
Nel corso degli anni, sono fiorite numerose leggende sul favoloso tesoro
dei catari, forse, nascosto tra monete d’oro e d’argento, c’era un
oggetto di grande importanza religiosa ed esoterica. Secondo alcuni, i
catari erano i custodi del graal, portato in Francia da Maria Maddalena e
Giuseppe d’Arimatea in fuga dalla Palestina nel I secolo d.C. Secondo
altri, i catari si erano impossessati del tesoro perduto dei visigoti,
frutto del saccheggio di Roma del 410 d.C., che forse includeva beni
trafugati dal Secondo Tempio di Salomone a Gerusalemme, (ma le cronache
dicono che Ataulfo, successore di Alarico, lo regalò a Galla Placidia
come regalo di nozze). Altri ancora sostengono che i catari erano in
possesso del tesoro appartenuto al grande sovrano merovingio Dagoberto.
La verità? Nessuno la conosce. Storici, archeologi, narratori di miti e
scrittori concordano tutti su un punto: i catari portarono via il loro
tesoro da Montségur… sempre tesori, anni più tardi furono i templari che
avevano un tesoro che nascosero quando vennero sterminati… che fosse lo
stesso? Arrivata in cima più morta che viva, osservo le pietre di ciò
che è rimasto del castello di Montségur e non sento nient’altro che il
vento che soffia e un senso di pace mi pervade guardando il panorama
selvaggio, niente più di chi qui ha gioito e sofferto è rimasto, se non
una stele con la croce, posta lì, a commemorare gli ultimi catari, su
cui qualcuno, anch’io, lascia qualche selvatico fiore di montagna. Il
villaggio di Montségur, ai piedi del monte su cui è il castello, risale
al XIV secolo, originariamente era chiamato Orjac per poi prendere il
nome del castello, è rimasto fermo agli anni ’70, presenta due negozi di
souvenir, un ristorante, il pittoresco municipio rosso e blu (chiamato
“maire” che vuol dire sindaco), la piazza, la chiesetta e una profusione
di fiori. E’ molto pittoresco e non so, se i particolari che ho notato
siano lì per gioco o se il gioco nasconda la soluzione del rebus;
c’erano ad esempio due pagliacci/fantocci, uno su una scala, appesi a un
albero, una scultura di una gallina coi pulcini, una fontana con una
scultura in legno di un pesce, dal nome Nemo (nome che ho ritrovato
sulle cicale in ceramica col bottone per farle frinire, che sono un
simbolo frequente di tutto il territorio che ho visitato), vasi di fiori
come sarcofagi antichi e la piazza davanti alla chiesa era zeppa di
giochi, tra cui una scacchiera molto grande (la simbologia degli scacchi
è molto antica e pregnante, risale agli egiziani) bianca e nera (con
tutto l’arcano che hanno questi due colori)… mi sono divertita a fare
qualche mossa. I due negozi di souvenir avevano un sacco di gadget
esoterici… portachiavi massonici col simbolo del compasso, pendolini,
carte con complesse simbologie matematiche e numeriche (ad esempio
l’enneagramma del numero 8 aveva il significato di santità)… ma
d’altronde questa è la terra di Nostradamus. Particolare curioso la
colomba dello Spirito Santo, in alcuni disegni, veniva trasformata,
stilizzandola, nel giglio (conosciuto anche col suo nome francese
fleur-de-lys attributo dei re francesi, dai merovingi in poi), anche
simbolo mariano e di San Giuseppe ma soprattutto di Sant’Antonio da
Padova, ecco che forse si spiega la devozione molto sentita a questo
Santo, in questi luoghi.
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