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giovedì 30 settembre 2010

PEOPLE

IL PROF. DI DISEGNO 

A scuola ero brava, mi piaceva andarci, paradossalmente la materia che mi piaceva di più: l' italiano, io e la Prof non ingranavamo, l' altra materia preferita: il disegno... il Prof era troppo...troppo e basta. 
Il Prof di disegno non alzava mai la voce, mi aveva fatto conoscere Giorgione, Van Gogh, i fratelli Carracci, Caravaggio ed il sublime Botticelli. 
Mi diceva...brava, bravissima. 
Le mie opere erano esposte nelle sale della scuola e alla lotteria di fine anno trovavano sempre acquirenti. 
Disegnare mi piaceva, dipingere ancora di più, il Prof mi stimava e mi sosteneva, volle parlare anche con mio padre per convincerlo a farmi proseguire gli studi artistici. 
Cosa c' era che non andava?
 Ancora non lo so bene. 
So che detestavo la sua guancia che sfiorava la mia, quando arrivava per controllare il mio lavoro. 
Poi c' era il rito, il mio disegno doveva essere sempre affisso in alto, anche se c' era posto in basso, il Prof diceva che così si vedeva meglio, inizialmente mi inorgogliva, ma poi non capivo perché il Prof dovesse prendermi in braccio per farmi salire sulla sedia per affiggere la mia bella opera là in alto, lui diceva che faceva così perché aveva paura che io cadessi e mi facessi male... io a un certo punto decisi che essere brava in disegno aveva un prezzo troppo alto e che forse Giorgione non era poi granché, che forse era meglio Van Gogh con i suoi campi gialli di grano maturo. 
Così alla fine io volevo la Prof di italiano, ma lei non mi voleva, il Prof di disegno mi voleva ma io non volevo lui. 
Che strana la vita e che strano quel mio "sentire anomalo" con cui percepivo le attenzioni del Prof. Forse la mia testolina galoppava troppo con la fantasia. 

FINE 



Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

lunedì 27 settembre 2010

PEOPLE

DANIELA 

Nel nostro piccolo gruppo di "strani" composto da Marco il femminiello, Anna la coraggiosa, Katiuscia la dinamitarda, Paolè la contestataria c'era anche un'outsider: Daniela. 
Daniela era matura, responsabile, composta, affidabile, studiosa, non saltava mai le lezioni ed era sempre ben educata. 
Era la beniamina delle mamme e dei Prof. 
Non amava le risse, né i fumetti, né la musica, né contestare e neanche i libri, le piacevano ma non li amava. 
Non si lasciava mai dominare dalle passioni, era... Apollo senza Dioniso. 
Tanto per essere chiari, Daniela non partecipava mai allo stupido gioco della cerbottana. 
Era sempre col nostro sparuto manipolo, taciturna, quasi assente ma amichevole e salda. 
Eccelleva in tutte le materie, stava nei banchi della prima fila, ma a differenza dei secchioni i compiti risolti li passava a tutti. 
Aveva splendidi occhi verdi e non mi piaceva che li nascondesse portando i capelli in modo da celare quasi tutto il volto. 
Daniela aveva affrontato la sua fossa dei leoni, si era rovesciata addosso una pentola di acqua bollente, aveva il viso e parte del collo e della spalla piagati. Questo era il motivo per cui Daniela si univa a noi, anche se non aveva gli stessi interessi, noi non vedevamo il suo volto sfigurato. 
Oggi Daniela ha fatto carriera in banca, la scienza ha aiutato il suo volto ma l' affetto fra noi è rimasto immutato. 


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

domenica 19 settembre 2010

PEOPLE

LA PROF. di ITALIANO 

Ora, dopo che ho raccontato l'episodio di Anna e la sua vittoria sulla sulla Prof di italiano, voi penserete che io non amassi la Prof e la sua materia. 
Sbagliato. 
Io mi ero impegnata al massimo con lei, e se all' orale prendevo otto come le sue preferite, allo scritto il mio solito voto era: quattro. 
 Secondo la Prof io ero troppo fantasiosa ed andavo fuori tema. 
Ogni volta che credevo di avere fatto un bel componimento e aspettavo speranzosa l' arrivo dei compiti corretti... che delusione vedere il mio foglio con quei rigoni rossi di correzione, ma soprattutto perché le frasi che più mi piacevano erano state interamente tagliate perché fuori luogo. 
Stanca di cercare la sua approvazione avevo abbandonato le lezioni di latino per farle un dispetto. 
Iniziai ad innalzare l'atlante geografico per nascondermi e leggere quello che mi piaceva senza ascoltare le lezioni. 
Aveva voluto la lotta e lotta era. 
I quattro rimasero quattro ma anche gli otto rimasero otto perché amavo le poesie, la storia, i classici e la Prof non mi prese mai in castagna con le interrogazioni orali. 
I miei compagni pensavano che la odiassi, io semplicemente volevo solo essere considerata; ma siccome per Ella io ero una pupattola che leggeva i fotoromanzi, io per non deluderla arrotolavo le gonne al giro vita perché diventassero corte, corte, ostentavo fra le dita un' enorme cerbottana e vittoria era quando osservandola con impertinenza coglievo nei suoi occhi casti tutto lo scandalizzato perbenismo. 
Cara Prof di italiano, guarda caso il tuo nome è Anna, nome che ricorre nella mia vita, nel bene e nel male, tu sei stata la mia prima grande delusione, causa di un sogno infranto, anche se devo dirti che riguardo ai fotoromanzi avevi ragione, ma la lotta che ho fatto a te ha fatto male solo a me. 


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

sabato 11 settembre 2010

PEOPLE

MILLA 

Erano due giorni che Milla girava attorno a quell' albero di caco. Era un albero maestoso, con tante foglie verde bosco, pieno di frutti arancioni. 
Sul primo ramo splendente stava un frutto, un caco rosso, maturo, e Milla lo guardava vogliosa. 
Nei suoi sei anni di vita, era la cosa più bella che avesse visto. Decise che sarebbe stato suo. 
Provò ad arrampicarsi, ma il fusto era talmente liscio, che non era possibile appigliarsi. 
Prese allora una sedia, niente da fare. 
Provò col seggiolone della sorellina, niente da fare. 
Oh, come avrebbe voluto una scala, ma non c' era, doveva riuscirci con quello che aveva. 
Strisciò il tavolo della cucina sino all'albero, poi con l' aiuto di una sedia vi issò il seggiolone. 
Infine salì pericolosamente la torre ottenuta. 
Stando in punta di piedi riuscì a sfiorare il frutto agognato, ma non a staccarlo. 
Fece allora un piccolo saltello, afferrò il frutto, ma all' improvviso la torre franò. 
Milla cadde a sedere scoperto su un letto di ortiche. 
Non si curò né della caduta, né del pizzicore, si guardò le mani vuote... il caco, il caco dov' era? 
Era poco più in là. 
Spiaccicato per terra. 
Completamente polverizzato. 



  Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

venerdì 3 settembre 2010

PEOPLE

THOMAS 

L' ha conosciuto, girando giù e su, lungo i viali della stazione di una piccola città italiana. 
Lui una checca di mezza età su un suv, cercava compagnia. 
Thomas un ventenne brasiliano, arrivato in Italia in compagnia di una tardona che si era invaghita di lui. 
Thomas sale sul suv. 
È da qualche mese che si prostituisce, preferisce così. 
Non ce la faceva più a sopportare la tardona. 
 Una maniaca del sesso era, lo abbracciava, lo accarezzava, lui aveva tanto bisogno d' affetto, e poi con la bocca vogliosa iniziava a leccarlo sul collo, sui capezzoli e poi più giù, più giù. 
Non era mai sazia, sempre sesso e sesso. 
Si prostituiva per guadagnare qualcosa, lui era un bel ragazzo, alto, dal fisico perfetto, con la pelle dorata e lucida, i muscoli guizzanti e gli piacevano i bei vestiti firmati. 
Ma non era solo per i soldi, la tardona lo aveva talmente smagato che avvertiva un conato di vomito se la paragonava alle donne della sua terra. 
Cercava un po' d' affetto dagli uomini, gli pareva che fossero più sensibili, meno affamati. Thomas e Mario (la checca del suv) ora fanno coppia. 
Mario ha i suoi problemi, è attratto solo dai giovani, quelli della sua età offendono il suo senso estetico molto pronunciato. 
Thomas, sa bene come sbava per il suo corpo, ma almeno si occupa anche della sua persona. Lo sta aiutando a regolarizzare la sua posizione in Italia. 
Gli ha trovato un lavoro in un ricovero di anziani dove Thomas è letteralmente adorato per il suo calore e la sua disponibilità. 
Lo aiuta a pagare l' affitto dell' abitazione... beh dovrà pure avere qualcosa in cambio. Dimenticavo, quando Thomas è in "saudade" e non ha proprio voglia di fare all'amore, Mario si incazza e se ne va. 
Ma poi gli manda una carica telefonica perché Thomas possa telefonare a casa dalla mamma. 
O gli porta le sigarette o un cd di musica latina. 
Oppure riesce a trovare ancora una serata per fare spettacolo, un tempo Mario aveva serate anche fuori regione, ha una bella voce. 
In quelle sporadiche serate, mesto residuo di popolarità, Mario canta con gli occhi lucidi e Thomas piange. 


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

domenica 22 agosto 2010

PEOPLE
















CHISCIOTTA 

Non stavi bene. Te ne eri accorta anche tu. Non ti piacevano più i libri. Tu, che quando avevi vent' anni, volevi essere in pensione, anziana, per stare tutto il tempo a leggere. Non stavi bene. Ti hanno mandato a casa il medico amico. Ti sei fidata. Lui ti ha tradito, non ha mantenuto il segreto. Volevi andare sola al colloquio. Non te lo hanno permesso. Ti sei trovata chiusa in gabbia, con le ali tarpate. Tu che ami la libertà. Non ti hanno lasciato andare sola al colloquio. Ti volevano accompagnare. Tu ti sentivi sola, di nessuno ti fidavi. Volevi andare sola al colloquio. Non te lo hanno permesso. Ti sei messa a girare in mezzo alla strada, fra camion ed auto in corsa. Indifferente. Lasciatemi la facoltà di decidere, altrimenti meglio non vivere. E' arrivata l' ambulanza. Docile sei salita. Indifferente. Il medico ti ha guardato con occhi irridenti ( ti hanno poi spiegato che è una tattica psicologica), e ti ha detto: - guarda che ti teniamo qua-. Tu hai risposto:- non me ne importa niente, datemi un libro e sono a posto-. Ti hanno rimandato a casa. La tua avventura è durata solo qualche ora dolorosa. Hai fatto l' esatto opposto di Don Chisciotte, senza libri sei diventata pazza, coi libri sei rinsavita. 



Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

sabato 7 agosto 2010

PEOPLE

ROCKI


Ora è rimasto solo Rocki, che a dire la verità non è il nostro cane.

Lui sta nell’ altra parte del cortile, quello in comunicazione col cortile dei miei genitori.

Rocki ce lo hanno dato delle persone che lo avevano preso da piccolo per i loro bambini. Ma Rocki crescendo era diventato grande, grande.

Rocki è un pastore belga, i suoi ex proprietari abitavano in un appartamento di sessanta metri quadri, con due bambini e per Rocki non c’ era più posto, era troppo grande. Non volevano portarlo al canile, allora lo hanno preso i miei genitori per fare compagnia a Bull.

Rocki ha preso l’ indole dai bambini.

E’ cresciuto con loro.

Quell’ indole ce l’ ha ancora oggi che ha dodici anni.

Quando è felice si mette a gattoni, col sedere in alto e la testa appoggiata a terra.

Oppure a pancia all’ aria si stira le lunghe zampe e fa …oohhhhhh.

Ora che mio padre non c’ è più è diventato il cane di mio marito.

Si capiscono con gli occhi.

Mangiano l’ uno quello che mangia l’ altro, corrono e giocano a pallone insieme.

Se litigano è solo per via dei buchi.

A Rocki piace fare i buchi dove ci sono i fiori.

A mio marito piacciono i fiori e non sopporta i buchi.

Per il resto vanno d’ accordo su tutto.



Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

giovedì 5 agosto 2010

PEOPLE

BULL 

Bull era il cane di mio padre. 
Era un cane da pagliaio, ma lo perdonarono sempre. 
Era un pastore tedesco. 
E come un tedesco era serio e scontroso. 
Non abbaiava, se ne stava acquattato e ti assaliva quando meno te lo aspettavi. 
Amava mangiare le noci. 
Mio padre stava seduto sul cornicione, spaccava la noce, ne mangiava mezza e mezza la dava a Bull. 
Era solito scappare dal cortile. 
Andava dal vicino a far strage di galline. 
Era sempre perdonato, mio padre scrollava la testa, poi andava dal vicino a scusarsi, portava qualche bottiglia di vino e pagava tutti i danni che Bull causava.
A me Bull portava le galline ancora vive. 
La prima volta che successe, mi ero alzata per andare a lavorare, uscita in giardino sentii distintamente: - ...cococo, coco, cocococo...-. Credevo di avere le traveggole, stupita, incredula trovai tre galline in un cespuglio, un po' spennate ma vive. 
Poi l' arcano si scoprì... era Bull che le prendeva dal vicino e me le portava. Arrivò anche un compagno per Bull. 
Aveva un anno. 
Si chiamava Rocki. 
Bull morì di vecchiaia. 


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lunedì 2 agosto 2010

PEOPLE

IVAN


Un mese dopo l’ arrivo di Pierino , superato il dispiacere della perdita di Igor II, comprammo per la seconda volta un cane di razza pinscher.

Lo chiamammo Ivan perché era piccolo piccolo ma voleva comandare solo lui.

Lui voleva mangiare per primo.

Lui voleva stare in braccio e non voleva che facessimo le coccole agli altri cani.

Se la prendeva con Pierino , facevano la gara della pipì.

Pierino alzava la gamba e faceva la pipì per marcare il territorio. Arrivava Ivan ed andava a marcare il territorio nello stesso punto di Pierino, allora ritornava Pierino a rimarcare il territorio, poi vi ritornava Ivan, sempre così fino a che alla fine Ivan scoppiava ad abbaiare arrabbiato, tremando furibondo.

Voleva vincere ma non aveva pazienza.

Si credeva un tombeur de femmes e non era capace di fare niente.

Era impotente.

Soffriva anche di epilessia.

Era sempre arrabbiato con tutti.

Era sempre arrabbiato col mondo.

Era sempre arrabbiato con Pierino, ma quando era freddo stava nella cuccia al caldo sotto al pelo spesso e lanoso di Pierino.

Se ne andò qualche mese dopo Pierino.


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

venerdì 30 luglio 2010

PEOPLE

NERINA


Erano appena arrivati Pierino ed Ivan che ci proposero quella cagnolina tutta nera, tutta arruffata.
Altrimenti l' avrebbero portata al canile.
Dove ci stanno due cani ce ne possono stare anche tre.
La tenemmo.
Nerina era una signora.
Aveva charme ed eleganza.
Sembrava che camminasse coi tacchi.
Guardava con sufficienza le lotte di potere fra Pierino ed Ivan.
Mangiava composta, sempre per ultima.
Non chiedeva attenzioni.
All' esuberanza di Ivan e Pierino contrapponeva una calma serena.
Il suo modo di dimostrare gratitudine era di mettersi a pancia all' aria con le gambe alzate. Aspettava che tu le grattassi il ventre. Poi si alzava e si stendeva al sole.
Era matura e dolce, se gli altri due cani esageravano nell' irrequietudine, lei li metteva in riga.
Era lei il vero capo.
Era autorevole.
Pierino riuscì ad eludere la nostra sorveglianza, e la mise incinta.
Nacquero quattro cagnolini, due maschi e due femmine.
Trovammo una casa per tre di loro.
Nerina rimase incinta una seconda volta.
Rischiò di morire. Questa volta ne aveva uno solo che nacque morto.
Aveva diciannove anni quando se ne andò silenziosa, in punta di piedi.
Un' età considerevole.

Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.




martedì 27 luglio 2010

PEOPLE

PIERINO

Poco dopo la scomparsa di Igor II, ci telefonarono per chiederci se volevamo un cane.

Arrivò Pierino.

Pierino era un volpino dal lungo pelo bianco.

Aveva due mesi, era talmente basso che la pancia sfiorava il terreno.

Amava la neve, quando infuriava la bufera lui girava incurante delle condizioni atmosferiche.

Non amava fare il bagno, aveva un sesto senso, quando era tempo di bagno lui scompariva. Dovevi metterti i guanti di suola per lavarlo perché altrimenti ti morsicava. Lui proprio il bagno non lo voleva fare.

Era un tombeur de femmes.

Ci sapeva fare.

Faceva finta di non essere interessato.

Faceva l’ indifferente.

Ma sentiva l’ odore della cagnolina in calore da lontano. Noi stavamo attenti che non scappasse. Allora lui non riuscendo a scappare, si intristiva, smetteva di mangiare. Il suo bel pelo bianco si arruffava tutto, si attorcigliava in bioccoli spenti.

Una volta riuscì a mettere incinta la Nerina ( una bastardina tutta nera) e ci riuscì anche una seconda volta. Ma la Nerina ebbe un parto difficile, rischiò di morire e da allora Pierino fu sotto stretta sorveglianza e non riuscì più a fregarci.

Pierino aveva avuto il cimurro da piccolo, il veterinario aveva detto che non ce l’ avrebbe fatta; ma io testarda volli tentare. Imparai a fargli le iniezioni, era molto facile, bastava mettere il liquido nella siringa, stando attenti a far fuoriuscire l’ aria, poi si prendeva fra le due dita la carne del collo e qui si iniettava il liquido. Imparai a fare anche la flebo, si faceva allo stesso modo dell’ iniezione, con la differenza che Pierino non stava fermo ed io dovevo seguirlo con la boccetta della flebo fino a che il liquido non terminava .

Si salvò e campò per quindici anni.


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.


sabato 24 luglio 2010

PEOPLE

IGOR E IGOR II

Dopo che Beta, il piccolo cane bastardino, se ne era andato, per la prima volta comprammo un cane.

Un cane di razza Pinscher.

Lo prendemmo in un negozio di animali.

Lo chiamammo Igor.

Lo portammo dal veterinario perché non sembrava molto sano, sembrava non vedere bene.

Il veterinario disse di portarlo indietro al negozio perché il cane non era sano, il suo handicap lo avrebbe portato alla cecità completa.

Lo riportammo al negozio, con senso di colpa, ma lo riportammo al negozio. Qui, ci diedero il fratello di Igor, che chiamammo Igor II.

Sentivo di essere stata crudele con Igor, ma l’affetto, l’allegria ed il carattere esclusivo di Igor II, mi fecero dimenticare presto la mia insensibilità.

Igor II piaceva a tutti, i vicini di casa spesso me lo chiedevano in prestito, perché Igor II aveva la capacità di rallegrare.

Era speciale, sapeva rasserenare.

Una domenica, venni a casa dal mare più tardi del solito. Come aprii il cancello, Igor II fece finta di salutarmi, poi veloce passò tra le gambe e scappò. 

Era arrabbiato perché avevamo fatto tardi. 

Lo inseguii, ma era buio; vidi un’ auto fermarsi nel piazzale della casa della vicina in cui Igor II era solito andare per farmi dispetto, e raccogliere qualcosa… ma non ci feci caso.

Pensai che la vicina se lo fosse messo in casa per precauzione.

La mattina dopo, mi alzai presto, cercai il cane dappertutto, passai casa per casa per un raggio di due chilometri. 

Misi volantini. 

Misi annunci.

Nulla da fare, Igor II non si trovò.

Era la giusta punizione perché avevamo rifiutato Igor I.



Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

sabato 17 luglio 2010

PEOPLE

BETA


Prima che il cane lupo Laika morisse, era arrivato Beta, il cagnolino di mio figlio.
Era andato col nonno da contadini che abitavano qualche chilometro più in là, ed era tornato a casa con Beta un batuffolo di appena quaranta giorni.
Era sceso dal furgone del nonno col cane in braccio: - Mamma, mammaa, mammaaa, guarda- .
Beta era un bastardino maschio dagli occhi dolci, dolci.
Fu un amico sincero, giudizioso, maturo.
Dava amore a fiumi, troppo amore dava, troppo.
Una volta mio figlio aveva preso il coltello dal nonno, mio padre era un norcino, e stava quasi usandolo su Beta.
Arrivai appena in tempo.
Spaventatissima.
Gli presi il coltello e gli dissi: - Cosa stai facendo?-.
Lui rispose: - Faccio come il nonno col maialone-.
Beta stava lì fermo , docile si sarebbe fatto anche uccidere.
Arrivò Bull, cucciolo di pastore tedesco.
Riversammo l' attenzione sul nuovo arrivato.
Non ci accorgemmo che Beta non stava bene.
Lo trovammo nel suo cespuglio preferito.
Gli animali quando sentono di dover morire, si nascondono.
Hanno molto pudore.
A me rimane il dubbio che sia morto là nel cespuglio da solo per non intristirci, che sia morto perchè non si sentiva più amato.
Dava amore a fiumi.
Troppo amore dava, troppo.


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

venerdì 9 luglio 2010

PEOPLE

CATERINA


A quindici anni si era innamorata di Carlo, dai capelli biondi e gli occhi neri.
Lo guardava passare coi suoi amici, una fila di ragazzi sui motorini ruggenti.
Lo guardava e sognava.
La sua amica del cuore le aveva confidato che esistevano profumi inebrianti che facevano perdere la testa.
Caterina non credeva a queste sciocchezze ma, forse in questo caso, forse lei aveva odorato quel profumo senza accorgersene ed ora era come se non fosse più padrona di sè stessa.
Quando vedeva Carlo, il cuore le batteva forte, la testa le pulsava, stava male.
Carlo non le aveva mai rivolto uno sguardo.
Un giorno all' ingresso del cinema, incrociò lo sguardo di Carlo.
Si sentì ardere tutta, le pareva che le fiamme la bruciassero dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa.
Come in trance, si sedette accanto alle amiche, su una poltrona.
Avvertì, poco dopo, una scossa dietro la nuca. Non si girò, sapeva chi c' era dietro di lei.
Stava tinca come un pezzo di ferro.
Quando Carlo le girò la testa e la baciò.
Caterina inspiegabilmente diede una sberla sonante in faccia a Carlo.
Gli amici di Carlo risero a crepapelle, deridendolo.
Caterina piombò nello sconforto. Perchè gli aveva stampato in faccia quelle cinque dita che ancora erano impresse sul volto di Carlo, anche dopo la fine del film?
Perchè?
Perchè?
Perchè?
Passarano gli anni, diciamo così, nel mezzo del cammin di sua vita, Caterina si sentì sola e respinta. Aveva tanta voglia di amore e non sapeva a chi darlo.
Le mancava l' amore cantato dai poeti.
Fu così, per caso, che navigando nel Web, incontrò un nuovo Carlo.
Cosa accadde?
Fu forse il nuovo profumo inebriante di Internet?
Furono i suoi ormoni impazziti?
O voleva solo fuggire da una vita reale che non le piaceva più e rifugiarsi nei sogni?
Comunque siano le ragioni, Caterina si ritrovò in fiamme, la testa folle, il corpo scosso da brividi, stava male.
Caterina si sentiva ammalata e non le piaceva proprio per niente stare così.
Non aveva più voglia di fare niente, neanche di mangiare e fumava come un turco.
Aspettava con pazienza che passasse.
Capì che l' innamoramento che non ti rasserena e ti fa star male, non è amore è solo follia.
Capì quante panzane sono state raccontate su questo tipo d' amore.
Adesso lo sai Caterina perchè quel giorno a Carlo mollasti un ceffone.


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.


mercoledì 30 giugno 2010

PEOPLE

RINGO

Ringo, il cane numero tre, è stato il tuo compagno inseparabile per quattro anni.

Gli anni della fanciullezza, dove hai fatto le scoperte più interessanti.

Ringo era il più bello di tutti.

Tu in bicicletta e lui ti correva accanto mordicchiandoti i talloni dei piedi.

… E rideva, rideva, voi non ci crederete ma lui rideva; allora gli cantavo la canzone di Little Tony : “Riderà, riderà , tu falla ridere perché…”, allora Ringo stava serio sino alla fine della canzone, poi rideva, rideva e mi leccava i talloni dei piedi. 

 Allora scendevo dalla bicicletta, mi chinavo, gli prendevo il muso fra le mani, lo guardavo fisso, fisso negli occhi e gli dicevo in dialetto, non so perché agli animali parlo solo in vernacolo, lo so il perché invece, è perché trovo il dialetto romagnolo più naturale dell’ italiano e gli animali sono più naturali di noi.

Riprendo, gli dicevo in dialetto... coma l' è bel, l'è bel coma e' sol ( come sei bello, sei bello come il sole, ) e poi gli baciavo il muso umido.

Ma poi ce ne andammo, Ringo dissero che non si poteva portare con noi, sarebbe rimasto con la nuova famiglia. La nuova famiglia ti avrà voluto certamente più bene di me Ringo, perché tu non hai fatto come Bobi, non hai sentito il mio odore, non sei venuto da me. 

Lo sai, ero vicina, solo qualche chilometro più in là. 

Ti ho aspettato tanto, ma forse tu hai pensato che non ti volevo più.

Ringo dove sei ora?



Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

domenica 20 giugno 2010

PEOPLE

NORA 

Nora, cinquant'anni e tutti passati. 
Alle spalle velocemente. 
Ha fatto quello che ha potuto. 
Si è sposata giovane, si è messa docilmente in gabbia per amore. 
Non le è pesata la gabbia, ci ha messo il corpo, il cuore, non la mente. 
Tutti quegli anni passati, cosa le rimane? 
Non lo sa. 
Possibile Nora, che tu ti senta libera come la bambina che eri un tempo? 
Come Don Chisciotte che verso la cinquantina seguì la legge che batteva nel suo cuore? 
Nora, Nora, a te piace il bello, il vero, il giusto, ma non hai ricevuto abbastanza bastonate? 
Che cerchi? 
Come hai detto Nora, parla più forte , per piacere, che non ti sento. "... ho dato e fatto quello che ho potuto, i figli sono grandi, ho cercato di educarli più con l' esempio che con le parole, ho cercato di trasmettere poche cose: il rispetto di sé stessi e degli altri, della mente sana in un corpo sano, di non disperdere i talenti ricevuti dalla vita, di combattere la prepotenza e di amare il diverso, di amare chi ha meno di te, di essere umili, di mantenersi economicamente da sé, di avere rispetto per il lavoro e per i soldi guadagnati in modo giusto, di ridere, in poche parole di amarsi e di amare. Ora il cordone ombelicale è rotto, i figli adulti, liberi, maturi. 
Con sorpresa mi sono accorta che sono libera anch'io, col mio Ronzinante, di battermi contro i mulini a vento. 
Libera senza più paura". 
E allora Nora, perché hai voluto che parlassi di te? "Mi hanno detto che il mio rapporto coi figli era anomalo. Cosa vuol dire anomalo? La lettera A mi è sempre piaciuta, ma non quando ha significato di sottrazione, quando ha un significato ambiguo, e poi non credevo che l'amore per i figli andasse giustificato, credevo che fosse la mancanza d' amore a dover essere giustificata. Ma non importa, cinquant'anni, tanti e tutti passati. Alle spalle velocemente. Dolcemente. E a cent' anni pianterò l' ulivo, non per i miei nipoti, ma perché non crederò alla morte". 


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

domenica 6 giugno 2010

PEOPLE

GIOVANNI 

  Giovanni è ghandiano, cristiano, mazziniano.

Non ricordo se l’ ordine è esatto, scusami Giovanni, lo so che tu dai importanza anche all’ordine dei tuoi amati grandi.

Io ho messo Ghandi per primo, perché mi ricordo l’ unica volta che ti ho visto un po’ arrabbiato; fu quando mi parlasti della Manuela Pompas ed io ti dissi che non credevo alla reincarnazione.

Giovanni è un pacifista.

Lo era già negli anni sessanta.

Partecipò alla prima Marcia della Pace di Perugina/Assisi, ora non partecipa più, perché non crede che quelli, ora, abbiano inteso bene cosa vuol dire pacifismo.

Giovanni è un vegetariano. Non mangia la carne, ama veramente gli animali, anche gli insetti; è anche contro i medicinali, usa il metodo “ del temprarsi”, porta la maglia di lana anche d’ estate…dove non passa il freddo non passa neanche il caldo.

Giovanni è un insegnante di esperanto, crede che i mali del mondo arrivino principalmente dalla torre di Babele, perché le persone non parlano la stessa lingua.

Giovanni ha due lauree , ma non ha mai lavorato, il padre ,che lo conosceva bene, lo ha assecondato. Giovanni fa volontariato, porta la sua parola, il suo esempio dappertutto.

Giovanni si muove solo con la bicicletta, non vuole inquinare, e con la bici va anche molto lontano.

E’ da un po’ che non vedo Giovanni, mi sono informata, i tuoi amici mi hanno detto che un camion ti ha investito, mentre andavi con la bici. Ti sei rotto una spalla, gli antibiotici che ti hanno dato ti hanno intossicato. Non esci quasi più da casa perché hai bisogno di andare spesso al bagno.

Ti abbiamo fatto una piccola magia... il postino mi ha fatto vedere una lettera, il cui destinatario viveva nel mio paese tanto tempo fa. 

C’ era scritto nome e cognome, dedica ( per i sessanta anni di matrimonio) ma non c’ era l’ indirizzo, il mittente eri tu Giovanni. 

Non volevamo che la lettera ti tornasse indietro. 

Il postino mi ha lasciato la lettera. Ho fatto indagini. 

Sono riuscita ad avere l’ indirizzo attuale del destinatario. 

Il postino si è preso l’onere di recapitarla anche se non è il suo giro e deve fare chilometri extra. 

 È il nostro modo per dirti che ti siamo vicini.

Ghandiano, Cristiano, Mazziniano.




Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

sabato 29 maggio 2010

PEOPLE

LUCIANO 

Agli inizi degli anni '70 Luciano ha venticinque anni ed io ne ho dieci, ed eravamo amici. 
Luciano era diversamente abile, all'epoca si diceva : mancante di qualche rotella, così dicevano gli avventori del bar, dove io dovevo aiutare servendo ai tavoli. 
 Per questa sua qualità percepiva una pensione, non doveva lavorare, e stava tutto il giorno al bar, fumando e chiacchierando con me. 
Luciano, sapendo quanto mi piaceva la musica mi portò un giradischi e tutti i dischi che aveva a casa, purtroppo erano tutti di Castellina e di Casadei cioè musica folk romagnola. Luciano mi chiedeva quali volessi, ma io non lo sapevo, gli dicevo.... quelli moderni. 
Una volta arrivò con ObladiOblada dei Beatles... ecco gli dissi compra dischi come questi. 
 Da allora il bar fu invaso dalla musica dei Beatles, ed io e Luciano cantavamo divertendoci ; gli altri clienti protestavano, volevano qualche valzer, ma il giradischi ed i dischi erano di Luciano, e Luciano metteva solo la musica che piaceva a me. 
Poi qualcuno andò a dire a mio padre: "Tu ti fidi troppo a lasciare una ragazzina con uno scemo, non si sa mai cosa può passare in testa ad uno così". 
Tutti, i clienti furono d'accordo, è pericoloso lasciare una bambina accanto ad uno che non è a posto con la testa, tutti furono d'accordo, anche chi con la scusa di farti un complimento ti toccava le gambe e tu percepivi qualcosa di anomalo, mentre mai avevi percepito anomalia in Luciano. 
A Luciano fu impedito di frequentare il bar, mi lasciò il giradischi ed i dischi, io ormai avevo capito che era inutile ribellarsi, era meglio assoggettarsi e far finta di niente. 
Luciano non l'ho più visto, anche se abitiamo a pochi chilometri, ho chiesto a suo fratello Francesco di poterlo vedere, mi ha detto che Luciano non vuole vedermi, ma che ha sorriso quando Francesco ha pronunciato il mio nome. 


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali

domenica 9 maggio 2010

PEOPLE


LUISA


Luisa 17 anni ed un bimbo di 10 mesi.
La mattina dopo Luisa doveva alzarsi presto, l' aspettava una giornata lunga e faticosa: la raccolta dell' uva, che non ha niente di bucolico, anzi è un lavoro duro e sporco.
Si mise a sfaccendare in cucina, iniziò a preparare la cena per la sera dopo, mise in forno un pollo con patate.
Il suo bambino, Marco, intanto si divertiva a muoversi da una sedia all' altra, girando attorno alla tavola; era una conquista per lui fare piccoli passi, tenendo le mani staccate da qualsiasi appoggio. All' improvviso si aggrappò alle gonne della madre e da lì velocemente appoggiò le palme aperte sul vetro del forno bollente.
Luisa staccò le mani di Marco, che erano incollate al vetro, le urla del bimbo invadevano le sue orecchie ed un dolore sordo le batteva nel petto. Le palme di Marco erano carne viva, rossa e sanguinolenta, orribili a vedersi, Luisa le mise sotto il rubinetto dell' acqua fredda, lo fece per istinto; poi col bimbo in braccio corse a chiamare aiuto.
Una folle corsa verso l' ospedale, Luisa cullava il suo bimbo piangente, un dolore sordo la dilaniava, sentiva i battiti forti e veloci di Marco che battevano all' unisono con i suoi. Arrivati al nosocomio, Marco fu curato, le ustioni erano di terzo e quarto grado, le mani furono fasciate come quelle di un pugile. Poco dopo, Marco cullato da Luisa si addormentò, sfinito.
Luisa lo teneva contro al suo cuore e sentiva la sua forza vitale entrare in quella del figlio, sentiva che lui sentiva che sua madre voleva che dormisse, che il sonno lo ristorasse, il bimbo dormì tutta la notte ed al mattino era allegro e non più dolorante. Le mani a poco a poco guarirono; ora Marco è grande ma ha ancora i polpastrelli segnati dalle bruciature.
Nonostante tutto, Luisa di quella notte ha un bel ricordo, quello in cui si è sentita all' unisono col figlio, come se lui fosse stato ancora legato a lei dal cordone ombelicale.
Luisa è sicura che Marco ha sentito tutta la forza del suo cuore.


Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

venerdì 30 aprile 2010

PEOPLE

BRONCO

Fra tanti cani un gatto.

Era stato trovato piccolo e spaurito, con una zampa rotta, lungo il fiume Ronco.

Per questo il suo nome fu Bronco.

Bronco era un amore di gatto.

Grande era lo stupore del vicinato per questo gatto, che stava in mezzo ai cani e strusciava le gambe a tutti.

Ci fu chi a suon di croccantini lo viziò.

Lasciò così la sua casa sempre più spesso, andando ramingo fra le case vicine che se lo contendevano a suon di agi.

Qualche volta tornava alla vecchia magione, grasso inquartato, ti strusciava le gambe e se ne andava via.

E poi.

E poi le vicine ti dissero: - Bronco non si vede più, perché lo tieni chiuso in casa ? Era la nostra sola compagnia-.

-Ma Bronco, non lo vedo più neanch’ io -.

Dov’ era Bronco?

Lo trovasti in una colonia di gatti selvatici che viveva nell’ oasi incontaminata del paese.

Non volle saperne di tornare a casa.

Ma un giorno tornò, mesto, dolorante e maciullato.

Il veterinario disse:- Meglio fargli un’ iniezione pietosa-.

- No, io lo curerò-.

Così Bronco campò per un altro mese fra dolori indicibili, poi, poi, poi.

Tutto finito.

Qualche tempo dopo ti dissero che Bronco non era morto per le ferite dovute alla lotta fra gatti, come tu credevi.

L’ ortolano lo aveva lapidato con pietre e sassi perché andava a rovinare l’ insalata.

Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.

Gaetano Barbella ha detto...

Andiamo per gradi. Io abito a ridosso dei Ronchi, un declivio montuoso a nord-est verso cui si estende Brescia. E se qualcuno mi "trovasse", come per il gatto sperduto del racconto, potrebbe anche chiamarmi Bronco, considerato che il mio cognome comincia con B. Ma, chissà, nulla di tanto sballato perché a volte siamo veramente in brache di tela nella speranza di soccorsi... Che significa questo? Boh! Diciamo che è un segno per un immaginario approccio con il racconto del gatto Bronco. Se non altro serve per arricchire un commento e/o anche per prendere tempo, come quando si dice "allora"..."allora", finché arrivano le parole giuste (ma è da evitare assolutamente, salvo a inventare qualcosa divagando piacevolmente, un modo assai accattivante). Allora da dove si parte? Perché se per molti, che leggono la storiella di Bronco, questa non dice nulla da poter rilevare, salvo a dire a Paola Tassinari, che si è smazzata a proporla agli avventori del suo blog, "bene", "brava", "bis", non senza baci e baciotti, e così via, per chi è avido di sapere, per chi è curioso a morte, beh! c'è l'imbarazzo della scelta per trovare i giusti "numeri". E da buoni matematici si tratta di estrapolarli e trovare semplicemente il loro M.C.D. e m.c.d. e servirsene. Per capire, consiglio da andare dalla prof. Annarita Ruberto, qui. Naturalmente qui i numeri, intesi in modo traslato, sono le cose che maggiormente risaltano, che colpiscono la nostra immaginazione, e sono queste a farci ragionare per arrivare a delle illuminazioni che a volte servono personalmente e non tanto per chi ha proposto il racconto di Bronco - mettiamo - o altri. Non solo ma può capitare che la percezione straordinaria, che vale magari anche per altri, ci pervenga come accade per il suono. Infatti si verifica che producendo due note musicali se ne produce un'altra di frequenza data dalla differenza tra le due frequenze originarie. Anche qui, per capire consiglio di andare ancora dalla prof. Annarita Ruberto, qui, e leggere attentamente i miei due commenti al suo post. Può essere che qualcuno dica a Paola, scherzando, che il suo scritto è come un animale senza testa e senza coda, come a dire non c'è nulla da capire e basta. Invece la testa c'è ed è quella dell’ortolano che lo aveva lapidato con pietre e sassi perché andava a rovinare l’insalata, la causa malis. E c'è anche la coda, ben in vista e in primo piano, quella disegnata da Paola. Un bel nove che fa da emblema al corpo del gatto tutto avvolto in bende. Ecco il nostro Bronco raffigurato come l'evangelico Lazzaro che attende l'arrivo del suo salvatore da morte, Gesù. Ed è lo stesso che poteva fermare la mano assassina dell'ortolano, così come fece per l'adultera del Vangelo di Giovanni apostolo. Sul numero nove c'è tanto da dire e Paola deve saperne per aver disegnato quella coda così ben in evidenza. Nove è il numero dei numeri. Enumerare si dice anche annoverare. Dante, nella Vita Nova, menziona nove volte il numero Nove, trattando del mistero della Trinità (3x3=9). Egli ha conosciuto Beatrice a 9 anni e le ha dedicato la prima poesia a 18 (9x2). Più tardi suddividerà la Divina Commedia in 99 canti (più 1 proemio) e la concluderà con l'ascesa dei 9 cieli del Paradiso. Il Nove si collega al fondamento, la base su cui poggiano le cose. E' il numero dell'iniziato, la perfezione del tre elevato a potenza, simbolo di protezione divina, dell'ideale, di tutto quanto è lontano: l'estero, la religione, la ricerca spirituale.

Arrivati a questo punto sorge il dilemma sul gatto che è poi tanto caro agli esoteristi, quasi a stimarlo una possibile loro realtà mediatica. E qui può essere che si ferma la visione cosciente di Paola, autrice del disegno qui esposto. Nel senso che non le è chiaro il senso di tutto ciò nella sua profondità. E più specificamente, che non ha modo di sentire il "terzo suono", riferendomi a quanto suddetto sulla percezione di due note musicali. Dico il vero, ammettendo che anch'io, almeno fino a pochi momenti fa, non percepivo l'argomentato "terzo suono", ma ora forse sì. Il gatto Bronco, che andava d'accordo con i cani (fatto considerevole), emblemizzerebbe l'uomo da venire, quello di nuova generazione. Una sorta di gatto con gli stivali della famosa favola. Egli non avversa i nemici ma li "ama" (i cani) ed è anche l'esortazione predicata da Gesù. Ma è anche 'evangelica pecora fuoruscita dal gregge tanto ricercata dal buon pastore che lascia le novantanove pecore a tal fine. L'uscita dal gregge della centesima pecora (che viene dopo il numero 99 è in relazione col 9 che si è interpretato prima) è come l'uscita di Adamo ed Eva dall'Eden (il gregge) ma a causa dell'aver mangiato il frutto dell'albero della scienza del bene e del male, un fatto saliente raccontato nella Bibbia. Di qui la relazione con il gatto Bronco (o l'ipotetico uomo di nuova generazione) che è stato sorpreso dall'ortolano mentre mangiava l'insalata del suo orto e così meritarsi la lapidazione. Con Adamo ed Eva della Bibbia, il frutto proibito è servito a farli evolvere. Diremo all'azzardo che l'uomo, che si trovava ad un tratto sulla Terra a lui estranea perché appena scacciato dal giardino edenico in cui stava come un pascià, si riduce a vivere da primitivo nelle caverne e senza un briciolo di cognizioni intellettive. Era come una scimmia, secondo le teorie di Darwin che sappiamo, e poi man mano si è evoluto. Dunque una buona cosa il frutto proibito anche se a danno di una coscienza spirituale decaduta, ma doveva essere così per il suo bene. Potremo intuire, a questo punto, che il frutto proibito sia la stessa spiritualità come votata al sacrificio per il bene degli uomini. In seguito vedremo che questo sacrificio è posto in atto visibilmente con il sacrificio corporale di Gesù. Nell'ultima cena, Gesù celebra il rituale, da perpetuarsi dai suoi apostoli, di mangiare il pane e il vino, il corpo e il sangue suo. Dunque due frutti del mondo vegetale, il grano e l'uva, notate bene... E siamo così giunti al legame con la storiella del gatto Bronco che mangia anche lui, inconsapevolmente (nella sua innocenza), l'insalata dell'orto, un vegetale pure questo, ma è una cosa che non doveva fare e finisce quasi ammazzato. Nulla fare, il gatto poi muore fra atroci dolori, ma il Gatto-Lazzaro disegnato del disegno ci fa sperare nella sua resurrezione. In realtà il sacrificio è del mondo vegetale e, dunque delle spiritualità che lo governano, diremo gli Avatara. Ma questa è una nuova e avvincente storia dal titolo L'ALGEBRA RISOLUTRICE NELL'APOCALISSE DEL "NOCINO" DELLA PROVVIDENZA che ho scritto e che è stata pubblicata tempo addietro. Leggete qui. Gaetano