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domenica 20 agosto 2023

Il volo del gruccione

Capitolo 40

Ho chiuso coi pleiadiani, i marziani, e i rettiliani

 

 

“Rico quella pianta di finocchietto esiste ancora, è nella casa in campagna dove abitava mia nonna.   Ora la casa è disabitata, ci sono andata l’ultima volta la primavera scorsa in una delle mie gite in bici. Quando ci passo davanti, a volte mi fermo proprio per rivedere la pianta di finocchietto. Nel mese di maggio è tutto verde, poi si alza e si infittisce e sbocciano gli ombrelli di fiori gialli. Raccolgo i fiori, li faccio essiccare poi li uso per insaporire vari cibi, i piccolissimi noccioli hanno     dentro un solo seme a forma di cuore, credevo che tutte le piante di finocchietto avessero sentore di menta e che i semi fossero tutti a forma di cuore, mica sono una botanica… andiamoci subito”.

“Andiamo, ma cosa vuoi fare? Non puoi essere certa che il tuo finocchietto selvatico sia il silfio”.

“Intanto la fotografo e poi la estirpo e me la porto via, che è mia perché l’hanno regalata a me e l’ha piantata la mia bisnonna, poi mi metto in contatto con qualcuno, in Internet si trova di tutto, troverò qualcuno che è informato”.

Tornarono indietro, a buon passo mentre Lyuba non la finiva di dire: “… pensa te, incredibile, pensa un po’, si hanno le cose sotto agli occhi e non si notano, che ignorante che sono, ma ci pensi Rico, mi sta scoppiando il cuore, ma ci pensi Rico…”  

Arrivarono alla casa di campagna, con il viottolo che calava dalla strada sopraelevata, che costeggiava il fiume, sulla cui aia vi era a fianco della casa un pozzo.

Lyuba aprì lo sportello prima che l’auto si fermasse, corse al pozzo e rimase fissa e tinca come un baccalà.

“Che c’è perché fai quella faccia? Dov’è il silfio?”

“Non c’è più, c’è solo erba”

“Una bella iella, ora che sai che forse poteva essere il silfio, il finocchietto non c’è più”.

“Incredibile, trent’anni e più questa pianta è stata qui. Accanto al gelsomino che è ancora qui ma il silfio no, non c’è più”.

“Adesso non esagerare Lyuba, è più probabile che fosse una comune pianta di finocchietto”.

“In primavera spuntava e poi cresceva, anche quest’anno a maggio c’era e ora è sparita, al suo posto solo dell’erba, vieni con me nel capannone, forse c’è ancora una vanga o un badile”.

“Che vuoi fare?”

“Scavare per vedere se c’è il vaso di rame”.

“Lyuba, lascia perdere, va bene, lascia che scavo io”.

“Abbiamo scavato, un metro per un metro, non c’è nulla, con gli anni si sarà disintegrato”.

“Va bene Rico, basta, qualcuno l’ha portato via, qualcuno che lo credeva una pianta di finocchietto selvatico, qualcuno a cui piace il coniglio arrosto o la pasta alle sarde col finocchietto, alla mia vicina di casa hanno rubato i gerani dal davanzale di casa, ormai rubano tutti e di tutto e poi danno del ladro agli zingari”.

“Ci sei rimasta male?”

Rico, le prende il mento, le solleva il viso, la guarda con strani occhi liquidi, poi la bacia lievemente sulle labbra, tentando di insinuarsi con la lingua, ma Lyuba serra velocemente i denti.

“Non ti provare mai più, non hai rispetto per la mia scelta, mai più, mai più darò fiducia a un uomo, ha ragione la Chiesa sulla castità, ti dai ad uomo e lui non ti apprezzerà più per quello che sei ma ti riterrà solo un contenitore da riempire col suo coso, non farti sentire più, vattene”.

“Scusami, non volevo offenderti… dove stai andando”.

“Vado ad aspettare la corriera, con te non torno, sei un falso amico, perché ti aspettavi qualcosa da me, e poi già che ci siamo ho chiuso coi pleiadiani, i marziani, e i rettiliani come te”.

Duga che aveva dissotterrato, la pianta già da una settimana, ma non aveva ancora avvisato il Maestro, aveva provato tramite Rico ad entrare nella psiche di Lyuba, per rendersi conto se poteva metterla al corrente delle sue capacità divinatorie, se era possibile un futuro per loro due, ma vista la sua reazione, soprattutto avendo percepito dentro di lei un terrore autentico, non se la sentiva di rischiare, non voleva farle altro male, senza di lui che interferiva con la sua mente Lyuba sarebbe stata finalmente in pace.

Non avrebbe mai saputo che lei era stata la messaggera divina più importante, meglio così all’oscuro di tutto non sarebbe stata in pericolo, non avrebbe più avuto bisogno di un agente segreto innamorato di lei.

Ora doveva andare, l’ultimo tassello del puzzle, il silfio, andava al suo posto, ora era tempo di lavorare per realizzare il nuovo Rinascimento. 

Intanto Lyuba aspettava la corriera e la rabbia iniziale per il sentirsi un oggetto sbollì improvvisamente così come era venuta, ebbe come la consapevolezza che non si sarebbe mai più sentita invadere l’anima, la testa, il cuore, tutta sé stessa, da qualcuno che non avrebbe mai saputo chi fosse, sentiva che sarebbe finito tutto e non voleva, ora alla paura di sentirsi come posseduta era subentrato il terrore di perdere per sempre quel qualcuno che non sapeva chi era o cos’era ma ormai non poteva più farne a meno, intuiva che dietro a Rico, dietro ai suoi amori c’era sempre la stessa persona, ma non capiva come poteva accadere.

Lyuba ora si struggeva, sapeva dentro di sé che era libera da quel qualcuno, che non lo avrebbe mai più sentito palpitare dentro di lei e un ardore, una fiamma la bruciava, voleva con tutte le sue forze una storia d’amore che finisse bene, ma come fare, dato che lei non sapeva nulla di nulla?

Arrivò l’autobus e Lyuba salì e fece il biglietto alla macchinetta e si sedette con un gran sorriso… quel qualcuno avrebbe sentito che lei lo cercava e qualcosa di nuovo e di bello sarebbe accaduto.

 

 

giovedì 10 agosto 2023

Il volo del gruccione

Capitolo 39

Era un finocchietto speciale al profumo di menta

 

 

Lyuba stava distesa, seminascosta dall’erba alta, osservando gli specchi d’acqua, che si allargavano all’infinito, come pure infiniti sembravano i gruppi di volatili, di cui sembravano pieni zeppi sia il cielo che le acque.

Milioni di uccelli.

Lyuba era immersa nella luminosità e nella la pace circostante, ancora più evidente in quanto se girava il volto dalla parte opposta trovava il grigio delle ciminiere industriali e il traffico della strada.

Si sentiva appagata e felice immensamente grata alla bellezza della natura, stupita come di fronte a un grande miracolo; mentre Rico era andato ad osservare il bottino di carpe di due giovani pescatori dagli alti stivali.

Lyuba sonnecchiando mentre il sole la riscaldava, pensava che tutto quel ricercare sugli zingari e la sua ipotesi bislacca sul loro perpetuo girovagare per colpa del silfio, era veramente assurda e strampalata.

Poi all’improvviso ricordò.

Tanti anni prima, si trovava con la bisnonna al mercato rionale, lei avrà avuto al massimo cinque anni, una zingara, che non pareva neanche tale, offrì alla bisnonna dei bottoni per mille lire, che furono acquistati.

La zingara le disse che era scura e bella come i loro bambini, le chiese come si chiamava e alla sua risposta la zingara disse che lei era un amore di zingarella poi le prese le mani dicendole di strofinarle forte forte chiedendole che odore sentisse.

Lyuba rispose che sentiva odore di terra, la zingara tirò fuori da non so dove, come per magia, un contenitore di rame decorato con dei graffiti, poi le diede un seme e disse alla bisnonna: “Piantalo   in questo vaso con della terra di fiume, poi coprilo e tienilo al buio, appena spunta il germoglio interra tutto, vaso compreso, all’ombra di un pozzo”.

La nonna bisa  tornata a casa, andò al fiume a prendere della terra, con Lyuba che le trotterellava accanto e assieme misero il seme nella terra e la nonna lo coprì con un pezzo di stoffa bagnato d’acqua.

Lyuba andava ogni giorno a sollevare un poco il pezzo di tela per sbirciare e fu lei che si accorse per prima del germoglio, tre piccole foglioline.

La nonna fece un buco con la vanga accanto al vecchio pozzo chiuso da una pesante lastra di ferro, che era ornato da un gelsomino rampicante di colore giallo.  

Si era dimenticata tutto, eppure quella pianta era cresciuta, la bisnonna era morta pochi anni dopo, ma Lyuba ricordava che la nonna la usava per cucinare il coniglio e in agosto quando si apriva la caccia e il nonno acchiappava la lepre le diceva: “Lyuba corri, vai al pozzo a prendere un po’ di finocchietto selvatico che cucino una lepre in salmì coi fiocchi” e un po’ di quel finocchietto lo metteva pure nel ragù che serviva per condire le tagliatelle.

Lyuba si ricordava bene che la nonna diceva che era un finocchietto speciale al profumo di menta.

Poteva essere il silfio?

Si alzò e chiamò a gran voce Rico, era eccitata al massimo.

“Che c’è devi raccontarmi altro sugli zingari?”

Raccontò la scoperta a Rico e poi e poi era troppo eccitata.

 

giovedì 20 luglio 2023

Il volo del gruccione


 Capitolo 38

Sono chiamati anche bilancioni o padelloni

 

 

La Baiona, lo si capisce dal nome è una grande baia, una laguna in cui si incontrano le acque del mare con quelle del fiume.

La Baiona non è grande solo per la sua estensione lo è anche per bellezza.

È chiamata anche pialassa. 

Pialassa è la forma veneta, termine che pare confermare il concetto di luogo che piglia e lascia l’acqua.  Piglia l’acqua marina per due volte al giorno durante l’alta marea, poi la lascia per altrettante volte durante la bassa marea.

La Baiona è caratterizzata da ampi specchi d’acqua aperti e da estesi prati salmastri tra cui il cosiddetto prato Barenicolo, che presenta un habitat di estrema importanza naturalistica.

Si tratta di una prateria popolata da piante ed erbe e molti animali di piccola taglia.

Avocette, cavalieri d’Italia, garzette, gabbiani, marangoni, mignattini e anche l’elegante fratino, oltre a molte altre specie, si muovono in una rete di canali artificiali e chiari salati o salmastri, in mezzo ad abbondante vegetazione: soprattutto con ogni tipo di giunco, di salicornieti, di nuvole colorate di settembrini e poi gli arbusti come i tamerici e i prugnoli e poi rovi, tanti rovi da cui raccogliere in agosto le more per farne una gustosa marmellata, tanto più saporita perché arricchita dalla difficoltà di raccolta dovuta ai tanti spini.

La presenza dei vecchi capanni da pesca racconta la storia di questo luogo e ne caratterizza il paesaggio particolarmente suggestivo, soprattutto al tramonto.

Sono chiamati anche bilancioni o padelloni per le grandi reti a forma di bilancia, così caratteristiche con tutti quei fili e pali, così seducenti quando verso sera si illuminano di luce dorata e si specchiano nelle mille sfumature oleose dell’acqua, forse un poco abusate da sfilze di pittori e di hobbisti che le hanno raffigurate migliaia di volte senza catturarne l’atmosfera, ma viste dal vero catturano e attraggono con un forte magnetismo.     

Alcuni capanni sono stati ristrutturati e dotati di ogni comodità e i bilancioni che un tempo venivano faticosamente alzati tramite argani azionati a mano, ora sono meccanizzati.

Molti capanni sono in multiproprietà, vengono usati in una specie di rotazione secondo turni prestabiliti, dividendo così i giorni di utilizzo e i costi di gestione, solo i ravennati più abbienti hanno un capanno tutto per loro, che comunque dividono con gli amici, perché il capanno è sinonimo di amicizia e di condivisione.

I capanni stanno là da lungo tempo, non c’è ravennate che non abbia passato qualche giorno in queste specie di palafitte con a fianco la barchetta e con annesso le reti per pescare; a volte si pesca altre volte no, ma questo non importa, tanto i capannisti si portano dietro salame e spaghetti e mangiano e giocano a carte e discutono.

Cosa discutono?

Si racconta che le decisioni economiche e politiche si prendevano, e forse si prendono ancora oggi, qui nel padellone, il quale aveva quasi la stessa funzione della dacia russa che serviva per incontri culturali e sociali, nei capanni tra una grigliata di carne e una di pesce, si discutevano le linee guide della politica locale.

L’apparato del PCI di Ravenna soleva incontrarsi in un capanno da pesca di Porto Fuori, luogo di  incontro, fin dagli anni Sessanta dei militanti con i loro leader, da Pajetta e Berlinguer a D’Alema e Bersani… oggi il capanno potrebbe essere abbattuto in quanto pare sia abusivo, ma questa dell’abusivismo edilizio è una spina nel fianco per tutti i capannisti

In uno di questi capanni, trovò rifugio Giuseppe Garibaldi, durante la fuga nel 1849, dopo la caduta della Repubblica Romana, qui il 4 Agosto dello stesso anno, trovò la morte la sua amata Anita. Il capanno di Garibaldi è custodito dal 1882 dalla Società Conservatrice del Capanno Garibaldi. A Ravenna il Risorgimento, l’identità e i valori repubblicani sono molto sentiti: da qualche anno, il 31 dicembre, viene organizzata una suggestiva fiaccolata che illumina a giorno la costruzione… chissà forse ha funzionato: nelle ultime elezioni Ravenna è un po’ meno rossa.

Si sa, in terra di Romagna i repubblicani e comunisti apparentemente non vanno tanto d’accordo,  in realtà stanno uniti come in un cocomero, che ha la scorza verde, la polpa rossa ed i semi neri, cioè sono allo stesso tempo un po’ repubblicani, un po’ comunisti e un po’ anche fascisti.

 

 

lunedì 10 luglio 2023

Il volo del gruccione


Capitolo 37

Una splendida e realistica raffigurazione del pisello

 

 

“Oh! Che meraviglia, che magia”, tutti i discorsi furono accantonati, Lyuba incantata si rese conto che alla fine del viale di pini erano sbucati all’aperto, inondati di sole e di blu, erano sbucati alla Baiona!

“Non vuoi sapere il mio parere su tutto ciò che hai detto, in particolare dove hai trovato la razzata del silfio per fondere l’oro o forgiare il rame?”.

“Non lo so da dove mi sia venuta l’idea, forse mi è arrivato un fiotto di energia dal Centro Spirituale Supremo.”

“Ridi, ridi, fai la spiritosa perché non sai rispondere”.

“Non è che non voglia rispondere, voglio solo godermi lo splendore della natura, ma se mi provochi, ti dico che tempo fa, ho visto al Muse, il museo delle scienze di Trento, un lingotto col suo stampo, di epoca romana, con inciso una splendida e realistica raffigurazione del pisello, quindi il membro virile, anticamente il portafortuna per eccellenza, era associato anche all’oro o alla lavorazione dei metalli. Sai quanto fosse importante la virilità per i romani, la cui radice vir è sinonimo di uomo con gli attributi, senza l’erezione per i romani non eri degno di indossare la toga, un po’ come i pantaloni lunghi o corti di un cinquantennio fa. Per i romani, ma anche i greci, il pene era simbolo di potere: a volte le dimensioni e la forma del pisello agevolavano la carriera militare. Non ridere, lo stai facendo perché sei in imbarazzo, le dimensioni per voi uomini sono cose sacre e inviolabili, è una sfida tra di voi, a noi donne non interessa”.

“Stai parlando di duemila anni fa, oggi le cose sono cambiate, l’uomo si è messo la gonna e la donna i pantaloni, hi hi hi”.

“Hi hi hi, solo settant’anni fa, il fascismo riprese i modi e gli usi romani facendo della virilità un simbolo molto importante. Il duce stesso come esempio per gli uomini italici, consumava amplessi davanti alle carte della sua scrivania a Palazzo Venezia, incontrando donne del popolo. Aveva una lunga, lunghissima fila di donne, che volevano fare l’amore con lui, magari anche sposate i cui mariti sarebbero stati felici di allevare figli illegittimi ma nati dal seme magico del Benito. E poi mio caro Rico ti dice niente un certo Silvio?”

“Hi hi hi, non mi devi parlare del Silvio, ma del silfio usato dagli zingari per fondere l’oro”.

“Forse anni fa si è creduto che il Silvio fosse il nuovo eroe che avrebbe portato un periodo florido e prospero, forse si sono sbagliati con il silfio. Gli zingari potevano benissimo fondere l’oro mettendolo in un crogiuolo e appiccicare il fuoco al silfio usandolo come fonte di calore, così i monili creati con questo oro sarebbero diventati simbolicamente, essendo il silfio potente come un viagra odierno, eccellenti propiziatori di potenza virile. Inoltre chissà magari i monili fabbricati con questo oro silfico stimolavano la ricrescita dei capelli, il silfio aveva anche questa virtù e sai bene, senza che ti stia a citare Sansone e gli altri, il legame capelli/virilità. Ancora oggi, non esiste antidoto o pozione, per rimediare alle calvizie devi sottoporti a un costoso e doloroso trapianto.      Ma adesso basta chiudiamo l’argomento, fine della ricerca. Nel momento in cui siamo sbucati in questo mondo incantato, siamo giunti alla fine dell’arcobaleno, dove è sepolta la pentola d’oro. Sono certa che senza esserne consapevoli viviamo già nell’età dell’oro, siamo all’inizio ma non ce ne accorgiamo. Se alla fine delle ricerche ho incontrato il luogo più bello del mondo, vuol dire che  le prospettive sono rosee. Ora lasciamelo godere”.

“Sì, Lyuba, questo luogo è di una bellezza struggente, da una parte una natura incontaminata, selvaggia, lussuriosa quasi carnale, peccaminosa e casta come un giglio immacolato nella sua magnificenza, quando i petali sono aperti e i pistilli sono gonfi e rilasciano quella specie di porporina dorata che ti macchia le dita e il cuore. Dall’altra, ciò che ha creato l’uomo con la sua tecnica, immensi fumaioli che si stagliano in cielo e lo rendono grigio, edifici enormi oscuri e via vai di auto e camion, la vicinanza di questi due mondi, rende dolce e tormentoso il ricordo di ciò che si è perso o si perderà, la città industriale a pochi metri da questa profusione di verde e di acque, una dicotomia netta, qui il tormento è dovuto dalla separazione incolmabile fra due mondi diversi, il tributo che paga l’uomo alla tecnica, il suo allontanamento dalla Natura e il suo avvicinamento all’uomo robot, all’uomo macchina, per un benessere che oggi è ormai stravolto, qui è lampante lo sfregio dell’uomo a questa Natura, che ti assomiglia sai Lyuba.”

Rico la stava guardando con occhi così intensi, che a Lyuba parve un altro uomo, lo stesso che ogni tanto sentiva in sé, un fremito la colse, subito rinchiuso.

La testa le girava, la stessa sensazione di qualche anno prima.

La testa sembrava svuotarsi e poi riempirsi di aria, energia e aria che si univano come in un amplesso e la testa e la testa le diceva… ti amo, ti amo, ti amo.

Lyuba tentava con tutto il suo essere di scacciare quell’aria dalla sua testa, pregò intensamente il Signore, di lasciarla nella sua castità, sapeva che se si fosse lasciata andare, anche solo a guardare gli occhi di Rico, con la nuova espressione che avevano, sarebbe stata travolta dai sensi, si incamminò fra l’erba alta, che le arrivava ai fianchi, sul sentiero che costeggiava gli specchi d’acqua e piano piano si calmò e l’aria le uscì dalla testa, il vuoto si riempì coi suoi neuroni, il suo cervello tornò padrone  dei suoi pensieri e soprattutto della sua volontà e fu presa completamente dalla bellezza del luogo dove si trovava.

 

  

sabato 1 luglio 2023

Il volo del gruccione


Capitolo 36

Melkizedek, il sacerdote o re del mondo

 

 

“Gli artisti sono sempre un po’ zingari, un po’ diversi da ciò che caratterizza la società normale, anche loro sono, secondo le epoche, amati e apprezzati o considerati genti quasi di malaffare e da evitare, sarà forse per questo che hanno raffigurato gli zingari, i loro costumi, usi e tradizioni in una moltitudine di opere d’arte. Li hanno raffigurati nell’arte del borseggio, della chiromanzia e della buona ventura di cui l’autore più celebre è certo Caravaggio. Hanno rappresentato la zingara  assai femminile, dotata di un fascino simile alla tigre, Frans Hals, Manet, Courbet, Picasso, Matisse, Rousseau, ma forse la gitana più intrigante e misteriosa di tutti i tempi è la zingara a seno nudo col bimbo in braccio nella Tempesta di Giorgione. Dipinto il cui tema non è ancora stato ben identificato, qualcuno lo ritiene una raffigurazione della Fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Nel 1500/1600 il tema della Fuga in Egitto era molto popolare nelle arti visive, veniva assimilato al peregrinare degli zingari. Una leggenda raccontava, che durante la fuga, mentre Giuseppe e Maria  scappavano dal re Erode che aveva ordinato l’uccisione di tutti i bambini maschi sotto i due anni,   dovevano passare da un posto di blocco di soldati, una zingara li aiutò nascondendo il bambino fra le sue vesti, i soldati fermarono la zingara e le chiesero che cosa avesse nella bisaccia. Lei rispose che portava un bambino, il più bel bambino del mondo. I soldati, sapendo che la zingara era una grande bugiarda, la lasciarono passare senza guardare. Come ricompensa, Dio permise agli zingari di poter rubare cinque soldi al giorno. Stesso discorso per gli zingari presenti sui dipinti della Crocifissione, secondo la leggenda sarebbe stato dato proprio a un fabbro zingaro l’incarico di forgiare i chiodi per crocifiggere Gesù. Un’altra leggenda racconta che la zingara che si trovava sul luogo della crocifissione, mossa a compassione, cercò di rubare i chiodi ma riuscì a sottrarne solo uno. Grazie a questo gesto, Gesù le concesse di poter rubare senza essere vista. Sempre nello stesso periodo, da alcuni artisti la Madonna venne rappresentata come una zingara, Bramantino, Tiziano e poi la celebre e bellissima Madonna della Seggiola di Raffaello o ancora quella del Caravaggio coi piedi nudi e sporchi, che ebbe non poche critiche dalle autorità religiose, con quel bambinone così grande in braccio. Sai che il bambino zingaro è tale fintanto che il posto non gli viene usurpato da un nuovo nato, la donna zingara ha sempre un bambino in braccio. Non solo dipinti, ma grandi storie d’amore, di tradimenti, di coraggio, di libertà sono rappresentate dal mito della bella gitana, Zemfira, Carmen, Esmeralda, Mignon, Azucena sono solo alcune. Poesia, letteratura, opera lirica, film, la figura della bella gitana eccita i sogni e i sensi, coi suoi capelli lunghi e neri e gli occhi di fuoco, passionale e selvaggia. Gli esordi dell’eroina zingara sulla scena letteraria e artistica si fanno risalire a Cervantes con La Gitanilla, per esplodere con la Bohéme parigina, in cui gli artisti vagheggiavano a uno stile di vita zingaresco, descrivendoli nei loro diari di viaggio, nei romanzi e nei dipinti, sino a giungere al beat degli anni Settanta, al popolo hippy, poi scomparso e se ci pensi Rico, oggi è ritornato il nomadismo con la globalizzazione, la questua la fanno gli immigrati, rubare lo fanno un po’ tutti e gli zingari diventano stanziali, ho letto da qualche parte che negli ultimi decenni gli zingari si sono avvicinati con molto zelo alle religioni evangeliche, pensa loro così attaccati alle arti occulte e alla stregoneria, l’attività missionaria è svolta dai rom e sinti stessi, forse la loro maledizione è finita”.

“Lyuba tu hai parlato degli zingari, ma non mi hai detto se tutto il tuo ricercare su di loro ti ha portato al silfio”.

“Stiamo arrivando in fondo al viale, dalla luce che proviene penso che il bosco finirà… il silfio con gli zingari ci azzecca poco”.

“Però se il gruccione ti ha portato qui un motivo ci sarà, no?”

“Rom, sinti, kalé, sono alcuni  dei loro gruppi etnici più conosciuti, in Italia sono presenti soprattutto le prime due etnie, i kalè sono prevalentemente in Spagna, ma ci sono, soprattutto in Germania e in Svizzera, nomadi che a prima vista sembrano identici a loro, vengono chiamati jenisch, sembra che discendano dai celti o da nomadi ebrei e non si ritengono zingari, questo non ha impedito che i nazisti li eliminassero tale e quale ai rom, dei tinkers irlandesi ti ho già detto. Mmm, nessuno sa con certezza da dove siano venuti e perché non si fermino mai. Ci sono molte leggende su di loro, che li descrivono come un popolo misterioso e dotato di poteri soprannaturali. Qualcuno li pensa discendenti del popolo di Atlantide: se una civiltà progredita e cancellata da un diluvio o altro è esistita, si può ben pensare che i superstiti abbiano fondato altre civiltà, ad esempio quella egiziana...”

“Scusa, ti interrompo e gli abitanti di Atlantide da dove sono venuti? Erano di certo i pleiadiani e…”

“Scusa se ti interrompo, lo dico io, non mi interessa da dove venivano quelli di Atlantide, prima occorre stabilire se è veramente esistita e penso proprio di sì. I superstiti di Atlantide hanno fondato nuove civiltà in tutto il mondo, dagli egiziani ai maya e altri. Le piramidi, sono la testimonianza, in cui è evidente una discesa tecnologica invece che una salita come è ovvio che sia”.

“Cosa intendi dire?”

“Per esempio che le piramidi di Giza ancora oggi non si sa come sia stato possibile costruirle, mentre quello che è stato edificato dopo, benché eccellente non è all’altezza tecnica, come se piano piano si fossero perse le conoscenze. Non conoscendo più queste tecniche il mito racconta di dèi e giganti. Un po’ come nel Medioevo, quando i ponti erano chiamati del diavolo, in quanto avendo smarrito le tecniche, con la caduta dell’impero romano, la popolazione riteneva impossibile per un uomo creare tali costruzioni”.     

“Scusami Lyuba, mi trovo in accordo su ciò che hai detto, ma che c’entrano gli zingari con Atlantide?”   

“Se i superstiti fondarono ad esempio l’antico Egitto, gli zingari diventarono nomadi per portare in ogni dove i rimasugli delle conoscenze di Atlantide, un po’ come racconta la storia egizia sui libri di Thot che furono nascosti in ogni parte del mondo. Sicuramente Atlantide aveva conoscenze tecniche ma anche trascendentali come telepatia e telecinesi, forse alzarono con la mente i grossi massi delle piramidi. Comunque la loro provenienza da Atlantide è solo una tra le tante ipotesi. Altri sostennero che la loro origine risalisse all’età del bronzo: gli zingari erano noti come i calderai, venivano identificati con i fabbri, considerati una sorta di artefici stregoni. La tradizione della lavorazione dei metalli era antichissima presso di loro e la loro abilità era riconosciuta ovunque. Loro stessi asserivano di avere poteri sul fuoco. Il potere sul fuoco era connesso a Efesto/Vulcano e a tutto ciò che è legato al fuoco, alle vestali, ai gemelli Romolo e Remo, la cui nascita avvenne dall’unione di Vesta protettrice del fuoco e Marte dio della guerra…”

“Scusami, ti interrompo ancora, Atlantide si ipotizza che fosse situata nell’Oceano Atlantico davanti allo stretto di Gibilterra, da questo luogo, questi abitanti evoluti, a conoscenza del disastro che sarebbe avvenuto, certuni potrebbero essersi imbarcati su delle navi, generando il mito dell’arca di Noè con nessi anche con le navi egizie che servivano per i morti nel loro viaggio, altri potrebbero essersi nascosti in sotterranei in stato di ibernazione, la stessa cosa che si fa oggi pensando ad una guerra nucleare. Qualcuno sarà andato ad Ovest qualcun altro a Est”.

“Mmm, potrebbe essere, ma tornando agli zingari e alla loro maestria coi metalli, che ci riporta a Caino, il cui discendente Tubalcain era costruttore di armi, pone un quesito: come mai gli zingari abili coi metalli e quindi con la costruzione di armi non hanno mai fatto guerre, sia possibile che la loro maledizione discenda dal fatto che al tempo di Atlantide fossero loro che con le loro armi causarono parte della distruzione della civiltà di Atlantide? In effetti se erano tanto evoluti se in accordo fra di loro potevano ben salvarsi no?”

“Lyuba, una cosa è certa, il fatto che erano chiamati calderai li accomuna al magico calderone del graal  e ai caldei l’antica popolazione di cui si dice: “Da molto tempo i caldei hanno condotto osservazioni sulle ‘stelle’ e primi tra tutti gli uomini hanno indagato nella maniera più accurata i movimenti e la forza delle singole stelle; per questo essi possono predire molto il futuro degli uomini”. (Diodoro Siculo)

“Giusto Rico, gli zingari sembrano avere conoscenze, in particolar modo, astrologiche e sui metalli. Soprattutto sono legati al rame il primo metallo conosciuto dagli uomini, successivamente unendo il rame allo stagno l’uomo ottenne il bronzo, infine si ebbe l’uso del ferro”.

“Lyuba, credevo che il loro metallo preferito fosse l’oro, ne ho visti certi con catenoni che saranno pesati dei chili, poi anelli e bracciali e denti scintillanti a 24 carati”.

“Sì per adornarsi usano l’oro ma per arricchirsi utilizzano il rame. Hai mai sentito parlare di  Buzescu? È un villaggio vicino a Bucarest, qui i rom vivono in una specie di villaggio da mille e una notte e le loro case sono delle regge, hollywoodiane, faraoniche, pacchiane e incredibili. Sia gli uomini che le donne sono coperti da catene, pendagli, bracciali e crocefissi costosi e gli uomini usano portare anche cravatte in maglia d’oro. Sai da dove viene tutta questa ricchezza? Dalla vendita delle pentole di rame”

“Stai scherzando, Si guadagnano tutti questi soldi col rame?”.

“Non credo, ciò non toglie che i rom siano gli artisti del rame”. 

“Il rame è chiamato anche oro rosso e viene chiamato anche cuprum, da cui deriva il simbolo chimico dell’elemento, perché in epoca romana la maggior parte del rame era estratta dall’isola di Cipro, l’isola di Venere… sai che gli zingari sono grandi estimatori e intenditori della bellezza femminile? E sai che si dice che il rame abbia proprietà terapeutiche per il nostro corpo? L’uso di portare braccialetti di rame al polso per combattere le manifestazioni reumatiche e prevenire i processi infettivi fu introdotto circa 6000 anni a.C. proprio dai caldei. Nella Bibbia, Dio impartisce a Mose il comando: “Per le purificazioni farai una vasca di rame con il piedistallo di rame e la riempirai d’acqua. Aronne e i suoi figli useranno questa acqua per lavarsi le mani e i piedi. Così non moriranno. Essi devono lavarsi le mani e i piedi per non morire. Questa prescrizione rituale ha valore assoluto per lui e tutti i suoi discendenti”. Oggi è riconosciuto che il rame ha proprietà per il nostro corpo a livello chimico, elettromagnetico ed elettrico”.

“Lyuba non trovi strano che negli Anni Settanta era di moda portare i braccialetti di rame? Ce l’avevano quasi tutti”.

“Forse sì, forse no, allo stesso modo oggi possono sembrare strani anche tutti i furti di rame che avvengono, addirittura ci sono stati dei blocchi dei treni, per i furti di rame ai binari, spesso vengono imputati proprio agli zingari. Ecco torniamo agli zingari, che si definiscono rom cioè uomini, gli altri i gagè, secondo loro, sono creduloni, superstiziosi, troppo attaccati alle cose, viceversa i gagè pensano di loro che siano sporchi, ladri, senza cultura. Le ipotesi sull’origine degli zingari sono veramente tante e disparate, la tesi più convincente è che siano indoeuropei, dove è nata la nostra lingua, l’Urheimat degli Indoeuropei, ovvero dalle steppe della Russia. Qualcuno li identifica figli di Caino, altri come camiti ovvero i discendenti di Cam, il figlio di Noè, in entrambi i casi maledetti, dovendo espiare come scrive la Bibbia: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette”,  e più tardi Cristo dice: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, vedi Rico gli zingari avevano ragione i sette anni iniziali del loro pellegrinaggio diventano illimitati in quanto il dilagare dell’odio nei rapporti fra gli uomini del mondo aumenta in maniera spaventosa: c’è sempre più da perdonare. Nel caso della successiva discendenza camita, espiavano la maledizione di Noè contro suo figlio Cam che lo aveva deriso quando lo sorprese nudo e ubriaco nella sua tenda, e che per questo furono costretti a vagare sulla terra.  Dei camiti fanno parte i berberi, gli etiopi, gli egizi, i cananei, se questo è vero ecco che i rom si possono agganciare alle popolazioni nomadi dei berberi chiamati laguatan che abitavano il territorio della cirenaica durante il periodo romano. I laguatan adoravano Gurzil, un dio guerriero a forma di toro, identificato come il figlio di Amon, ritorna così il discorso del vitello d’oro.  Altri pensano che facessero parte della stirpe di Caino, forse per il loro legame col fuoco e il fatto che erano degli ottimi fabbri, oppure sacerdoti al servizio dei faraoni d’Egitto, ci sarà pure un motivo se questo Egitto salta sempre fuori, tra l’altro quando uno di loro muore, vengono bruciati tutti i suoi beni, così non si creeranno liti, nelle loro sepolture trovano posto il letto, il comò, i quadri, modellini di moto e macchine di lusso, mutuando così un poco i riti funebri egizi. Nel territorio bizantino, nei secoli VIII e XI, i rom vengono chiamati athinganoi, dal nome degli aderenti ad un’antica setta eretica che praticava la chiromanzia e la stregoneria e che erano chiamati anche Melki-Zedekites e con questo nome ci addentriamo nel mistero dei misteri, sino ad arrivare ad Atlantide e al re del mondo. Dove vive il re del mondo e chi è? In un luogo inaccessibile, forse conosciuto dal piccolo popolo degli zingari, un Centro Spirituale Supremo dal quale emanano energie da cui dipende, in modo più o meno diretto, tutto il creato. Melkizedek, il sacerdote o re del mondo richiede di mantenersi puri e casti, chiede la rinuncia totale ad ogni amore terrestre per poter diventare parte di una fratellanza angelica e da questo centro sembrerebbe inviato il mio gruccione. Tieni conto che Melkizedek è raffigurato nei mosaici in San Vitale a Ravenna mentre assieme ad Abele dona le offerte a Dio, preannunciando l’offerta dell’Eucaristia che accade durante la Messa. Nel XV gli zingari arrivano nell’ Europa centro-occidentale guidati da capi che affermano di essere “duchi o marchesi d’Egitto” e come lasciapassare hanno lettere di protezione da parte dell’imperatore Sigismondo, re d’Ungheria e Boemia, si definiscono pellegrini egiziani, costretti a vagare sette anni per espiare il loro voto. Ovunque è assicurata loro immunità, ma successivamente il passaporto di Sigismondo non è più sufficiente così pare che ottenessero un lasciapassare addirittura dal pontefice romano. Un ulteriore intreccio fra gli zingari e la Romagna si ha con Sigismondo. L’imperatore del Sacro Romano Impero, nel 1433 aveva nominato cavaliere il quindicenne Gismondo Malatesta di Rimini insieme al fratello Domenico. Dopo questa investitura, fu dato loro un nuovo nome: Gismondo, con l’aggiunta di una sillaba, divenne Sigismondo, mentre Domenico, Signore di Cesena, fu chiamato Novello erano forse diventati cavalieri di quell’Ordine del Drago Rovesciato, fondato nel 1418 dall’imperatore? Di cui faceva parte anche l’atleta di Cristo il Castriota che aveva legami con l’impero bizantino e successivamente con quello russo? Sempre nel 1433 l’imperatore adottò come simbolo del Sacro Romano Impero, l’aquila bicipite che era l’emblema del Castriota. Come vedi, Rico, senza sapere nulla, muovendomi con ciò che mi suggeriva il gruccione, ho indagato su temi che alla fine della storia riappaiono e si intrecciano ma il silfio cosa c’entra? Ci sono grandi differenze tra i diversi gruppi di zingari: alcuni sono musulmani, altri cristiani ortodossi, altri cattolici o luterani. Alcuni festeggiano il Natale e la Pasqua, altri festeggiano il Bajram che è la festa più importante per il popolo di fede mussulmana, anche alcuni elementi di origine indiana sono comuni, pur se affiancati alle religioni dei paesi ospitanti. Comune a tutti gli zingari è la credenza negli spiriti dei morti e la fede nella ruota della fortuna legata al suo destino. Il concetto rom di marimè  equivale alla forma negativa del concetto ebraico di kosher; il primo indica impurità rituale, mentre il secondo si riferisce alla purezza rituale. Quello che è marimè per un rom, non è kosher per un giudeo, ma entrambi prenderanno le dovute misure per non contaminarsi con tali cose oppure seguiranno determinate regole di purificazione. Dopo tutto questo riassunto, ipotizzo e poi chiudo e la ricerca muore come è morto il gruccione. È possibile che ci sia un Centro, posto nell’Urheimat indoeuropea, la patria originale, da cui emanano energie. La castità e la purezza sono le doti per attivare da questo Centro energia positiva, gli zingari sono le genti che sono in grado di captare che tipo di energie provengano dal Centro, localizzabile forse in Medio Oriente. Gli zingari popolo maledetto perché? È qualcosa che a che fare con l’oro che loro rubano e portano addosso a pacchi. Perché loro rubano? Perché con ciò ricordano il mito: a volte occorre anche rubare magari con destrezza. I miti fondanti sono basati sul ratto, il mito della nascita dell’Europa è fondato su un rapimento, la guerra di Troia è scatenata dal ratto di Elena, Eracle ruba i pomi d’oro e un sacco di miti narrano di ruberie, furti di mandrie, il vello d’oro stesso è un furto. Gli zingari smetteranno di rubare quando si avrà il ritorno all’era chiamata dell’età dell’oro, ora siamo alla fine del kali yuga, che rappresenta l’età caotica del ferro. È possibilissimo che gli zingari fossero in cirenaica, nel I secolo e che rubassero a man bassa il silfio, che al tempo era sinonimo di oro, come secoli prima rubarono l’oro per costruire il vitello, loro idolo. Il silfio veniva usato come foraggio per gli animali che così avevano una carne speciale, probabile che gli zingari usassero il silfio per fondere l’oro o forgiare il rame, che così avrebbe avuto un valore speciale, causando la scomparsa della pianta e per questo scacciati e maledetti. È possibile che ne abbiano conservato qualche pianta preservandola lungo i tempi, che mostreranno, essendo indovini quando sarà il momento giusto, che coinciderà con l’emissione di molta energia positiva dal Centro e sicuramente con un allineamento particolare di certi pianeti e stelle. Pare che il momento propizio sia giunto e pare pure che il silfio apparirà. Tenendo conto di Melkizedek e di Sigismondo il silfio riapparirà nel territorio fra Ravenna e Rimini, anzi penso addirittura che sia possibile il ritrovo del silfio nel Delta del Po, dove ci troviamo ora. La Via degli zingari, è una via di recente denominazione che ricorda che qui un tempo c’era il campo nomadi comunale ormai dismesso, e gli zingari ritornano sempre nei loro luoghi sin dai tempi più antichi. Per ultimo ti dico che la parte politica che ne trarrà più vantaggio sarà probabilmente la Russia visto che quel tale Duga, ha il nome del segnale russo e visto l’emblema dell’Albania, del Castriota ecc. L’aquila bicipite fu adottata come stemma imperiale per la prima volta dall’imperatore romano Costantino il Grande, come stemma dell’Impero romano d’oriente fino all’ultima dinastia di imperatori bizantini: quella dei Paleologi. La Chiesa ortodossa greca usa l’aquila bicipite come eredità dei bizantini. Lo stesso stemma fu poi usato dagli Arsacidi i re d’Armenia, e più avanti dagli Asburgo, imperatori d’Austria e re d’Ungheria, e dai Romanov, zar di tutte le Russie. Anche i re di Serbia, i principi di Montenegro, e l’eroe albanese della resistenza contro i turchi ottomani, Giorgio Castriota adottarono l’aquila bicipite come emblema. L’aquila bicipite fu simbolo anche per il regno di Mysore nell’India. L’aquila bicipite bizantina con due teste separate fin dal collo e rivolte in due direzioni opposte rappresenta l’Occidente e l’altra l’Oriente, l’aquila bicipite sarà il simbolo della nuova età dell’oro e se non possibile sarà solo un’età del rame, migliore comunque che quella odierna del ferro. Come ti sembra il mio ragionamento?”

  

martedì 20 giugno 2023

Il volo del gruccione

Capitolo 35

Dava a loro la facoltà di poter rubare liberamente

 

 

“Dallo studio della loro lingua sembra provenissero dall’India. Nei primi secoli si spostarono in Persia, l’attuale Iran, poi in Armenia, finché nel 1100 è testimoniata la loro presenza nell’impero bizantino, dove vennero chiamati athinganoi, dal nome di una antica setta eretica, da cui deriva la parola zingari. In seguito alcuni gruppi si stabilirono nella città greca di Modone, conosciuta come Piccolo Egitto, forse è questo il motivo per cui essi dicevano che erano egiziani. Un documento del 1417, li attesta nella città di Hildesheim, dove vengono appellati tartari dell’Egitto, ben accettati in onore di Dio, poi vengono via via segnalati in tutta la Germania, quindi in Svizzera, Francia, Spagna, Inghilterra, Scozia e nel XVI secolo arrivano anche in Svezia. Nell’area balcanica, alla fine del XVI secolo erano tutti censiti e abitavano in dimore fisse pagando come tutti i lavoratori le tasse. Nella parte che oggi è la Romania erano chiamati caldarari, ursari, lautari, florari. I caldarari lavoravano i metalli, i florali si occupavano della vendita dei fiori, gli ursari erano domatori di orsi, li facevano danzare a suon di musica alle fiere di paese, i lautari erano dei musicisti che suonavano i Manele, un mix di musiche orientali con una forte influenza balcanica che trattavano di temi come l’amore, i nemici, i soldi, l’alcolismo e le difficoltà della vita in genere o di eventi quali feste, nozze e funerali. In Romania arrivarono agli inizi del 1200, al seguito dei mongoli, alcuni di loro  mantennero la vita nomade pagando un tributo ai boiardi (l’antico titolo nobiliare dei paesi slavi), altri diventarono sedentari e schiavi, diventando proprietà delle famiglie nobili, un po’ come gli schiavi neri in America. La schiavitù venne abolita nell’Ottocento, ma la loro vita si mantenne ai margini della società. Durante il comunismo si è cercato di integrarli con casa e lavoro, ma il crollo del regime li ha riportati al gradino più basso della società. Alcuni sono ricchissimi e si coprono d’oro; altri se la cavano bene lavorando il legno, i metalli, oppure facendo i muratori, i musicisti o altri lavori, ma tanti, i più, i vivono in baracche senza luce né acqua corrente, continuando a fare molti figli, sposandosi molto giovani. Pochi di loro vanno a scuola, precludendosi così un futuro migliore, la situazione è simile a quella italiana. Fra il 1417 e il 1430 in Italia, giunsero compagnie di pellegrini che si dicevano “egiziani”. I pellegrini all’epoca godevano di una serie di privilegi garantita dalla protezione del re. Queste compagnie erano condotte da presunti conti e duchi, composte da uomini, donne, bambini, cavalli e cani. Erano muniti di salvacondotti e si dichiaravano egiziani e cristiani, raccontavano di dover espiare una penitenza per un peccato di apostasia che li condannava a un pellegrinaggio di 7 anni, chiedevano perciò aiuto. Le lettere/lasciapassare erano firmate da Sigismondo re d’Ungheria e imperatore del Sacro Romano Impero, dal papa o da altri grandi. Alcune forse erano vere, molte altre false. Risultato: molte città fecero cospicue donazioni ai sedicenti “egiziani”, che non erano altro che i rom. Erano veramente in pellegrinaggio o si fingevano furbescamente tali per soggiornare comodamente nei vari luoghi a sbafo? Ma un pellegrinaggio credibile non poteva durare in eterno. Si diffusero così bandi per cacciare i rom. Il 18 luglio del 1422 le cronache bolognesi riferiscono dell’arrivo in città di un gruppo di zingari al seguito del duca Andrea proveniente dal Piccolo Egitto. Il duca Andrea soggiorna a Bologna per quindici giorni e dice di essere diretto a Roma da papa Martino V. Le cronache raccontano che potevano essere un centinaio di persone. Avevano il salvacondotto del re d’Ungheria Sigismondo, che dava a loro la facoltà di poter rubare liberamente. Le zingare andavano per botteghe e se ne andavano con le lunghe sottane piene di roba rubata, erano indovine e intanto che leggevano la ventura portavano via le borse… onde fecero un gran rubare in Bologna… Costoro erano dei più fini ladri che fossero al mondo. Fu data licenza a quei ch’erano rubati che potessero rubar insino alla quantità del loro denaro, sicché furonvi alcuni uomini che andarono insieme una notte ed entrati in stalla dove erano alquanti loro cavalli, gliene tolsero uno il più bello. Coloro, volendo il cavallo, convennero di restituire ai nostri di molte robe. Così, vedendo di non poter più rubare, andarono verso Roma. Nota che questa era la più brutta genia, che mai fosse in queste parti. Erano magri e negri e mangiavano come porci. Le femmine loro andavano in camicia, e portavano una schiavina ad armacollo, e le anella alle orecchie con molto velame in testa. Andarono a Roma, ebbero udienza dal Pontefice, non si sa? Furono accolti inizialmente con simpatia, onori e privilegi: esenzione dei tributi di frontiera, crediti e donazioni in metallo e il permesso di esercitare la giustizia nelle loro questioni; ma poi passati più volte i 7 anni del loro ipotetico pellegrinaggio, la conflittualità fra le popolazioni locali e gli zingari crebbe fino a che vennero emesse leggi e ordinanze per metterli al bando, fino ad espellerli. Il primo a volerli cacciare fu Ludovico il Moro: nel 1473 stabilisce che gli zingari vengano allontanati dal territorio del ducato di Milano, pena la morte. Nel 1492 la Corte spagnola emanò il primo bando di espulsione dei rom; a cui si accodarono Francia, Regno di Napoli e Stato Pontificio. Il concetto di povertà, col protestantesimo religioso cambia: la povertà da virtù evangelica diviene colpa, mentre l’operosità, la ricchezza e il benessere una qualità per cui il ricco passa agevolmente dalla cruna dell’ago. Cosa fare degli zingari girovaghi e con scarsa dedizione al lavoro? In tutti gli Stati italiani  tra il XVI e il XVII secolo vennero emanate molte ordinanze contro gli zingari, i decreti furono appoggiati anche dalla Chiesa, ma come sempre accade da quest’ultima si alzarono voci in difesa, come quella di San Filippo Neri”.

“Tu stai sempre a difendere la Chiesa”.

“È la forza della Chiesa, quando il peso del potere diventa micidiale ecco che si alzano le voci di nuovi Santi che la purificano, vuoi sentire un aneddoto su San Filippo e gli zingari”.

“Ma sì, dai, Filippo Neri, piace anche a me, per la sua generosità verso tutti e per la sua allegria”.  

Pippo bono, lo chiamavano e anche “buffone di Dio”, a volte è rappresentato col grembiulone intento a offrire da mangiare a tutti. Ma era anche molto tosto. Dunque anche a Roma, c’erano ordinanze contro gli zingari, tra le pene anche la fustigazione. Nella città si stava preparando la spedizione che avrebbe portato la vittoria di Lepanto nel 1571, si stavano così reclutando persone per le navi e gli equipaggi e si pensò bene di prendere forzatamente gli zingari per metterli a remare. Le mogli, i figli, i vecchi, che per ovvi motivi non furono presi cominciarono a girare per la città chiedendo aiuto fino a commuovere il popolo. Si organizzò autonomamente una protesta generale e San Filippo si pose fra i protestanti, la loro azione ebbe successo e gli zingari furono liberati.  Se in Italia funzionava così in Spagna, nel Seicento, per gli zingari si tenta la strategia dell’assimilazione culturale e dell’obbligo dell’istruzione. Nel XVIII secolo un altro tentativo di assimilazione forzata: nell’impero austroungarico, si tentò di integrarli, si bandirono tutti i loro usi e le loro tradizioni, fu proibito il nomadismo, il commercio di cavalli, la musica, la lingua e lo stesso loro nome, non più zingari ma “nuovi magiari” (nuovi contadini); i loro figli più piccoli vennero sottratti per essere allevati dallo Stato. In Russia nel 1956, Krusciov emanò un decreto che vietava il nomadismo e condannava a cinque anni di lavori forzati chi non si fosse adeguato. Provvedimenti simili seguirono negli altri paesi comunisti. Come ben sai Rico, anche in Italia si è tentato coi cosiddetti campi di integrarli, ma i risultati se sono arrivati ancora non si vedono”.

“Ma quanti libri ti sei letta sugli zingari?”

“In realtà solo un paio, oltre a dispense pubblicate da operatori sociali che frequentano i loro campi, è in Internet che ho trovato tesi di laurea e zingari assai istruiti che tengono in particolar modo alla loro cultura e che hanno creato siti molto ben fatti ed esaustivi. Sai che la cultura rom non ha la scrittura, la loro tradizione si fonda sul racconto orale e forse è anche per questo che sono più vicini agli antichi, sai che ti dico Rico? Uno scambio culturale alla pari farebbe forse più bene a noi che a loro, rom significa uomo e ci aggiungo un aggettivo uomo libero che è una gran bella cosa”.

“Lyuba, questo viale non finisce mai, e tu hai finito sugli zingari?”

“No, non ho finito, parlando con te, mi ritorna la memoria su quello che ho letto, una cosa tira l’altra e così vorrei parlarti degli artisti che tanto si sono ispirati al mondo gitano e soprattutto alla zingara dai lunghi capelli neri, indomabile e affascinante”.

“Prendi questa mano, zingara, leggi pure che destino avrò. Dimmi che mi ama, dammi la speranza, solo questo conta ormai per me… perché non rompi il voto di castità?  

Prendi questa mano, zingara dimmi pure che futuro avrò. Ora che il vento porta in giro le foglie e la pioggia fa fumare i falò… se non la smetti di fare il marpione non racconto più nulla.”

“Obbiettivo raggiunto ah ah ah, sto scherzando continua”.

 

 

 

sabato 10 giugno 2023

Il volo del gruccione

Capitolo 34

Io non ho paura

 

 

Si inoltrarono lungo un sentiero rettilineo, fra due ali di pini, in un silenzio quasi religioso, in cui l’unico suono era il gorgoglio dell’acqua, del fiume o canale che avevano alla loro destra, si fermarono seduti su un dosso accanto all’acqua per gustarsi la colazione, il giornale alla fine non lo lessero perché ambedue avevano una gran voglia di iniziare la passeggiata, raccolsero i rifiuti, portandoli in auto, non c’era neanche un bidone per l’immondizia, poi si incamminarono lungo il viottolo rettilineo che sembrava proseguire all’infinito.

Per un po’ rimasero zitti, osservando l’acqua che pareva velata da una tela lattiginosa, non era acqua trasparente ma era fascinosa, pareva un tessuto damascato leggero come un velo dalla miriade di sfumature dal giallo verde al verde blu. Gli alti pini si specchiavano stando curvi come vecchi, quasi che dovessero schiantarsi da un momento all’altro, e qualcuno infatti lo era, altri svettavano dritti, alcuni avevano i fusti sottili, altri tronchi talmente larghi da non poter essere abbracciati da due persone. Attorno solo verde, tanto da non vedersi neanche in alto il cielo e ogni tanto qualche gruppo di graminacee e cannella palustre, così eleganti coi loro ciuffi di fili alti, un tempo queste erbe erano usate per creare cestini, sporte e persino capanne.  

Stormi di anatre si libravano all’improvviso a pelo sull’acqua in formazione frecce tricolori.

Aironi bianchi in solitudine planavano sui rami che sporgevano sull’acqua.  

Le rane saltavano all’improvviso fra l’erba e l’acqua: nella zona del Delta erano assai apprezzate sia fritte che in guazzetto, al ranocchio erano dedicate anche delle sagre, Lyuba non aveva mai voluto assaggiarle, le cosce delle rane fritte, le rammentavano il loro saltellare e le dispiaceva vederle morte nel piatto, i vecchi del suo paese natio le avevano insegnato ad amare i rospi e le ranocchie e le avevano raccontato che le rane nascevano dagli acquazzoni estivi cadendo direttamente dalle nuvole, giurando di averle viste.

“Allora che mi dici sugli zingari”.

“Cosa vuoi che ti dica? Pensavo di essere aperta e amabile con il prossimo, è solo doratura niente altro che ipocrisia, pensa che ho criticato il Governo per il denaro che investiva nei campi per i nomadi, soldi per quegli ubriaconi, nullafacenti e anche ladri, mi vergogno di averlo pensato, questa non è integrazione ma razzismo, infatti si rinchiudono in un ghetto recintato, fuori dal centro abitato, gli si dà due soldi, basta che non rompano troppo le scatole con la questua e i furti. Ieri in un negozio sono entrati una zingara con due bambini a piedi nudi e sporchi, subito la commessa ha chiamato degli aiutanti, uno di loro è arrivato armato di una specie di asta appoggiata alla spalla, giusto per intimorire, la zingara e i bambini sono usciti velocemente ma uno  dei due zingarelli si è girato e ha detto… io non ho paura.

Ci credi, quel io non ho paura mi ha scosso più del libro che ho letto con la storia di un prete che ha vissuto con gli zingari, che mi ha chiarito come loro vivono la situazione dei campi, dove si sentono schedati, controllati, sicuramente dei diversi, e così loro fanno peggio, danno fuoco alle loro baracche e ogni tanto qualcuno di loro muore per una pallottola vagante, sindaci e cittadini fanno manifestazioni e sollecitano le Forze dell’Ordine che non vanno tanto per il sottile.

Un’altra cosa che mi ha colpito, perché è capitata pure a me, se gli regali degli abiti, ma anche del cibo, loro lo gettano e ciò mi aveva disgustato, ma vedi sono come bambini, custodiscono solo quello che gli serve al momento, non pensano al domani, si affidano alla Provvidenza.

Questo mi ha fatto pensare a Don Bosco, il fondatore degli oratori, che alla sera gettava i soldi che  gli erano rimasti nelle tasche dalla finestra, perché pensava che al domani avrebbe pensato la Provvidenza, soldi che raccoglieva un giovane seminarista.

Al mattino Don Bosco trovava sempre qualche offerta e il giovane seminarista che raccoglieva i soldi gettati da Don Bosco era Giuseppe Cottolengo, che raccattava anche la più piccola monetina perché aveva un sogno da realizzare: l’ospedale che ancora oggi a Torino accoglie persone disabili, così me l’ha raccontata il prete durante l’omelia, mentre un quotidiano su in Internet lo stesso evento lo descrive così: “Si racconta che San Giuseppe Cottolengo, fondatore della Casa che ancora oggi a Torino accoglie persone con disabilità, avesse talmente tanta fiducia nella Provvidenza da gettare i denari in eccesso dalla finestra, sicuro che il buon Dio avrebbe provveduto alle necessità future della Casa. I maligni raccontano che sotto quella finestra si appostasse San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, considerata una delle congregazioni più ricche della Chiesa.”

La verità è quella che ha raccontato il prete in Chiesa, ma in Internet questa notizia errata è dilagata in modo virale… qual è ora la verità?

Visto che siamo in democrazia è quella dei molti?

Così sugli zingari mi sono sentita razzista e mal informata e tutta questa marea di notizie mi hanno spaventato, Rico fra non poco diventeremo tutti degli analfabeti, perché non sapremmo riconoscere nessuna parvenza di verità.   

“Esagerata, sull’ignoranza sono d’accordo, le cosiddette fake news sono un grosso problema, ma sugli zingari, sono talmente sporchi che puzzano e poi rubano”.

“Oddio Rico, mica hanno il bagno riscaldato ad uso singolo, quando non c’è elettricità o acqua calda è difficile lavarsi in 70/80 persone, d’inverno, magari con un solo rubinetto, eppure i rom  hanno paura dell’impurità, come gli indiani e gli ebrei. Pensa che lavano le loro cose in bacili diversi: le pentole divise dai piatti, i vestiti dei maschi separati dagli abiti femminili e così via. Rubare, non tutti lo fanno, molti rom esercitavano dei lavori che erano legati al nomadismo, mestieri tradizionali come allevatori, calderai e fabbri, musicisti, arrotini, venditori, imbonitori ma anche i mestieri legati al fiume come i cavallari, i barcari, gli zattieri, i cordai, questi ultimi in inverno passavano le case contadine e vi rimanevano qualche giorno costruendo le sedie intrecciate di vimini o corda, era una gioia un tempo quando arrivavano perché portavano racconti e notizie dai luoghi in cui viaggiavano. Fellini li ha descritti bene nel film “La strada”, con lo zingaro Zampanò, te lo ricordi Rico? Ricordo la mia bisnonna, quando mi raccontava dei venditori ambulanti, che vendevano, pizzi e bottoni, aggiustavano i piatti e stagnavano le pentole, aspettava i venditori con gioia, il manghel un tempo non era solo il chiedere l’elemosina, significava anche vendere, era accettato un tempo nelle campagne, ma ora i loro mestieri non servono più i piatti e le pentole si buttano via anche se non sono rotti, figurati se si aggiustano, ai rom rimane solo la questua. Oggi non c’è spazio per il lavoro tramandato dai loro padri, forse è per questo che alcuni entrano a far parte della malavita. Sai che in Irlanda vivono degli zingari coi capelli rossi e gli occhi chiari? Li chiamano tinkers che significa stagnai o lattonieri. Una leggenda narra che per la crocifissione di Gesù si cercava qualcuno che fondesse i chiodi e mettesse insieme una croce. Il falegname rifiutò e l’unico che si lasciò convincere fu il lattoniere. Guardandolo, Gesù gli disse: il falegname dovunque andrà sarà ricco e fortunato, mentre il lattoniere sarà condannato a vagare per sempre sulla terra e non troverà mai una casa. Su di loro pregiudizi a non finire, li hanno chiamati maledetti, figli di Caino, li hanno accusati di essere coloro che forgiarono i chiodi della croce di Cristo, senti come li descrivono: “Correndo l’anno di Cristo 1417 ecco che cominciano ad apparire uomini brutti, neri e cotti dal sole. Indossano vesti sudice e sono lesti nel rubare, soprattutto le donne. Commerciano cavalli, ma la maggior parte di loro va a piedi. Le donne cavalcano giumenti con i loro bambini”. Così il geografo tedesco Sebastiano Münster descrive i primi zingari giunti in Germania all’inizio del XV secolo. E senti come li descrive Lombroso, il medico e antropologo, sociologo, di fine Ottocento, esponente del positivismo illuminista, fondatore dell’antropologia criminale, le cui tesi ebbero un grande successo e furono alla base delle teorie naziste della supremazia della razza ariana. Lombroso riteneva gli zingari, l’immagine di una razza intera di delinquenti: “Sopportano la fame e la miseria piuttosto che sottoporsi ad un piccolo lavoro continuato; vi attendono solo quanto basti per poter vivere; sono spergiuri anche tra loro; ingrati, vili, e nello stesso tempo crudeli… Dediti all’ira, nell’impeto della collera, furono veduti gettare i loro figli, quasi una pietra da fionda, contro l’avversario; e sono, appunto come i delinquenti, vanitosi, eppure senza alcuna paura dell’infamia. Consumano in alcool ed in vestiti quanto guadagnano; sicché se ne vedono camminare a piedi nudi, ma con abito gallonato od a colori, e senza calze, ma con stivaletti gialli… Amanti dell’orgia, del rumore, nei mercati fanno grandi schiamazzi; feroci, assassinano senza rimorso, a scopo di lucro; si sospettarono, anni sono, di cannibalismo. Le donne sono più abili al furto, e vi addestrano i loro bambini; avvelenano con polveri il bestiame, per darsi poi merito di guarirlo, o per averne a poco prezzo le carni; in Turchia si danno anche alla prostituzione. Tutte eccellono in certe truffe speciali, quali il cambio di monete buone contro le false, e nello spaccio di cavalli malati, raffazzonati per sani, sicché come fra noi ebreo era, un tempo, sinonimo di usuraio, così, in Spagna, gitano è sinonimo di truffatore nel commercio di bestiame. Lo zingaro in qualunque stato o condizione si trovi, conserva la sua abituale e costante impassibilità, senza sembrar preoccupato dell'avvenire, vivendo giorno per giorno in una immobilità di pensiero assoluta, ed abdicando ad ogni previdenza… È importante poi il notare che questa razza così inferiore nella morale ed anche nella evoluzione civile ed intellettuale, non avendo mai potuto toccar lo stadio industriale né, come vedesi, in poesia passare la lirica più povera, è in Ungheria creatrice d’una vera arte musicale, sua propria, meravigliosa, nuova prova della neofilia e genialità che si può trovare mista agli strati atavici nel criminale”. E questo dire e ridire che sono sporchi, ladri e vagabondi ha creato l’orrore degli orrori, lo sai che  solo nel 1980 il Governo tedesco ha riconosciuto ufficialmente il tentativo di genocidio degli zingari e che i loro aguzzini non sono stati puniti, perché in fondo con loro Hitler aveva qualche ragione, in quanto geneticamente tutti criminali. Porrajmos  (divoramento)e samudaripen ( tutti morti) sono le parole che usano i rom per il loro olocausto, e come ultimo sprezzo alla caduta del nazismo, al processo di Norimberga hanno decretato che per gli zingari forse Hitler aveva qualche ragione, ti rendi conto Rico? Alcune circostanze accomunano rom ed ebrei: essere stati entrambi schiavi. I primi accusati di essere della stirpe maledetta di Caino, i secondi di deicidio. Ariani degradati gli uni, razza inferiore gli altri. Si stima siano stati uccisi tra i 500.000 ed il milione e mezzo di persone e la cosa peggiore è che venivano usati come cavie, sottoposti all’inoculazione di germi e virus per osservarne la reazione od obbligati a ingerire acqua salata fino alla morte. Alla base, le convinzioni dei nazisti sulla razza che li riteneva di origine indoeuropea, e dunque ariana, e che il ceppo zingaro fosse l’unico ad avere il gruppo genetico originario della razza tedesca, contaminato però dal gene del nomadismo, che li aveva portati, a mischiarsi coi non ariani degenerando l’iniziale purezza. Queste teorie erano l’opposto della logica antisemita, per cui minore era il grado di appartenenza razziale, maggiore era la speranza di salvarsi, per gli zingari maggiore era la loro purezza maggiore era la probabilità di salvarsi dalla soluzione finale e di diventare cavie. Joseph Mengele si trasferisce a Birkenau, e da qui, dalla pelle di bambini rom e sinti, inizia le sue sperimentazioni. Alle torture degli esperimenti, si aggiungerà la beffa: le orchestre zingare, volute dalle SS, faranno da colonna sonora alla loro morte. Nel luglio del ’42 Himmler venne a visitare il campo. Gli feci percorrere in lungo e in largo il campo degli zingari, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche d’abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie, vide i bambini colpiti dall’epidemia infantile Noma [tumore dovuto a malnutrizione], che non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina: i loro piccoli corpi erano consunti, e nella pelle delle guance grossi buchi permettevano addirittura di guardare da parte a parte; vivi ancora, imputridivano lentamente. Si fece le cifre della mortalità tra gli zingari.[…] Dopo aver visto tutto questo ed essersi reso conto della realtà, diede l’ordine di annientarli, dopo aver scelto gli abili al lavoro, come per gli ebrei.[…] L’operazione durò due anni. Gli zingari atti al lavoro vennero trasferiti in altri campi, e alla fine rimasero da noi (era l’agosto del 1944) circa 4000 individui da mandare nelle camere a gas. […] Non fu facile farli arrivare fino alle camere a gas. Personalmente non vi assistetti, ma Schwarzhuber mi disse che, fino ad allora, nessuna operazione di sterminio degli ebrei era stata così difficile, tanto più dura per lui in quanto li conosceva benissimo quasi tutti, anzi era stato in buoni rapporti con loro. Infatti, a modo loro, erano gente straordinariamente fiduciose […] (Le memorie del comandante Rudolf Höss)

“Basta, sei un fiume in piena, basta raccontarmi delle tristezze. Questo viale sembra non finire mai, è una buona mezzora che camminiamo e la luce che si intravede laggiù in fondo sembra sempre più lontana. Raccontami qualcosa degli zingari di bello e allegro, che so sugli ursari, i domatori di orsi, di scimmie o di leoni, i giocolieri che poi sono i sinti per lo più, quelli del circo Orfei e di tanti altri circhi o quelli  dei luna park oppure raccontami dei loro musicisti che hanno ispirato e hanno influenzato e arricchito compositori come  Brahms, Schubert, Ravel, Strawinsky, Ciaikowski, ad esempio, a me la musica di Goran Bregović, che deriva da temi zigani, con quelle musiche da funerale e da sposalizio mi eccita, anche sessualmente a te no?

“Come no, se vuoi ti ballo un flamenco, come una zingara spagnola, così ti ecciti di più, non mi hai ascoltato e poi cos’è questo mi ecciti o non mi ecciti, devo preoccuparmi?”

“Preoccuparti in che senso?”

“Che ti metti a fare il cascamorto, non mi piace questo”.

“Stavo solo scherzando, per alleggerire la tua pesantezza, hai finito di raccontarmi sugli zingari?”

“Se vuoi, ho dell’altro, lo so è un mio difetto se inizio poi non la finisco più di raccontare”.

“Vai Sherazade, continua ad affabulare”.