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domenica 22 luglio 2012

SULLA STRADA CHE PORTA A FIRENZE


Rocca San Casciano, sulla strada che porta a Firenze, è un paese adagiato sulle rive del fiume Montone, contornato da verdi colline. Bella a vedersi, la triangolare e medievale Piazza Garibaldi, cuore di Rocca. Sulla Piazza centrale, la Torre del Pretorio e nei dintorni la Torre di avvistamento, eretta per scopi difensivi. Sempre in Piazza sorge la Chiesa del Suffragio costruita dopo il terremoto del 1661. Nella Chiesa di S. Maria delle Lacrime è venerata la “Madonna delle Lacrime”, bella terracotta dipinta del 1500, recentemente restaurata: l’immagine è ritenuta miracolosa. Da vedere anche un crocifisso ligneo del XIV secolo di matrice fiorentina ed il bel fonte battesimale in marmo del 1450.

Rocca San Casciano vanta origini antiche: sarebbe stata fondata dagli Etruschi, dai Galli o dai Romani col nome di Sassatica, versione fatta propria da chi ha inventato lo stemma di una rocca fortificata con tre torri. L’origine etrusca sarebbe testimoniata da reperti archeologici e dalla posizione geografica del paese, sorto alla confluenza di più corsi d’acqua, il fiume Montone e i fossi Ridazzo e S. Antonio: un’ubicazione tipica per una popolazione come quella etrusca, che praticava il culto delle acque , ma anche i Celti praticavano questo culto e gli storici sono più propensi per un iniziale insediamento di Galli.
Il nome attuale deriva dalla primitiva pieve del V-VII secolo, situata nella piana ai piedi del castello e dedicata a San Cassiano, vescovo di Imola martirizzato all’inizio del Trecento. Il cristianesimo arrivò da Ravenna, attraverso la predicazione del vescovo San Ruffillo, che secondo la tradizione sarebbe morto mentre predicava il Vangelo ai pagani nel vicino paese di Portico. Una leggenda racconta che San Mercuriale, primo vescovo di Forlì, e San Ruffillo si sarebbero incontrati proprio nell’alta Valle del Montone per incatenare un drago (simbolo del paganesimo) che infestava la zona. Legatolo con le loro stole sacerdotali, lo avrebbero poi gettato in un pozzo. Sta di fatto che fra Dovadola e Rocca, ai confini delle due diocesi, restano le chiese medievali dedicate a San Ruffillo e a San Mercuriale in Villarenosa.
Al nome primitivo del paese fu anteposto Rocca, cioè castello, come si legge in un documento del 1197 , restando nel primo millennio sotto l’influenza di Ravenna. Le intricate vicende militari e politiche che vanno dal IX al XIV secolo, testimoniano che il castello appartenne a vari proprietari feudali, fra cui il vescovo di Forlimpopoli, i monaci di San Benedetto in Alpe, i Guidi di Modigliana ed i Càlboli.
Nel 1382, il conte Francesco di Paoluccio da Càlboli lasciò il castello di Rocca e tutti i sui possedimenti a Firenze. In pochi decenni Firenze formò un “Capitanato fiorentino in Romagna”, retto da un capitano del popolo inviato da Firenze già nel 1386: fu l’origine della Romagna Toscana, costituita provincia nel 1542, che nel 1836 vide finalmente realizzato il progetto di un moderno collegamento stradale con Firenze, con l’apertura del passo del Muraglione . ( Questo tratto di strada che va da Rocca al valico per Firenze è oggi meta di tanti motociclisi, che da ogni parte d' Italia si incontrano in cima al passo del Muraglione. )
Nel 1661 ci fu un violento terremoto con morti e feriti, del castello restarono solo i ruderi. L’attuale assetto urbanistico del centro storico, compresa la bella piazza triangolare, risale alla ricostruzione dopo il terremoto. Per ricordare la terribile tragedia, la popolazione celebra ogni 22 marzo il “Voto” con manifestazioni religiose.
Rocca San Casciano divenne nel 1776 capoluogo della Romagna Toscana, l' influenza

amministrativa e culturale di Firenze su Rocca durò fino al 1923, quando Benito Mussolini riportò la Romagna Toscana sotto Forlì, per motivi amministrativi, economici e personali, perché il Tevere, “il fiume sacro ai destini di Roma”, doveva scorrere dalla Romagna alla capitale. Mussolini era particolarmente legato ai paesi della Romagna Toscana, e a Rocca il Duce intervenne in varie circostanze, fra cui il 10 giugno 1934 per inaugurare la Cappella dei Caduti, poi qualche anno dopo per la dimostrazione della “trebbiatura del grano a torso nudo”, in una piazza traboccante di folla.

immagine: Rocca San Casciano di Teoderica

giovedì 22 marzo 2012

SEMPRE DALLA PARTE DEL TORTO


Tredici reati di sangue, otto morti, sei feriti, centosette pugnalate inferte, una sola firma: quella della setta degli accoltellatori di Ravenna. L' attività criminosa si svolse tra il 1865 e il 1871, culminò col processo, che ebbe vasta risonanza in tutto il Paese, istruito in città nel 1874 contro i 23 presunti accoltellatori, quasi tutti condannati.
Tutto comincia a Ravenna una sera del 1865, in via delle Melarance ( oggi via Mentana), spesso si incontravano ubriachi che annegavano nel vino dell' Osteria della Grotta le preoccupazioni per la crescente disoccupazione e le incertezze del futuro. Tra di loro vi erano molti ex garibaldini, qualcuno aveva anche partecipato all' impresa dei Mille, delusi per il nuovo assetto politico che andava assumendo l' Italia, unita ma monarchica. La monarchia era una pillola amara che loro non riuscivano ad ingoiare.
Dai tavolacci delle osterie andavano predicando che il Risorgimento era stato tradito e passarono dalle parole ai fatti, decisero di dare una lezione a quei "boia" che si arricchivano affamando la povera gente. Colpirne uno per educarne cento, si dicevano, ed amavano definirsi dei " bon burdell" ( buoni ragazzi).
La prima vittima fu il direttore della Banca Nazionale di Ravenna, poi dopo una serie di ferimenti con la saracca ( coltello da tasca romagnolo a lama dritta micidiale, ai tempi lo portavano molti in tasca, anzi pare che il sedicenne Mussolini fosse espulso dal collegio dei salesiani perchè tirò fuori minacciosamente la saracca dalla tasca) ci scappò il primo morto, uccidendo il procuratore del re.
Gli ambienti repubblicani vennero setacciati e gli arresti furono all' ordine del giorno.
A mettere fine alla banda fu un delatore, un pentito diremmo oggi.
C' è da dire però, che l' attività della banda, quella dei delusi garibaldini, è quasi certamente da riferirsi ai primi anni, quella dei ferimenti, mentre nella fase più cruenta ci sarebbero stati degli infiltrati, dei sobillatori, che approfittarono della setta per colpire i primi socialisti, riuscendo così a decapitare la nascente sezione internazionalista ravennate che alla fine del 1871 aveva abbracciato l' internazionalismo anarchico di Bakunin.
Vero o non vero, quando dalle parole si passa ai fatti, ancora peggio al coltello, si è sempre dalla parte del torto.


immagine: Nero di Teoderica

sabato 9 gennaio 2010

NON E' LA STORIA CHE SI RIPETE È IL NOSTRO CERVELLO CHE FA IL PAPPAGALLO

Il 7 aprile 1926 una cittadina inglese Violet Gibson attentò alla vita del Duce sparandogli un colpo di pistola, ferendolo di striscio al naso. Prontamente arrestata non riuscì a giustificare il suo gesto. 
Dall' interrogatorio emerse che l'attentatrice era pazza. 
Fu espulsa dall'Italia e trasferita in Inghilterra dove fu internata in un manicomio. 
Il giorno dopo Mussolini si presentò alla nazione con un vistoso cerotto al naso. 
 Quell'episodio servì per giustificare un'ulteriore e definitiva stretta legislativa nei confronti delle opposizioni colpevoli, secondo la propaganda dell'epoca, di fomentare l'odio nei confronti del fascismo e del suo Duce. 
 Oggi come allora, anche se per fortuna in un contesto politico diverso, in cui sarebbe impensabile una stretta antidemocratica come quella del 1926, si cerca di addossare la responsabilità dell'attentato al Presidente Berlusconi all'opposizione rea di porre in atto una campagna di odio e istigazione nei confronti del Governo e in particolar modo del suo leader. 
 Questa missiva scritta da un lettore ad un quotidiano locale mi ha posto una riflessione sulla pericolosità della storia intesa come pensiero induttivo. 
Se la storia si ripetesse, facile sarebbe evitarne gli errori. 
Il fatto è che il nostro cervello una volta formata un'opinione, difficilmente cambia parere e da più valore alle informazioni che confermano le sue opinioni, mentre sottopone ad un severissimo giudizio quelle che lo confutano. 
Sono strategie cognitive utili ma che a livello politico e sociale possono avere conseguenze pesanti.
 Quindi, oserei dire... che non è la storia che si ripete, è il nostro cervello che fa il pappagallo.