Gaetano Barbella porta gli occhiali (non quelli che intendete voi, no, sono gli occhiali che nascondono il dolore) è nato a Bolzano nel 1938, da genitori napoletani o meglio di Caserta, ora vive a Brescia, sposato e con figli. Sino a non molto tempo fa si occupava di progettazioni industriali. Gaetano è uno studioso da lungo tempo, ricerca il nascosto e la profezia con la matematica e la geometria (lui è il mio Maestro per la parte di me ‘strana’). Attraverso le cartine geografiche di città e di località crea una rete di geometrie e di calcoli arrivando a comprendere il perché di tale conformazione (del resto gli antichi quando fondavano le città usavano conoscenze astrologiche e matematiche a noi ancora sconosciute) Gaetano è anche uno studioso biblico, la Bibbia come saprete si interpreta anche con le lettere che diventano numeri e viceversa, quindi Gaetano, chiamato anche il Geometra della Rete non poteva non studiarla per benino. Gaetano ha pure creato un’armonica unione, ovvero l’alfa e l’omega di una matematica ignota, il pi greco e la sezione aurea, numeri irrazionali che si ‘sposano’ nonostante la differenza di carattere, il primo è trascendente mentre il secondo è algebrico (‘I due leoni cibernetici’ pubblicato da Macro edizioni) il leone verde è il pi greco, quello rosso è il numero aureo. Gaetano si è poi occupato a lungo della piramide di Cheope, giungendo sia a conclusioni ‘astrali’ nascoste, sia a rivelazioni sulle tecniche costruttive e sulla manovalanza (non schiavi) che vi lavorarono. Gaetano, come poteva non esserlo, è uno studioso della Divina Commedia (ribadisco io non sono una studiosa dantesca, sono solo innamorata di lui e infilo il naso, che ce l’ho lungo, in tutto ciò che riguarda il Poeta) e dopo le rivelazioni sul DVX, mi ha donato ( Gaetano sei troppo buono con me ) questo scritto che ha appena terminato, mi ha inviato questo meraviglioso saggio con la profezia del Veltro. Per me invece Gaetano è un tesoro d'amico e così vi svelo una cosa su di lui, oltre alla profonda conoscenza, è molto saggio ed è buono come il pane degli angeli, ma è anche birbantello, da buon napoletano sa ridere e far ridere con quell'ironia disincantata dei napoletani che è Patrimonio Unesco cioè lo strappare un sorriso anche a chi piange.
Profezia del Veltro nella Divina Commedia di Dante Alighieri
Di Gaetano Barbella
Figura 1:
"Il veltro", particolare del Battistero di Parma, da: https://www.alibionline.it/le-goff-svela-i-rebus-dello-zooforo-del-battistero-di-parma/.
Virgilio
profetizza la venuta di un veltro, un cane da caccia destinato ad uccidere la
lupa-avarizia con molto dolore e che la ricaccerà nell’Inferno da dove è uscita.
Costui non sarà avido, non sarà interessato alle ricchezze materiali ma ai beni
spirituali, come la sapienza, l'amore e la virtù (gli attributi delle tre
persone della Trinità) e la sua origine sarà umile. Egli sarà la salvezza di
quell’Italia misera e decaduta, per la quale già altre persone hanno dato la
vita, come la regina dei Volsci Camilla, i troiani Eurialo e Niso, il re dei
Rutuli Turno (tutti personaggi cantati dallo stesso Virgilio nell'Eneide).
Nel
significato allegorico il veltro, ovvero il riformatore preannunciato, libererà
l'umanità dal peccato della cupidigia. Questa allegoria rimanda il messaggio
dei riformatori religiosi, che nel ritorno al messaggio di Cristo e al valore
della povertà e della purezza, vedevano la condizione per il rinnovamento della
chiesa e della società. Se però da un lato il significato dell'allegoria è
chiaro, resta incompreso il problema della identificazione del veltro con un
determinato personaggio. Alcuni commentatori hanno identificato il vetro con
l'imperatore Arrigo VII (nel quale Dante riversava molte speranze), da altri
con Cangrande della Scala, signore di Verona, che ospitò Dante alla sua corte
durante l'esilio. C'è poi chi crede anche che Dante si riferisse a sé stesso.
Chiunque fosse il veltro, Dante si aspettava da lui un profondo rinnovamento
politico e sociale, in grado di riportare la giustizia troppo spesso infangata
dai politici e dagli ecclesiastici
[1]https://www.skuola.net/dante/divina-commedia/divina-commedia-profezia-veltro.html
Questa,
quindi, è la prima profezia del poeta: l'immagine del vetro rappresenta
allegoricamente un uomo dotato di valori morali che contrasterà la cupidigia e
le sue conseguenze. E questo al tempo dell'autore della Divina Comedia, ma le
opere di famosi autori a volte si prestano ad essere profetici e rimandare, nel
caso dantesco in esame, ai posteri.
Nel
presente, molto più che nel passato, dopo due grandi guerre mondiali, e per
ultimo l'attuale guerra in Ucraina dove l'esercito russo sta seminato morte e
distruzione, mostrando ad oltranza di continuare così fino a riuscire a
conquistare alcune terre. Ma non si sa nemmeno se l'intento russo sia questo o
mirare a invadere il resto dell'Ucraina e anche le nazioni confinanti,
nonostante che gran parte delle nazioni europee e gli Stati Uniti d'America si
siano coalizzate per dissuadere lo zar Vladimir Putin, capo dell'esercito
russo, a desistere dai suoi propositi. È Putin il veltro del momento che fa la
voce grossa, ma non sono da meno altri veltri, oltre quelli degli USA e
d'Europa, della Cina e dell'India a disorientare una quasi impossibile ipotesi
di tregua del conflitto ucraino.
Ecco che si fa strada una possibile
profezia sorgiva dalla Divina Commedia col presagire l'unica soluzione della
venuta di un Veltro tale da identificarsi nel Messo di Dio nella famosa
triade di numeri intravisibile nel XXXIII canto del Purgatorio (vv. 40-44)
Dante, per bocca di Beatrice:
“Ch’io
veggo certamente, e però il narro
a
darne tempo già stelle propinque
secure
d’ogne intoppo e d’onge sbarro
nel
quale un cinquecento diece e cinque
Messo
di Dio, anciderà la fuja
con quel gigante che con lei delinque.”
Senza contare che nella Divina Commedia molti
sono gli spunti di collegamento con la matematica, sia direttamente proposti da
Dante, sia indirettamente rintracciabili tra i suoi passi. Perciò perché non
pensare che procedendo per la strada della matematica, questi tre numeri
portano a capire in qualche modo chi sia il Messo di Dio destinato ad un certo
futuro ritenendo il messaggio dantesco profetico, al di là del fatto che forse
si riferisse a lui, al suo processo di trasformazione interiore, una sorta di
viaggio ultraterreno alchemico.
Virgilio
dichiara che la lupa-cupidigia continuerà a regnare fra gli uomini fino
all'avvento del Veltro, un provvidenziale liberatore.
Dante
definisce il "Veltro" con un linguaggio volutamente ambiguo: per non
schierarsi con i sostenitori dell'Impero o del papato o di un personaggio
specifico, lascia nell'ombra le caratteristiche del liberatore, centrando la
sua attenzione sulla certezza che, in un modo o nell'altro, Dio sarebbe
intervenuto a rimettere ordine nel mondo, ma porlo in atto in quest'epoca è
davvero arduo, salvo a immaginare che il Messo sia - mettiamo una sorta di
extraterrestre capace di influire sui più riottosi veltri epocali, perché
dotato di mezzi straordinari.
Una visione della
preistoria verso il futuro
in un libro del 1969
sempre attuale
<<
Gli dei della tenebrosa preistoria hanno lasciato tracce innumerevoli, che solo
oggi possiamo leggere e decifrare poiché il problema della navigazione
spaziale, ai nostri giorni così attuale, per i terrestri già non si poneva più
da migliaia d’anni.
Noi
infatti affermiamo decisamente che nella più remota antichità i nostri antenati
ricevettero visite dal cosmo. E anche se oggi non sappiamo quali fossero queste
forze intelligenti extraterrestri, e da quale lontana stella scendessero,
affermiamo tuttavia che questi “stranieri” distrussero una parte dell'umanità
di allora e procurarono un nuovo, e forse il primo, homo sapiens.
Quest’affermazione
è sconvolgente:
distrugge
la base stessa su cui è stato costruito il nostro mondo del pensiero, che ci
sembra così perfetto.
Ebbene: questo libro ha il compito di
fornire le prove atte a dimostrarla. >>.
Così
concludeva Erich von Däniken, l’introduzione del suo libro del 1969, Gli
extraterrestri torneranno, della Ferro Edizioni, Milano. Egli racconta in
forma suggestiva di «“Dei” e uomini che si accoppiano volentieri»; di «visioni
di strani veicoli»; di «uno primo rapporto sulla terra vista da un’astronave».
Insomma sorgono in lui imperiose domande come queste: «i cronisti di simili
cose avevano tutti la stessa fantasia stravagante?», «come si scoprivano i
pianeti celesti senza telescopio?».
Ma
sono basilari le domande: «vi sono nel cosmo esseri viventi simili all’uomo?»,
«è possibile lo sviluppo della vita in assenza di ossigeno?», infine «esiste la
vita in ambiente mortale?».
In
quanto ai cronisti delle suddette rivelazioni – rileva l’autore –
è davvero difficile sostenere che fossero disposti a fantasie stravaganti.
«Come sapeva, per esempio, il cronista del Mahabbarata che può esistere
un’arma capace di condannare un paese a dodici anni di sterilità? Che è così
potente da uccidere i nascituri nel grembo delle loro madri?
L’antico
poema epico indiano, che va sotto il nome di Mahabbarata, è più vasto
della Bibbia, e, anche con una valutazione molto prudente, il suo nucleo
centrale risale ad almeno 5.000 anni fa. Vale la pena di leggerne qualche pagina
con nuovi occhi.
Non possiamo meravigliarci quando
leggiamo nel Ramayana che le vimana[2],
ossia macchine alate, navigavano a grandi altezze con l’aiuto di argento vivo e
di un grande vento propulsore. Le vimana potevano percorrere infinite
distanze e navigare dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso e
orizzontalmente da un punto all’altro. Invidiabile manovrabilità di quelle
astronavi!»...
<< Nel Mahabbarata si
trovano dei dati numeri così precisi da dare l’impressione che l’autore sapesse
esattamente quello che diceva. Descrive con orrore un’arma che poteva uccidere
qualsiasi guerriero portasse sul suo corpo del metallo: se i guerrieri venivano
informati in tempo dell’uso di quest’arma, si strappavano dal corpo ogni pezzo
di metallo che portavano, balzavano in un fiume e lavavano a fondo se stessi e
tutto ciò che avevano toccato. E non a torto, come ben sa l’autore, perché
l’arma aveva l’effetto di far cadere tutti i capelli e le unghie delle mani e
dei piedi. Ogni vivente, egli si lagna, diveniva pallido e debole. >>
Ma
l’elenco di racconti del genere è davvero nutrito, così ricco di avvincenti
esposizioni corredate da prove inoppugnabili e poi, ad un certo punto, Erich
von Däniken si occupa del presente per portarsi verso il futuro, per rispondere
alla domanda posta col titolo del libro. Quasi a profetizzare, e non tanto
domandare, se «Gli extraterrestri torneranno».
Egli
si chiede: «Ci sono stati nella più remota antichità esseri extraterrestri che
dalla profondità del cosmo hanno visitato la Terra? Vi sono in qualche parte
dell’Universo esseri intelligenti che cercano di porsi in contatto con noi? La
nostra era, con le sue invenzioni che aprono vertiginose prospettive per il
futuro, è dunque così terribile? Si dovrebbero tener segreti i più audaci
risultati delle ricerche?».
Il Messo di DIO
La
sorte dovette volere fortemente l'avvento del "Messo di Dio"
immaginato da Dante, nell'intento di rimandare al futuro il suo presentarsi in
modo clamoroso magari così come avvenne nel passato remoto, com'è raccontato
nel Mahabbarata, doveva essere questo il suo scopo.
Ma questo, Dante non poteva saperlo, e
così la decisione sui numeri danteschi sono messi nelle mani di un ideale
bambino, forse lo stesso intravisibile nell'Agnello di Dio dell'Apocalisse di
Giovanni, al quale è dato di sciogliere i sette sigilli scritti nel libro a
forma di rotolo in mano all'Assiso sul trono di Dio (Ap 5,1). Egli ha ragionato
in questo modo.
Prima d'altro ha considerato la Divina Commedia come un
insieme di versi senza fare alcuna distinzione di raggruppamenti di
cantiche, tanto meno di luoghi d'espiazione o di piacere, lasciando, però,
invariato l'ordine iniziale. Prima lezione ‒ ha pensato ‒ si è tutti uguali
davanti a Dio, compreso il Paradiso, il Purgatorio e l'Inferno!
Ciò premesso ha proseguito in questo modo
senza dare torto al suo autore Dante Alighieri nel modo come ha esposto i vari
versi, uno di fila all'altro:
- Primo: «cinquecento»
sta per il 500° verso
che corrisponde al seguente verso 86 del IV canto dell'Inferno: «Mira colui con quella spada in mano».
- Secondo: «cinquecento diece» sta
per il 510° verso che corrisponde al seguente verso 96 dello stesso
canto precedente: «che sovra li altri com'aquila vola».
- Terzo, infine: «cinquecento diece e cinque» sta
per il 5105° verso che corrisponde al seguente verso 116 del III
canto del Purgatorio: «de l'onor di Cicilia e d'Aragona».
E poi, mettendo insieme i tre versi ha
così decriptato l'emblematico “DUX” dantesco formando la seguente
terzina:
« Mira colui con quella spada in
mano,
che sovra li altri com'aquila vola,
de l'onor di
Cicilia e d'Aragona.
»
È comprensibile altresì che «il Messo di Dio», non può avere una comune «spada in mano», così come è stata sempre intesa quale strumento di morte. E allora non può che essere una prodigiosa leva come quella della ragione, per esempio, giacché si vuole il Messo di Dio quisitamente «geometra». Ecco cosa trapela dai tre versi danteschi in perfetta coerenza della giusta spada in mano al Messo di Dio.
Figura 2: l Messia - Gesù Cristo sul cavallo bianco con la spada nel giorno del giudizio. Niday Picture Library / Alamy Foto Stock. da: https://www.alamy.it/foto-immagine-il-messia-gesu-cristo-sul-cavallo- bianco-con-la-spada-sul-giorno-del-giudizio-58161593.html
A questo punto sembra naturale e
sacrosanto, allora, lo scopo dell'uomo nell'accingersi a concepire «l'onor di Cicilia» in
modo da predisporre questa "casa", all'umano
intelletto, perché vi possa entrare la giusta Sapienza che è: «La gloria di colui che tutto move /
per l'universo penetra, e risplende / in una parte più o meno altrove» (Par.
I, 1-3).
Brescia,
14 luglio 2022
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