37 ed ultima puntataIN...FINE
immagine : Maternità
GILLES E LA CERCA DEL GRAAL 36 puntata
GILLES E LA CERCA DEL GRAAL 35 puntataNelle campagne è ancora in uso il calderone, che serve a scaldare l' acqua per l' uccisione del maiale. Questo rito era magico per i Celti.
GILLES E LA CERCA DEL GRAAL 33 puntata Secondo la leggenda, il Graal era uno smeraldo staccatosi dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta, e che raccolto dagli angeli, fu scavato a forma di calice e riportato nel paradiso terrestre alla cacciata di Adamo ed Eva. Il loro figlio Seth, prefigurazione di Gesù, rientrò nell’Eden per quaranta giorni (oppure mesi o anni), recuperò l’oggetto prezioso, che sarà poi affidato ad Ermete Trismegisto, o, in una variante, ai Druidi.
Nel cenacolo, il Graal si trova misteriosamente fra le mani di Gesù che vi beve il vino dell’ultima cena.
Il calice, raccolto da Simone, viene consegnato a Pilato, che lo regala a Giuseppe d’Arimatea. Questi vi raccoglie il sangue di Gesù crocefisso, quando la lancia del centurione Longino ne trafigge il costato. In seguito quando sparì il corpo di Gesù, Giuseppe d'Arimatea viene accusato del furto e imprigionato. In carcere conserva la coppa, dove una colomba viene a deporre una magica focaccia che lo alimenta. Liberato, lui e Nicodemo, insieme alle Pie Donne, portano il calice sulla costa francese, e di qui ai confini con la Spagna, oppure in Inghilterra. Da notare che nei cicli bretoni di Artù, il Graal è assente, ma è presente nelle leggende celtiche irlandesi e gallesi, che lo consegneranno al cristianesimo del XII secolo.
immagine : Gilles
32 puntata
Si discute in Romagna se siamo più legati al mondo celtico o a quello romano.
Io non ho dubbi.
I nostri uomini si considerano ancora dei galli, le nostre donne non sono mai state matrone, ma azdore.
L’Azdora o Arzdora era una vera colonna portante della famiglia. Azdora significa: colei che presiede e che regge al governo della casa. La parola “reggitrice” richiama proprio questa funzione di sostegno.
Il reggitore,ossia l' arzdor, era il capofamiglia, il vertice della scala gerarchica, colui che si occupava degli affari di casa e teneva il danaro.
La reggitrice o arzdora per le cose di casa, era di solito la moglie del capofamiglia e doveva “accudire alla casa, preparare il vitto, attendere a tutti i lavori domestici necessari”. Era suo compito “provvedere al mantenimento del pollame e dei maiali”. L’arzdora andava al mercato con pollame, uova, formaggio, ed altro; e col ricavato di questi commerci comprava olio, sale, e quanto poteva servire alla famiglia.
L’ azdora, solitamente era anche una conoscitrice di erbe selvatiche e medicamentose era anche un po’ magica e a lei toccava educare i figli.
L’ uomo era solito dire “ in casa li porto io i pantaloni” , in realtà l’ azdora glielo lasciava credere , teneva la corda lunga, lunga, ma era pronta ad intervenire e a prendere il controllo delle redini , quando l’ uomo tentennava, poi ritornava al suo posto, questo comportamento mi ricorda tanto quello delle donne dei Celti, che combattevano al fianco dei loro uomini, per tornare poi alle loro solite occupazioni domestiche e alle loro erbe magiche.
Inoltre nelle famiglie patriarcali, le donne di giorno sante e lavoratrici, la notte, a volte, concedevano i loro favori anche ai fratelli "zitelloni" del marito. Era un po' un' opera pia.
Il mio Gilles, termina così il suo viaggio in terra di Romagna,da dove non si è mai mosso, ma è qui che egli vuole restare.
LUGH 31 PuntataVi ho parlato di Lugh in Romagna ed anche di Lugh divinità celtica.
Nei toponomi a volte rimangono più tracce che nella storia.
Ci sono molti luoghi dedicati a Lugh nell'Europa centrale e occidentale che testimoniano l'importanza del dio tra i Celti. L'antico nome Lugus sembra significhi “lucentezza, illuminazione”, è quindi connesso anche a tutte le capacità della mente umana. Lugh è l' occhio benevolo, egli sconfigge il nonno Balor che governa con l' occhio malefico. L' occhio e la luce sono la stessa cosa, la luce attiva la retina, che se non è stimolata non può iniziare a funzionare , la luce è sorgente di visione e la visione è sorgente di luce interiore e quindi di sapienza... ma se la visione è malefica la luce sarà tenebra.
Lugh significa luminoso è legato all'intelligenza, a come essa porti alla supremazia della mente sui problemi.
Lugh è esperto in tutte le arti, dalla poesia alla metallurgia, dall'arte della guerra alla musica.
Lugh nasce in un periodo di tensioni e pericoli. Il dio è figlio di Cian, figlio di Dian Cécht, e di Eithne, figlia dell'invincibile campione Balor, colui il cui occhio inceneriva tutto ciò su cui si posava. Lugh rappresenta la possibile riconciliazione tra Danai e Fomori (tra saggezza e forze del caos). Poiché la sua esistenza è un pericolo viene nascosto nelle profondità marine, dove apprende l'arte della poesia. Cresciuto, Lugh reclama il suo posto.
Secondo la tradizione gallese, egli è figlio di Arianrhod, la Dea Bianca, e di Gwyddyon, suo fratello. La madre, insofferente al nascituro, getta sul bambino tre geasa (divieti). Il bambino non deve avere un nome a meno che non gli venga dato dalla dea stessa, non può possedere armi se non donate da lei e non può avere in sposa una fanciulla mortale. Attraverso l'ingegno del padre Gwyddyon il bambino riesce ad aggirare i geasa , riuscendo ad avere un nome (la madre, stupita dalla sua abilità esclamò: Lleu Llaw Gyffes, che significa “Il leone ha la mano ferma” e che quindi divenne il nome del giovane dio), ad avere le armi (attraverso un travestimento fu la dea stessa a metterle nella sua mano) e una bellissima donna non mortale (venne creata dal padre mediante la magia e l'uso di nove fiori e il suo nome è Blodeuwedd, che significa appunto “viso di fiori”). Blodeuwedd tradisce il marito, riferendo all'amante Grown Pebr il suo punto debole, ma Lleu riusce a salvarsi e a sconfiggere il nemico. Blodeuwedd viene invece tramutata in gufo.
Lugh è l'archetipo dell'eroe salvatore, colui che porta il lieto fine. Lugh possedeva dei corvi profetici secondo le fonti più antiche.
Lugh è uno strano e molteplice dio che si confonde, si unisce e si divide. In lui si possono ritrovare: Cerridwen colei in grado di mutare il suo aspetto, Brigid la patrona tradizionale dei guaritori, della poesia e dei fabbri, i cui attributi sono la luce, l'ispirazione e tutte le attivita' associate con il fuoco e infine Morrigan a volte raffigurata con l'aspetto di un corvo, dea dell'acqua il cui suo pozzo sacro ha una fonte di conoscenza infinita ma è anche dea della guerra e delle battaglie.
immagine: Lugh
LUGH 29 puntatamolti studiosi affermano che i Druidi provenissero da Atlantide, prima che essa scomparse , altri sostengono che i Druidi erano il risultato di una fusione con i Celti. La cosa più interessante nella loro storia è che le loro pratiche hanno notevoli somiglianze con quelle degli Indiani d'America, i Druidi, come gli Indiani, considerano gli animali come guide, guardiani e protettori.
All'inizio del IV secolo i Galli, scendono in Emilia Romagna , si irradiano in tutta la regione : i Senoni nel territorio tra il Montone e l'Esino, i Boi al centro della regione emiliana, i Lingoni nell'area adriatica.
Lugo o Lugh in dialetto romagnolo è una cittadina sita nella provincia di Ravenna. Lugo è stato fin dai tempi antichi un crocevia ,la pianta della città si è formata su due assi viari che si incontrano a forma di croce. La croce è uno dei simboli più importanti, unione del cerchio e del quadrato, è presente in quasi tutte le religioni. I crocevia erano sacri ad Ecate la dea trivia che rappresenta le fasi della luna,Ecate a volte si confonde con la dea celtica Morrigan o con la dea Diana dei romani. Il luogo di culto più antico di Lugo è l' Oratorio della croce coperta, qui prima vi era il culto della Madonna ed ancora prima un pozzo sacro , dedicato ad una dea dei Celti molto famosa nell' antichità, venerata poi anche dai Romani col nome di Diana. A Lugo esistono numerose chiese dedicate alla Vergine ed altre a santi eremiti come Sant' Ellero ( che visse in una grotta a Galeata, famoso perchè al suo cospetto si inginocchiò il cavallo di Teoderico e questi per poco non cadde) e Sant' Onofrio. Persino Gastone de Foix, nipote del re di Francia, e cugino di quello di Spagna, passò da Lugo, prima di morire nella battaglia di Ravenna nel 1512, un suo soldato dipinse su un muro un volto bellissimo di fanciulla,questa immagine divenne culto popolare , ci furono dele grazie, si costruì un oratorio a cui si aggiunse una confraternita. La Romagna rossa ,degli strozzapreti , è molto religiosa o superstiziosa?
Cerridwen corrisponde alla funzione divina del sostegno e del nutrimento; per questo motivo è descritta spesso come un animale magico, la scrofa bianca, che rinasce ogni volta che viene mangiata. Il maiale nella cultura celtica veniva onorato e consumato in modo rituale. La scrofa rappresenta la Dea dispensatrice di vita.
La parola inglese “sow” significa sia scrofa sia seminare: appare così meno sorprendente che Cerridwen sia anche divinità preposta alla protezione del raccolto dei cereali.
IL CALDERONE DI MORGANA 27 Puntata
Ora entriamo, col racconto, nel grande calderone di Morgana. Il mio Gilles vorrebbe assomigliare all’ Antonio di Padova, ed andare ramingo e famoso, ma gli tocca il destino di essere come l’ Antonio eremita, di stare cioè sempre nello stesso luogo col maiale e il calderone, se non lo sapete ve lo dico io : la Romagna è la terra “de baghen”, cioè del maiale. Persino Cesare lo sapeva, quando reclutò in Romagna gli uomini per la X legione, la sua preferita, gli diede come vessillo un maiale.
Considerato, a torto, un animale brutto e sporco, vietato in tavola agli ebrei, considerato immondo dai mussulmani , forse il maiale avrebbe preferito le prescrizioni alimentari del mondo ebraico o di quello islamico, piuttosto che i romagnoli facessero a lui così tanta festa. Allevare il maiale costava poco, bastavano gli avanzi della tavola, ma forniva carni e salumi per tutto un anno. Prima si mangiavano le cose meno saporite, poi in estate si iniziava il prosciutto. I maiali furono portati in Romagna dai Galli della tribù dei Boi e qui trovarono il loro habitat, in cambio noi offrimmo agli invasori il nostro vino che loro non conoscevano. L’ incontro deve essere stato fortunato perché da noi in Romagna è ancora in uso fare allegre tavolate dove l’ ospitalità romagnola non fa mancare fiumi di Sangiovese e grigliate di salciccia , costine e lonze perché a tavola ci si mantiene giovani. Col maiale si beve il sangiovese, ma abbiamo un altro vino, poco conosciuto ma eccellente, è un vino chiamato Uva d' Oro, poichè la leggenda narra che Renata di Francia ( 1510/ 1575), venuta in sposa ad Ercole II d' Este, portasse in dono una varietà di vite detta Uva d' oro. E' l'unico vino rosso che accompagna benissimo il pesce, nella nostra zona è buona usanza accompagnarlo con la tipica anguilla di valle.
Renata di Francia figlia di Luigi XII era promessa sposa a Gastone di Foix, il famoso condottiero che, morì a Ravenna nel 1512. Nel luogo dove morì Gastone, nella campagna ravennate vi è un monumento chiamato Colonna dei Francesi. Renata andò quindi sposa al duca d' Este. Renata alla corte di Ferrara protesse ed accolse molti perseguitati religiosi, fra cui anche Giovanni Calvino.
Per chi non lo sapesse vi dico che un tempo la Romagna comprendeva anche le città di Bologna e di Ferrara.
Ma ora ritorniamo al rito del maiale.
Per fare la festa al maiale, prima di tutto si iniziava col mettere sul fuoco un grande calderone.
immagine : tipico calderone o paiolo
Ed ora facciamo un salto ed uniamo sant’Antonio Abate a Mago Merlino.
Un salto azzardato ?
Non è detto.
Antonio Abate è raffigurato molto anziano, con la barba lunga, lunga, il maiale accanto, il bastone a forma di tau( croce egizia, simbolo di vita), con un campanello per segnalare l’ arrivo di malati infetti ed è protettore dell’ herpes zoster , comunemente chiamato il fuoco di sant’Antonio ed è anche l' ispiratore delle famigerate catene.
Merlino era un druido e i druidi erano i sacerdoti dei Celti, chiamati anche Galli ed anche Galati.
I Celti sono famosi per le catene che portavano al collo ( torques) che avevano una valenza magica, erano un legame col divino ed erano simbolo di libertà .Le catene sono poi diventate corone, rosari , catene d' unione nella massoneria, ed anche catene di messaggi.I druidi sono raffigurati anziani, con la barba lunga , lunga, accompagnati sovente dal cinghiale (che è una specie di maiale). Il cinghiale mangia le ghiande, frutti dell’ albero per loro sacro della quercia.
I druidi governavano la corretta esecuzione dei fuochi .
Nell’antica tradizione celtica le Feste dedicate al Fuoco erano quattro e, insieme ad altre, segnavano il cambiamento delle stagioni. Tra le feste del fuoco abbiamo: Samhain, Beltane, Imbolc e Lughnasadh. Ciascuna era celebrata per tre giorni - prima, durante e dopo il giorno ufficiale di osservanza. Ognuna di queste feste, svolte in maniera diversa rappresentavano i cicli naturali della coppia che genera, identificati nel sole( dio o uomo) e nella luna( dea o donna). In Romagna si festeggia la Madonna del Fuoco, protettrice di Forlì, proprio nei giorni dei Fuochi di Imbolc ( 4 e 5 febbraio). E' una Xilografia, è una delle più antiche oggi esistenti: scampata ad un incendio divampato durante la notte in una scuola della città, la sua datazione è incerta forse risale al 1420.L' immagine presenta chiaramente simboli pagani: il sole e la luna, la Madonna col Bambino è contornata da Santi fra cui anche i padri del deserto.L' altra immagine è la raffigurazione dell' incendio della scuola e del miracolo dell' immagine ritrovata integra fra i carboni ardenti. Essa mostra l' immagine della Madonna col sole e la luna e lo spegnimento dell' incendio è mostrato come un percorso pagano, vi è la scala iniziatica, il calderone, l' acqua elemento sacrale della grande dea, e il vecchio col bastone potrebbe essere S. Antonio Abate, ma anche un druido. In Romagna i fuochi sono ancora sacri, i nonni raccontavano di contadini che riuscivano ad accendere il fuoco come facevano i druidi solo strofinando le mani...naturalmente con un po' di zolfo sul palmo.
Il legame con la terra rimane saldo , la tecnologia corre ma le radici rimangono. Questo ben lo sapeva la Chiesa già tanti anni fa, all’ inizio della sua storia, quando si rese conto che certi riti non sarebbero mai stati estirpati, li convogliò nel suo grande ventre .
E non è tutto.
immagine : Xilografia Madonna del Fuoco ( Forlì)
TEBAIDE 25 puntata
Sfuggenti, scontrosi, scorbutici: i padri del deserto sono stati spesso dipinti così, senza dimenticare, ovviamente, l’elenco delle stranezze e delle bizzarrie, la barba irsuta, le povere vesti di stracci o di pelle di pecora, il comportamento “asociale” di questi uomini che vivevano in una grotta, si nutrivano di erbe e di radici e sceglievano talvolta la sommità di una colonna per trascorrere in penitenza i loro giorni. I padri del deserto evitano la compagnia degli uomini, si negano all’incontro. I più noti sono: Antonio alle prese con ogni tipo di draghi e di mostri, Girolamo in preghiera accanto a un leone, Onofrio che per nascondere la sua nudità ha solo la sua lunga capigliatura, Macario in meditazione con un teschio tra le mani, Pafnuzio che cerca di strappare Taide ai suoi amanti e soprattutto Simeone lo stilita che visse per 37 anni su di una piccola piattaforma posta in cima ad una colonna, nella zona nord di quella che è oggi la Siria. Allo scopo di isolarsi dalla massa sempre crescente di pellegrini che venivano a trovarlo, Simeone creò una piccola piattaforma sulla sommità di un pilastro che trovò nelle vicinanze, e su questa decise di vivere per il resto della sua vita. Simeone non permetteva alle donne di avvicinarsi al suo pilastro, neanche a sua madre, dicendo loro "se saremo degni, ci vedremo nella vita a venire". Beato Angelico, ci raffigura invece la tebaide come un' isola felice ed operosa, dove i fraticelli vivono in comunità aiutandosi, ma allo stesso tempo ognuno con la propria abitazione o grotta.
immagine: Tebaide del Beato Angelico
S. ANTONIO ABATE 24 puntataNato presso Eracleopoli nel Medio Egitto nel 251, Antonio Abate è uno dei fondatori del monachesimo orientale e perciò chiamato "padre dei monaci". Dopo la morte dei genitori distribuì infatti tutti i suoi averi ai poveri e nel 270 si ritirò nel deserto della Tebaide dove cominciò la vita di penitente. Lì lo raggiunsero numerosi discepoli e perciò fondò varie comunità anacoretiche in Egitto Sostenne i martiri nella persecuzione di Diocleziano e si adoperò moltissimo contro l'eresia ariana. Morì presso Afroditopoli nell'anno 356. Lo sviluppo del suo culto in Occidente, fu dovuto probabilmente alla fama di guaritore dall'herpes zoster, comunemente conosciuto come "fuoco di S. Antonio", che accompagnò la figura del santo in vita. L'iconografia tradizionale ce lo rappresenta sempre con due elementi inscindibili: il fuoco e un maiale Il primo ha un chiaro richiamo al male nella cui cura S. Antonio abate era particolarmente versato, mentre per il maialino, si suppone, rappresenti la terapia a quel male. Infatti pare che, nel medioevo, fosse usanza spalmare sulle parti del corpo interessate dall'herpes zoster un impasto fatto dal lardo di maiale. Si possono, pertanto, individuare due aspetti distinti nello sviluppo del culto popolare tributato al Santo Abate: uno che si riconnette alla fama di taumaturgo e l'altro che pone, invece, l'accento sul problema della tutela degli animali. Oltre che come guaritore dell'herpes zoster, in alcune località la protezione del Santo è invocata anche contro la peste e altre malattie.
Dopo avervi presentato i due Antonio, vi posso svelare di avere scoperto che l' ispiratore delle mefistofeliche catene di San Antonio è proprio l' Antonio abate, in quanto esiste una leggenda in cui si racconta che Antonio inviò una lettera al duca d' Egitto minacciandolo di morte se continuava a perseguitare i cristiani ed intimandogli di scrivere lettere per avvisare tutti i notabili di lasciare stare i cristiani. Il duca rise e stracciò la lettera, ma il giorno dopo morì cadendo da cavallo.
A discolpa del triste flagello delle catene è da imputare ad Antonio abate anche una cantilena che sentivo spesso in bocca a mia nonna( forse qualcuno di voi la ricorda) e pare funzionasse nella cerca, io ricordo solo la prima frase:
S. Antonio dalla barba bianca
fammi trovare quello che mi manca.
Dovrò bene continuare le ricerche su Antonio abate , il quale indirettamente è stato la causa del mancato viaggio in Giappone del Gilles , ma essendo anche fautore della cerca, qualcosa mi farà trovare.
Intanto vi posso dire che esiste l' Epifania del 6 gennaio, ma esiste anche un'altra Epifania che si festeggia il 17 gennaio giorno dedicato a S. Antonio abate.
La motivazione che ho trovato viaggiando nel web:
S ANTONIO da PADOVA 23 puntata
Per una catena di S. Antonio, il mio Gilles perse la fama.
Le cosiddette catene di sant’ Antonio sono un sistema per propagare un messaggio inducendo il destinatario a produrne molteplici copie da spedire, a propria volta, a nuovi destinatari. A volte sono bene augurali a volte contengono minacce e superstizioni e come un virus si propagano senza fine. Anche se a volte sono simpatiche e ben fatte è bene non cadere nel tranello perché sono comunque un entrare in casa degli altri senza chiedere permesso.
Ora vi devo parlare di sant’ Antonio l’ ispiratore delle catene. Vedrete che il discorso sarà un po’ confuso, ma chi mi ha letto sino a qui, si sarà reso conto di essere in un coacervo di caos. Le catene sono ispirate al santo più venerato ma io non so scegliere fra i due Antonio, cioè fra quello di Padova e l’ Antonio eremita .
Ambedue i santi hanno forti legami con la Romagna e quindi anche con me.
Sant’ Antonio da Padova nasce nel 1195 a Lisbona il 15 agosto, nel 1220 viene ordinato sacerdote poi scosso per l'uccisione di cinque frati francescani missionari in Marocco, chiede e ottiene di farsi francescano e di partire in missione. Appena arrivato in terra africana, una strana malattia infrange il suo sogno ed è costretto a ritornare. La nave sulla quale si era imbarcato, per evitare il naufragio è costretta ad approdare in Sicilia. Da qui parte per prendere parte al Capitolo generale dei francescani, ad Assisi. Antonio incontra san Francesco. Frate Graziano, ministro generale della Romagna, conduce con sé il frate portoghese, affinché celebri la santa Messa ai Frati del romitorio di Montepaolo. Questo eremo esiste ancora, è quello raffigurato nella foto, qui vi è conservato una reliquia del santo e vi sono due percorsi esterni : il Sentiero della Speranza con pannelli che rappresentano la vita del Santo e il Viale dei Mosaici dove é raffigurata la storia di Montepaolo. E' qui, a Montepaolo che Antonio vive da eremita la regola francescana. Nel 1222 il 24 settembre, in occasione di una ordinazione sacerdotale celebrata a Forlí, deve tenere, per obbedienza, un sermone, che fa un'enorme impressione. Cosí comincia la sua grande epopea di predicatore, di docente e di ministro dell'Ordine. Di qui la sua predicazione si estende a tutta l'Italia settentrionale e alla Francia meridionale.
Nel 1224 diviene insegnante di teologia nelle scuole di Bologna e di Montpellier. Nel 1226 è custode della provincia di Limoges e poi ministro provinciale della Romagna. Nel 1230 provato dalla malattia, si ritira a Padova, nel convento di S. Maria Madre del Signore. Qui si dedica alla compilazione dei Sermoni. Il 13 giugno 1231 muore.
immagine: Eremo di Montepaolo
22 puntata
Ci fu un altro pomposo contatto, da un importante critico d’ arte. Un critico coi fiocchi, di quelli che hanno un curriculum lungo, lungo che incute soggezione solo a guardarlo. Con modi professionali e tecnici, senza ombra d’ ironia , né calore, si degna di osservare il Gilles , perché forse potrebbe portarlo in Giappone. Il critico si occupa di promuovere l’ arte italiana nel paese orientale dei peschi e delle peonie e dei draghi ( peschi, peonie e draghi ne abbiamo tanti anche in Romagna) e forse può interessargli anche il mio lavoro artistico. Mi lascia il suo indirizzo e-mail, riservato e per pochi, e mi lascia in quella specie di brodo di giuggiole in cui il solito io prepotente e potente aspira alla fama.
Sarebbe un bello schiaffo per quelle persone che disprezzano il mio lavoro, non dico che debba piacere, ma solo riconosciuto che cerco di mettermi in gioco con tutta me stessa.Mi sembra impossibile però che io sia una vera artista , sono così poco tecnica, così incostante, io mi considero una scassabubbole, che non so bene cosa significhi, ma mi piace la parola.
Il Giappone sarebbe anche un bel viaggio per il Gilles, che fino ad ora, doveva andare a Ravenna, poi a Roma, a Milano ed invece non si è mai mosso.
In mezzo a questi sogni di fama, mi arriva nella posta elettronica una specie di catena di Sant’ Antonio. Questa catena ha aforismi sul vile denaro che non compra nulla, il denaro compra l’ artificio e non l’ arte. Di solito cestino queste catene, ma questa ha svegliato in me, una specie di furore irrazionale e l’ ho inviata agli indirizzi della mia rubrica, ai miei amici ed anche al famoso critico.
Neanche cinque minuti e mi è arrivata la risposta del famoso critico: “ Questo è un indirizzo di lavoro, sono costretta a negarle l’ accesso in quanto lei è una persona irresponsabile e sciocca.”
Addio sogni di fama.
21 puntata
Nella soleggiata piazza di Ravenna, ai tavolini del bar Roma, aspettando il gallerista milanese, sorseggiando il solito caffè al ginseng in tazza grande, mi godevo l’ ultimo sole di settembre e per calmare l’ agitazione pensavo a tutte le numerose serate estive passate, proprio qui, in piazza, a parlare , io più ad ascoltare, le dissertazioni sul dimenticato significato del termine “ logos “ che vorrebbe dire non solo parola ma ragione, ed altre amenità di questo tipo, quando sentii una mano sulla spalla.
“Con una giornata così bella, non inizieremo subito a parlare di lavoro, ti ho messo una mano sulla spalla, ma sei un groviglio di nervi tesi.” Mi apostrofa il gallerista milanese.
“Ciao, sì già ho problemi con la colonna vertebrale perché ho i muscoli poco elastici, in più usando il computer mi sono accorta di non tenere una postura corretta , devo proprio prenotare qualche massaggio per sciogliermi un po’.
“ Alzati, ho sofferto anch’ io di mal di schiena e sono diventato quasi un massaggiatore professionale, alzati , non avere paura, ti tocco solo le vertebre, vedrai come starai meglio dopo, su, su.”
“ Non mi sembra il caso.”
“ Ma di cosa hai paura, qui in mezzo alla gente, con la piazza piena.”
Mi alzo ed il noto gallerista milanese, mi massaggia con due dita, spingendo le vertebre.
“ Dai rilassati.” Mi dice.
Ed io improvvisamente, sento, senza ombra di dubbio, da dietro, la sua erezione.
Indignata mi allontano e lo fulmino con lo sguardo, prendo in mano la borsa e lascio i soldi per il caffè.
“ Ma che hai, dai siediti, non si fa così, soldi non ne vuoi spendere, io ti aiuto lo stesso e tu ti arrabbi, non ti capisco proprio.”
“Io soldi non ne voglio spendere, perché mi sembra di comprare il lasciapassare falso per il mio Gilles, figurati se vendo me stessa.”
“ Stronza, ”mi dice il noto gallerista milanese mentre mi sto allontanando.
Furente mi giro col dito medio alzato, poi allungo il passo e me ne vado.
Gilles non andrà neanche a Milano, ma meglio così, che cambiare abitudini fa male alla salute.

PIAZZA del POPOLO 20 puntata
La piazza centrale di Ravenna è chiamata Piazza del Popolo, ha anche altri nomi, ma questo è quello che più le si addice perché è un luogo che attira i ravennati all’ incontro come le api sono attirate per il miele. Non ho citato a caso le api , in quanto qui si ergono due colonne su una delle quali vi è sant’Apollinare( patrono della città) il cui simbolo sono le api, simbolo di eloquenza. Sull’ altra colonna vi è San Vitale.Le colonne erette davanti al palazzo comunale dai veneziani nel 1483, hanno il basamento a gradoni, scolpito in bassorilievo da Pietro Lombardo con formelle raffiguranti i segni dello zodiaco, qui sono tredici, perché un tempo i segni zodiacali erano tredici, ed ornamenti floreali ed altre figure.
La piazza è un quadrilatero dove l'armonia degli spazi e degli edifici si sposa con l'armonia dell'incontro, è il cuore della città e fu ricavata nel XIII secolo. Fino al 1483 era solo un terreno erboso e fu durante la dominazione veneta che venne ampliata e pavimentata. Il Palazzo comunale, finto medievale è chiamato anche palazzo merlato per via dei merli posticci che furono posti nel 1857 in occasione della visita del Papa Pio IX .Vicino vi è il Palazzetto Veneziano , cosiddetto perché appunto eretto dai veneziani sempre nel Quattrocento. I cinque grandi archi con l'archivolto in terracotta poggiano su delle colonne di granito con capitelli di tipo composito con foglie di acanto dell'epoca dell'imperatore Teoderico (493- 526).
La piazza ispira lusso,calma e voluttà, è amatissima, ma sarebbe un po’ difficile far capire ai ravennati che qui si inspira aria di Venezia perché il periodo della dominazione veneziana è ancora malvisto, evidentemente quelli di Ravenna hanno la memoria lunga considerato che sono passati più di cinquecento anni. Qui a pochi metri vi è la sede della Loggia Massonica del Grande Oriente, la Casa Matha, sorge accanto all' Hotel Byron. Il Gran Maestro vive qui a Ravenna.Non tutti sanno che Ravenna era anticamente una città profondamente esoterica , tracce di percorsi iniziatici si possono ritrovare ovunque; come il labirinto a San Vitale ; i vari monumenti a pianta ottogonale, l' 8 rappresenta la Resurrezione, ed è simbolo dell' unione della terra col cielo, dell' infinito. Vi è anche un cavallo sepolto in una chiesa, il cavallo nell' antichità era compagno nei viaggi, ma accompagnava anche le anime in paradiso se bianco, all' inferno se nero.Vi sono poi un sacco di pigne che ornano palazzi e monumenti. La pigna secca è un simbolo esoterico, il secco rappresenta la morte, ma i pinoli che contiene all' interno significano la rigenerazione.
Oggi si dice che i ravennati più che la pigna hanno come loro simbolo il cocomero. Il cocomero ha la scorza verde, la polpa rossa ed i semi neri ( cioè il romagnolo è insieme repubblicano, che comunista ed anche fascista).
Nella foto, potete anche intravedere il mezzo più amato dai ravennati : la bicicletta, ed anche una brutta scritta su una panchina, purtroppo certi graffitari non si rendono conto dello scempio che fanno.
19 puntata
Ci fu un importante contatto con una galleria di Milano.
Il proprietario di questa galleria, un commerciante d’ arte, aveva visto il Gilles esposto e sembrava esserne innamorato.
“Questo, se lo porto a Milano, si vende subito, qui non è apprezzato, sta tornando in auge il figurativo, il tuo Gilles è molto espressivo , ne hai altri?” Mi disse. Il gallerista milanese.
“ Certo occorre un buon catalogo, con la prefazione di un noto critico, e poi tenere il prezzo alto, perché funziona così, più costa e più vale, ma questo non è il posto per parlarne “ continuò lui.
" Certo occorrerà qualche soldino, perchè un critico famoso costa, ed è il nome che fa vendere, ma perchè fai quella faccia?"
" Io soldi non ne voglio spendere."
" Si può fare lo stesso qualcosa, ma questo non è il luogo per parlarne, occorre un posto con un po' di riservatezza, magari a casa tua." insiste il gallerista.
Cincischiai, un poco, ma poi il solito vermiciattolo avido di lodi, mi costrinse a cedere, deridendo le mie ansie paurose.
Eppure una specie di sesto senso mi incuteva timore, il solito serpentello della paura del nuovo, mi dissi, la ragione insisteva nel dirmi: " ma di cosa hai paura", ma la lotta fra il vermiciattolo avido di lodi ed il serpentello della paura si volse a favore del primo e sbottai:
" A casa mia , ho dei lavori in corso , possiamo incontrarci in un locale tranquillo".
Fissammo un appuntamento in un bar, nella piazza centrale di Ravenna.

18 puntata
Betta una mia amica:
“ Come mai il Gilles è ancora lì, non lo voleva Giovanni?
“Sì , ma a Giovanni non piace, quindi me lo tengo io.”
"Ho pensato, che forse si intona coi colori del nuovo arredamento della mia casa di Roma, te lo compro io.” Mi dice con un sorriso.
“No, ho deciso, il Gilles me lo tengo io.”rispondo, pensando intanto che mai e poi mai lo avrei dato a Betta.
A Betta voglio bene, meno bene voglio ai suoi capricci. Il mio Gilles non può stare da lei.
Per farvi capire l’ indole di Betta, vi racconto uno dei suoi litigi usuali col marito.
Per l’ anniversario di nozze, il marito le regala, ogni anno, dodici rose rosse a stelo lungo, lungo.
Un anno la fiorista del paese ne era sprovvista, quindi propose al marito un mazzo di lilium contornato di piccole rose .
Come a Betta fu donato il mazzo di fiori dall’ innamorato coniuge, ella lo stazzonò per terra e con un calcio lo scaraventò contro il muro , inveendo al marito improperi sulla sua mancanza di tatto e di decoro osando portare a lei un mazzo di fiori che andava bene solo per il cimitero.
Costrinse poi il marito a telefonare alla fiorista ordinandogli di offenderla pesantemente perché incapace di svolgere il suo lavoro.
Infine il marito fu costretto ad uscire e ad andare in città per recuperare le fatidiche dodici rose rosse a stelo lungo, lungo.
Capirete, quindi, che il mio Gilles non può né andare , né stare con Betta.
17 puntata
“Giovanni, inutile che tu mi dica che ti piace e che lo prendi con te, lo vedo dalla tua faccia che Gilles ti fa schifo.”
“Non è che non mi piace, ma non va bene per la comunità, a quelli così depressi non posso mettere sotto gli occhi, tutti i santi giorni, un Gilles, così come lo chiami tu, li renderebbe ancora più tristi.”
E Giovanni continuò:
“ Facciamo così, ti lascio il Gilles e mi dai il tuo autoritratto, quello col Mondrian in sottofondo.”
“ Giovanni tu sei un curioso fischio, sai che il mio autoritratto non l’ ho dato a nessuno, tu me l’ hai chiesto decine di volte e ti ho detto che non è in vendita, ti ho fatto il Gilles perché mi sentivo in colpa per non avertelo dato, ma vedi un po’, prendilo, perché il grande sorriso che ha non è poi un sorriso reale, tu credi che lì ci sia allegria e siccome ciò che conta è quello che uno crede, prendilo è tuo e io mi tengo il Gilles, si vede che io devo stare ancora nella malinconia e tu hai meritato più di me la serenità, dai prendilo.”
“Dici sul serio, no, non posso,”
“Sì che puoi, ma spicciati, che potrei cambiare idea.”
Giovanni, incredulo ma lesto acchiappa il mio autoritratto ispirato a Mondrian e soffiandomi un bacio prende la porta e se ne va.
Io rimango al lavoro in compagnia di Gilles.
Dove lavoro c’ è un gran via vai di gente ed il Gilles non è rimasto anonimamente appeso al muro, ha ricevuto un sacco di commenti, chi si limitava a dire “ è brutto”, “ è bello”, chi lo scambiava per un mio ritratto, chi per un attore e chi per Michel Jackson e chi lo voleva comprare e chi lo voleva bruciare, chissà chi era veramente il mio Gilles