sabato 3 luglio 2021

LA STATUA DEL SOGNO DI SAN FRANCESCO

                                            LA STATUA DEL SOGNO DI SAN FRANCESCO

                                                    La donna nera in carriera del xx secolo

                                                             A cura di Gaetano Barbella


Il segno di Giona e l'adultera

salvata dalla lapidazione da Gesù

Due cose sono inspiegabili sulla parola di Gesù attraverso i vangeli e che sono legate fra loro, entrambe sulla questione dei segni, e sorge l'idea che una sia la chiave che spiega l'altra. Da un lato si erge il segno di Giona, attraverso i vangeli di Matteo (12,40) e di Luca (11, 29-32), in cui Gesù parla sulla sua missione; dall'altro lato ripete due volte dei segni per terra, senza spiegarne la ragione, nella circostanza della lapidazione dell'adultera da lui scongiurata, attraverso il vangelo di Giovanni (8,3-11).

>> Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. >> (Mt 12,40)

>> Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c'è qui. Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c'è qui. >> (Lc 11,29-32)

A differenza degli altri profeti, realmente esistiti, Giona è un personaggio immaginario e la storia che lo riguarda è quasi fiabesca. Il profeta, chiamato e inviato da Dio a portare la sua parola a Ninive, decide di non andarvi perché non sopporta la compassione di Dio verso Ninive, la città che aveva distrutto il suo popolo. E s'imbarca su di una nave guidata da un equipaggio pagano, per andare a Tarsis, lontano dal Signore. La sua fuga è interrotta da una tempesta. I marinai gettano la sorte per cercare il colpevole che risulta essere proprio lui, Giona. Il profeta, riconoscendo la colpa della sua disobbedienza, domanda di essere gettato in mare. Dio, che prima aveva inviato la tempesta, lo fa divorare da un grosso pesce e Giona rimane nel suo ventre tre giorni e tre notti. Poiché Dio lo vuole vivo comanda al pesce di vomitarlo sulla terra asciutta.

A che cosa corrisponda il pesce che inghiotte Giona non ci è dato saperlo. La Bibbia non ne descrive i particolari. Afferma solo che si tratta di un grosso pesce. Per questo si è pensato alla balena o al Leviatan (cfr. Sal 104,26). L'immagine di Giona nel ventre del pesce è simbolica e indica, anzitutto, che Dio, ponendo il profeta in una situazione impossibile, lo costringe a capire che solo da Lui può ottenere salvezza. Il numero tre è pure simbolico e indica un periodo dopo il quale non vi è più speranza (cfr. Lc 24,21). Alcuni pulpiti dell'Europa centrale, come ad esempio in Slesia e Boemia, hanno la forma della balena. Questa iconografia indica che il predicatore, se vuole essere efficace, come Giona deve attraversare le difficoltà della predicazione. Significativo è il pulpito a Dobroszów.1

E veniamo al vangelo di Giovanni (8,3-11)

>> Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.

Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più». >> (Gv 8,3-11)

Gesù che scrive, un caso singolare della storia evangelica di Gesù ed è in relazione all'episodio dell'adultera che stava per essere lapidata raccontata da Giovanni.

Ma cosa scriveva Gesù? E perché quelle parole non ebbero fortuna? Perché Giovanni riferisce l’episodio, ma non svela le misteriose parole che Gesù scrive sulla sabbia? Ma soprattutto per quale misteriosa ragione l’episodio di Gesù che scrive, è ignorato dai commentatori, dai biblisti, dai padri della Chiesa e dai teologi?

Non sono parole mie, ma di Roberto Cotroneo della manifestazione Milanesiana, che ha scritto un articolo in merito, sul Corriere della sera il 38 giugno 2014, che ho tratto dal web.

Egli argomenta alcune spiegazioni, ma non approda a certezze, cosa che peraltro è la stessa di molti altri come lui, compreso teologi, che si sono posti la sua stessa domanda senza una chiara risposta, restando così un vuoto a livello esegetico sul conto di Gesù. È un paradosso considerato che gli evangeli sono stati scritti e tramandati fino a noi col preciso scopo di ammaestrarci sulle cose di Dio.

Quale spiegazione dare allora?

Alla luce di mie concezioni esposte in questo scritto mi viene di formulare questa ipotesi.

Gesù è il Figlio di Dio e per questo caso si rivela in lui la verità che Egli ripone “scrivendo” per terra, da cui fu tratto il fango unito alla saliva del Creatore dell’uomo. Quasi a costituire il sacello tombale dell’episodio che si stava preparando per l’adultera trasgressiva. Egli, così facendo, forse volle dimostrare che Suo tramite, l’episodio dell'adulterio della donna, con la legge mosaica infranta e la tentata lapidazione, ma non attuata, venivano riposte nella terra. Nulla doveva dunque essere dimenticato, per il Suo giudizio finale. E allora viene da pensare che veramente la terra, attraverso la sua morfologia, in qualche modo è simile ad un hard disk di immenso computer in cui è riposta la memoria di tutta la storia della Terra. E se così fosse in che modo? Ma prima di fare una certa ipotesi esaminiamo un altro mistero legato alla Terra, nell'intento di rafforzare al suddetta ipotesi che la Terra conservi la memoria della storia umana. Cioè che potere ha Terra in relazione all'uomo che, in seguito all'ammonimento di Gesù col "Segno di Giona", mostra una cecità nel capire la lezione che vi deriva.

Gesù guarisce il cieco nato

Sorge una prima idea sul segno di Giona proposto da Gesù agli uomoni increduli, forse l'unico in grado di distoglierli dalla loro cecità, quasi che fossero dei "ciechi nati": la guarigione del "cieco nato" nel vangelo di Giovanni (8,12). E qui riemerge qualcosa che si lega al fatto inspiegabile di Gesù che scrive due volte sulla sabbia supposto da me in stretta relazione con il fango con cui fu generato l'uomo dal Creatore.

>> Chi segue me, avrà la luce della vita >> (Gv 8,12).

Gesù dona la luce a quanti vogliono accoglierla. L’episodio viene descritto subito dopo che Gesù ha avuto un confronto acceso con i giudei, tanto che volevano lapidarlo; ed egli è uscito di nascosto dal Tempio. A questo punto Gesù vede un uomo cieco dalla nascita; unica occasione, tra le varie guarigioni di ciechi, in cui è specificato che lo era dalla nascita, dato che prelude a un evento straordinario. La presenza del cieco dalla nascita è motivo di discussione, tanto che i discepoli, condizionati dalla logica della ‘retribuzione’ (per cui a ogni azione corrispondono le equivalenti conseguenze buone o cattive), chiedono a Gesù se la cecità fosse la conseguenza del peccato dell’uomo o dei suoi genitori. Anche se già alcuni profeti come Geremia ed Ezechiele avevano criticato la ‘dottrina retributiva’, tuttavia a livello popolare essa sussisteva ancora. Ma Gesù non asseconda la logica popolare, e dichiara piuttosto che l’uomo è in quello stato “perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv,9,3), annunciando così il prodigio che, prima ancora di essere compiuto, è anticipato dalla definizione che Gesù dà di se stesso come “luce del mondo”.

Ora l’apice della scena, il miracolo:

>> sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi >> (Gv 9,6).

Perché il fango? Sant’Ireneo di Lione ritiene che il fango alluderebbe alla terra dalla quale è stato tratto il primo uomo. Gesù effettivamente dona la vita donando al cieco nato la vista. E il rimando alla creazione (luce, acqua, vita) è confermato dal fatto che poi il cieco è invitato da Gesù ad andare a lavarsi nella piscina di Siloe, piscina già menzionata dal profeta Isaia, sita fuori le mura della città vecchia di Gerusalemme e alimentata dalle acque del torrente Ghicon. Era un luogo significativo per gli ebrei, che vi andavano a festeggiare il ricordo del miracolo dell’acqua sgorgata dalla roccia. La tradizione afferma: “Chi non ha mai visto l’allegrezza della festa dell’attingimento dell’acqua, non ha mai visto in vita sua l’allegrezza autentica” (Mishnah Sukkat), in riferimento al corteo che andava ad attingere acqua in occasione della festa delle Capanne, e che aveva valore messianico (da qui il legame con il nome di Siloe che significa ‘Inviato’).2

E poi vale rammentare le parole che compaiono in Genesi 3,19 allorché Dio, dopo il peccato originale, cacciando Adamo dal giardino dell’Eden lo condanna alla fatica del lavoro e alla morte. Egli dice:

>> Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris >>,

ovvero: «Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai».

Sono le parole che si dicevano e si dicono tutt'ora in chiesa all’atto del cospargimento del capo dei fedeli di cenere nel mercoledì dopo martedì grasso.

Ed ecco ancora la polvere che impastata con la saliva di Gesù dona col "fango" la vista al "cieco nato"!

Che si vuole di più per credere, allora, che la Terra, tramite la sua morfologia, come già ipotizzato, sia veramente immenso "hard disk" di memoria simile a quello dei computer!

E allora diamoci da fare per fare un esperimento a campione, esaminando una mappa particolare che sembra mostrare una curiosa morfologia davvero sorprendente. Ma già si capisce che si tratta della mappa di Assisi la città del Santo Poverello, Francesco di Bernardone, poiché il tema di questo scritto si rivela attraverso il titolo  relativo, cioè

"Il piede del peccato di Assisi sanato da San Francesco"

Ma che significato ha il piede? Perché sono i piedi a rilasciare le impronte sulla terra e, dunque, a costituire la memoria nell'ipotetico hard disk terrestre in questione. E come Gesù si addossò i peccati degli uomini per  la loro riabilitazione animica, che prima era "cieca" e non vedeva la luce di Dio, così San Francesco, con la sua disposizione a fare altrettanto con il prossimo, scegliendo la povertà assoluta, liberò dal peccato la sua Assisi.

Promemoria del 1997 su Assisi

Il 10 dicembre 1997 scrissi alcune note su San Francesco di Assisi a commento di alcuni disegni che eseguii a ricalco della mappa di Assisi (illustr.1) definendole cartografie mappali. Oggi le riporto su questo saggio perché portano luce sul messaggio che da esse sembra trapelare e che si riflette sui tempi nostri tempi. 

                                                          Illustrazione 1: Mappa di Assisi

Già si è colpiti dall'immagine che si presenta all'osservazione della mappa di Assisi come divisa in due parti: quella in primo piano, sembra chiaramente una scarpa che ci riporta al discusso piede di Assisi, argomentato in precedenza; e quella a sinistra una sorta di un grosso pesce che ingoia la Basilica di San Francesco. Il passo è breve per intravedere nel pesce la balena del famoso Segno di Giona, argomentato ampiamente in precedenza, e che ci ha indirizzati a cercare nella morfologia terrestre per intravedervi il segno col suo segreto ivi riposto.

La via del "segno" è difficile da far digerire alla ragione umana di questo millennio rivolto alla scienza e alla pura ragione umana, ma, per la fede nelle scritture evangeliche e bibliche, unito al possibilismo dello scienziato che tenta coraggiosamente la strada sperimentale per giungere a scoprire una nuova legge scientifica, parimenti non c'è altro modo per giungere a rintracciare uno spiraglio della luce di Dio.

>> Audaces fortuna iuvat (La fortuna aiuta gli audaci) recita un vecchio proverbio popolare, poiché costoro sono sicuri di sé, non indietreggiano di fronte ai rischi e non temono di esporsi. Sono capaci da azzardare e questo li mette in risalto. Non c’è forza più grande. Sinonimi di audace, a seconda dei diversi contesti, si può può essere considerati: ardito, coraggioso, intrepido, valoroso, avventato, rischioso, imprudente, sconsiderato, spericolato, temerario, insolente, irriverente, provocante, sfrontato, spudorato e perfino innovativo e originale. [...]

Potrebbe sembrare strano al lettore, dopo aver letto il significato della parola Audacia, associare questa parola alla Chiesa. [...]

Una chiesa audace non può non essere anche creativa! Se la Chiesa, infatti, vuole ringiovanire il proprio volto, deve riscoprire la creatività nel dire Dio, riscoprire l’audacia dell’annuncio dell’amore di Dio, rivisitando e mettendo in discussione i modi di fare abituali, partendo dall’ascolto del Vangelo, discernendo con creatività le strade su cui il Signore chiama la comunità a vivere nuovi orizzonti, a gettare nuovamente le reti in quei mari dove a volte ci sembra di aver pescato solo fallimenti, delusione, scoraggiamenti. >>3

La maledizione di San Francesco

La scarpa col puntale

Francesco, che si trova alla Porziucola, riceve notizie non buone sulla sua comunità, poiché da Bologna arrivano segnali di allarme.

>> In quella città i "minori" sono tentati più che altrove di abbandonare la via della semplicità e della povertà. Nell'autunno del 1222 un brutto terremoto colpisce l'Italia settentrionale e moltissimi sono convinti che sia un castigo di Dio predetto da Francesco. In verità il "poverello aveva parlato in toni molto aspri, riferendosi sopreattutto ai problemi della comunità che ha fondato, senza però fare previsioni del tipo di quelle che gli venivano attribuite dalla fantasia popolare.

Per cercare di estirpare il male alla radice torna a Bologna e, fose per la prima volta nella vita perde la calma serafica.

Nela città che ospita forse l'embrione di un rivolta si rivolge con accenti accorati all'Onnipotente, presenti tutti i frati che vorrebbero una vita più comoda.

>> Signore Gesù Cristo, tu che hai scelto i dodici Apostoli, dei quali anche se uno venne meno, gli altri però rimasero fedeli ed hanno predicato il santo Vangelo animati dall'unico Spirito, tu, o Signore, in questa ultima ora, memore della antica misericordia hai fondato l'Ordine dei frati a sostegno della tua fede e perché per loro mezzo si adempisse il mistero del tuo Vangelo.

Chi dunque ti darà soddisfazione per loro, se quelli che hai mandato a questo scopo, non solo non mostrano a tutti esempi di luce, ma piuttosto le opere delle tenebre?

Da Te, o Signore santissimo, e da tutta la Corte Celeste e da me tuo piccolo siano maledetti quelli che col loro cattivo esempio confondono e distruggono ciò che un tempo tu hai edificato per mezzo dei santi frati di questo Ordine e non cessi di edificare!

Dove sono quelli che si dichiarano felici della sua benedizione e si vantano di essersi accaparrati a loro piacimento la sua amicizia? Se, Dio non voglia, si troverà che hanno mostrato le opere delle tenebre con pericolo del prossimo, senza pentirsene, guai a loro, guai di dannazione eterna! >>

È davvero duro l'intervento del figlio di Pietro di Bernardone. Ilverbo maledire non era stato mai conigato da questo mite personaggio amico dei poveri, dei diseredati, degli umili, degli uccelli e dei pesci ai quali durante la quaresima al lago Trasimeno aveva dettodi non farsi ingannare dai pescatori.

Ma proseguendo nella requisitoria contro i presunti "traditori" va anche oltre.

>> Verrà tempo - dice - nel quale pei mali esempi la diletta religione di Dio sarà diffamata così che i suoi membri dovranno vergognarsi di uscire tra la gente. >>

>> Gli amici più intimi raccontano che Francesco ha avuto un sogno profetico. Avrebbe visto - secondo la testimonianza dei suoi seguaci - una statua: la testa sembrava d'oro puro, il petto e le braccia d'argento, il ventre di cristallo e le gambe di piombo. >>7

La maledizione di Francesco deve aver lasciato il segno sulla terra di Assissi che si conforma ad una particolare scarpa con un puntale acuminato, come si può riscontrare dalla cartografia dell'illustr. 2.

E ancora meglio in forma di una scarpa di quelle degli uomini d'arme del XV secolo, come si vede dall'illustr. 3.

 

Illustrazione 2: La scarpa col puntale, di Assisi. La maledizione di San Francesco. Il piede del "Peccato" di Assisi

Del puntale disegnato da me e di tutto il resto, oltre la scarpa, se ne parla ora, Apocalisse di Giovanni alla mano.

Si vede un'enorme testa del Dragone rosso dell'Apocalisse che lotta con un altro Drago verde dalla coda di pesce.

Di loro così racconta l'Apocalisse:

Illustrazione 3: Scarpa con armatura a puntale dell'uomo d'arme del XV secolo

Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva:

«Ora si è compiuta

la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio

e la potenza del suo Cristo,

poiché è stato precipitato

l'accusatore dei nostri fratelli,ù

colui che li accusava davanti al nostro Dio

giorno e notte. >>(Ap 12,7-1)

 Illustrazione 4: La statua del sogno di San Francesco, la “donna nera in carriera del XX secolo”

alto, come adagiata sulla coda del Drago verde (di Michele e i suoi angeli), è la «donna vestita di sole» (Ap 12,1) che era incinta, e ha partorito «un figlio maschio destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro». (Ap 12,2-5).

Nella posizione in cui si trova la «donna vestita di sole» è come se fosse in salvo nel deserto, al riparo del Dragone Rosso che aveva tentato di aggredirla, mentre il figlio è «rapito verso Dio e il suo trono». (Ap 12,5-6)

Ma la «donna vestita di sole» è anche la donna della cartografia dell'illustr. 4 che rappresenta una particlare "donna nera in carriera del XX secolo, profetizzata da San Francesco col sogno della statua descritta in precedenza.

Si sarà capito che la testa del Dragone verde, in sede della Basilica di San Francesco, è rappresentato dal puntale della scarpa di acciaio dell'illustr. 4.

Nello scudo sulla sinistra in basso dell'illustr. 3, si vede che si fronteggiano le forze della Croce di Dio con quelle di un leone rampante, il Dragone rosso.

 

 

 

La lavanda dei piedi simbolo di lavacro del peccato

Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 13, racconta l'episodio della lavanda dei piedi. Gesù

>> avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine >> (Gv 13,1), e

>> Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto >> (Gv 13, 2-5)

Fu un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, quello di lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.

Bisogna sottolineare che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata. La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.

Quando fu il turno di Simon Pietro, questi si oppose al gesto di Gesù:

>> «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi». >> (Gv 13, 7-11)

Questa lavanda è una delle più grandi lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, perché dovranno seguirlo sulla via della generosità totale nel donarsi, non solo verso le abituali figure, fino allora preminenti del padrone, del marito, del padre, ma anche verso tutti i fratelli nell’ umanità, anche se considerati inferiori nei propri confronti.

Lavanda dei piedi, Papa vicino a Francesco d’Assisi

>> Papa Francesco ha modificato le rubriche liturgiche del Messale Romano circa il rito della “Lavanda dei piedi” «affinché esprimano pienamente il significato del gesto compiuto da Gesù nel Cenacolo, il suo donarsi “fino alla fine” per la salvezza del mondo, la sua carità senza confini». Nel decreto di attuazione si ricorda che «tale rito era tramandato col nome di Mandatum del Signore sulla carità fraterna secondo le parole di Gesù (cfr. Gv 13,34), cantate nell’Antifona durante la celebrazione»; si è «invitati a conformarsi intimamente a Cristo che “non è venuto per farsi servire, ma per servire”».

Anche in questo la decisione papale richiama Francesco d’Assisi, il Santo da cui Bergoglio ha preso il nome pontificio quasi a indicarne un riferimento non solo per il proprio pontificato ma per il momento storico attuale. Infatti l’Assisiate nel suo Testamento afferma che l’avvenimento determinate del suo cambiamento di vita fu l’usare misericordia con i lebbrosi (cfr. Paolo Martinelli – Pietro Messa, Francesco e la misericordia, Bologna 2015). Tale notizia autobiografica fu ripresa dagli agiografi e Buonaventura da Bagnoregio la inserì persino nella cosiddetta Legenda minor, ossia la prima vita del Santo d’Assisi scritta appositamente per l’uso liturgico. In tale narrazione, che ebbe una vastissima diffusione proprio a motivo del suo inserimento nella liturgia, si racconta che la misericordia verso i lebbrosi si esplicitò anche nella lavanda dei piedi:

>> Da allora, amante di tutta l’umiltà, si dedicò a onorare i lebbrosi per imparare, prima di insegnarlo, il disprezzo di sé e del mondo, mentre si assoggettava alle persone miserabili e ripudiate con il giogo del servizio. E, in verità, prima egli era abituato ad avere in orrore i lebbrosi più che ogni altra categoria di uomini; ma, quando l’effusione della grazia divenne in lui più copiosa, egli si diede come schiavo a ossequiarli con tanta umiltà di cuore che lavava i piedi e fasciava le piaghe e spremeva fuori la marcia e ripuliva la purulenza. Perfino, per eccesso di fervore inaudito, si precipitava a baciare le piaghe incancrenite: poneva, così, la sua bocca nella polvere, saziandosi di obbrobri, per assoggettare con piena potestà l’arroganza della carne alla legge dello spirito e, soggiogato il nemico di casa, ottenere in pacifico possesso il dominio di sé (Franciscus liturgicus.  Editio fontium saeculi XIII, a cura di F. Sedda, Padova 2015, p. 244). >>8

Piede e Peccato

>> La tradizione ebraica ci consegna la parola “peccato” come violazione dell’ordine voluto da Dio, che Coehlo ne “Il cammino di Santiago” così ci restituisce: La parola “peccato” viene da “pecus” che significa “piede difettoso”, piede incapace di percorrere un cammino. Il modo per correggere il peccato è quello di camminare sempre diritto, adattandosi alle situazioni nuove e ricevendo in cambio le migliaia di benedizioni che la vita concede con generosità a coloro che chiedono. Diversamente, nella Sloka 1 della Stanza V di “Theogenesis” è scritto come l’energia universale Fohat, ponte del percorso tra spirito e materia, diriga l’evoluzione dell’uomo e del cosmo tramite i propri passi, uno alla volta, così che il progresso proceda in infinitesimali periodi di tempo, il cui intervallo è rappresentato dal piede sollevato tra un passo stesso e l’altro: Diventerete così audaci da ostacolare la mia volontà? – gridò Fohat nella sua ira (…) – badate che non abbassi il mio piede così pesantemente da demolire il ponte tra gli dèi e gli uomini; allora non potrete più soccorrere gli uomini, né far risuonare accordi pienamente armonici.

Vediamo ora le analogie metaforiche, sul rispetto o meno delle Leggi di Natura (la discendenza), tra il monito cristiano del IV comandamento e le narrazioni mitologiche, partendo da Edipo, che a sua insaputa diverrà parricida nonché incestuoso, e iniziamo dall’etimologia. Infatti, il suo nome significa il piede gonfio che in metafora ci dà il concetto seguente: il piede offeso non può tenere l’equilibrio, al pari di tutti gli zoppi e ciechi nominati, in seguito, nei testi biblici. Si tratta di una stortura metaforica che indica la confusione dei ruoli creata dall’uomo rispetto all’ordine della legge divina. Se infatti andiamo a ricercare nella genealogia edipica, abbiamo Cadmo fondatore di Tebe che però uccise il drago sacro ad Ares, segue Penteo che con atto di hybris disprezzerà i riti dionisiaci e Laio, padre di Edipo, che in barba alla xenìa (la legge sacra dell’ospitalità) stuprò Crisippo, figlio di un suo ospite.

Il monito qual'è? Onorare il padre e la madre va concepito nell’ottica del rispetto delle leggi divine, nel rispetto dell’ordine che Dio ha dato al creato. Purtroppo, come a Tebe furono sovvertite le leggi divine, così oggi vorrebbero che avvenisse nella nostra società quando ritroviamo altrettanta confusione nei ruoli di genere (ben riassunti dalla teoria gender e dalla conseguenza di fluid sexualitye utero in affitto, affiancati ai neologismi di Genitore 1 e Genitore 2) in quanto deviazione che allontana dalla biologia-natura, che al contrario è divina poiché direttamente dal volere divino e naturale scaturisce. Perciò, più siamo zoppi, meno viene rispettato l’equilibrio universale. Lo stesso Asmodeo il distruttore è il diavolo appartenente alla gerarchia degli angeli di Satana ed è il simbolo della discordia coniugale (Libro di Tobia) raffigurato con un arto artificiale, poiché appunto zoppo, dacché distruttore delle leggi di natura. [...] >>9

La statua del sogno di San Francesco d'Assisi

Il riscatto: la donna nera in carriera del secolo XX

Donne afroamericane che hanno fatto del loro mestiere una missione: eliminare i pregiudizi sulla razza. Donne che hanno scelto di portare in vita donne di speranza, determinazione, grinta e grazia perché questo è quello che sono. La loro integrità è impeccabile.

Donne che hanno aperto la strada ad altre donne nere che hano osato fare carriera nell’intrattenimento, ma per essere la strada.

Queste sono le 10 (splendide) donne afroamericane che stanno scrivendo (letteralmente) la storia.

>> Un'attrice, una giornalista, un'imprenditrice, una scrittrice, una modella, una presentatrice, una deputata, una bellerina, due cantanti, una chef. No, non è l'inizio di una barzelletta divertente ma di una storia straordinaria, o meglio di dieci storie straordinarie. Dieci simboli di empowerment femminile, dieci esempi di come il coraggio e la determinazione possano cambiare il mondo e fare la differenza, dieci changemaker e teste di serie che hanno stravolto le coordinate di genere nei rispettivi campi, facendo sentire sempre e comunque la propria voce nonostante le intemperie e gli sgambetti. Dieci donne afroamericane (individuate e celebrate da Refinery29 a fine del 2019) che stanno scrivendo la storia e di cui Michelle Obama, Oprah Winfrey e Beyoncé non potrebbero essere più fiere, e noi tutte ancora di più. Oggi più che mai.10

Kiki Layne

La sua performance in Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk) l'ha catapultata direttamente nell'olimpo delle attrici più talentuose e promettenti di tutta Hollywood (e il look incredibile by Atelier Versace sul red carpet degli Oscar 2019 ha contribuito a legittimare il suo ruolo di attrice di serie A). Per ottenere il ruolo di Tish ha dovuto "sfidare" 300 colleghe molto più famose e conosciute, ma alla fine il regista Barry Jenkins (Moonlight) si è innamorato di lei. E non è l'unico.

Kamala Harris

Tra i candidati dem anti Trump più quotati, Kamala Harris, senatrice e già procuratore generale della California e seconda donna di colore a ricoprire questa carica negli Stati Uniti, non a caso viene chiamata The Female Barack Obama. Si è espressa chiaramente sui temi più caldi e controversi della presidenza Trump, ovvero aborto, immigrazione, gender equality e diversità (è stata una delle madrine del Gay Pride di New York) ed è già diventata un punto di riferimento per le minoranze (bistrattate dall'attuale presidenza).

Ego Nwodim

Egobunma Nwodim è tra le star della 44esima stagione del Saturday Night Live. Il suo ingaggio da leading nel team del più celebre show comico del tubo catodico a stelle e strisce è stato qualcosa di epocale. Perché le donne afroamericane non sono habitué del celebre SNL (tanto che nella stagione 39 fu chiamata Kerry Washington a vestire i panni di Michelle Obama in uno sketch comico per la totale assenza di imitatrici di colore) e la Nwodim ha fatto la storia.

City Girls

Le Destiny's Child Millenial Edition. Le City Girls aka Caresha Romeka "Yung Miami" Brownlee e Jatavia Shakara "JT" Johnson sono sulla cresta dell'onda dall'agosto 2017 dopo il lancio della riuscitissima Fuck Dat Nigga. Apprezzate per i testi forti e potenti, hanno elevato il girl power a un altro livello, dimostrando che anche le donne possono parlare in modo crudo, reale e vibrante.

Erica Lall

Misty Copeland è stata la prima donna afroamericana a diventare prima ballerina all'American Ballet Theater, una delle principali compagnie di balletto classico al mondo. Al suo fianco da qualche mese, tra esercizi alla sbarra, attitude e arabesque la giovane e talentuosa Erica Lall, considerata dagli esperti la sua degna erede.

Tomi Adeyemi

Per la scrittrice Tomi Adeyemi il suo libro Figli di sangue e ossa è "un’allegoria dell’essere neri oggi". Una storia di inclusione e empowering, in cui la protagonista è una forte e coraggiosa ragazzina di colore (la protagonista è Zélie Adebola, la giovane figlia di un pescatore che combatte contro il re per far tornare la magia nel regno di Orisha, nell’Africa Occidentale ndr). La prima volta che il fantasy ci regala un'eroina di colore, e sinceramente, era ora.

Adut Akech

Segnatevi questo nome perché la metamorfosi del fashion system verso la diversità e l'inclusione passa da Adut Akech Bior. Classe 1999 e originaria del Sud Sudan è una delle modelle più richieste, più ammirate, più desiderate del momento. Adut è di una bellezza rara e potente (nonostante sia stata bullizzata a scuola proprio per il colore della pelle, i capelli e la distanza tra i due incisivi) ed è riuscita a portare la black heritage sul tetto del mondo.

Adrienne Cheatham

Adrienne Cheatham ama raccontarsi attraverso il cibo. Da chef a Le Bernardin, Red Rooster e poi come personaggio televisivo nello show Top Chef ha tradotto le tradizioni culinarie black mainstream, ha portato le sue origini sul bancone mediatico, sfidando lo status quo e parlando per la prima volta di Soul Food.

Yamiche Alcindor

Durante una conferenza stampa, Yamiche Alcindor ha chiesto (retoricamente) al presidente Trump se si poteva definire "un suprematista bianco". E lo ha fatto con il sorriso dimostrando di non avere paura. Yamiche è una giornalista preparata, conosce il suo mestiere, è conosciuta e rispettata per la sua dedizione. Ed è una delle poche a cui è concesso di dare la possibilità anche alla storia afroamericana di avere un posto in prima pagina.

Melissa Butler

Melissa Butler ha lasciato il suo lavoro di analista finanziaria a Wall Street per lanciarsi nel vuoto. E ha fatto bene. Ha lanciato una linea di make up, The Lip Bar, pensata per tutte le donne, senza eccezioni. Una linea di rossetti vegani e cruelty-free su cui nessuno avrebbe puntato ma che oggi vale quasi mezzo milione di dollari. Yes women can. >>

Brescia, 30 giugno 2021



1 Filippa Castronovo. Il segno di Giona. https://www.paoline.it/blog/bibbia/3195-il-segno-di-giona.html

2Fonte: https://www.lavoce.it/cura-per-la-cecita-dellanima/

3I LINGUAGGI DELLA PASTORALE. Comunità Audaci e Creative. Don Elio Santaniello

7Ibidem - 3 - pag. 133.

8  Fonte: https://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/fede/Lavanda-dei-piedi-Papa-vicino-a-Francesco-d%E2%80%99Assisi-36807

9Fonte: https://www.ereticamente.net/2021/06/piede-e-peccato-triade-e-tetrade-costanza-bondi.html?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=piede-e-peccato-triade-e-tetrade-costanza-bondi

10Articolo di Monica Monnis. 02.06.2020.  https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a28588164/donne-afroamericane-famose-2019/





giovedì 1 luglio 2021

Vacanze romane 104

 


Come ho già scritto, la tradizione cattolica ci presenta solamente tre Arcangeli, considerati messaggeri supremi e mediatori tra l’uomo e Dio: Michele, Gabriele e Raffaele. La storia e la memoria collettiva sembrano infatti aver dimenticato ed abbandonato in buona parte il culto e le preghiere verso Uriele, Sealtiele, Barachiele e Geudiele. Un primo tentativo di spiegazione e giustificazione può essere quello riguardante le Scritture, ovvero i primi tre Arcangeli sono presenti nella Bibbia mentre gli ultimi quattro non vengono nominati se non in testi apocrifi (seppure Uriele è presente in alcune Bibbie ortodosse). Il secondo tentativo è di tipo storico: durante il Concilio di Roma del 745 si stabilì che i cristiani non dovevano pregare altri angeli all’infuori di Michele, Gabriele e Raffaele, questo dovuto ad alcune superstizioni dell’epoca, ove in preghiere che sfociavano in rituali magici s’invocavano spiriti celesti con diversi nomi, a volte con nomi di divinità pagane. Attorno al VIII – IX secolo, probabilmente a causa delle dispute sull’iconoclastia, molte raffigurazioni dei sette Arcangeli vennero distrutte, lasciando il compito di portare avanti la devozione alla tradizione orale. Nonostante ciò diverse testimonianze nel corso dei secoli, anche di Santi, riuscirono a far sopravvivere la credenza di sette Arcangeli, tant’è che in alcune chiese (come quella di San Michele a Vasto in provincia di Chieti) vi si possono trovare ancora statue e rappresentazioni di tutti e sette. Vi è inoltre un passo della Bibbia in cui lo stesso Arcangelo Raffaele esplicitamente afferma l’esistenza di più Arcangeli: “Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore”. Tobia 12:15) Anche nell’Apocalisse si fa riferimento ai sette angeli: “La grazia sia con voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai Sette Spiriti che stanno davanti al suo trono.” (Ap. 1, 4)  http://www.iotibenedico.info/2017/04/30/antica-devozione-dei-sette-angeli-davanti-al-trono-dio/


immagine: Tobiolo e l'angelo- Andrea del Verrocchio e Leonardo da Vinci?  

 

mercoledì 30 giugno 2021

A TE BARBELLA GENIO INDIMENTICABILE

 

 Un’Italia che piace in una lettera d'amore del 1909:

un’Italia della famiglia, della patria e della scienza

A cura di Gaetano Barbella

«Fin dal mio sorgere ti vidi ed a te vengo... Mi chiamo Italia e sola, vengo a cercare in te quel che sia capace di sicuro appoggio, amore e difesa; tu quale cavaliere, lo sai, lo senti, lo puoi fare. Nasco proprio oggi, e nel germoglio della mia nuova vita affido a te il mio essere che fin’oggi ha posseduto un animo sempre deluso e deriso»

L’Italia di uno stivale decisa da quattro zoccoli di cavalli

Illustr. 1: Pietro Aldi, L'incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Partic. affresco del 1886 nella sala del Palazzo Pubblico di Siena.

Sono particolarmente attento alle cose dell’Italia nostra e se ebbero inizio a Teano in seguito all’incontro che la storia ci tramanda, perché non pensare che la stessa Teano sia un’occulta “madre” che possa aver generato una certa altra Italia che non conosciamo ancora, in cambio di quella che sappiamo, il risultato di un gioco politico di diverse nazione europee di quel tempo dell’incontro controverso. Chi ne fu l’artefice non restò nemmeno soddisfatto e preferì finire i suoi giorni a Caprera, piuttosto che essere generale di un re “caporale”. Potevano due “caporali” andare d’accordo? E tutto avvenne in quel tempo “a cavallo”: un formale saluto fra due dittatori e una fugace stretta di mano altrettanto formale, a sigillo dell’avvenimento, come a immaginare che la sorte dell’Italia sorgente possa dipendere da un cavallo, un animale e non dall’uomo stesso tramite le sue gambe e piedi ben saldi sulla terra. E ancora come se la stessa parola “a cavallo” alluda a qualcosa che viene scavalcata, giusto un’ipotetica nascita di un’altra Italia cui ho alluso all’inizio. O forse quei due uomini a cavallo erano dei “zoppi”: metafora di peccato? Senza dimenticare che fu un astuto cavallo a causare la caduta di Troia in favore dei Greci!

«La tradizione ebraica ci consegna la parola “peccato” come violazione dell’ordine voluto da Dio, che Coehlo ne “Il cammino di Santiago” così ci restituisce: La parola “peccato” viene da “pecus” che significa “piede difettoso”, piede incapace di percorrere un cammino. Il modo per correggere il peccato è quello di camminare sempre diritto, adattandosi alle situazioni nuove e ricevendo in cambio le migliaia di benedizioni che la vita concede con generosità a coloro che chiedono. Diversamente, nella Sloka 1 della Stanza V di “Theogenesis” è scritto come l’energia universale Fohat, ponte del percorso tra spirito e materia, diriga l’evoluzione dell’uomo e del cosmo tramite i propri passi, uno alla volta, così che il progresso proceda in infinitesimali periodi di tempo, il cui intervallo è rappresentato dal piede sollevato tra un passo stesso e l’altro: Diventerete così audaci da ostacolare la mia volontà? – gridò Fohat nella sua ira [] – badate che non abbassi il mio piede così pesantemente da demolire il ponte tra gli dèi e gli uomini; allora non potrete più soccorrere gli uomini, né far risuonare accordi pienamente armonici... »

Attenti al "segno", ci volle far capire Gesù con il famoso "segno Giona" evangelico, poiché gli si chiedeva un segno prodigioso da lui per credere alla sua parola. Ma l'uomo oggi ancora non ha capito l'ammonimento.

Al di là della necessità di essere ingoiati dalla “balena” delle necessità vitali, a volte a costo dell’esistenza, l’uomo non presta attenzione a piccole cose simili a “segni” appunto, sul come avvengono i fatti della vita. Essi ci sfuggono in realtà, per la loro vaghezza, una casualità senza basi razionali, né religiose e né scientifiche.

Tuttavia

“Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”

È una semplice locuzione della fisica sulla teoria del caos che racchiude l’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. In poche parole è un concetto denominato “effetto farfalla”.

Piccole azioni possono contribuire a generare grandi cambiamenti. Ciò che facciamo oggi influirà sul nostro futuro: con piccole azioni, possiamo cambiare molte cose che non apprezziamo della nostra vita oppure, più semplicemente, invece che colpevolizzarci per errori che tutti commettiamo, possiamo trovarvi una soluzione introducendo piccoli cambiamenti. Ed è appunto un certo “piccolo cambiamento” che ora mi appresto a introdurre nel sito web “Il Messaggio”, periodico d’informazione di Teano, come una certa “bottiglia del naufrago”, al suo direttore piacendo.

Ma intanto a Teano, in seguito all’incontro storico di Garibaldi col Re Vittorio Emanuele II, fu come se divampasse una seconda guerra, dopo quella dei garibaldini contro i borbonici, con lo scontro di due fazioni locali, Teano e Vairano, per attribuirsi il luogo esatto dell’avvenimento, peraltro ben acclarato in una lettera dell’8 marzo 1908 (depositata presso l’Ufficio storico) scrive testualmente:

«La mattina del 26 (ottobre 1860, ndr) ebbe luogo il memorabile incontro tra i due grandi fattori della unità d’Italia, e precisamente a Taverna Catena, ove ricordo benissimo v’era una cava di pietra»

Ed ecco in un’insospettata lettera un certo “effetto farfalla”, poco meno di un anno dopo la suddetta lettera dell’8 marzo 1908, cioè il 26 febbraio 1909, un giovane fidanzato, Gaetano Barbella, scrive alla sua amata Gina, che sposerà due anni dopo, una lettera d’amore, intravedendo in lei una poetica sorgente Italia. Ed ora è il suo primo nipote, che porta il suo stesso nome, a rendere noto questa lettera e alcune note che vi sono legate.

Amore e patria in una lettera del 1909


Ma cosa si dicevano gli innamorati nel secolo scorso? Solo parole d’amore? Non sempre, per esempio, s’intrecciava nei loro pensieri e parole la Patria, più di quanto si possa immaginare. Poteva capitare che il nome dell’amata si chiamasse Italia e non quella effettiva, come nel caso di una lettera di mio nonno paterno indirizzata alla sua Gina, un paio di anni prima che la sposasse. Credo di onorarli riportandoli al presente col mostrare di seguito il testo della lettera suddetta.

                                                                                                  26.2.1909


A te Gina

È solo degli angioli il sognare??? Nello sfondo ardente d’un “incantevole tramonto, discerno ergersi, qual candida nube nell’orizzonte, una forma vaga che ha del soprannaturale, del paradisiaco. Le scultoree forme poste a traverso i raggi del rosso sole morente, spiccano maestosamente e circonfuse d’un’aureola divina sembrava emanare terribili e deliziosissimi fluidi magnetici che costringono tutte le creature poste al raggio d’esse a rimanere fisse, incantate estasiate. Veste un lungo camice bianco con goffe di trina, del medesimo colore, che dal gomito pende maestosamente fin giù le mani inguantate a bianco. Le cinge la vita una ghirlanda di verdi foglie di quercia che artisticamente legate al fianco sinistro sembrano pendere da quel lato in dolce abbandono. Sulle belle, chiome castagne ammantate con finita arte, posa larga corona d’Alloro e sul davanti di essa, quasi ad emblema di insuperabilità, erge sublime fulgida una stella. A tracolla, porta un largo e lungo nastro tricolore che posato sulla spalla destra scende blandamente obliquo fin all’anca sinistra, ove termina formando una grande e magnifica nocca. Il viso, coperto da piccola maschera non può discernersi, ma dalla dimensione di esso e dal fulgido sguardo emesso attraverso i fori della pendente copertura, si intuisce con matematica certezza esser degno del corpo che lo porta. Essa dirige i passi alla mia volta con andatura celere e maestosa. Io assiso in un cantuccio d’una caverna esistente nella scoscesa parete di una rude roccia isolata, sto guardingo a scrutare le minime mosse di quella nuova Silfide vivente, deciso soffocare qualunque sentimento che essa sarebbe stata capace farmi nascere in cuore. Intanto essa avanzava, avanzava sempre. La potenza magnetica del suo sguardo, che in sulle prime avea trovato in me un corpo neutrale cominciò a far presa. Tentai allora evitare quei raggi visivi e mi rannicchiai il più che possibile onde sfuggire a quella potenza ignota ed arcana; ma mio malgrado guardavo fisso anch’io. Un dolce torpore e un tremito indefinibile avea assalito il mio corpo, facendolo sudare a freddo. Volli alzarmi, provare fuggire, ma rimasi lì fermo, spossato, annientato, con lo sguardo stupito, ma fisso su quella sirena che quale irruente onda marina riversava su di me tutto il di lei fluido. E così stetti finch’ella mi fu vicina. Con mosse da Dea mi si fermò a due passi e tendendomi un’incantevole mano, con voce che fece scuotere tutte le fibre del mio essere disse piano piano: «Fin dal mio sorgere ti vidi ed a te vengo... Mi chiamo Italia e sola, vengo a cercare in te quel che sia capace di sicuro appoggio, amore e difesa; tu quale cavaliere, lo sai, lo senti, lo puoi fare. Nasco proprio oggi, e nel germoglio della mia nuova vita affido a te il mio essere che fin’oggi ha posseduto un animo sempre deluso e deriso». Stette per un po’ silenziosa indi toltasi con infinita grazia la mascherina e ritornando a porgermi la manina, aggiunse: «Accetti??». Quale ebete io stavo a guardare, guardare ancora, quando quell’ultima parola e la vista del volto mi colpì al cervello... saltai di scatto, afferrai la mano che mi venia posta e con stretta atroce la portai al cuore, che dalla massima freddezza era passato alla massima caloricità, indi alle labbra e dopo avea deposto il più santo dei baci mi spinsi d’un passo avanti due braccia mi accolsero. Quanto tempo si rimase così? Io piangevo e le lacrime calde che sgorgavano copiose dai miei occhi, da lungo tempo aridi, venivano assorbite dall’Italia che confortavami a carezze. «Accetti??!!...». Sentii ancora ripetermi come un sussurro. Allora senza aprire bocca guardandola a lungo, mi sciolsi dall’abbraccio e presola per mano la condussi fuori dalla caverna. Nel prato verde che come tappeto infinito stendesi innanzi, raccolsi con la mano libera i migliori fiori ivi esistenti, indi sceltone uno rosso lo porsi ad essa, gli altri li disposi a casaccio, con mano tremante attorno alle di lei chiome e veste, ed inginocchiatomi a lei dinnanzi, tenendo sempre la di lei mano stretta nella mia risposi fra l’emozione: «Abbi infinita fiducia, amore e pazienza; oggi ricorre la tua nascita, la tua rinascita alla vita e con essa ricorre anche la mia; vivi sicura, se oggi siamo rinati in due morremo, ed assieme». Nell’orizzonte intanto splendeva la luna, che con i suoi materni raggi illuminando la coppia, rendevala un gruppo divino, quasi a formarne l’apoteosi della giornata trascorsa incantevole a glorificare la natura che sempre tacita godeva. Gli usignuoli melodicamente lanciavano le loro flebili note al cielo in segno di gaudio celeste.

G. Barbella

Cenni biografici

Gaetano Barbella, l’autore di questa lettera e nonno dell’autore di questo scritto, come già detto, sposò due anni dopo la Gina della lettera, Luisa Sapio nata e vissuta a Caserta dove si stabilirono dopo il matrimonio. Nonno Gaetano, chiamato familiarmente Tanino, in seguito ad una polmonite, morì prematuramente lasciando l’infelice sposa con due figli infanti da accudire, Francesco e mio padre Ettore. Nonna Luisa riuscì, con grande coraggio, a superare la sventura della grave perdita subita dimostrandosi piena di vigore ed iniziativa. Si diplomò come ostetrica ed esercitò, così, la professione di levatrice condotta. Si risposò ed ebbe altri due figli, Domenico e Filomena. Nonna Luisa mostrò particolare predilezione per lo scrivente, suo primo nipote, verso il quale non mancava di dimostrargli un amore filiale straordinario. Intravedeva in lui, pupillo dei suoi occhi, una personale cristianità ideale che, forse, neanche lei riusciva a discernere, ma vi prestava fede e speranza.

Illustr. 2: Abbazia lì, 4 novembre 1914. Presa di possesso del Comando della Base Navale austro-ungarica. L'alzabandiera della vittoria

Mi diceva spesso, vantandosene alla presenza di altri, e facendomi intimidire più di quanto non fossi già, che somigliavo tanto per la mia mestizia e tranquillità al Beato Domenico Savio, l’allievo prediletto del Santo Giovanni Bosco.

La sorte volle che, in modo a lei congeniale, ella si occupasse degli infanti come levatrice aiutandoli a sorgere dal grembo materno. Ecco che si delinea il parallelo con San Giovanni Bosco attraverso le trame incomprensibili del destino. Nulla che faccia meraviglia, allora, se si determinarono in Luisa Sapio, inconsapevolmente, le stesse sacre cose che premevano al Santo.

E dell’Italia tanto onorata idealmente da mio nonno Gaetano, da idealizzarla in colei che amava in modo superno? Egli non ebbe modo, nella sua vita stroncata nel momento più bello che il destino gli offriva, di fare la parte che gli sarebbe spettata e che lui agognava, quella dello sposo amorevole e padre, due cose che gli furono negate dal destino, come anche quella di servire la Patria nella vita sociale. Un servizio che certamente avrebbe svolto con grande prestigio, e che insieme a quello per la famiglia, non può che essere stimato come un’immolazione per l’Italia che lo esigeva da lui imperiosamente, forse in modo speciale. Ma come farò vedere brevemente quanto basta in modo incisivo, toccò al fratello Umberto Barbella occuparsi da milite, nelle vesti di sottufficiale della Regia Marina Militare, a far da simbolica presenza in due momenti eccezionali dell’Italia da ricordare immortalati dalle due foto riportate di lato.

Illustr. 3: Augusta lì, 13 marzo 1914. Regia Nave Napoli. La firma autografa è di Guglielmo Marconi, Nobel per la fisica nel 1909

Oggi, ritornando indietro con la memoria, al tempo della presa di possesso della Base del Comando Navale dell'esercito austro-ungarico dislocato ad Abbazia d'Istria, mai si potevano supporre gli estremi sacrifici cui furono soggetti i residenti italiani ivi dislocati. Eppure fu un gran bel giorno quel 4 novembre 1918, quando il R.C.T. Acerbi della Real Marina Italiana sbarcò ad Abbazia ed un plotone si recò marciando alla base dell'ex Comando Austriaco per issarvi il nostro tricolore. Il caso volle, che fra i componenti dell'equipaggio dell'Acerbi vi fosse il sottufficiale Umberto Barbella, fratello del nonno Gaetano. Ma non basta per far evolvere chissà quale disegno progettuale di un'Italia da realizzare poi, perché Umberto Barbella, quattro anni prima si trovò imbarcato sulla Regia Nave Napoli, in concomitanza del perfezionamento degli esperimenti sulle radiocomunicazioni ad opera dello scienziato Guglielmo Marconi, Nobel per la fisica nel 1909. Era il 13 marzo 1914.

Brescia, 25 giugno 2021

Biografia dell’autore



Diploma tecnico, innata predisposizione per il disegno, capacità e inventiva nel campo della meccanica delle macchine, interessi culturali a tutto campo: su queste premesse Gaetano Barbella coltiva da autodidatta il suo interesse particolare per la matematica, con lo spirito, la genialità e la curiosità di un dilettante di talento. Dedicatosi anche allo studio di esoterismo, di egittologia, di arte, è uno scrittore esperto che nel corso degli anni ha scritto numerosi articoli pubblicati in rete. Nel 2008 la Macro Edizioni pubblica un suo libro in Ebook, dal titolo, “I due Leoni Cibernetici. L’alfa e l’omega di una matematica ignota, pi greco e la sezione aurea”. Nato nel 1938 a Bolzano e vissuto sin da ragazzo a Caserta, dal 1969 ad oggi vive a Brescia con la famiglia.

1Fonte: https://www.ereticamente.net/2021/06/piede-e-peccato-triade-e-tetrade-costanza-bondi.html?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=piede-e-peccato-triade-e-tetrade-costanza-bondi

2Fonte: http://www.tavernacatena.com/Lo%20Scontro%20di%20Teano.htm

mercoledì 23 giugno 2021

Vacanze romane 103

 



Interessante il passaggio dai 4 angeli a 7 con ovvie simbologie legate a questo numero, Betty non aveva nessuna voglia di impantanarsi sul 7, ora non aveva tempo. Però non poteva fare a meno di pensare al 7, come ai giorni della creazione, come al numero architettonico del Demiurgo massonico ( tanto per stare ancora sui Templari)e di come il 7x4 generasse il 28 che è legato alla lunghezza del ciclo lunare perché corrisponde ai quattro periodi lunari e di come le fasi della luna fossero legate alla Meridiana di Santa Maria degli Angeli e alla determinazione della data della Pasqua. Basta, sui numeri Betty non va oltre, ricerca invece sugli angeli, sempre su Google, perché Betty ne conosceva solo 4 e cioè Gabriele, l’Annuciatore, Michele il Combattente, Raffaele il Guaritore e Uriele l’Innovatore. Uriele Betty l’aveva scoperto da poco perché la Chiesa cattolica, senza reprimere necessariamente queste tradizioni, si è vista costretta nei secoli, soprattutto nel Medioevo, ad arginare la fantasia e l’improprio uso, fino alla chiara superstizione se non occultismo e satanismo, di queste tradizioni angeliche, prescrivendo il culto e la venerazione dei soli tre arcangeli citati espressamente dalla Bibbia e cioè Michele, Gabriele e Raffaele… ,Jeudiele, Salatiele, Barachiele chi sono?  


immagine: Arcangelo Uriele

martedì 15 giugno 2021

Vacanze romane 102°

 


Dopo la lettura sulla devozione di Antonio Lo Duca per i 7 Angeli, Betty non poteva non soffermarsi sul fatto che il sacerdote avesse tale cognome, Duca, che evocava il titolo di duca che era secondo solo a quello di re, evocava i Normanni o i Bretoni e i ducati indipendenti come l’Aquitania e la Borgogna che tanto avevano avuto a che fare coi Templari. Poi Antonio Lo Duca proveniva dalla Sicilia, quindi… Normanni, Svevi, Federico II, Carlo V, i Borboni  ecc. Questi Borboni erano una delle più importanti e antiche case regnanti in Europa di origine francese, la famiglia è un ramo cadetto addirittura dei Capetingi. Questi Borboni che si imparentarono coi duchi di Borgogna, tra il 1238 ed il 1241, Ugo IV di Borgogna fu in Terra Santa  a combattere per gli ultimi regni cristiani che ancora resistevano in Palestina e quindi con la Terra Santa ritornano ai Templari. Questi Borboni che si diramano col tempo in Borboni spagnoli, Borboni delle 2 Sicilie, Borboni di Parma, Borboni d’Orleans, Borboni del Lussemburgo e chissà quanti altri e sicuramente avranno un certo potere anche oggi, visto che attualmente il Lussemburgo è assieme a Bruxelles e Strasburgo una delle capitali della Comunità Europea. Tutte queste dinastie coi loro intrighi dinastici a non finire, gli Asburgo in lotta coi Borboni a volte all’opposto uniti con matrimoni dinastici… il Re Sole che era un Borbone ebbe un unico grande obiettivo: affermare la potenza francese, consolidando le frontiere e ostacolando il potere degli Asburgo, la guerra di Successione spagnola (1701-1714) voleva scongiurare la possibilità che l’eredità andasse ad altri due discendenti indiretti di quella dinastia, Luigi XIV di Francia o l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, l’egemonia territoriale europea era esagerata sia con gli Asburgo che coi Borbone per questo i paesi europei si combatterono fra di loro, alla fine vi fu una pace senza né vinti né vincitori e non molti anni dopo la strategia cambiò radicalmente col matrimonio nel 1770  tra Luigi XVI, Borbone e Maria Antonietta, Asburgo, certo non finì bene visto che furono ghigliottinati… meglio tornare agli Angeli

 

 immagine:Il matrimonio di Luigi XVI e Maria Antonietta a Versailles la cappella reale, il 16 maggio 1770- autore Derrais

martedì 8 giugno 2021

Vacanze romane 101°

 


“La Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri si deve soprattutto alla volontà incrollabile di Antonio Lo Duca (Duca o Del Duca), sacerdote siciliano, nato a Cefalù nel 1491 e morto a Roma nel 1564, devoto al culto degli angeli. A questo culto si era votato fin da quando (1513-15), nominato maestro di canto della cattedrale di Palermo, aveva scoperto nella chiesetta di Sant’Angelo, ove si radunava con i chierici per tale insegnamento, un antico dipinto dei Sette Principi degli Angeli riemerso quasi per miracolo dopo secoli d’incuria. Venuto a Roma, sembra nel 1572, con la segreta intenzione di ottenere il riconoscimento della devozione ai Sette Principi angelici, divenne cappellano del cardinale A. Del Monte, zio del futuro Papa Giulio III con il quale condivise tale culto e per il quale compose la Messa dei Sette Angeli. Dopo la morte del suo protettore (1533), Antonio fu fino al 1537 cappellano del conte Cifuentes, ambasciatore dell'Imperatore Carlo V. In questi anni cercò invano di fare approvare ufficialmente la Messa dei Sette Angeli. Anche il suo intervento presso Papa Paolo III Farnese fu vano; da lui ricevette soltanto cariche e prebende che lo riportarono alla natia Sicilia. Dopo un breve periodo, ritornò nuovamente a Roma dove divenne cappellano in Santa Maria di Loreto al Foro di Traiano. Qui, un mattino d'estate del 1541, ebbe una visione straordinaria: vide “una luce più che neve bianca” scaturire dalle rovine delle Terme di Diocleziano con al centro i Sette Martiri (Saturnino, Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sisinnio, Trasone e Marcello papa) collegati alla costruzione dell’immensa fabbrica. Da questa visione Antonio ebbe la certezza che un tempio dedicato ai sette Angeli doveva sorgere proprio in quelle maestose rovine termali. Recatosi nel luogo della visione, segnò col nome dei sette Angeli (Michele, Raffaele, Gabriele, Jeudiele, Salatiele, Barachiele e Uriele) le colonne della grande sala dell’antico tepidarium. Cominciò così a delinearsi l'idea di trasformare la grande sala in una chiesa da dedicare ai Sette Angeli e ai Sette Martiri. Il solerte Antonio incominciò subito a pensare all'edificazione, ma invano inoltrò suppliche all’allora pontefice Paolo (…) il nuovo pontefice Pio IV Medici realizzò finalmente nella maniera più maestosa e solenne il sogno di Antonio. Con una Bolla datata 27 Luglio 1561, il Papa ordinava, infatti, la nascita di una chiesa nelle antiche Terme di Diocleziano che, dopo un “Breve” emanato subito dopo per concederne l’officiatura ai Padri Certosini di Santa Croce in Gerusalemme, intitolava alla ‘Beatissimae Virgini et omnium Angelorum et Martyrum’. (http://www.santamariadegliangeliroma.it)

 

immagine: Interno Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri

martedì 1 giugno 2021

Vacanze romane 100°

 


Mentre pensava agli argomenti da approfondire, la mente di Betty si tormentava anche con la triade Narcissus/Narciso/Giallismo, finché Betty ricordò un fatto di qualche anno fa: un giovane, seguace di una non meglio specificata forma di avanguardia artistica, il ”Giallismo” ha impugnato un pennarello nero ed ha sfregiato un’opera di Mark Rothko, la cui quotazione si aggira sui cento milioni di euro. Tranquillamente, il giovane ha scritto il suo nome e cognome e la denominazione del suo movimento artistico, poi se l’è data a gambe senza essere fermato da nessuno. È stato in seguito rintracciato, grazie ad un numero di telefono reperito sul suo blog, il quale pubblicizzava il movimento del Giallismo. Praticamente gli investigatori hanno letto il suo nome e cognome scritto sull’opera d’arte, poi sono andati su internet, hanno digitato su Google: Giallismo. Ed è apparso il suo blog con i suoi dati, compreso il numero di telefono. Se lui non si fosse firmato, dove lo pescavano? Ha dichiarato di essere scioccato non per il suo gesto, in linea con gli artisti più rivoluzionari come Duchamp e Hirst,i quali hanno firmato opere che non erano le loro, ma per la mancanza di sorveglianza sia tecnica che umana sulle opere d’arte. Nel suo sito accessibile a tutti Vladimir Umanets, l’artefice dello sfregio al Rothko, dichiara che il Giallismo non è un movimento artistico ma è il nuovo contesto nella cultura contemporanea. La tristezza è gialla, così come l’allegria. Il dolore è una pura espressione del giallo, così come un orgasmo. Il giallo è il colore della pazzia, col giallo sono stati marchiati gli ebrei, i pazzi (cioè gli artisti) e gli intellettuali (chi più degli ebrei può rappresentare la cultura?)  Il giallo è il colore della luce, permette l’attività, ma non la impone. Rappresenta il Sé, la spontaneità, la curiosità, il nuovo, l’investigazione e la lucidità di coscienza. Evoca il bisogno di aspirare a qualcosa, il desiderio di liberarsi dei limiti, di togliere ogni ostacolo… e comunque questo Giallismo se non è diventato un movimento artistico importante di giallo ne ha sparso abbastanza: basti pensare alla rivolta dei gilet gialli francesi, nata spontaneamente nel 2018, ma vi era già stata un’atra rivolta gialla nel II secolo in Cina, quella dei turbanti gialli, eh, il giallo rimane il giallo come in letteratura ad esempio

 

immagine: La tela di Mark Rothko deturpata dal Giallista