giovedì 20 marzo 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello

 “Ho avuto una bella pensata!” di Vito Coviello 

La Fontana Ferdinandea é stata riposizionata in Piazza Vittorio Veneto, il centro sociale per i materani, tant’é che a tutt’oggi i materani, dandosi appuntamento, dicono: “Ci vediamo alla fontana”. Ma, la fontana con la sua acqua è anche vita, specie per un popolo contadino come quello materano che ha nello stemma municipale un bue con cinque spighe di grano maturo nella bocca. L'acqua nelle stagioni veniva implorata ai Santi ma, in particolar modo, alla Madonna Madre di Gesù, Maria Santissima della Bruna protettrice, insieme a Sant’Eustachio, della città. Unendo questi elementi, viene fuori l'immagine della Madonna della Bruna, in piedi, con Gesù Bambino in 346 braccio con una mano benedicente verso tanti ragazzi e bambini inginocchiati in preghiera o adoranti davanti a Lei e alla fontana. sgorgante e ricca di acqua zampillante da tutte le sue bocche e, in particolar modo, da quella specie di coppa centrale in alto con uno zampillo grande verso l'alto e acqua che cade a mo’ di cascata dalla coppa... La Fontana Ferdinandea è alle spalle della Madonna e ha degli angioletti bambini con piccole alucce: uno appollaiato sulla coppa dall'alto guarda sorridente la Madonna e i ragazzi sotto. Un altro angioletto, in piedi sul bordo del vascone centrale, offre con una conchiglia dell'acqua a Gesù Bambino... Ricorda quasi la scena del San Giovannino in cui un angioletto offre un dattero a Gesù Bambino. In ultimo, a sinistra della Madonna, un angioletto seduto sul bordo del vascone ha messo i piedini a mollo nell'acqua purissima della fontana, mentre è volto a guardare di lato la Madonna, suona un fischietto detto “cucú materano”. Tra i giovani in adorazione, vestiti con abiti moderni, c’è un pastorello con pecorelle al seguito e con un quadro della Madonna in braccio. Questo per richiamarsi alla “Processione dei Pastori” per la Madonna che dà inizio alla “Festa del 2 luglio”, il mattino alle 5. Alcuni ragazzi con il telefonino scattano delle foto alla Madonna con un braccio alzato in alto ed il telefonino in mano puntato sulla Madonna… Il quadro non poteva che chiamarsi: “MAMMA BRUNA, MADONNA MARIA SANTISSIMA DELLA BRUNA, MAMMA DI TUTTI I MATERANI…” 


  

Fotomontaggio di Annamaria Antonelli intitolato “La Madonna della Bruna alla Fontana Ferdinandea la mattina del 2 luglio …” 

E’ dedicato alla Madonna della Bruna, all’Arcivescovo delle Diocesi di Matera e Irsina, Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo e a Vito Coviello di Matera, il mio primo fotomontaggio… L’ho realizzato con le mie fotografie. I due angioletti, uno a sinistra e l’altro a destra della Madonna, coloravano il Carro Trionfale della Festa della Bruna nel 2017, realizzato dal maestro cartapestaio Andrea Sansone. Sono apprezzati i suoi angioletti che ora hanno veri strumenti musicali in cartapesta, suonanti. Il maestro Sansone è anche scultore e pittore e ha portato innovazioni nel modo di realizzare il carro trionfale perfino nell’assemblaggio ad  incastro, cioè con l’utilizzo di pochissimi chiodi per la sicurezza degli assaltatori del manufatto la sera del 2 luglio di ogni anno. (Fotografie di Annamaria Antonelli)



lunedì 10 marzo 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello



 “Le luci delle case nei Sassi al tramonto... sembrano tante stelle che brillano …” (Fotografia di Annamaria Antonelli)

QUANDO… di Vito Coviello 

Quando troverai sulla tua strada ostacoli che 

crederai insormontabili, ricorda che sai 

volare e dall'alto del cielo azzurro tutti quegli 

ostacoli ti sembreranno solo piccoli puntini. 

Quando penserai di essere nella notte più 

scura della tua vita ed avrai solo il buio nero 

come pece, pensa che proprio nella notte più 

scura nel cielo brillano le stelle più belle e che 

al mattino sorge sempre il Sole. 

Quando ti sembrerà di essere più solo, presta 

ascolto alle voci intorno a te ed ascolterai le 

voci di tanti amici ed amiche, che insieme a 

te intoneranno cori armonici di sentimenti 

condivisi, di amicizia e 

di solidarietà e vicinanza ... 

Versi di Vito Coviello, dedicati a tutti voi ...

sabato 1 marzo 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello

 


Matera - La Bruna di Paola Tassinari Arte Digitale, stampa su Polionda 70x100 cm., è realizzabile in diverse misure, eseguita nell’agosto del 2020, il titolo è “Sono Bruna e sono Bella e son di Matera”. Su una base nera, scura come il caos o la notte, rinvia al nostro vivere ormai senza il senso del Sacro. Ho inserito una foto, elaborata al computer, di luci decorative realizzate dagli artisti delle luminarie per la Festa della Madonna della Bruna, su cui si stagliano i ritratti da me eseguiti a matita e penna su carta, della statua della Bruna e del Bimbo creata per la Processione di questo anno 2020, ispirata all’affresco bizantino risalente al 1270 della Madonna della Bruna con il Bambino benedicente con due dita, secondo il rito 314 greco, attribuito a Rinaldo da Taranto e ubicato sull’altare nella prima campata della navata sinistra della Cattedrale di Matera. Ho inserito i volti in primo piano, a mezzo busto, con in testa la corona d’oro, regalità, i pizzi bianchi al collo, purezza, la Vergine volge gli occhi in basso a noi, mentre il Bimbo alza la mano benedicendoci. Non mi sono mai rivolta alla Madonna, sino a non molto tempo fa, ero solita farlo con Gesù, era Lui che avevo amato per primo, diversamente “la Vergine mi incuteva un tale rispetto che non osavo disturbarla”. Non le avevo mai dedicato un’opera! Non sentendomi pronta a catturarne il senso del Sacro, ho realizzato solo delle copie simboliche, nella versione terrena, della iniziale Dea Madre dei tempi antichi e remoti, soprattutto per il mio romanzo del 2015 dedicato alle Madonne 315 Nere e intitolato: “Sono bruna e sono bella” , titolo che deriva da un passo del Cantico dei Cantici di Salomone. (Forse, teologicamente non è corretto, scrivere della Dea Madre come prefigurazione di Maria, ma personalmente credo che tutto il ‘pregare antico’, prima dell’Avvento, antropologicamente sia traslato nella devozione alla Madonna, non solo più Madre Terra, ma soprattutto Madre di Dio) Dopo aver realizzato “Il sogno di Vito”, in modo impellente ho sentito il desiderio di creare un’opera per la Bruna. Ho come sentito che Lei, mi dicesse che potevo farlo, perché la Bruna anche se ha il volto bianco è una Madonna Nera, con la stessa forte sacralità e simbologia delle Madonne festeggiate nelle domeniche in albis, (cioè la domenica dopo Pasqua. In albis ‘vestibus’, significa in bianche vesti. Un tempo i 316 battezzandi di Pasqua, indossavano una tunica bianca che deponevano la domenica dopo; dal 2000 la Chiesa cattolica celebra in questa data anche la domenica della Divina Misericordia) della Vergine del Fuoco, o dell’Acqua o dell’Albero. Sono Madonne le cui effigi sono legate a delle leggende, sono state trovate in modo misterioso o hanno creato prodigi, sono Madonne dei miracoli, Madonne delle Grazie spesso festeggiate il 2 luglio il giorno della Visitazione di Maria a Elisabetta, che anticamente si svolgeva il lunedì in Albis, sono le Stella Maris (Stella del mare) un titolo, fra i più antichi. Una delle più importanti è la Madonna di Loreto, in quanto vi è la Santa Casa e la Bruna ne ha tutti i simboli, in primis quel galletto/fischietto che in realtà antropologicamente rivela ben altro. Come individua 317 ben altro lo “strazzo”, il rito finale della processione della Bruna. Il carro viene sfasciato e i pezzi/pezzettini portati a casa dai fedeli come buon auspicio o protezione, con evidenti riferimenti a riti arcaici e pagani quando il corpo del paredro, (nel Neolitico, con la scoperta dell’apporto maschile nella creazione della vita, alla donna/dea/madre, si affianca il dio della vegetazione chiamato paredro della grande dea, che nasce e muore annualmente) il compagno della dea madre, veniva sacrificato e fatto a pezzettini per propiziare la fertilità. Ciò non deve scandalizzare perché la chiesa ha raccolto nei millenni tutto ciò che era “sacro” limitandosi a “lavarlo”, togliendo ciò che andava tolto. La Chiesa scarta ciò che non serve, per il resto salvaguardia le tradizioni. La Chiesa col Nuovo Testamento non ha lasciato il Vecchio 318 ma, raccoglie tutta la conoscenza possibile per offrircela secondo la nostra comprensione. Se stiamo dentro al recinto della Chiesa non diventeremo pecore pazze, correndo a sinistra e a destra dalle nuove religioni o da quelle orientali, la religione cattolica non è ignorante come ci dicono è… conoscenza e conoscenza e ancora conoscenza, oltre che spiritualità… Tanto per fare un esempio, la psicanalisi, nuova branca scientifica, da centinaia di anni è perpetrata dai religiosi con la Confessione… Il perdono non è alla base di ogni star bene della psiche? Mi fermo perché altrimenti non la finisco più, un solo ultimo punto, sui Maestri delle luminarie, che nel giorno di festa per rendere omaggio alla Bruna creano merletti e ricami di luce. Immaginate le luci usate per riscaldare le notti davvero buie dei nostri antenati, allora 319 il buio era veramente buio pesto, quindi pensate quello che poteva essere un punto luce. La luce è l’essenza di Dio ed è il primo elemento che ha creato. Come omaggiare Dio e i Santi se non con la luce? In origine le fonti di luce erano torce e candele. Per un fedele la luce rappresenta la personificazione di Cristo che sconfigge la morte. È per noi un segno di affetto e devozione accendere una candela o un lumino elettrico, come ringraziamento e gratitudine alla Madonna, a Cristo, ai Santi e i Martiri, è da queste candele che hanno origine le luminarie. Questi Maestri di luminarie e di fuochi artificiali, luci lanciate al cielo, le ho ammirate, incantata e meravigliata di bellezza, da Ravenna, quando il Festival di Ravenna, uno dei più importanti festival multidisciplinari d’Italia, nell’anno 2000 320 organizzò una grande festa popolare, invitando i Maestri del fuoco e delle luci da tutta Italia: luminarie e stupefacenti fuochi d’artificio invasero la mia città. Siccome il titolo di quest’opera “Sono Bruna e sono Bella e son di Matera” è ispirato sia alla Bruna di Matera che al mio romanzo dedicato alle Madonne Nere, inserisco in questo scritto un estratto da “Sono bruna e sono bella” in riferimento al simbolo del fischietto/gallo (da noi in Romagna abbiamo il fischietto/oca), del paredro/sacrificio e della prefigurazione della Vergine. …Prima l’uomo è rimasto affascinato dal fischio ed ha imparato a fischiare, poi ha acquisito il linguaggio degli uccelli, che poi ha dimenticato, forse con l’inizio della scrittura. Per lingua degli uccelli si intende 321 un linguaggio mistico, mitologico o fiabesco usato dagli uccelli per comunicare con gli iniziati. L’esistenza di questo linguaggio è ipotizzato nella mitologia e nella letteratura medievale. Secondo la scienza, il canto degli uccelli va considerato come un linguaggio non articolato, ma rispondente a situazioni che si verificano, quali situazioni di pericolo, disagio, aggressività, richiesta di cibo, corteggiamento ecc. Lo studio del canto degli uccelli rientra nell’ambito di una nuova scienza, la bioacustica musicale, che studia i fenomeni sonori in relazione alle forme di vita del mondo animale. Nel sufismo il linguaggio degli uccelli è un mistico linguaggio angelico. Il poema ‘Il Verbo degli uccelli’ è un poema mistico, la ricerca allegorica di Dio. Gli uccelli si riuniscono tutti per eleggere il loro re. Si dice che la 322 saggezza proverbiale di Salomone derivasse dalla sua conoscenza del linguaggio degli uccelli. E San Francesco, il mio Santo preferito, non predicava agli uccelli? Quindi, prima che diventassero dei souvenir, i fischietti avevano una funzione di testimonianza religiosa, si è addirittura ipotizzato che l’uomo antico, nelle grotte dipinte, fischiasse in segno di ‘devozione’. Il fischietto/ochetta di Cesena, ancora fino a poco tempo fa, si era soliti omaggiarlo alla fanciulla preferita con chiaro segnale di corteggiamento [...] Arriviamo a Loreto, scendiamo proprio di fronte all’albergo, ma non ci ritiriamo… E’ una serata dolce e mite, così andiamo alla scoperta del Santuario, almeno per la parte esterna. Intanto mi incuriosisce la fontana che è posta qui, proprio di fronte alla fermata della corriera: 323 presenta quattro galli e un drago… Io non ho mai visto una fontana con un tripudio di pollame e dire che sono abituata alla simbologia del gallo. In Romagna lo troviamo come simbolo della città di Forlì, sulla caveja ed anche sui tetti delle case come banderuole. La Fontana dei Galli, nell’omonima piazza fu commissionata dal Cardinale Antonio Maria Gallo tra il 1614-1616. È chiamata anche fontana del ritorno, in quanto veniva alimentata da una tubatura proveniente dalla fontana maggiore in cui giungeva l’acqua direttamente dall’acquedotto. La vasca, anticamente era utilizzata come abbeveratoio per i cavalli che vi transitavano da e per Loreto, specialmente nel periodo delle fiere. La fontana ha subito diverse modifiche nel corso dei secoli. E’ abbellita da quattro galli di bronzo che 324 rappresenterebbero il Cardinale Gallo e un drago in onore di Papa Paolo V. Le sculture sono state realizzate dai fratelli Jacometti. E ora vediamo un po’ la simbologia del gallo, che abbiamo già trovato con Esculapio assieme al serpente e all’oca. Questo volatile doveva avere, in tempi remoti, una simbologia molto forte, è ancora oggi vessillo della Francia. In passato questa nazione era dominata dai Celti, chiamati Galli dai romani, in quanto avevano due ali di gallo disegnate sull’elmo. E perché avevano proprio due ali di un gallo? Il gallo è presente su diverse monete galliche e su alcune raffigurazioni gallo-romane è rappresentato a fianco di Mercurio-Lugh. Pur essendo un simbolo solare, il gallo viene associato al mondo sotterraneo e al Mercurio celtico nel suo aspetto oscuro, oltre che alla Dea Madre 325 Terra. Alcuni galli venivano sacrificati durante il giorno dedicato alla dea celtica Brigit e pertanto questo animale, pur essendo anche un simbolo di mascolinità, aggressività e protezione dalle intrusioni, è connesso con la Dea. Secondo una tradizione celtica il gallo scaccerebbe i fantasmi e gli spiriti maligni che si aggirano nella notte grazie al suo canto, grido di annuncio per il sorgere del sole. E così ho risolto il mistero: il gallo non è propriamente solo simbolo maschile o del sole ma è anche associato alla ‘grotta’ e alla Dea Madre. Inoltre, si associa molto bene anche all’esoterismo del gatto, questi come ho già scritto, è un’animale legato alla luna, al regno dei morti, alla profezia e alla terra dove il seme germina. Un proverbio irlandese dice che gli occhi del gatto sono la porta dell’Altro Mondo. Sempre in Irlanda vi è una 326 leggenda di una grotta abitata da una regina/gatto che stava seduta su una sedia d’argento, chiaro riferimento alla luna; come tutti sappiamo la falce di luna è presente ai piedi della Vergine in numerose raffigurazioni [...] In epoca precristiana il gallo era la rappresentazione simbolica del sole ed anche del rinnovamento, ma è con l’avvento del cristianesimo, il quale si sovrappone alle altre religioni, assorbendo e trasformando, ma non eliminando, che diviene simbolo di Cristo/Luce. Il suo canto annuncia il finire delle Tenebre e il sorgere della Luce. Similmente anche la Massoneria intende il gallo in questa versione di Luce della Conoscenza. Tornando al gallo, non fu l’animale che cantò tre volte, ad ogni tradimento di San Pietro verso Gesù? Il gallo quindi rende visibile il tradimento, che non si 327 può più occultare. Luigi mi prende per mano: “Finiscila di fantasticare, andiamo a vedere la Basilica”. Mi costringe ad una piccola corsa che mi causa il fiatone, però mi fa anche ridere, con Luigi mi sto divertendo molto, senza fare niente di particolare, sto bene con gli altri e con me stessa. Arriviamo alla Piazza della Madonna, grande, armonica, al centro si trova una fontana dove zampilla acqua illuminata, pare fosforescente, miracoli dell’energia elettrica, adorna di sculture in bronzo, è un’opera di Carlo Maderno. A sinistra un porticato snellisce l’impatto massiccio del Palazzo Apostolico, il campanile svetta a destra accanto al palazzo Illirico, una costruzione in laterizio, un tempo ospitava i Gesuiti, oggi funge da ostello per i pellegrini e soprattutto per ‘i treni dei malati’. Difronte a noi la 328 maestosa facciata marmorea del Santuario, biancheggia e snella si innalza al cielo: ‘Turris Eburnea’, dal Cantico dei cantici di Salomone… il tuo collo come una torre d’avorio, è un aggettivo dedicato a Maria. La Madonna divenne ‘Torre’ dopo la costruzione delle cattedrali. A volte discorrendo ci si interroga sulle chiese contemporanee, non piacciono, non sono imponenti, risultano ‘vuote’, i simboli sono pop, non affascinano né inducono alla meditazione. Diversamente nel Medioevo si aveva un’alta concezione dell’arte, la quale traduceva nel reale la Bellezza ideale come riflesso del Divino. La costruzione di una chiesa, richiedeva perizia tecnica e la conoscenza del filosofo ma, anche l’entusiasmo, l’intuito e il soffio dell’anima. È la stessa cosa quando qualcuno elenca un sacco di buone azioni, di pregi su sé stesso e 329 tu lo guardi perché sai in effetti che si comporta diversamente, forse tu hai travisato i suoi gesti? O senti il vuoto delle parole a cui non corrisponde il gesto? [...] Con il passare degli anni e la tecnologizzazione le divinità maschili spodestarono la religione matriarcale, sostituendola con una patriarcale. La ‘Grande Madre’, questo l’appellativo generale e comune a tutte le latitudini e longitudini, veniva chiamata Iside, Ishtar o Gea o con altri nomi secondo la zona. Caratteristica peculiare di questa divinità, di fatto la Dea Terra, è il suo duplice aspetto: uno positivo/luminoso, in quanto apportatrice di fertilità, raccolto, abbondanza e l’altro negativo/oscuro, addirittura tremendo, di dea dell’infertilità, della carestia, della distruzione. 330 L’ininterrotto della vita, un ciclo continuo ed eterno, distinto da venuta al mondo, decesso, nuova nascita oppure divenire, essere, morire, era rappresentato da questa divinità. Da questa poi il fiorire di immagini, allegorie e simboli presenti anche in culture successive e in ambienti moderni. In Europa, come peraltro negli altri continenti, i punti di culto della Grande Madre sono numerosissimi, qualcuno in superficie, diversi sottoterra, nascosti, segreti, sotterranei, scavati o semplicemente reimpiegati in anfratti a significare il ‘contenitore’ che generò la vita dell’uomo: l’utero della Madre. Questi luoghi sotterranei erano posti in stretta attiguità con le fluenti cariche energetiche; si pensi alle forze telluriche dell’entroterra. Quelle che gli studiosi di storia dell’arte definiscono le ‘Vergini nere’ e cioè Madonne 331 dal volto scuro venerate in molti santuari in Borgogna, in Alvernia e in Linguadoca, deriverebbero dalla Grande Madre. La domanda che viene da porci è la seguente: quale mistero si cela dietro le loro forme e il loro simbolismo? Passando trasversalmente da un passato lontano, animato da popoli vari: Celti, Galli, Romani, Arabi, con i propri culti e rituali, il percorso conduce al Medioevo. Quest’ultimo ci appare insolitamente rutilante di colori, di saghe e di leggende. I personaggi che ci aiutano a comprendere tutto questo, l’humus che permea questa storia di ricerca della Madre, rievoca il nome di categorie che oggi vanno per la maggiore in trasmissioni televisive in seconda serata e che vendono migliaia di best seller, infrangendo ogni 332 record nelle vendite di libri: Catari, Pellegrini, Santi, Templari, Eretici, Streghe, Alchimisti, Trovatori, Dame dell’amor cortese e altro. La Madonna nera è collante di un fitto intreccio che abbraccia enigmaticamente la civiltà europea e quella islamica. Il viaggio parrebbe terminare ai giorni nostri, in cui una crescente e militante teologia femminista si riallaccia o almeno tenta di riallacciarsi, alla religione primigenia della Grande Madre. In Germania, negli Stati Uniti e in altri paesi europei, gruppi di donne recuperano antichi rituali legati alla figura della Dea Terra, mettendosi insieme per farli rivivere e parlando a tale proposito di ‘religione del futuro’… un culto che, tra l’altro, va di pari passo con il movimento 333 ecologico perché ‘come madre’ (la Madonna Nera) può esigere che i suoi figli riflettano sul modo in cui essi trattano l’uno con l’altro e si servono delle risorse concesse dalla vita. Particolare scomodo quest’ultimo perché riallaccia a molte visioni e messaggi tollerati anche dalla Chiesa cattolica. Dunque un messaggio che vorrebbe dirci che anche Maria, Madre di Dio e nostra Madre Celeste, ci richiami ad un rispetto della vita e delle risorse? Oppure che questi gruppi attingano a fonti cattoliche senza rendersene conto? Oppure che vi è una saggezza anche in questi culti un po’ confusi ed alquanto astrusi che fondano anche sulla magia? Fanatismi religiosi, nuove interpretazioni della storia della Chiesa e nella stessa teologia cattolica. In realtà il ruolo delle donne nei Vangeli, la rievocazione del ruolo della Madre è già nel 334 pontificato di Giovanni Paolo II col suo avvicinarsi, in un giusto rapporto, alla figura femminile, scevro da ogni misoginia [...]. La storia della Chiesa è ricca di singolarità e peculiarità, caratteristiche che ne hanno tracciato i segni dalla notte dei tempi. Su tutti è da leggersi l’insegnamento paolino nella storia della diffusione del Cristianesimo. L’Apostolo delle Gentisi è fatto promotore, artefice e diffusore di quel comandamento cristico “Andate e portate la Buona Novella”. Quando in Europa iniziò la cristianizzazione ed i primi missionari cristiani scoprirono in Gallia un gruppo di Celti immersi nella venerazione di una figura femminile nell’atto di dare alla luce un bambino, svelarono agli indigeni che, senza saperlo, stavano adorando un’immagine della Madonna e che loro erano già cristiani. 335 Su quel sito sacro venne costruita una chiesa cristiana e l’idolo pagano, trasferito al suo interno, si santificò ‘automaticamente’ per devozione religiosa in una raffigurazione cristiana. Per questo motivo, per darne una giustificazione, i teologi coniarono il termine ‘Prefigurazione della Vergine’. Con questa definizione si intende dunque la presenza di figurazioni mariane che, a volte, precedevano la stessa nascita di Maria. Sul nostro continente sono innumerevoli i siti in cui si praticava il culto della Grande Madre [...] anche in Marocco, nel Libano, in Egitto, Siria e Turchia, sono numerosi e assai frequentati dai musulmani i Santuari mariani. La devozione islamica verso la Madonna è presente ovunque e corrisponde all’eccezionalità della figura di Maryam secondo lo stesso Corano. Recentemente, 336 cristiani e musulmani del Libano hanno proposto di proclamare il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, festa nazionale. L’idea è stata ufficialmente accolta dal primo ministro Saad Hariri, sunnita musulmano. La Madonna potrebbe essere legame, ramoscello d’ulivo per un incontro fra Oriente e Occidente [...] James Fraser, antropologo scozzese, premio Nobel per la letteratura, nel suo libro, il ‘Ramo d’Oro’, ce lo raffigura: “La persona del Re è concepita come il centro dinamico dell’universo dal quale si dipartono linee di forza che si irradiano in tutti i punti del Cielo; ogni suo gesto, quindi, volgere il capo, alzare una mano, si ripercuote immediatamente e talvolta, con conseguenze catastrofiche, su qualche parte della natura”. Il sovrano è il perno su cui poggia la bilancia del mondo e la minima irregolarità da parte 337 sua può sconvolgere quel delicatissimo equilibrio [...] Se, infatti, egli muore di malattia, la sua anima abbandonerà necessariamente il corpo in condizioni di estrema debolezza e spossatezza e, così infiacchita, continuerà a trascinare un’esistenza languida e apatica in qualsiasi altro corpo venga trasferita. Invece, uccidendo l’uomo-Dio si era, in primo luogo, sicuri di catturarne l’anima uscente e trasferirla in un degno successore; e, in secondo luogo, eliminandolo prima che perdesse le forze, avrebbero sicuramente evitato che il mondo si deteriorasse come si deteriorava l’uomo. Dopo la castrazione il Re Sacro veniva mangiato euristicamente, come testimoniano parecchie leggende della dinastia pelopide” [...] Robert Graves è un poeta e romanziere britannico, ha approfondito lo studio antropologico di 338 James Frazer e la teoria dell’esistenza di un continuo cultuale in tutti i popoli indoeuropei. Ciò che egli scrive, è una lettura un po’ forte. “Questo Eracle è accompagnato da dodici arcieri, tra cui il suo gemello armato di lancia, che è Tanist (parola irlandese che indica il successore di un re) il suo sostituto, ed ogni anno celebra il suo matrimonio silvestre con la regina dei boschi. Il modo della sua morte può essere ricostruito da tutta una serie di leggende, usanze popolari e altre sopravvivenze religiose. A metà dell’estate, alla fine di mezzo anno di regno, Eracle viene ubriacato di idromele e condotto al centro di un cerchio di dodici pietre disposte intorno ad una quercia, di fronte alla quale c’è un altare di pietra. La quercia è 339 stata sfrondata fino a farle assumere la forma di una T. Eracle viene legato all’albero con funi di salice e con il sistema del quintuplice legame, che unisce polsi, collo e caviglie ed è percosso dai compagni fino a perdere i sensi; poi viene scuoiato, accecato, castrato, trafitto con un paletto di vischio e infine, smembrato sull’altare di pietra. Il suo sangue viene raccolto in un bacile e asperso sull’intera tribù per renderla vigorosa e feconda. I pezzi del corpo vengono arrostiti su fuochi gemelli, di rami di quercia, accesi con il fuoco sacro che è il fuoco, debitamente conservato, di un fulmine che ha colpito una quercia, oppure è ottenuto mediante lo sfregamento di un trapano di legno di ontano o di corniolo in un ceppo di quercia [...] I compagni si nutrono delle carni del re, i cui resti vengono poi bruciati, eccetto i genitali e 340 la testa che, posti in una barca sono trasportati su un’isola; altre volte la testa viene invece conservata per uso oracolare. Il suo Tanist gli succede per la seconda metà dell’anno, assumendo dignità di sovrano, grazie al matrimonio con la regina che rappresenta la Dea ed all’aver mangiato qualche porzione sacra del corpo dell’Eracle. Gli succede a sua volta l’Eracle dell’anno nuovo, reincarnazione dell’ucciso, che lo decapita e ne divora il capo. Questa ripetizione del sacrificio eucaristico conferiva continuità alla regalità, giacché ogni re era per un certo periodo il dio-sole amato dalla dea-luna regnante”. Graves ci spiega anche il perché la mitologia parli tanto dei talloni, in particolare quello di Achille, perché il piede era causa di morte, in realtà era effetto di vita. 341 “Quando alla morte rituale del re si sostituì il culto di un re che invece regnava a lungo senza morire violentemente, la morte venne sostituita dalla castrazione e azzoppamento del re. Più tardi ancora, a questi supplizi, vennero sostituiti la circoncisione e l’uso di scarpe regali chiamate i “coturni” (degli zoccoli molto alti). Ecco svelata la contraddizione. Il Re deve essere integro e morire, poi deve essere vivo, ma menomato e infine egli deve solo recare addosso il simbolo della sua regalità, senza più patire sofferenze o morte”.

giovedì 20 febbraio 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello

 


Le Luminarie … sono come un cielo stellato … (Fotografia di Annamaria Antonelli)


SCUSAMI AMORE di Vito Coviello 

Scusami amore, per il tuo compleanno 

avrei voluto regalarti l'infinito mare. 

Scusami amore, per il tuo compleanno 

avrei voluto regalarti 

un'isola meravigliosa, solo per noi. 

Scusami amore, 

avrei voluto regalarti il cielo azzurro 

ed un arcobaleno con mille colori. 

Scusami amore, 

avrei voluto regalarti il sole 

ma ti regalerò il mio sorriso. 

Scusami amore, 

avrei voluto regalarti la luna 

ma ti regalerò i miei pensieri.

Avrei voluto regalarti il cielo stellato

 ma ti regalerò il mio cuore e la mia anima. 

Scusami amore, 

avrei voluto regalarti mille cose 

e mille cose ancora, 

ma ti regalerò il mio amore per sempre.

lunedì 10 febbraio 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello

 Preghiera per i defunti di Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo Arcivescovo di Matera e Irsina 




Facciamo memoria della vita, Signore! 

Ormai fredda, nella nuda terra

 o in marmorei sepolcri 

adorni di sacri fiori 

di lumi della fioca luce 

che squarciano il buio della morte. 

Il pianto diventa fango, mio Dio!  

Grido soffocato in gola

 che chiude le umide pupille

 mentre il pensiero vola

 al tempo passato 

come desiderio di nuovo incontro. 

Or le lacrime son perle preziose, Signore! 

Offerte a te, Re eterno, 

che dilati i cieli profondi del Paradiso 

perchè ogni beato cerchi il tuo volto, 

per abitare nella tua casa. 

Vita e morte si sono sfidate, Gesù! 

Vinta è la morte! Vittoria della Vita, 

palma nella mano trasfigurata 

di un corpo pieno di luce 

avvolto di bianche vesti 

lavate nel sangue innocente versato. 

In te, Signore, viviamo la loro presenza! 

Oltre il ricordo dei loro volti, 

animati dalla speranza dell'eternità, 

tendiamo lo sguardo verso i monti più alti: 

desiderio di gioia paradisiaca 

incontro di vita, per sempre. 

Don Pino

sabato 1 febbraio 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello


(Fotografia in bianco e nero di Annamaria Antonelli) U Train…- Il traino, il carretto dei contadini serviva per raggiungere le campagne e per trasportare il raccolto. Era guidato da cavalli e spesso seguito da un cagnolino. Era munito di lanterna per illuminare le strade buie al mattino prima dell’alba e la sera dopo il tramonto. Sì perché per i contadini le lunghe giornate di lavoro cominciavano alle 4 del mattino e terminavano la sera. Tornati a casa, le donne preparavano il pasto della giornata e gli uomini sistemavano gli animali nelle stalle (in uno spazio dedicato della casa… non tutti avevano le stalle all’esterno), davano loro da mangiare e andavano a riempire l’acqua dalle fontane per abbeverare gli animali.

Nel mio cuore di Vito Coviello 

Nel mio cuore vecchio e stanco, tanti ricordi. 

Nel mio cuore ricordi belli e brutti, 

tanti momenti, tante persone, 

tutta una vita 

di speranze e di sogni. 

Nel mio cuore gli affetti, 

l’amore indissolubile, 

momenti di felicità 

che mi accompagnano sempre 

con il loro ricordo. 

Nel mio cuore il dolore per quelli 

che sono volati in cielo in un posto migliore 

in compagnia degli Angeli di Dio, 

nostro Signore. 

Il ricordo di tante persone, 

adulti e bambini, amici vicini e lontani 

che non sono più qui con me 

come quei due bambini 

che a soli sei anni 

a distanza di un anno l’uno dall’altro 

ora sono tra le braccia 

di Maria Madre di Dio. 

Nel mio cuore 

Giacomino e Sammy sono sempre vivi 

e mi chiedono di raccontargli ancora 

nuove storie e favole da regalare 

a tutti i bambini del mondo, 

che ci penseranno loro 

a raccontargliele in sogno e 

a portargliele in tutti quei posti

 dove i bimbi sono ricoverati

 o per malattie o per fuga dalle guerre. 

Nel mio cuore c’è sempre 

una preghiera per tutti loro. 

R.I.P.

lunedì 20 gennaio 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello

I Riti della Settimana Santa. Nelle due immagini: Il sepolcro e la processione della Madonna Addolorata. (Fotografie di Annamaria Antonelli)

Mater Dolente Alla Madre mia Addolorata di Vito Coviello 

Madre mia dulcerrima, 

tu figlia di Sion, 

bellissima rosa 

appena sbocciata alla vita, 

mi desti alla luce 

con grande travaglio e dolore 

per farmi portare la Luce nel mondo. 

Madre mia, 

migrante mi portasti via

 da Betlemme in Egitto

 per tenermi salva la vita. 

Madre mia premurosa, addolorata 

per giorni mi cercasti 

quando adolescente ero al Tempio

 a fare la volontà del padre mio. 

Mater mia piangente 

mi accompagnasti, 

nel mio ultimo viaggio, sul Golgota. 

Mater dolente soffrendo

 mi hai sostenuto 

fino al mio ultimo sospiro

 lí sulla Croce

. Madre mia addolorata,

 santissima e veneratissima, 

ora io sostengo te, anziana e stanca,

 tra le mie braccia 

e con me ti porterò nei cieli 

tra gli Angeli di Dio mio Padre...

venerdì 10 gennaio 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello



Trittico Fellini di Paola Tassinari “Trittico Fellini”, sono i miei ultimissimi lavori, realizzati il 28/29/30 agosto 2020 al 19° Festival delle Arti di Cervia, il cui tema era il centenario della nascita di Federico Fellini. A destra e a sinistra sono due opere di Arte Digitale, a sinistra è raffigurato Fellini, a destra Mastroianni. Per prima cosa ho realizzato i ritratti a penna e matita su carta, che ho caricato e poi colorato al computer, successivamente stampati su Polionda, misurano 80x60 cm, ma è possibile realizzarli anche in altre misure. I colori sono scelte estetiche: per Fellini sfondo giallo/grano con linee/onda rosse e volto con le sfumature del grigio; per Mastroianni sfondo rosso acceso/sangue su cui risalta il volto coi tratti e gli occhiali molto scuri. Il messaggio è focalizzato dal fatto che entrambi abbiano gli occhiali, Fellini alzati sulla fronte, Mastroianni sulla punta del naso. Gli occhiali rappresentano il sogno o l’incubo! Immaginando Federico, che per realizzare i suoi film onirici e assurdi e allo stesso tempo reali, indossasse gli occhiali dei sogni, come se non gli bastasse la sua vita reale, ma gli mancasse qualcosa. Quel qualcosa che metteva a fuoco con questi occhiali immaginari e metaforici della “doppia vista”: senza occhiali la realtà, con gli occhiali il sogno! Qui, siccome entrambi non guardano attraverso gli occhiali, intendo esprimere il concetto del pericolo della troppa fantasia. La fantasia in sé è sinonimo di creatività, ma poi si devono fare i conti con la realtà, i piatti della bilancia devono essere equilibrati altrimenti si rischia di non uscire più dalla mente e di sviluppare un disturbo ossessivo. Federico ha gli occhiali sulla fronte perché è l’ideatore, mentre Marcello Mastroianni li ha sul naso perché è l’attore, l’alter ego o specchio di Fellini. In questo trittico il punto focale è il dipinto centrale, intitolato “Mastorna”, misura 50x40 cm, è tecnica mista (penna, matita, colori a spirito e a cera) su cartoncino. Come avevo anticipato, le tele ad acrilico con i ritratti dai grandi occhi hanno chiuso il loro ciclo, se questo cartoncino sia l’inizio di un nuovo gruppo di opere o un unicum non lo so. Le tele senza cornice mi hanno stancato, quelle con le cornici non le uso più già da tempo. Ecco qua la novità, ho recuperato il vecchio cartoncino telato, su cui ho applicato tutto attorno, inserendoli nello spessore del cartone dei chiodi a “U”, quasi a creare una cornice metallica ad occhielli. Su un fondo lavorato a più strati di colore verde/rosso/giallo, con linee, simboli e foglie, l’intento era quello di creare un bosco magico, si staglia la figura a mezzo corpo di Mastorna, in giacca e cravatta nero/fumo, camicia bianca e occhi scuri come la notte che dicono spauriti … dove mi trovo? Mastorna sta suonando un violoncello, che è di colore bruno/marrone/terra, mentre l’archetto è verde. Per Mastorna il violoncello è il mezzo/tramite per entrare nel bosco magico, secondo ciò che diceva Gustavo Rol, un sensitivo italiano che era in grado di effettuare autentici fenomeni paranormali e cioè che, il colore verde, la quinta musicale e il calore sono la porta d’accesso al mondo dello spirito… Federico Fellini era un suo grande amico ed estimatore. Mastorna guarda attraverso gli occhiali, li ha al posto giusto, perché è immerso totalmente nel sogno/altro mondo. Ma chi era Mastorna? Fellini ebbe molte proposte dagli americani per un “filmone” sulla Divina Commedia. Non le accettò mai! Però, creò il personaggio di Giuseppe Mastorna, detto Fernet, un clown che suona il violoncello, il cui viaggio ultraterreno è di chiara ispirazione dantesca. Il Maestro, dopo aver raccontato la provincia romagnola, Roma e il mondo del cinema, decide di… partire per l’Aldilà, ma il film non si realizzò mai. Definito da Vincenzo Mollica come “Il film non realizzato più famoso della storia del cinema”, non si sarebbe concretizzato, perché il Maestro era molto scaramantico, consultò l’I Ching, (un testo cinese molto antico, a cui si pongono domande per un orientamento) ed ebbe un risultato negativo. La scaramanzia di Fellini è probabile fosse rivolta all’ipotesi che nulla accade per caso, perciò fosse bene muoversi col vento e a non andare incontro a situazioni, che nate sotto una cattiva stella, potevano finire male! Anche perché ci furono tutta una serie di fatti inquietanti, ma reali, che accaddero… Come le diatribe con De Laurentis, il produttore, il malore improvviso di Fellini, i suoi sogni inquietanti e poi il foglietto che si trovò in tasca con scritto “Non fare questo film” con la firma di Gustavo Rol. Fellini crolla! Rol è Rol! Un giorno, lo ha visto trasformarsi davanti ai suoi occhi da nano in un gigante; un’altra volta, mentre erano assieme al parco, un calabrone stava per pungere un neonato: Rol, schiocca le dita a tre metri di distanza e tac il calabrone stecchito! Rol è Rol e Fellini, a malincuore, decide di non realizzare il film. Nel Mastorna, il Maestro partiva dal presupposto che l’Aldilà fosse un “casino” come l’Aldiquà, provando a immaginare cosa sarebbe accaduto a un individuo che, dopo un disastro aereo, si trovasse nell’altro mondo. Privo di punti di riferimento, senza un’identità, sempre più disperato, Giuseppe Mastorna, che crede di essere ancora vivo e non sa del disastro aereo, ma pensa a un atterraggio tecnico in uno scalo di una qualche città, ha un solo chiodo fisso in testa, quello di partire e di proseguire il suo viaggio. Riesce finalmente a raggiungere una stazione dove incontra un ragazzo che lo saluta. Mastorna agghiacciato, tremante e sudando freddo lo riconosce: si tratta di un suo vecchio amico, morto tanti anni prima. Le pagine del Mastorna, intessute tra la Commedia di Dante, Il Fu Mattia Pascal (Pirandello), Il processo (Kafka) e l’Ulisse (Joice), ci lasciano dentro un profondo senso di tristezza verso la morte. Ma forse, Mastorna si trovava all’Inferno perché un altro scrittore, Luciano De Crescenzo, immaginava il Purgatorio come luogo momentaneo, dove le anime erano desiderose di andare da San Pietro. Per questo abbisognavano di preghiere, più ne avevano e più velocemente sarebbero salite e pensava il Paradiso, come un luogo dove ognuno aveva subitamente quello che desiderava… vedere un amico, il padre, mangiare un bignè o fare una passeggiata a Venezia o altro… quindi, l’opposto di quello che accadeva a Mastorna che non riusciva ad andare dove voleva. Per Mastorna, Fellini si è valso anche della collaborazione di Dino Buzzati, il loro incontro avvenne a Milano nel ‘65, in un ristorante famoso per il pesce, ma la serata terminò con un’intossicazione alimentare per Fellini, non per Buzzati; altro “segno” per il Maestro, che il “caso” non era in armonia col “tutto”. Il Mastorna, proviene oltre che dai sogni di Fellini, da un racconto breve di Buzzati, “Lo strano caso di Domenico Molo” che narra di un fanciullo, che compie un sacrilegio mancando a un giuramento… Per il senso di colpa, si ammala e sogna di andare nell’Aldilà, per esservi giudicato. Buzzati, intrappolato nel personaggio di Giovanni Drogo, il protagonista del “Deserto dei Tartari”, ma con altre ambizioni artistiche. Anche se in molti non lo sanno, Dino Buzzati fu un disegnatore eccezionale, capisce che questo Mastorna non si realizzerà mai e decide di scrivere e disegnare il “Poema a Fumetti”, che suscitò lo sconcerto per il mutamento della scrittura, dell’immagine e per la presenza massiccia del nudo. Una decisione che dispiacerà molto al regista! Il Poema a Fumetti, si ispira al mito di Orfeo e Euridice, dove Orfeo, col canto e la musica, vince la morte. È la vita anche la morte… E’ ciò a cui si ispira pure Fellini, tramite un altro suo importante collaboratore, Pier Paolo Pasolini. Una leggenda racconta che un mago avesse consigliato al regista di non girare il Mastorna perché sarebbe morto subito dopo l’uscita del film. Nel 1992 dalla collaborazione con Milo Manara esce il fumetto di Mastorna, nel 1993 il Maestro muore.

mercoledì 1 gennaio 2025

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello

 


Trono Ludovisi di Paola Tassinari Arte Digitale, stampa su Polionda, dimensioni 70x100, titolo: “Afrodite del Trono Ludovisi sulla riva del mare nel mese di Luglio 2020” o “Alala III”. Sono i miei nuovi lavori che sto realizzando attualmente al computer. Mentre per i lavori creati completamente a mano, sono con lo stomaco in subbuglio, il parto non è ancora arrivato: i volti in primo piano con gli occhi grandi hanno esaurito la loro carica emozionale, il periodo è stato chiuso, con cosa si aprirà? Non lo so. Durante il lockdown ho realizzato due lavori, uno per Atelier Montez di Roma e un altro per Precis Arte di Taranto ed è stato in quel momento che ho realizzato che gli occhi grandi e grossi non mi interessavano più. Per atelier Montez, per il progetto Be**pArt ho realizzato una serie di piccoli cartoncini circa 10x10 cm, con raffigurato i volti delle donne nei dipinti degli artisti più noti e che più mi hanno colpito, focalizzando un particolare o cambiandone i colori. Per Precis Arte, per il progetto “Autocertificazioni d’Artista” ho realizzato un volto di donna in stile espressionistico, con gli occhi tristi che guardano un uccellino che la donna tiene in mano, con ovvio riferimento alla libertà e al volare, sull’autocertificazione che serviva per motivare l’uscita durante la carcerazione per Covid-19. In questo caso, la stampa presenta una base azzurra, foto reale di una spiaggia col mare calmo, che ho lavorato inserendo onde e linee rosse, una scelta estetica per vivacizzare il fondo. Su questo mare si staglia a mezza figura, l’Afrodite del Trono Ludovisi modificata al computer e velata con un pareo di chiffon incolore caldo grigio, come la sensazione della sabbia calda che scorre tra le dita. Il volto è di profilo, sembra quasi stagliato su una moneta, ha i capelli lunghi e biondi con un nastro rosso tra i capelli. In alto a destra la scritta in stampatello “Alala!” Il significato è il medesimo di “Alala I”, un possibile nuovo futuro recuperando l’ideale di bellezza/dovere/dignità, adattato ai giorni nostri, quindi con un po’ di libertà in più rispetto al dovere in senso stretto (rappresentato dal mare). Mentre “Alala!” è il grido di vittoria dei greci perché per qualsiasi nuovo futuro, prima di tutto, occorre crederci e avere fiducia. In epoca moderna, il termine fu ripreso da Gabriele D’Annunzio per coniare il celebre incitativo “Eia! Eia! Eia! Alalà!” quale grido di esultanza degli aviatori italiani che parteciparono all’incursione di Cattaro nel 1917, durante la prima guerra mondiale. Il Vate aggiunse “Eia!” che era il grido con cui, secondo una tradizione, Alessandro Magno era solito incitare il suo cavallo Bucefalo. Il motto fu poi usato anche dai Granatieri di Sardegna ribelli che seguirono D’Annunzio nell’Impresa di Fiume del 1919, infine, fu adottato dal Fascismo quale grido collettivo d’esultanza o incitamento. Declinò rapidamente dopo la caduta del fascismo. Per ovvi motivi, il mio rispolverarlo ha il significato di non gettare con l’acqua anche il bambino, ogni epoca anche se molto tragica, qualcosa di buono ce l’ha… si tratta di dividere il grano dal loglio. Per la scultura femminile da inserire nell’opera sono stata assai titubante! Per un ritorno all’ordine e all’antico avrei dovuto inserire “La Venere de’ Medici”, una statua greca ellenistica originale in marmo, databile alla fine del I secolo a.C. e conservata nella Tribuna della Galleria degli Uffizi. Oppure, la Venere Italica dello scultore neoclassico Antonio Canova, realizzata nel 1819, che si trova alla Galleria Palatina di Firenze. Ma, ho preferito questa Venere perché per il mio sentire è il giusto equilibrio tra il dionisiaco e l’apollineo. Il Trono Ludovisi è un trittico marmoreo databile al 460-450 a.C. (sebbene esistano al riguardo anche altre ipotesi, Federico Zeri sosteneva che era un falso ottocentesco) e conservato nel Museo nazionale romano di Palazzo Altemps a Roma. L’opera fu rinvenuta a Roma nel 1887 durante i lavori di lottizzazione della Villa Ludovisi, nell’area corrispondente agli antichi Horti Sallustiani, nei pressi del tempio della Venere Erycina, dove anni prima erano stati ritrovati anche il Galata morente e il Galata suicida, tutte opere di straordinaria importanza e bellezza. Il Trono Ludovisi è un trittico marmoreo che raffigura, ai lati, una flautista nuda e una figura di donna ammantata e al centro vi è Venere coperta da un chitone delicatamente panneggiato, dai seni tremolanti. Si appoggia a due figure femminili che la stanno aiutando a fuoriuscire dall’acqua, è intrisa di acqua, di luce e di erotismo. Sono affezionata moltissimo a questa Venere, trovandosi a Ravenna, al Museo d’Arte della città di Ravenna, una copia in gesso, che si incontra salendo le scale del primo piano.

venerdì 20 dicembre 2024

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello

 


Apollo del Belvedere di Paola Tassinari Arte Digitale, stampa su Polionda, dimensioni 70x100, titolo: “Apollo del Belvedere sulla riva del mare nel mese di luglio 2020” o “Alala I”. L’ho già scritto, Il Polionda è un pannello rigido insensibile agli agenti atmosferici e chimici, durevole, igienico, idrorepellente, stampabile in entrambi i lati, sia per interno che esterno. Ho scelto questo materiale perché è versatile e “povero” cioè poco costoso: il concetto dell’Arte Povera, mi ha tatuato l’anima, mi piace anche certo lusso raffinato, ma non riesco a viverlo perché penso a chi non ha niente, quindi continuo in questo mio cercare di rendere bello il povero e lo scarto. Girano su Internet certe frasi di Flavio Briatore, una è stata dichiarata una bufala, ma rimane il fatto che da qualcuno è stata pensata: “I poveri li riconosci per le mogli cesse“, altra frase, questa confermata, “A Montecarlo i poveri non ci sono. Non li fanno neanche entrare”. Il mio cercare di rendere bello e armonico il povero ha a che fare con queste due frasi e questa mia risposta/domanda… chi ha pontificato che tutto ciò che è bello e lussuoso e costosissimo sia bello e armonico? A volte l’essere trendy in un ambiente ricco oltre che brutto e disarmonico non è neanche funzionale. Vedi le labbra rifatte a canotto o la moda che impera a Milano Marittima, questa estate 2020, la spiaggia ravennate dei vip e dei vipponi: pantaloncini corti con gli stivaletti ai piedi, copiato anche dalle signore anta, perché a Milano Marittima sei out, fuori da Montecarlo, se non indossi stivali e stivaletti in estate coi 40°… dove sta il puzzo ora? A Milano Marittima o dal contadino e dall’operaio che lavorando sono costretti ad usare gli scarponi per protezione? Ma ora ho già filosofeggiato troppo e non è una tiritera contro i ricchi, ma solo contro l’eccesso e l’esagerazione “in parole opere e omissioni”. La stampa presenta una base azzurra, è la foto reale di una spiaggia col mare un po’ mosso, che ho lavorato inserendo punti, lineette e onde rosse, una scelta estetica per vivacizzare il fondo. Su questo mare si staglia a figura intera, tagliata un poco sul basso, sempre per fattori estetici di composizione, la statua dell’Apollo del Belvedere, modificata al computer e con i calzoncini da mare rosso/allegria. In alto a destra la scritta in stampatello Alala! Ciò per rendere il mio lavoro come fosse un poster, ma ha anche un significato nascosto. Perché ho inserito l’Apollo del Belvedere? Johann Winckelmann (1717-1768) decretò le due qualità fondamentali del bello ideale, “nobile semplicità” e “calma grandezza”. Bello ideale realizzato dall’arte greca, e che nella seconda metà del Settecento, viene riscoperto dal Neoclassicismo. Ora, tra tutte le opere dell’antichità scampate alla distruzione del tempo, Winckelmann ne individua una che più delle altre “rappresenta il più alto ideale artistico”: il celebre Apollo del Belvedere, copia romana di un originale greco, in bronzo risalente al IV secolo a.C., conservato nei Musei Vaticani… Oggi è ancora là ma è un po’ snobbato. (Ricordate ciò che ho già scritto? Al Rinascimento cioè il ritorno all’antico e all’ordine, subentrò il Barocco scenografico e teatrale a cui subentrò il Neoclassicismo col neo-ritorno all’antico. Allora arrivò il Romanticismo dedito al sublime e al contorto che giunse, con altri temi affini, agli Anni ’20 del Novecento, quando ci fu un altro ritorno all’ordine, quello del Fascismo e del Nazismo e oggi abbiamo il Beat, il Rock, la New Age, la Pop Art e molto altro, che chiamerei cacofonia ovvero disarmonia. Certo è da comprendere visto ciò che aveva combinato l’ultima epoca del ritorno all’ordine, ma prima o poi ci si ritornerà, tutto gira, almeno io la penso così). Il significato della stampa è su un possibile nuovo futuro (per me l’arte visiva va a braccetto col messaggio intrinseco) e cioè recuperare l’ideale di bellezza/dovere/dignità (rappresentato dalla statuaria che prediligo... Nietzsche sosteneva che l’arte apollinea, ovvero l’ordine/equilibrio per eccellenza fosse la scultura) adattandola ai giorni nostri quindi con un po’ di libertà in più rispetto al dovere in senso stretto (rappresentato dal mare), mentre “Alala!” è il grido di vittoria dei greci perché, per qualsiasi nuovo futuro prima di tutto, occorre crederci e avere fiducia.

martedì 10 dicembre 2024

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello



Dante art digital di Paola Tassinari Il titolo di questa opera è “RA21” come è stampato a chiare lettere in alto a destra e significa “Ravenna 2021”. Ricorda i 700 anni della morte di Dante avvenuta a Ravenna nel 1321, è creata a computer, è Arte Digitale, è stampata su Polionda e su carta con dimensioni 70x100 cm., ma è possibile stamparla in altre dimensioni e in altri materiali. Questa opera ve la mostro per farvi vedere un esempio di come lavoro le immagini Art Digital. E’ chiaro che sono partita dal dipinto ad acrilico “Il mio Dante” (opera che non è più in mio possesso essendo stata aggiudicata ad un’asta benefica per aiutare gli ammalati di Covid-19, asta tenutasi virtualmente durante il lockdown) in cui per prima cosa ho cambiato i colori, cambiando così anche il significato simbolico. Ho poi sovrapposto il dipinto, sfumandolo ad hoc, a un’immagine della pineta di Classe, così Dante appare con alle spalle il bosco dove spesso andava e i suoi occhi sono pini, aghi, aria e tristi per il mondo che va sempre un po’ così. In quest’opera predomina il rosso acceso e squillante della toga e del copricapo di Dante, l’attenzione è posta, sul Dante speziale. Dante è convenzionalmente ritratto con la veste e il cappello “a sacchetto” rosso perché faceva parte della corporazione degli Speziali. Nel Medioevo, non essendoci tessere professionali e d’identità, l’abito era il segno della propria appartenenza, Dante se voleva essere riconosciuto come inscritto e quindi avere tutte le facilitazioni e i privilegi che la corporazione garantiva agli appartenenti, doveva mostrarsi tale e certo se ne sentiva parte. Con la sua gran voglia di sapere e conoscere sicuramente si intendeva di medicamenti, erbe, veleni e affari magici cioè fatture, niente di dispregiativo ai tempi, anzi l’attività era una delle più redditizie. A supporto di ciò il triste affare, in cui tentarono d’implicarlo in un processo per magia nera, che indagava sul tentato assassinio di papa Giovanni XXII. L’implicazione di Dante nel contesto di una fattura di magia nera è certamente un dispetto perpetrato per liberarsi di un personaggio scomodo come Dante che te le cantava in faccia senza paura né ritegno, appunto perché libero e non di alcuna parte, ciò avvalora la tesi che egli fosse realmente anche uno speziale. Perché pongo l’attenzione sul Dante speziale quindi conoscitore di veleni? Perché Dante che per tutta la vita ha sputato veleno, il veleno della società di allora, descritto dalla sua penna, forse alla fine glielo hanno fatto ingurgitare tutto per intero nel 1321, poco prima della sua partenza da Venezia o durante il viaggio di ritorno a Ravenna, quando fu colpito dalla malaria… questa malaria che colpiva molto spesso i personaggi della storia quando davano fastidio a qualcuno. La pineta di Classe, la sua quiete, il silenzio hanno accolto le lunghe passeggiate di Dante, forse lo hanno reso sereno, forse un po' meno arrabbiato. Gli alti pini che oscurano il sole, il fruscio lento delle acque, il canto e il volo improvviso e sempre diverso dei tanti volatili, i lunghi sentieri che paiono infiniti, l’atmosfera lattiginosa e lenta di una nuvola galleggiante fra il verde anziché fra l’azzurro del cielo, questa è la pineta di oggi. La stessa dove passeggiava il Poeta che l’ha citata nella Divina Commedia, nel Canto XXVIII del Purgatorio: “Tal qual di ramo in ramo si raccoglie per la pineta in su ’l lito di Chiassi, quand’Ëolo scilocco fuor discioglie” (proprio come avviene di ramo in ramo nella pineta sul lido di Classe, quando Eolo scioglie il vento di scirocco). Questa pineta è citata e descritta anche nel Decamerone di Giovanni Boccaccio, nella novella ottava della V giornata, che ha come protagonista Nastagio degli Onesti, l’episodio è raffigurato in quattro celebri tavole da Botticelli… una pineta da ricordare. Questa è l’opera che sarà esposta al progetto “Arte nell’Arte” a Taranto. Sarà esposta nelle vie del centro della città: cinque copie formato 70x100 cm.

CON GLI OCCHI, CON LE MANI, CON IL CUORE (la fotografa, la pittrice, il poeta) di Annamaria Antonelli Paola Tassinari Vito Coviello



Dante di Paola Tassinari Questo dipinto è un acrilico su tela, misura 50×60 cm, è stato realizzato alla fine del 2019 ed è l’ultima mia realizzazione della serie di ritratti in primo piano e con gli occhi molto grandi, il titolo è “Il mio Dante”. Il dipinto ha lo sfondo e i colori predominanti di colore violetto, ispirato dal XXXII Canto del Purgatorio… “Men che di rose e più che di viole/colore aprendo, s’innovò la pianta, /che prima avea le ramora sì sole. Il violetto è ottenuto dalla mescolanza del rosso con il blu: il rosso della terra/carne e il blu del cielo/spirito che puta caso ha come colore complementare il giallo del divino. Il giallo e il viola sono opposti che si attraggono. “La congiunzione degli opposti, intesa non come  sintesi finale, ma come complessità iniziale che spinge alla trasformazione, spesso sofferta. A livello psichico, difatti, il viola esprime tematiche di confronto e conciliazione degli opposti psichici, divenendo colore della trasformazione, della ricerca costante di un nuovo stato e di nuovi equilibri”. Come sintesi tra la vivacità del rosso e la tranquillità del blu, il viola diviene senso della misura, di temperanza e di sopportazione. Il violetto è il colore delle viole, fiore che significa sacrificio ma anche veggenza, si narra che i Cavalieri della tavola rotonda consultassero le viole per conoscere il loro destino. La viola rappresenta il pensiero per l’amato, la fedeltà e l’eleganza, la modestia e il pudore, l’onestà e lo sdegno. Nella mitologia greca, Efesto si incorona di viole per sedurre Afrodite, nel Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare la freccia di Cupido cade proprio su una viola che “le fanciulle lo chiaman fior d’amore”. In Francia a Tolosa, una proposta di matrimonio che si rispetti, deve essere accompagnata da un mazzo di violette e sono famose per essere state il simbolo della casata dei Bonaparte. Prima di essere esiliato all’Elba, Napoleone promise di ritornare “quando le violette fossero state nuovamente in fiore” e dopo la sua morte, nel suo medaglione furono trovate delle violette raccolte dalla tomba di Giuseppina, la sola donna che forse avesse davvero amato, anche se la famosa “violetta di Parma” porta il nome della seconda moglie di Napoleone: Maria Luisa d’Asburgo. Per il cristianesimo, rappresentando metaforicamente la lotta dello spirito (blu) contro la carne (rosso), il viola è il colore del periodo quaresimale, della Passione di Cristo, è l’anticamera della Resurrezione. Ci sarebbe altro da scrivere, ma mi fermo qui… la viola è un fiore, uno strumento musicale, un colore sfuggente. Dunque dallo sfondo di colore viola, Dante è visto di tre quarti, ha gli occhi grandi e profondi, i tratti soffusi d’azzurro, perché egli è già uscito dalla selva oscura, è più spirito che materia. È serio e compito, ha le labbra strette e chiuse, ha già detto e scritto tutto; in mano ha la penna per scrivere che è anche Maat (concetto egizio di equilibrio): Dante ha sempre lottato per la giustizia e la pace fra i governi. Ho cercato di catturare lo sguardo di Dante, così come me lo immagino tramite le letture che ho fatto delle sue opere, in primis la “Divina Commedia”. Il dipinto è legato anche il mio ultimo romanzo “Io sono la  divina”, un omaggio al Poeta per i 700 anni dalla sua morte, avvenuta a Ravenna, nel 1321, eventoche accadrà quindi nel 2021. “Io sono la divina”, il titolo del mio libro, allude alla Divina Commedia, è un avvincente romanzo, un viaggio in luoghi reali, dalla assolta e misteriosa Francia meridionale, passando per la magia nera e bianca di Torino, giungendo in Romagna fino a Ravenna luogo in cui Dante è spirato e sepolto… perché proprio a Ravenna? Un viaggio mentale in quanto la protagonista cercherà di svelare chi sia il Veltro e soprattutto la profezia collegata, che un’antica leggenda narra che si avvererà dopo 700 anni dalla morte di Dante, cioè ora, nei tempi attuali. Rosaspina, la protagonista, si chiama come la fanciulla della favola della “Bella addormentata”, in quanto al suo risveglio è collegata la fine del kaliyuga o età del ferro e il fiorire di un nuovo modo di pensare che porterà ad una nuova età dell’oro. In viaggio con una coppia di amici in un borgo nei Pirenei, Rosaspina è in cerca di ispirazione, che per lei significa farsi trasportare dal vento e andare dove la porta il caso… ma è veramente un caso? Seguendo le tracce profetiche dantesche riviste tramite le profezie di Nostradamus, Rosaspina giunge alla scoperta di una strana iscrizione che la porterà ad approfondimenti storici, cronaca recente, aneddoti, misteri, sincronie che si intrecciano e si uniscono per poi incastrarsi perfettamente tra loro, svelando ciò che sta dietro alla realtà. (Un piccolo estratto… Be’, Rosaspina era più incasinata di prima, ma si rendeva conto che questa faida/dinastica si era poi allargata a dismisura, col passare degli anni le divisioni erano aumentate, si erano inseriti il mondo anarchico, la borghesia, la destra, la sinistra, ecc., all’aumento delle divisioni non possono che corrispondere le moltiplicazioni. La popolazione si moltiplica, così aumentano le divisioni, che collimano con la moltiplicazione delle controversie e le moltiplicazioni delle leggi che sottraggono all’uomo la libertà, quindi si può dire anche: aumentando le genti, diminuisce la libertà. L’attuale umanità è un sesto del totale degli uomini nati negli ultimi 10.000 anni, noi tutti, siamo la sesta parte di tutti quelli vissuti prima di noi!) La scritta che si trova in diagonale sul colletto della toga è il nome Dante in caratteri Wingdings, un font di scrittura che unisce simboli, frecce, forme geometriche e altro, usato dai giovani per le scritte sui muri e purtroppo spesso per imbrattarli… comunque è un nuovo linguaggio e bisogna chiedersi il perché abbia preso piede solo nei muri e nei videogiochi.

domenica 8 dicembre 2024

ESSERI ALIENI DI DUE UFO ENTRANO NELLA "TERRA CAVA" Di Gaetano Barbella

                         ESSERI ALIENI DI DUE UFO ENTRANO NELLA                                                        "TERRA CAVA"

Di Gaetano Barbella

Illustrazione 1: Immagine della "Terra Cava"  di un reperto conservato nel Museo Archeologico di Sarsina (Forlì-Cesena)

 L'impronta dell'atterraggio

<< Nel corso della notte del 10 maggio 1967, gli abitanti di Marliens videro passare sopra di loro quello che all'epoca veniva chiamato un «disco volante»; il velivolo era in fase di atterraggio. All'alba, le sue tracce erano visibili in un campo vicino, ed erano tipiche, come poterono costatare i gendarmi della brigata del cantone, Genlis.

Metro alla mano, i tutori dell'ordine redassero un verbale (n. 309) e fecero vari schizzi, molto ben fatti secondo l'opinione generale, anche se va comunque considerato che non si trattava dell'opera di specialisti (illustr. 2). L'impronta (di una dozzina di metri di circonferenza) fu cosparsa di polvere bianca e fotografata da un elicottero. Aveva l'aspetto di una stella a 6 punte, all'interno della quale si distinguevano sei fori che eventualmente avrebbero consentito di tracciare una seconda stella, interna più piccola.

Illustrazione 2: L'impronta del disco volante di Marliens, Digione (FR). Rilievo delle tracce rilasciate dall'UFO. Tratto dal libro “Giza la porta dell'Egitto” di Guy Gruais e Guy Mouny. Edizione Armenia.


Secondo una diversa procedura, collegando le punte della stella grande, si può tracciare un poligono a sei lati; lo stesso accade unendo tra loro i punti corrispondenti ai sei fori. L'esagono grande è convesso, il più piccolo concavo; nessuna di queste figure presenta un angolo retto.  Negli ambienti specializzati, ufficiali o privati, fu dato grande rilievo alla cosa.

Un autore, Maurice Chatelain, in Le Messagers du Cosmos (Robert Laffort, 1980), dopo uno studio dettagliato si era orientato verso i dati egizi, pi greco, ecc. tuttavia, nell'insieme non furono tratti insegnamenti alla portata dell'avvenimento di base, restando nell'ambito matematico. >[1]

L'illustr. 2 mostra il rilievo eseguito dalla brigata di gendarmeria di Genlis, poco distante da Marliens, ed è quanto basta per ora per avermi permesso di intuire un possibile schema per risalire ad una risoluzione astro-geometrica di un diagramma dell'assetto planetario solare sul piano dell'ecclittica di un giorno tutto da concepire. Ed è da questo risultato che risulta una data che potrebbe far capire che si tratta di un ritorno dell'astronave aliena.

 

 Le tracce periferiche dell'impronta di Marliens descrivono un ellisse

L'ellisse sembrerebbe essere la traiettoria di un sistema rotante di quattro pianeti contrapposti più un quinto, disponendolo in piano. Al centro un Sole. Ma è più un messaggio crittografico in codice ed è prematuro, per ora, capire a cosa mira. Il sistema interno con traiettorie in rosso, con più sicurezza potrei interpretarlo come il nostro sistema planetario solare geocentrico (la terra è al centro).

 


 Illustrazione 3: L'ellisse sembrerebbe essere la traiettoria di un sistema rotante di quattro sistemi contrapposti più un quinto, disponendolo in piano. Al centro un Sole. Il sistema interno con traiettorie in rosso, come si vedrà, genera un altro ellisse che può essere un altro sistema rotante

                              

                    L'ellisse del supposto secondo sistema rotante

Con illustr. 2 e successivamente con l'illustr. 3, è rappresentata la proiezione in piano delle tracce interne all'ellisse (segnate in rosso). Ho supposto che siano alcuni pianeti e il sole del nostro sistema planetario solare geocentrico. Come già esposto, in questa configurazione, i pianeti e il sole ruotano sul suddetto secondo ellisse. Si nota una quinta diramazione, la OE', estranea al probabile sistema solare e quasi certamente potrebbe trattarsi dell'Ascensione Retta del pianeta dell'astronave atterrata a Marlien

 

                        

Illustrazione 4: Il secondo ellisse dell'illustr. 2 riportato in piano.


                      I pozzetti delle impronte dell'astronave aliena

La configurazione del fondo dei pozzetti delle impronte di Marliens, (illustr. 5) con le due cave orbitali che si immergono nel terreno, è piuttosto curiosa. Di qui mi è sorta la convinzione che lo sbarco degli alieni è avvenuto attraverso questi pozzetti e non al solito modo tramite una scaletta per scendere sulla piana terrestre. Dunque lo sbarco deve essere avvenuto per accedere nella profondità terrestre, ma non c'è traccia del vano di passaggio se non per un breve tratto.

Illustrazione 5: Particolare pozzetti dell'impronta di Marliens.

Come se gli alieni avessero una capacità di trasformare la loro costituzione corporea, da materia fisica in materia eterica per accedere in un mondo sotterraneo. Ed ecco che si è fatto strada in me la teoria della "Terra Cava", cioè del mondo sotterraneo di Agarthi, o di Shamballa[2]. È un argomento incomprensibile ma si capirà meglio fra poco. Ma si è fatto strada l'idea di come gli angeli, spiritualmente immaginati immateriali nel passato e nel presente, possano invece essere degli esseri capaci di esistere come sono considerati parte di alieni degli UFO. Perciò vengono da mondi lontani dello spazio.

Un altro atterraggio di UFO come quello di Marliens in zona Colli di Buseto Palizzolo di Trapani

Intanto il 12 aprile 1980, in zona Colli di Buseto Palizzolo di Trapani, avviene un altro atterraggio di un UFO, le cui impronte rilasciate sul terreno sembrano essere simili a quelle dell'atterraggio alieno di Marliens appena esaminato.

Un folto gruppo di esperti del Centro Ufologico Nazionale (CUN), sede di Palermo, si adoperarono per fare un intenso lavoro di rilievo delle impronte rilasciate dalla presunta astronave aliena. Di seguito riporto in parte la relazione a cura del CUN da Settimo Albanese, per gentile concessione del signor. Davide Ferrara, cui ringrazio. Egli è vicepresidente del Coordinamento CUN Sicilia cura il database e fa parte del  si adoperarono per fare un intenso lavoro di rilievo delle impronte rilasciate dalla presunta astronave aliena..

Il giorno 15 aprile 1980 il Gazzettino di Sicilia, nella sua prima edizione, comunicava che in zona Colli di Buseto Palizzolo, nel trapanese, il viticoltore Giuseppe Pedone di 53 anni, sposato con due figli, persona di indubbia serietà e molto stimata in paese, come poi ci hanno anche riferito i Carabinieri, denunciava al locale comando dell'arma, la presenza, nel suo appezzamento di terreno, coltivato a viti, di tracce che lasciavano presumere l'atterraggio di un oggetto non identificato.

Illustrazione 6: Rilievo del terreno su cui è atterrato l'UFO a Buseto Palizzolo.

Illustrazione 7: Pianta e sezione delle traccia dei fori sul terreno dell'Ufo di Buseto Palizzolo.t

Il resoconto dell'avvenimento, inizia la mattina del sabato 12 aprile 1980 allorché sig. Pedone Giuseppe, insieme al fratello si recava nei propri appezzamenti di terreno per i consueti lavori. I due, durante il controllo dei danni causati dalle piogge dei giorni precedenti, si accorgevano di un vuoto (sic) esistente sul terreno fra la verdeggiante ed uniforme distesa di erbe e viti. Naturalmente si destò in loro dopo la sorpresa delle insolite e abbondanti traccie rilevate sul loro terreno, fra depressione insolita e numerosi buchi, si recarono il giorno dopo, la domenica mattina, al locale Comando dei Carabinieri. Di li a poco si mise in moto un gruppetto di carabinieri per i rilievi del caso. In seguito intervenne il gruppo del CUN per l'esame approfondito della traccie rilasciate da una presunta astronave aliena.

Più da vicino il CUN elencò i seguenti dati relativi al suddetto rilevamento:

1.      Il distretto di terreno, prevalentemente argilloso, presentava una depressione di circa 20 cm. che delimitava geometricamente una forma pressoché circolare con dei fori anch'essi ben definiti e circolari.

2.      L'assenza quasi completa di qualsivoglia vegetazione, salvo la presenza di un tralcio di vite, con una parte della corteccia annerita, al centro della depressione, condizione che lasciava supporre che fosse stato compresso da qualcosa di molto pesante.

3.      La situazione di cui sopra era tanto più evidente in quanto tutta la restante parte del fondo agreste era rigoglioso di erbe e di viti regolarmente disposte.

4.      Nessuna traccia di qualsivoglia mezzo meccanico è stata notata nelle vicinanze del distretto interessato che potesse far supporre l'intervento di mezzo convenzionale nel medesimo.

5.      A distanza di circa 5 metri dal limite della zona suddetta, venivano trovate zolle, di circa 30 cm. di diametro, di terreno argilloso disposte radialmente rispetto ad un supposto centro di proiezione.

6.      Il terreno ricade in zona prettamente agricola, su uno sfondo prevalentemente collinoso; in esso sorgono delle vecchie costruzioni agricole poste a gran distanza tra loro.

Effettuata la ricognizione di cui ai punti su specificati, il gruppo procedeva a successivi rilievi, con del rilievo plano-altimetrico corrispondenti a elaborati grafici alcuni dei quali sono mostrati di seguito.

La misurazione eseguita col doppio metro, evidenziava effettivamente un dislivello di circa 20 cm. tra il piano di campagna vergine e la zona interessata, con diametri est-ovest di circa mt. 1,75 e nord-sud di circa mt. 1,50. I fori A, B, C e D (vedi grafici), ubicati verso il limite esterno, misuravano circa le seguenti distanze (illustr. 6 e 7):

          AB = cm. 65

          BC = cm. 90

          CD = cm. 120

          DA = cm. 87

          AC = cm. 170

          BD = cm. 170

I fori 1, 2, 3, 4 e 5 ricadenti al centro della depressione, misuravano circa le seguenti distanze:

          1-2 = cm. 20

          2-3 = cm. 30

          3-4 = cm. 30

          4-1 = cm. 40

          1-5 = cm. 26

          2-5 = cm. 20

          3-5 = cm. 25

          4-5 = cm. 20

 I fori A, B, C e D si sprofondavano a 45° rispetto al piano di calpestio, fino ad una profondità di circa 60 cm. per poi biforcarsi, con un angolo interno stimato circa 20°, fino alla profondità terminale di circa 2 mt. (misura confermata anche dai rilievi fatti dai Carabinieri). L'imbocco al piano di calpestio dei detti fori, di circa cm. 40x17, presentava una sezione a becco di clarino, con invito irregolare che lasciava presumere inizialmente la forma trapezoidale.

I fori 1, 2, 3 e 4 erano di sezione più piccola (circa 10 cm.) con invito nettamente circolare, e con inclinazione inferiore a 45° e profondità di circa 130 cm.. Il foro centrale n. 5 si differenziava nettamente dagli altri perché perpendicolare al piano di calpestio e perché l'invito era di circa cm. 20 con un profondità di circa cm. 30. Quasi a metà della parete ovest-sud-ovest del foro centrale, se ne diramava un altro della stessa sezione dei fori 1, 2, 3  e 4 per una profondità di 130 cm. circa (illustr. 7).

La totalità dei fori erano caratterizzati da una sezione conica le cui superfici, ben levigate, erano discontinue nel senso che diminuivano il loro lume come se fossero stati originati da un complesso di tubi prolungatisi a cannocchiale e quindi a diametro calante[3].

Il teletrasporto nel mondo sotterraneo attraverso i fori nel terreno

L'aver visionato i reperti tecnici del rilievo dell'atterraggio della presunta astronave aliena a Buseto, mi ha indotto a fare delle riflessioni sulla natura dei fori obliqui rilevati sul terreno.

Illustrazione 8. L'ipotetico UFO con le tracce dei fori sul terreno.


 
 Illustrazione 9: I pozzetti del rilievo delle impronte dell'UFO di Marliens.

Visionando l'illussi nota chiaramente che secondo l'opinione degli esperti del CUN, che hanno fatto i rilievi che nei fori sul terreno, nei fori poteva essere alloggiato una sorta di complessi tubi telescopici. Ma volendo conformarsi agli analoghi fori dell'astronave aliena del caso Marliens, lo stesso concetto dei tubi telescopici, qui non è attuato.

Non riesco a immaginare quale sia la funzione delle aste telescopiche immaginate dagli ufologi del CUN che non avevano altre idee, se non per giustificare gli irregolari fori divergenti. Tuttavia, da parte mia, ipotizzo che i soli fori potrebbero essere un vano di transito di parte del sistema di teletrasporto per il trasbordo - mettiamo - in una supposta "terra cava" del nostro pianeta, come nel caso di Marliens, con la differenza dell'aggiunta dei pozzetti a mo' di "anticamera".

Secondo me, per spiegare la presenza di questo genere di astronavi aliene, ma già se ne è parlato per il caso Marliens, vale capire che la natura degli esseri che li guidano è quella di esseri non corporei come noi della terra e provengono da un loro mondo. Volendo capire la loro natura in rapporto a noi terrestri, vale esaminare la nostra natura che si conosce dal punto di vista esoterico. Anche noi siamo dotati di un involucro eterico complesso, cioè fatto a più strati di materia sottile compenetrati fra loro.

C'è chi ritiene anche, che gli esseri alieni in questione non provengono da altri “pianeti”, così come concepiti nella mente umana, ma da un pianeta eterico nella terra, non percepibile dall'uomo. Questa versione è possibile visto che gli alieni di Marliens e di Buseto si sono immersi nella nostra terra, adattando la loro natura corporea eterica con quella degli abitanti del supposto mondo sotterraneo. Dunque sono in grado di convivere con quelli del mondo sotterraneo.

I corpi dei visitatori si materializzano automaticamente all'entrata nella nostra frequenza vibratoria e nella nostra densa materia.

E qui l'opinione in merito è che la terra, come già detto, sia immaginariamente cava e contenga un mondo che molti hanno chiamato Agarthi e altri Shamballa. E poi c'è la vecchia concezione di cui parla Dante Alighieri, dell'inferno, Purgatorio e Inferno correlati alla nostra Terra.

In verità, per stare con i piedi a terra, come già detto, è erroneo e insostenibile il concetto di cavità fisica, ma di "compentrazione", ovvero di passaggi di stato da fisico ad astrale-eterico, così come quello astrale-eterico-mentale dell'uomo, ma è una cosa che l'uomo della scienza ignora. Tuttavia si sa dall'esoterismo del passaggio di stato dei coloro che si sdoppiano disponendosi a viaggi in altri mondi di natura asrale-eterica.

Vi è una storia a riguardo, piuttosto fumosa, intorno al monte Epomeo dell'isola d'Ischia che la lega ad una possibile entrata nel mondo eterico-astale di Agarthi e Shamballa, a cominciare dal Medioevo, ma chissà forse anche da prima. Fu  Corrado di Querfurt, vescovo di Hildesheim e poi di Würzburg, che servì come cancelliere Arrigo VI dal 1194 al 1201, a interessarsi di un caso simile a quello del Monte Epomeo che lo coivolse per una sua ricerca. In diverse lettere, il vescovo racconta di essere riuscito a penetrare in un anfratto su un monte, raggiungendo una misteriosa città sotterranea, ma sarebbe stato messo in fuga da soldati armati di archi e frecce ma “fatti di aria”. E forse si tratta proprio del monte Epomeo, ma non è importante.

Ma cosa si aspettava quel vescovo? Esseri in carne ed ossa? Invece, erano "Fatti di aria" (un modo di dire) e, naturalmente, erano dei "Guardiani". Ecco la prova della realtà del mondo sommerso di Agarthi o Shamballa. Di un mondo, forse, come quello che accoglie i defunti i quali lasciano i loro "vestiti", cioè il "ricordo" della loro vita nel mitico fiume Lete, e si ritrovano in qualche luogo - mettiamo di Agarthi. È questo e lo confondiamo con un altro?, non si sa. Di una persona appena defunta allora perché non pensare che è migrata in una terra capovolta incorporata a quella su cui viviamo? Ed ecco la fantomatica "Terra Cava". Anche Dante Alighieri, come già detto, collocava l'Inferno, il Purgatorio e il 6Paradiso descritto nella sua Divina Commedia, nel profondo delle viscere della Terra.

Veniamo ora alla possibile spiegazione fori, obbliqui (Buseto) o verticali (Marliens) in chiave degli esseri incorporei, e qui entra in funzione la concezione del teletrasporto quantistico dell’Entangled della scienza dei quanti.

È il quesito del comportamento di fantasmi che può essere spiegato dalla nostra scienza in questo modo in relazione alle particelle atomiche, cosa che vale per la materia sottile degli esseri alieni allorchè si trasferiscono nel mondo "sotterraneo" attraverso i fori (obliqui o verticale) sotto la loro astronave. Tuttavia questo teletrasporto può anche essere considerato inverso, cioè dal mondo sotterraneo all'astronave aliena, o sulla terra stessa.

Si tratta di un fenomeno quantistico bizzarro noto come effetto tunnel, cioè il fatto che le particelle (o gli alieni dell'astronave di Maliens-Buseto) possano superare una barriera come un fantasma passa attraverso un muro.

In altre parole questo comportamento della "materia sottile", quella degli alieni, può essere comprensibile come quello noto di "Star Trek" per la materia atomica:

«Questa caratteristica sorprendente si può usare per realizzare il teletrasporto quantistico. Supponiamo di voler trasferire da un punto A a un punto B un fotone identificato dal suo stato di polarizzazione» dice il prof Ghirardi il noto scienziato. «Per farlo bisogna disporre, oltre al fotone da teletrasportare, di due fotoni entangled, uno in A e l’altro in B. Poi si fa interagire il fotone da teletrasportare con il primo fotone entangled (quello in A) e si comunica all’osservatore in B l’esito dell’operazione, e così facendo gli si indica come deve manipolare il secondo fotone entangled per ottenere una copia identica del fotone di partenza».

In pratica, le informazioni del fotone di partenza sono trasferite in B grazie all’intermediazione dei fotoni intrecciati: in realtà si tratta di un trasferimento di informazioni, più che di un trasferimento di materia come quello di Star Trek, secondo le concezioni scientifiche»[4].

Brescia, 29, novembre 2024



[1]Questa descrizione è stata tratta dal libro, “Giza la porta dell'Egitto” di Guy Gruais e Guy Mouny, edito da Armenia.

[2]https://it.wikipedia.org/wiki/Agarthi

[3]  Per altro genere di rilievi della relazione del CUN vedasi al link: http://www.cunsicilia.net/buseto.htm 

[4]  http://www.lundici.it/2013/06/scienza-leggera-la-luna-e-li-quando-noi-non-la-guardiamo]