai, nei ciottoli del fiume Marecchia e nelle poesie vernacolari che aleggiano per tutto il locale e celebrano Santarcangelo nella sua preziosità.Appena si entra si trova la Bottega delle robe e delle bontà, dove si possono trovare vetrine piene di vini, conserve, miele e tutti i prodotti culinari della Romagna.
Dopo la Bottega troviamo il laboratorio della piadina e dei salumi, dove viene fatta la piadina al momento, e quindi il Cantinone del Beato Simone che un ampio salone in cui si può degustare un bicchiere di buon vino. Poi troviamo la Stalletta di Pidio con la Stufa della fessura profonda.
Le altre stanze sono la Sala Gallavotti, la Sala Malatesta con la Stufa del vecchio autunno e la Stufa dei ricordi perduti , il Salone Montefeltro con la Stufa dei pianeti sognanti, la Sala Nadiani, l'Angolo amici della Valmarecchia, la Sala Cagnacci con la Stufa degli oggetti in ascolto, la Sala dei Marini, la Sala dei Tavella.( le Stufe sono delle opere d' arte, in ceramica o in mosaico ideate dai pù noti artisti romagnoli, l' ambiente è pervaso di aria felliniana e di poetica di Tonino Guerra). Vi è anche un piccolo pertugio: ( solo per due persone) la saletta degli amanti, con un intrigante quadro.
Un'altra cosa molto bella da vedere è la Grotta delle colombaie. Una galleria scavata nel tufo che scende dentro le viscere dell'Osteria. Lungo le pareti si trovano tante nicchie che venivano usate per far maturare il vino mentre oggi ospitano alcuni curiosi modelli di colombaie di tutto il mondo. Al termine della discesa si trova una sorgente e accanto un pozzo.

Non dimenticate di girare le spalle e di lanciare una monetina nell' acqua, vi porterà fortuna.

mercoledì 13 giugno 2012

A TREDOZIO SI STA POCO IN OZIO



Questo paese tramanda da tempi lontani sagre e feste molto suggestive:Falò della Befana,
si svolge il giorno dell'Epifania in corteo per le vie del paese con il fantoccio della befana, che poi verrà incendiato nel letto del torrente Tramazzo al suono della banda e/o spettacolo pirotecnico.
La sagra dell' uovo è nata nel 1964 a valorizzazione dell'antica usanza della battitura delle uova sode che si svolgeva nella vicina Parrocchia di Ottignana nel giorno di Pasqua. Risalente a tempi non datati, la battitura delle uova sode era ed è ancora diffusa in altri centri d' Italia.

Il Palio dell' uovo si svolge nel lunedì di Pasqua. Conteso fino a qualche anno fa nel campo sportivo oggi vede la sfida dei 4 rioni rinnovarsi all'interno dell'alveo fluviale del paese, nella zona antistante Piazza Jacopo Vespignani nel centro del Paese.
La conquista de Palio, che rinnova la sfida annuale tra i 4 rioni è preceduta da una sfilata storica in costume medioevale.
Vengono così rappresentate le 4 contrade del paese, che in sfilata accompagnate dal seguito delle chiarine, degli sbandieratori, unitamente ai paggetti che recano il Palio d'Argento, giungono al campo di gara attraversando il paese per la contesa del Palio stesso.
Soggetto unico ed esclusivo delle gare del palio è l'uovo, sia crudo che sodo; le gare che concorrono alla conquista del Palio sono quattro come i Rioni: la più spettacolare resta senza dubbio la "battaglia delle uova" crude, che vede contrapposte a rotazione le coppie dei Rioni in un incontro di abilità e precisione, con il lancio di 600 uova per ogni tornata...ma c' è anche il palio dei mangiatori di uova sode.

Altre ancora sono le sagre, ma una non dovete mancare : la sagra del bartolaccio e non vi dico cos'è, però vi dico che è buono da leccarsi i baffi.

Venite lor signori, venite a trovarci in Romagna.


Foto 2 vedute di Tredozio e lo svolgimento del Palio dell' uovo.

domenica 10 giugno 2012

A TREDOZIO TROVI LA FONTANA DELLE TRE DOTI



FAUSTINO PERISAULI (1450 – 1523) svolse la sua attività di letterato a Roma, Urbino e Rimini è noto, in particolare, per aver scritto il “De Triumpho Stultitiae” composto probabilmente prima dell’“Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam, è nato a Tredozio.
Lo vedete raffigurato su una grata di un pozzo , l'autore di questo bel bronzo è sconosciuto, il Comune non ne fa cenno, sono riuscita a sapere dalla cordiale popolazione del luogo, che l' artista è un prete ottantenne che vive in una sperduta chiesetta fra le colline e che è molto arzillo.
Io sono rimasta stupita dalla bellezza dei suoi lavori pieni di simboli antichi e beneaugurali. La raffigurazione di Faustino Perisauli ve l'ho già presentata e nel post precedente vi ho fatto vedere la rappresentazione della Madonna delle Grazie.
Ora voglio soffermarmi un poco di più sulla Fontana delle Tre Doti. Su una bassa piscina rettangolare si ergono 3 figure di donne : una ha le messi, una è incoronata di fiori, e l' ultima dall' incarnato scuro ha una specie di lenza/falce ed è contornata da greggi.
A Tredozio dicono: le tre doti sono l' acqua, la pastorizia, il grano, la natura,cioè la ricchezza di un tempo del paese.
Io ci vedo molto bene la trilogia della Dea :acqua nascita/vita/morte acqua.
C' è poi da dire che Tredozio fa grandi festeggiamenti nel periodo della befana, così mi piace avvicinare la Fontana delle 3 Doti alla festa celtica ( Tredozio è di origine celtica) di Imbolc.

La festa di Imbolc
Tra il tramonto del 31 gennaio e il tramonto del 2 di febbraio c'era Imbolc festa dedicata alla Grande Dea Madre, cui si chiedeva abbondanza nei raccolti e salute per gli animali.
Imbolc, il cui significato letterale è “nel ventre della madre Terra” (oppure nel latte, secondo altri), era una festa dedicata ad una dea dal triplice aspetto, Bride, che aveva un sacerdozio femminile con 19 sacerdotesse (simili alle Vestali romane) e non accettava presenze maschili. Le sacerdotesse custodivano un fuoco perpetuo, sacro alla dea. La sera si preparava il letto di Bride, con paglia o con un covone di grano dell’ultima mietitura. veniva cosparso dalle donne con latte e miele. Bride veniva ingravidata da un dio per dare fertilità alla terra.La cerimonia di Imbolc comprendeva una aspersione di acqua lustrale, che ripuliva il corpo dalle scorie accumulate nell'inverno ed attirava le energie positive che sarebbero esplose con l'Equinozio e l'arrivo della Primavera. Era la cerimonia del ritorno della luce, il primo segno che l'inverno stava per finire. Nascevano gli agnelli, le pecore davano latte, qualche fiore cominciava a spuntare e la promessa della Primavera vicina dava speranza per il futuro. I Cristiani fecero diventare Imbolc la festa di Santa Brigida, che assunse le caratteristiche di Bride: badessa in un convento di Kildare, in Irlanda, aveva comandato che fosse sempre acceso un fuoco per la gloria divina.


Foto: bronzo di Faustino Perisauli e 3 vedute della Fontana dei tre doni

giovedì 7 giugno 2012

A TREDOZIO SI STA UN PO' IN OZIO




Tredozio è un ameno paese sulle colline di Forlì. Fa parte della zona denominata "Romagna-Toscana"; e infatti delle due regioni Tredozio conserva molte delle principali caratteristiche sociali, storiche e culturali. E' certo che la valle del Tramazzo ha costituito sempre una zona di passaggio fra la pianura ravennate e la Toscana; importanti sono gli insediamenti terramaricoli del Bronzo Medio (sec. XV a.C.). Alcuni studiosi affermano che anche Annibale, nel 218 a.C., iniziò l'attraversata dell' Appennino (per scendere verso Roma), proprio partendo dal valico del Monte Busca. Questo monte è in realtà un vulcano che ancora oggi fuma . La valle comunque doveva essere molto selvaggia e quasi inesplorata, popolata esclusivamente da alcune tribù di Galli Boi, a fatica sopraffatte, nel corso di sanguinose battaglie, dalla potenza espansionistica di Roma. Ma ai romani non interessava questo territorio e forse qui rimasero i Galli superstiti assieme alla gente locale. Le prime notizie storiche riguardanti Tredozio, o perlomeno il suo territorio, risalgono al periodo Bizantino-Ravennate. Dopo il 1000, il territorio tredoziese vide fiorire, con la ruralizzazione della società e con lo spirito di rinnovamento e di riforma contro i mali della Chiesa e del mondo religioso in generale, un numero notevole di chiese e di conventi: per primo, ad opera di S.Pier Damiani, sorse il Monastero di Gamogna. Per cinque secoli Tredozio fu terra di frontiera fra la Toscana e lo Stato Pontificio; sicuramente anche terra di contrabbando e di residenza provvisoria per famiglie e personaggi provenienti da Firenze o da Faenza; nacquero in questo periodo alcune fra le costruzioni rurali ed i palazzi più belli ancor oggi esistenti nel centro e nella campagna. L'Umanesimo e il Rinascimento lasciano le loro tracce anche in un piccolo centro come Tredozio: Nasce a Tredozio l' Erasmo da Rotterdam romagnolo: Faustino Perisauli (Pietro Paolo Fantini) scrive il "De Triumpho Stultitiae" (forse ispiratore della "Laus Stultitiae" erasmiana) e frequenta i circolo culturali riminesi e romani.


Foto: il fiume che attraversa il paese e l' opera momumentale dedicata alla Madonna delle Grazie.

lunedì 4 giugno 2012

NELLA BOCCIA DI VETRO TROVI SANT' AGATA FELTRIA

Sant' Agata Feltria è un antico borgo dominato da uno sperone roccioso su cui si erge imperiosa la Rocca, fa parte dell' entroterra di Rimini.
Attorno al 600 d. c. , in seguito ad una frana si staccò dal monte Ercole una roccia di arenaria, qui fu costruita una chiesa nell' VIII secolo dedicata a Sant' Agata.
Secondo la leggenda Sant' Agata, assieme a San Marino e a San Leone risalivano il corso del fiume Marecchia in cerca di un luogo adatto alla preghiera. San Marino si fermò sul Monte Titano, San Leone sul Monte Feltro e Sant' Agata sul Monte Perticara.
Molto probabilmente il paese fu fondato dai Goti.
Il signore che più vi impresse la sua memoria fu Uguccione della Faggiola ( 1250/1319) citato da Dante e ricordato nelle cante popolari come il "Veltro ghibellino"
Oltre alla Rocca col suo museo, da non perdere la visita al Teatro Mariani che è un raro esempio di teatro antico realizzato interamente in legno. Fu edificato nel 1723 e pur nelle sue ridotte dimensioni ha sempre suscitato l' ammirazione di uomini di cultura e di appassionati della musica. Qui nel 1993 Vittorio Gassman tenne le sue recite dantesche, trasmesse poi per intero dalla RAI.
Il caratteristico borgo conserva perfettamente altri monumenti di valore, oltre a passeggiate che godono viste amene e sapori che stuzzicano il palato. Da non perdere la passeggiata delle Fontane d' arte: la Chiocciola ( di Tonino Guerra) , la Luna nel pozzo e le Impronte della memoria. Non perdete la via Battelli,dove troverete il vicolo del Bacio caratteristico e strettissimo vicolo, meta di incontri amorosi e luogo sul quale aleggiano varie leggende.
Nel mese di ottobre si tiene la Fiera del tartufo bianco.
Nel mese di dicembre si trasforma nel paese di Babbo Natale con zampogne, slitte, mercatino artigianale, renne e campanelli, sembra uno di quei paesi di fiaba che si trovavano dentro alle bocce di vetro, quelle bocce che bastava capovolgere perchè scendesse la neve.


immagine di Teoderica

venerdì 1 giugno 2012

PERCHE' HO SCELTO IL PAPAVERO



Ho messo come immagine nel blog la rappresentazione del bellissimo, ma che appassisce subito, papavero...perchè?
Dovete sapere che io mi esprimo con ciò che la coscienza/inconscio mi stimola...allora perchè il papavero?
Cosa simboleggia il papavero?
Per la loro precoce decadenza e anche per le loro proprietà allucinogene, i papaveri, nel linguaggio dei fiori, sono considerati i paladini dei sogni premonitori e anche delle sorprese.
Il papavero è largamente diffuso in Italia, fiorisce in primavera da aprile fino a metà luglio, cresce spontaneamente e crea un colpo d'occhio stupefacente fra le messi verdi del grano.
Petali e semi possiedono leggere proprietà sedative, infatti il papavero è parente stretto del papavero da oppio, da cui si estrae la morfina.
Per queste sue caratteristiche si realizza un infuso (con 4 o 5 petali per tazza) che viene spesso somministrato ai bambini prima di andare a letto per indurre loro un sonno migliore.
Il papavero è usato anche in cucina, il cespo di foglie che si sviluppa attorno alla radice all'inizio della primavera, quando la pianta è ancora poco sviluppata ed è lontana dalla fioritura, viene consumato lessato ed eventualmento saltato in padella.
I papaveri, nel mondo anglosassone, sono tradizionalmente dedicati alla memoria delle vittime sui campi di battaglia della prima e della seconda guerra mondiale. Ad esempio, in Gran Bretagna, nel Remembrance Day, tutti portano un papavero rosso all'occhiello.
Ma già in precedenza, si narra che Gengis Khan, l'imperatore e condottiero mongolo, portasse sempre con sé dei semi di papavero che spargeva sui campi di battaglia dopo le sue vittorie, in ricordo e rispetto di coloro che vi erano caduti con onore. A questo si ispirò il cantautore Fabrizio De André per i versi della sua notissima canzone "La guerra di Piero".
Anticamente era il simbolo del sonno che conduce all’oblio. In questo senso il sonno è legato alla morte spirituale, che è il passaggio dell’iniziato da un livello profano a uno stato superiore, di risveglio a un nuovo inizio. Il dio Morfeo, nella mitologia Greca, è il dio del sonno, veniva infatti rappresentato con un fascio di papaveri fra le braccia. IL papavero è anche associato al simbolo del potere. Infatti chi di noi non ha mai detto "gli alti papaveri della politica". Questo fatto è da ricollegare ad una antica leggenda che ha come protagonista Tarquinio il superbo, uno dei re di Roma. Si narra infatti che Tarquinio il superbo per far vedere al figlio il metodo migliore per impossessarsi della città di Gabi fece buttare giù con un bastone i papaveri più alti del suo giardino che significava che si dovevano prima distruggere le più alte cariche, le persone più importanti ed autorevoli.
Nel linguaggio dei fiori il papavero simboleggia invece l'orgoglio sopito.

Ed ecco che posso tirare il filo, dopo la battaglia persa, l'orgoglio sopito, non quello altero, cioè la forza dell'umiltà, mi hanno permesso di rialzarmi e le mie doti "premonitrici" e le sorprese mi hanno ridato la bellezza intensa del papavero.

immagine di Teoderica