venerdì 30 gennaio 2015

IL MANOSCRITTO VOYNICH quando la realtà supera la fantasia ( 2 parte)






L’apparire del manoscritto Voynich è legato all’imperatore Rodolfo II d’Asburgo. Il volume gli fu offerto da qualcuno che venne per questo ricompensato con 600 ducati.
Chi era questo personaggio? Fino a qualche anno fa, la maggioranza dei ricercatori lo individuava in John Dee (1527-1606), il celebre mago, astrologo e filosofo ermetico dell’età elisabettiana. Giovanotto prodigio, a ventiquattro anni Dee teneva lezioni a Parigi su Pitagora ed Euclide. Solo un anno più tardi, le sue conoscenze astrologiche gli fecero ottenere una pensione dal re d’Inghilterra.
Nel 1581, la vita di questo erudito venne sconvolta da un farabutto, Edward Kelley che gli causerà tanti problemi. Kelley era un criminale dalle orecchie mozzate per aver falsificato documenti notarili e, come tutti i delinquenti incalliti, aveva elaborato una sua filosofia della natura umana: aveva compreso all’istante che Dee era il classico uomo di studio, colto e poliglotta, ma anche ingenuo e fiducioso come un bambino.
Fingendosi un conoscitore della magia, Kelley riuscì a plagiare il povero filosofo, a sfruttarlo economicamente, a dominarlo fino al punto di ottenere, col pretesto di avere avuto istruzioni divine, lo scambio delle mogli. Fu Kelley ad indirizzare Dee allo spiritismo, alla evocazione degli angeli, alla medianità. Se Dee fosse stato meno credulone, forse avrebbe avuto dubbi su certi angeli che gli ordinarono di versare a Kelley una pensione annua di 50 sterline. Ma ormai il povero esoterista era in balia del giovane scroccone, ed alcuni biografi hanno chiamato in causa una omosessualità latente.

L’arrivo della strana coppia Dee-Kelley a Praga fu determinato dal solito Kelley, che il 21 settembre 1583 disse di aver visto nella "pietra magica angelica" che l’amico sarebbe stato ucciso se non fossero fuggiti dall’Inghilterra. La pietra magica angelica era un cristallo nero che Kelley aveva fatto avere a Dee fingendo che fossero stati gli angeli a dargliela, la pietra serviva per le evocazioni degli spiriti, era l' antesignana delle famose sfere di cristallo dei maghi.
A Praga Dee arrivò il 9 agosto 1584 e, con alcune brevi interruzioni, vi resterà fino alla fine di maggio del 1586, quando il 29 di quel mese Rodolfo II lo bandì dalle terre dell’impero.
Forse la coppia vendette il manoscritto a Rodolfo II spacciandolo per opera di Bacone , in realtà volutamente ostico per impedirne la decifrazione,una truffa che gli eruditi della corte di Rodolfo succesivamente, accorgendosi della poca serietà della coppia inglese, avranno scoperto.


immagini: manoscritto Voynich

tratto dal volume " Manoscritti segreti" di Paolo Cortesi



domenica 25 gennaio 2015

IL MANOSCRITTO VOYNICH quando la realtà supera la fantasia ( 1 parte)





Il manoscritto Voynich, risalente al XVI secolo, si è fatto la fama di libro più misterioso del mondo. Le circa duecento pagine del testo , oggi conservato presso l' Università di Yale , sono redatte in un linguaggio incomprensibile, ma dotato di una apparente complessità strutturale tale da escludere che si tratti di una semplice beffa. Eppure da quando è divenuto di dominio pubblico, circa 90 anni fa, ha resistito agli sforzi dei più valenti crittografi.Il manoscritto ricoperto da una scrittura fitta e minuta ha ogni pagina illustrata con strane ed inquietanti immagini di grandi piante misteriose,ruote cosparse di stelle, tubi e tubicini, vasi cilindrici ed una serie di figurine di donne nude immerse in pozze d' acqua. E' noto come il “Manoscritto di Voynich” dal nome dell’antiquario russo Wilfred Voynich che lo ritrovò frugando nella biblioteca dei Gesuiti di Villa Mondragone, a Frascati, nel 1912, quando si riteneva ormai perduto per sempre, scomparso da più di tre secoli.
Ora una ricerca condotta da Andreas Schinner, fisico e informatico dell'Università di Linz è giunto alla conclusione che il famoso testo sarebbe stato effettivamente lo strumento di una truffa ai danni di Rodolfo II, imperatore del Sacro Romano Impero e grande collezionista di testi esoterici e mirabilia, al quale sarebbe stato venduto per una cifra esorbitante, spacciandolo per un'opera di Ruggero Bacone.
Chi furono i probabili truffatori?
Ve lo svelo alla prossima puntata.

immagini: manoscritto Voynich

martedì 20 gennaio 2015

GILLES



Acrilico su tela, dimensioni cm 100X100cm, il titolo è Gilles il pagliaccio francese assimilabile a Pulcinella. A questo quadro ho dedicato un libro: “I viaggi di Gilles”, una cerca del graal che si ritroverà in Romagna, a Lugo centro della regione e luogo dedicato al dio celtico Lugh, il luminoso, fra leggende mito e tradizioni. Gilles è il pagliaccio, non certo stereotipato, è ognuno di noi che vive con la propria maschera, ha paura di toglierla, quindi piange per la sua codardia, perché sa che così non vivrà la sua vita, ma quella che vogliono gli altri per lui. Chi mi segue lo avrà già incontrato nei post che raccontano il libro, se avete voglia di leggerlo non vi basta che digitare “ i viaggi di Gilles forum di teoderica” su google e voilà salteranno fuori le circa trentatré puntate. Inizialmente questo dipinto non piacque, fu rifiutato dal committente e mia madre lo disprezzava. Col tempo, restando la tela in esposizione, ho avuto parecchie richieste, anche buone, ma ormai non lo vendo più, mi ci sono affezionata, è un po’ come quando nascono i gattini o i cagnolini, o li dai via subito appena svezzati o non lo fai più. Pensate che pure mia madre che mi ha sempre avversato nelle mie passioni, non direttamente, ma subdolamente, che è ancora peggio perché mina la fiducia in se stessi, si è innamorata del Gilles, ma ormai non lo do più a nessuno perché me ne sono innamorata pure io. Con questo dipinto, inizialmente non piaciuto, è capitato che più passano i giorni, ormai sono quattro anni che è stato eseguito, più piace… non sarà un’opera d’arte?

giovedì 15 gennaio 2015

CERCAR MARIA PER RAVENNA


11 puntata


Ora dopo aver cercato Maria o Berta per Ravenna e fantasticando abbiamo trovato che Maria , Berta , o Ecate , sono la raffigurazione ancestrale del volto della Grande Dea la quale è la rappresentazione delle fasi della Luna , e oggi è ricordata nella figura della Befana.
Cosa c' entrano i Magi?
E i Magi, perchè hanno legato il loro nome al numero tre?
Il numero tre, nell' antico Egitto era collegato ai moti lunari, ed indicava la manifestazione nel mondo del reale da parte del trascendentale.
Rappresentavano le razze della terra ma potevano rappresentare anche i colori e le età della Dea Madre, i doni poi potrebbero rappresentare la dualità del Bambino.Il loro viaggio fu di tredici giorni, questo numero è legato ancora ai moti della luna.Numero divenuto infausto dalla morte di Gesù,da allora il tredicesimo sarà l' agnello sacrificale. E il berretto frigio con cui i re Magi sono ritratti nei primi secoli della cristianità?
Della Frigia, regione della Turchia asiatica sappiamo che vi si tenevano
Feste frigie, in onore di Cibele
il cui santuario era in Frigia.

Il berretto frigio, rosso, appuntito, caratteristico degli antichi Frigi, è divenuto simbolo di libertà durante la Rivoluzione francese.
Sappiamo che Cibele era legata ai riti della fecondità ed era la rappresentazione della fertilità della Terra , era anche simolo della libertà della donna, quindi il berretto frigio dei Magi è un ulteriore legame con la Grande Madre.
Conludendo: si potrebbe ipotizzare che la Befana sia la rappresentazione popolare di un mito che risale antecedentemente al Neolitico( di tipo matriarcale), che nella sua forma aulica ( i re Magi) volontariamente si sottomette all' uomo , più precisamente al Dio Bambino, lascia le sue parti più inquietanti, per divenire solo Madre.
Questa figura di Madre che ha resistito per duemila anni pare che dopo il "68 abbia avuto uno scossone e che l' antica Dea Madre bussi a chiedere il conto.
Quindi è meglio non mettersi a cercare Maria per Ravenna.






sabato 10 gennaio 2015

CERCAR MARIA PER RAVENNA



10 puntata

IL QUARTO MAGIO

Gaspare, Baldassare e Melchiorre decisero di partire da Gerusalemme. Anche Artibano, si
preparò, per il viaggio. Vendette tutti i suoi beni e acquistò uno zaffiro, un rubino e una perla da
portare al Rè e, montato in sella al velocissimo Vosda, galoppò verso Borsippa. Attraversò boschi,
guadò fiumi, s’inerpicò per colline e montagne, quando a una svolta pericolosa trovò un moribondo
abbandonato sulla strada. Artibano saltò dal suo corsiero e, caricatosi l’infelice sulle spalle, lo
adagiò sotto una palma, gli bagnò le labbra riarse, lo ristorò e il moribondo dopo qualche tempo
apri gli occhi. «Voglia il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ricompensarti -disse -faccia
prosperare il tuo viaggio fino a Betlemme, perché è li che deve nascere il Messia, che tu vai
cercando». Artibano si rimise in cammino verso la mezzanotte... e alle prime luci dell’undicesimo
giorno entrò in Borsippa, ma non trova i compagni. Essi avevano atteso lO giorni, poi erano partiti
lasciandogli un messaggio: «T’abbiamo aspettato sino alla mezzanotte..., seguici attraverso il
deserto”). Artibano, allora, vende lo zaffiro, appalta una carovana e riprende il viaggio affrontando i
pericoli e i disagi del deserto. Giunse a Betlemme dopo tre giorni che i suoi compagni avevano
deposto ai piedi del Re l’oro, l’incenso e la mirra... ed erano ripartiti per un’altra via. Il villaggio
pareva deserto. Dalla parte di una casupola sulla strada udì una flebile nenia. Entrato vide una
giovane madre. La donna ospitò il forestiero, ristorandolo e parlandogli di tre stranieri, vestiti come
lui, giunti dall’Oriente poco prima, guidati da una stella al luogo dove abitava Giuseppe, la sua
sposa e il Bambino. Essi l’avevano adorato lasciandogli in omaggio ricchi doni; ma poi erano
spariti misteriosamente, come pure, in segreto, la notte successiva scomparve la Famiglia di
Nazareth, dirigendosi forse in Egitto. Artibano si diresse allora verso Ebron alla volta dell’Egitto. Si
spinse fino a Elaiopoli e a Menti; percorse le rive fiorite dei Nilo, si aggirò tra le Piramidi dei
Faraoni, all’ombra della sfinge; ma le sue ricerche non approdarono a nulla. Scoraggiato e deluso
tornò in Palestina nella speranza di poter ritrovare la Sacra Famiglia. Dopo alcuni anni di
peregrinazioni si rivolse ad un rabbino perché gli indicasse in quali paraggi avrebbe potuto
incontrare il Messia. Il rabbino, preso un papiro, lesse: «Il Messia conviene cercarlo tra i poveri, tra
gli umili, tra i sofferenti e gli oppressi». A tali parole, .Artibano vendette il rubino e si diede a nutrire
gli affamati, a rivestire gli ignudi, a curare gli infermi, a visitare i carcerati. Passarono così trentatré
anni da quando era partito in cerca della «Vera Luce». I suoi capelli, allora di un bel nero lucido, si
erano fatti bianchi. Lacero ed esausto, ma tuttora in cerca del Re, era tornato per l’ultima volta a
Gerusalemme nel periodo della Pasqua. Era il venerdì della Parasceve... e nella folla si notava
un’agitazione particolare. Egli, imbattutosi in un gruppo, domandò la causa del tumulto e dove
andavano tutti. «Noi andiamo -risposero -al luogo dei Teschio fuori le mura, dove c’è la
crocifissione di due malfattori e di un altro chiamato Gesù di Nazareth, il quale ha fatto molte
opere prodigiose in mezzo al popolo ed ora è messo a morte perché si dice Figlio di Dio e Re dei
Giudei». Artibano pensò fra sé: «Non potrebbe essere quel Gesù nato a Betlemme trentatré anni
fa? Che abbia trovato finalmente il mio Re nelle mani dei suoi nemici? Arriverò in tempo almeno
per offrire la mia perla per il suo riscatto, prima che Egli muoia?». Così il buon vecchio segui la
moltitudine, quando, lungo la salita, una fanciulla di Ecbatana gli si avvicinò scongiurandolo in
ginocchio: «Per amore del Dio della Purezza, abbi pietà di me; sono una misera schiava della tua
stessa fede; salvami, ridandomi la libertà». Il vecchio, non possedendo che un’unica perla, la
consegnò alla sventurata concittadina per il suo riscatto. Improvvisamente si udi un boato; la terra
sussulta; il cielo si oscura; le mura delle case crollano; soldati e popolo fuggono terrorizzati.
Artibano e la fanciulla si rifugiano sotto i loggiati del Pretorio. Una nuova scossa di terremoto, più
violenta, fa cadere una pietra contro le tempie di Artibano, che traballa pallido, esanime. La
ragazza lo sostiene con le sue braccia, mentre il sangue scorre a rivoli dalla ferita. Non è morto, lo
si sente pronunziare queste estreme parole: «Non cosi o mio Signore... quando mai ti vidi
affamato e ti nutrii? Assetato e ti porsi da bere? Quando mai ti vidi forestiero e ti ospitai? In
carcere e ti visitai? Nudo e ti rivestii? Per ben trentatré anni ti ho cercato ansiosamente, ma non
ho mai avuto la soddisfazione di poter contemplare il tuo volto, né di renderti il minimo servizio, o
mio dolce Re!”). Artibano cessò di parlare. Ma un’altra voce si fece udire a suo conforto: «In verità
in verità ti dico, che ogni volta che tu hai fatto ciò ai tuoi simili, ai miei fratelli, tu l’hai fatto a me».
Un grande respiro di sollievo gli usci dalle labbra. Egli aveva finito il suo lungo viaggio. I suoi doni
erano stati veramente graditi. Artibano, il quarto dei Magi aveva finalmente trovato il Re.
http://utenti.multimania.it/objwan/pdf/ilquartoremagio.pdf