IL PROF. DI DISEGNO giovedì 30 settembre 2010
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IL PROF. DI DISEGNO lunedì 27 settembre 2010
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DANIELA domenica 19 settembre 2010
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LA PROF. di ITALIANO sabato 11 settembre 2010
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MILLA venerdì 3 settembre 2010
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domenica 22 agosto 2010
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sabato 7 agosto 2010
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ROCKIOra è rimasto solo Rocki, che a dire la verità non è il nostro cane.
Lui sta nell’ altra parte del cortile, quello in comunicazione col cortile dei miei genitori.
Rocki ce lo hanno dato delle persone che lo avevano preso da piccolo per i loro bambini. Ma Rocki crescendo era diventato grande, grande.
Rocki è un pastore belga, i suoi ex proprietari abitavano in un appartamento di sessanta metri quadri, con due bambini e per Rocki non c’ era più posto, era troppo grande. Non volevano portarlo al canile, allora lo hanno preso i miei genitori per fare compagnia a Bull.
Rocki ha preso l’ indole dai bambini.
E’ cresciuto con loro.
Quell’ indole ce l’ ha ancora oggi che ha dodici anni.
Quando è felice si mette a gattoni, col sedere in alto e la testa appoggiata a terra.
Oppure a pancia all’ aria si stira le lunghe zampe e fa …oohhhhhh.
Ora che mio padre non c’ è più è diventato il cane di mio marito.
Si capiscono con gli occhi.
Mangiano l’ uno quello che mangia l’ altro, corrono e giocano a pallone insieme.
Se litigano è solo per via dei buchi.
A Rocki piace fare i buchi dove ci sono i fiori.
A mio marito piacciono i fiori e non sopporta i buchi.
Per il resto vanno d’ accordo su tutto.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
giovedì 5 agosto 2010
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BULL lunedì 2 agosto 2010
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IVANUn mese dopo l’ arrivo di Pierino , superato il dispiacere della perdita di Igor II, comprammo per la seconda volta un cane di razza pinscher.
Lo chiamammo Ivan perché era piccolo piccolo ma voleva comandare solo lui.
Lui voleva mangiare per primo.
Lui voleva stare in braccio e non voleva che facessimo le coccole agli altri cani.
Se la prendeva con Pierino , facevano la gara della pipì.
Pierino alzava la gamba e faceva la pipì per marcare il territorio. Arrivava Ivan ed andava a marcare il territorio nello stesso punto di Pierino, allora ritornava Pierino a rimarcare il territorio, poi vi ritornava Ivan, sempre così fino a che alla fine Ivan scoppiava ad abbaiare arrabbiato, tremando furibondo.
Voleva vincere ma non aveva pazienza.
Si credeva un tombeur de femmes e non era capace di fare niente.
Era impotente.
Soffriva anche di epilessia.
Era sempre arrabbiato con tutti.
Era sempre arrabbiato col mondo.
Era sempre arrabbiato con Pierino, ma quando era freddo stava nella cuccia al caldo sotto al pelo spesso e lanoso di Pierino.
Se ne andò qualche mese dopo Pierino.
venerdì 30 luglio 2010
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NERINAErano appena arrivati Pierino ed Ivan che ci proposero quella cagnolina tutta nera, tutta arruffata.
Altrimenti l' avrebbero portata al canile.
Dove ci stanno due cani ce ne possono stare anche tre.
La tenemmo.
Nerina era una signora.
Aveva charme ed eleganza.
Sembrava che camminasse coi tacchi.
Guardava con sufficienza le lotte di potere fra Pierino ed Ivan.
Mangiava composta, sempre per ultima.
Non chiedeva attenzioni.
All' esuberanza di Ivan e Pierino contrapponeva una calma serena.
Il suo modo di dimostrare gratitudine era di mettersi a pancia all' aria con le gambe alzate. Aspettava che tu le grattassi il ventre. Poi si alzava e si stendeva al sole.
Era matura e dolce, se gli altri due cani esageravano nell' irrequietudine, lei li metteva in riga.
Era lei il vero capo.
Era autorevole.
Pierino riuscì ad eludere la nostra sorveglianza, e la mise incinta.
Nacquero quattro cagnolini, due maschi e due femmine.
Trovammo una casa per tre di loro.
Nerina rimase incinta una seconda volta.
Rischiò di morire. Questa volta ne aveva uno solo che nacque morto.
Aveva diciannove anni quando se ne andò silenziosa, in punta di piedi.
Un' età considerevole.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
martedì 27 luglio 2010
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PIERINOPoco dopo la scomparsa di Igor II, ci telefonarono per chiederci se volevamo un cane.
Arrivò Pierino.
Pierino era un volpino dal lungo pelo bianco.
Aveva due mesi, era talmente basso che la pancia sfiorava il terreno.
Amava la neve, quando infuriava la bufera lui girava incurante delle condizioni atmosferiche.
Non amava fare il bagno, aveva un sesto senso, quando era tempo di bagno lui scompariva. Dovevi metterti i guanti di suola per lavarlo perché altrimenti ti morsicava. Lui proprio il bagno non lo voleva fare.
Era un tombeur de femmes.
Ci sapeva fare.
Faceva finta di non essere interessato.
Faceva l’ indifferente.
Ma sentiva l’ odore della cagnolina in calore da lontano. Noi stavamo attenti che non scappasse. Allora lui non riuscendo a scappare, si intristiva, smetteva di mangiare. Il suo bel pelo bianco si arruffava tutto, si attorcigliava in bioccoli spenti.
Una volta riuscì a mettere incinta
Pierino aveva avuto il cimurro da piccolo, il veterinario aveva detto che non ce l’ avrebbe fatta; ma io testarda volli tentare. Imparai a fargli le iniezioni, era molto facile, bastava mettere il liquido nella siringa, stando attenti a far fuoriuscire l’ aria, poi si prendeva fra le due dita la carne del collo e qui si iniettava il liquido. Imparai a fare anche la flebo, si faceva allo stesso modo dell’ iniezione, con la differenza che Pierino non stava fermo ed io dovevo seguirlo con la boccetta della flebo fino a che il liquido non terminava .
Si salvò e campò per quindici anni.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
sabato 24 luglio 2010
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IGOR E IGOR II
Dopo che Beta, il piccolo cane bastardino, se ne era andato, per la prima volta comprammo un cane.
Un cane di razza Pinscher.
Lo prendemmo in un negozio di animali.
Lo chiamammo Igor.
Lo portammo dal veterinario perché non sembrava molto sano, sembrava non vedere bene.
Il veterinario disse di portarlo indietro al negozio perché il cane non era sano, il suo handicap lo avrebbe portato alla cecità completa.
Lo riportammo al negozio, con senso di colpa, ma lo riportammo al negozio. Qui, ci diedero il fratello di Igor, che chiamammo Igor II.
Sentivo di essere stata crudele con Igor, ma l’affetto, l’allegria ed il carattere esclusivo di Igor II, mi fecero dimenticare presto la mia insensibilità.
Igor II piaceva a tutti, i vicini di casa spesso me lo chiedevano in prestito, perché Igor II aveva la capacità di rallegrare.
Era speciale, sapeva rasserenare.
Una domenica, venni a casa dal mare più tardi del solito. Come aprii il cancello, Igor II fece finta di salutarmi, poi veloce passò tra le gambe e scappò.
Era arrabbiato perché avevamo fatto tardi.
Lo inseguii, ma era buio; vidi un’ auto fermarsi nel piazzale della casa della vicina in cui Igor II era solito andare per farmi dispetto, e raccogliere qualcosa… ma non ci feci caso.
Pensai che la vicina se lo fosse messo in casa per precauzione.
La mattina dopo, mi alzai presto, cercai il cane dappertutto, passai casa per casa per un raggio di due chilometri.
Misi volantini.
Misi annunci.
Nulla da fare, Igor II non si trovò.
Era la giusta punizione perché avevamo rifiutato Igor I.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
sabato 17 luglio 2010
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BETAPrima che il cane lupo Laika morisse, era arrivato Beta, il cagnolino di mio figlio.
Era andato col nonno da contadini che abitavano qualche chilometro più in là, ed era tornato a casa con Beta un batuffolo di appena quaranta giorni.
Era sceso dal furgone del nonno col cane in braccio: - Mamma, mammaa, mammaaa, guarda- .
Beta era un bastardino maschio dagli occhi dolci, dolci.
Fu un amico sincero, giudizioso, maturo.
Dava amore a fiumi, troppo amore dava, troppo.
Una volta mio figlio aveva preso il coltello dal nonno, mio padre era un norcino, e stava quasi usandolo su Beta.
Arrivai appena in tempo.
Spaventatissima.
Gli presi il coltello e gli dissi: - Cosa stai facendo?-.
Lui rispose: - Faccio come il nonno col maialone-.
Beta stava lì fermo , docile si sarebbe fatto anche uccidere.
Arrivò Bull, cucciolo di pastore tedesco.
Riversammo l' attenzione sul nuovo arrivato.
Non ci accorgemmo che Beta non stava bene.
Lo trovammo nel suo cespuglio preferito.
Gli animali quando sentono di dover morire, si nascondono.
Hanno molto pudore.
A me rimane il dubbio che sia morto là nel cespuglio da solo per non intristirci, che sia morto perchè non si sentiva più amato.
Dava amore a fiumi.
Troppo amore dava, troppo.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
venerdì 9 luglio 2010
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CATERINAA quindici anni si era innamorata di Carlo, dai capelli biondi e gli occhi neri.
Lo guardava passare coi suoi amici, una fila di ragazzi sui motorini ruggenti.
Lo guardava e sognava.
La sua amica del cuore le aveva confidato che esistevano profumi inebrianti che facevano perdere la testa.
Caterina non credeva a queste sciocchezze ma, forse in questo caso, forse lei aveva odorato quel profumo senza accorgersene ed ora era come se non fosse più padrona di sè stessa.
Quando vedeva Carlo, il cuore le batteva forte, la testa le pulsava, stava male.
Carlo non le aveva mai rivolto uno sguardo.
Un giorno all' ingresso del cinema, incrociò lo sguardo di Carlo.
Si sentì ardere tutta, le pareva che le fiamme la bruciassero dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa.
Come in trance, si sedette accanto alle amiche, su una poltrona.
Avvertì, poco dopo, una scossa dietro la nuca. Non si girò, sapeva chi c' era dietro di lei.
Stava tinca come un pezzo di ferro.
Quando Carlo le girò la testa e la baciò.
Caterina inspiegabilmente diede una sberla sonante in faccia a Carlo.
Gli amici di Carlo risero a crepapelle, deridendolo.
Caterina piombò nello sconforto. Perchè gli aveva stampato in faccia quelle cinque dita che ancora erano impresse sul volto di Carlo, anche dopo la fine del film?
Perchè?
Perchè?
Perchè?
Passarano gli anni, diciamo così, nel mezzo del cammin di sua vita, Caterina si sentì sola e respinta. Aveva tanta voglia di amore e non sapeva a chi darlo.
Le mancava l' amore cantato dai poeti.
Fu così, per caso, che navigando nel Web, incontrò un nuovo Carlo.
Cosa accadde?
Fu forse il nuovo profumo inebriante di Internet?
Furono i suoi ormoni impazziti?
O voleva solo fuggire da una vita reale che non le piaceva più e rifugiarsi nei sogni?
Comunque siano le ragioni, Caterina si ritrovò in fiamme, la testa folle, il corpo scosso da brividi, stava male.
Caterina si sentiva ammalata e non le piaceva proprio per niente stare così.
Non aveva più voglia di fare niente, neanche di mangiare e fumava come un turco.
Aspettava con pazienza che passasse.
Capì che l' innamoramento che non ti rasserena e ti fa star male, non è amore è solo follia.
Capì quante panzane sono state raccontate su questo tipo d' amore.
Adesso lo sai Caterina perchè quel giorno a Carlo mollasti un ceffone.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
mercoledì 30 giugno 2010
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RINGO
Ringo, il cane numero tre, è stato il tuo compagno inseparabile per quattro anni.
Gli anni della fanciullezza, dove hai fatto le scoperte più interessanti.
Ringo era il più bello di tutti.
Tu in bicicletta e lui ti correva accanto mordicchiandoti i talloni dei piedi.
… E rideva, rideva, voi non ci crederete ma lui rideva; allora gli cantavo la canzone di Little Tony : “Riderà, riderà , tu falla ridere perché…”, allora Ringo stava serio sino alla fine della canzone, poi rideva, rideva e mi leccava i talloni dei piedi.
Allora scendevo dalla bicicletta, mi chinavo, gli prendevo il muso fra le mani, lo guardavo fisso, fisso negli occhi e gli dicevo in dialetto, non so perché agli animali parlo solo in vernacolo, lo so il perché invece, è perché trovo il dialetto romagnolo più naturale dell’ italiano e gli animali sono più naturali di noi.
Riprendo, gli dicevo in dialetto... coma l' è bel, l'è bel coma e' sol ( come sei bello, sei bello come il sole, ) e poi gli baciavo il muso umido.
Ma poi ce ne andammo, Ringo dissero che non si poteva portare con noi, sarebbe rimasto con la nuova famiglia. La nuova famiglia ti avrà voluto certamente più bene di me Ringo, perché tu non hai fatto come Bobi, non hai sentito il mio odore, non sei venuto da me.
Lo sai, ero vicina, solo qualche chilometro più in là.
Ti ho aspettato tanto, ma forse tu hai pensato che non ti volevo più.
Ringo dove sei ora?
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
domenica 20 giugno 2010
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NORA domenica 6 giugno 2010
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GIOVANNI Non ricordo se l’ ordine è esatto, scusami Giovanni, lo so che tu dai importanza anche all’ordine dei tuoi amati grandi.
Io ho messo Ghandi per primo, perché mi ricordo l’ unica volta che ti ho visto un po’ arrabbiato; fu quando mi parlasti della Manuela Pompas ed io ti dissi che non credevo alla reincarnazione.
Giovanni è un pacifista.
Lo era già negli anni sessanta.
Partecipò alla prima Marcia della Pace di Perugina/Assisi, ora non partecipa più, perché non crede che quelli, ora, abbiano inteso bene cosa vuol dire pacifismo.
Giovanni è un vegetariano. Non mangia la carne, ama veramente gli animali, anche gli insetti; è anche contro i medicinali, usa il metodo “ del temprarsi”, porta la maglia di lana anche d’ estate…dove non passa il freddo non passa neanche il caldo.
Giovanni è un insegnante di esperanto, crede che i mali del mondo arrivino principalmente dalla torre di Babele, perché le persone non parlano la stessa lingua.
Giovanni ha due lauree , ma non ha mai lavorato, il padre ,che lo conosceva bene, lo ha assecondato. Giovanni fa volontariato, porta la sua parola, il suo esempio dappertutto.
Giovanni si muove solo con la bicicletta, non vuole inquinare, e con la bici va anche molto lontano.
E’ da un po’ che non vedo Giovanni, mi sono informata, i tuoi amici mi hanno detto che un camion ti ha investito, mentre andavi con la bici. Ti sei rotto una spalla, gli antibiotici che ti hanno dato ti hanno intossicato. Non esci quasi più da casa perché hai bisogno di andare spesso al bagno.
Ti abbiamo fatto una piccola magia... il postino mi ha fatto vedere una lettera, il cui destinatario viveva nel mio paese tanto tempo fa.
C’ era scritto nome e cognome, dedica ( per i sessanta anni di matrimonio) ma non c’ era l’ indirizzo, il mittente eri tu Giovanni.
Non volevamo che la lettera ti tornasse indietro.
Il postino mi ha lasciato la lettera. Ho fatto indagini.
Sono riuscita ad avere l’ indirizzo attuale del destinatario.
Il postino si è preso l’onere di recapitarla anche se non è il suo giro e deve fare chilometri extra.
È il nostro modo per dirti che ti siamo vicini.
Ghandiano, Cristiano, Mazziniano.
sabato 29 maggio 2010
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LUCIANO domenica 9 maggio 2010
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LUISA
Luisa 17 anni ed un bimbo di 10 mesi.
La mattina dopo Luisa doveva alzarsi presto, l' aspettava una giornata lunga e faticosa: la raccolta dell' uva, che non ha niente di bucolico, anzi è un lavoro duro e sporco.
Si mise a sfaccendare in cucina, iniziò a preparare la cena per la sera dopo, mise in forno un pollo con patate.
Il suo bambino, Marco, intanto si divertiva a muoversi da una sedia all' altra, girando attorno alla tavola; era una conquista per lui fare piccoli passi, tenendo le mani staccate da qualsiasi appoggio. All' improvviso si aggrappò alle gonne della madre e da lì velocemente appoggiò le palme aperte sul vetro del forno bollente.
Luisa staccò le mani di Marco, che erano incollate al vetro, le urla del bimbo invadevano le sue orecchie ed un dolore sordo le batteva nel petto. Le palme di Marco erano carne viva, rossa e sanguinolenta, orribili a vedersi, Luisa le mise sotto il rubinetto dell' acqua fredda, lo fece per istinto; poi col bimbo in braccio corse a chiamare aiuto.
Una folle corsa verso l' ospedale, Luisa cullava il suo bimbo piangente, un dolore sordo la dilaniava, sentiva i battiti forti e veloci di Marco che battevano all' unisono con i suoi. Arrivati al nosocomio, Marco fu curato, le ustioni erano di terzo e quarto grado, le mani furono fasciate come quelle di un pugile. Poco dopo, Marco cullato da Luisa si addormentò, sfinito.
Luisa lo teneva contro al suo cuore e sentiva la sua forza vitale entrare in quella del figlio, sentiva che lui sentiva che sua madre voleva che dormisse, che il sonno lo ristorasse, il bimbo dormì tutta la notte ed al mattino era allegro e non più dolorante. Le mani a poco a poco guarirono; ora Marco è grande ma ha ancora i polpastrelli segnati dalle bruciature.
Nonostante tutto, Luisa di quella notte ha un bel ricordo, quello in cui si è sentita all' unisono col figlio, come se lui fosse stato ancora legato a lei dal cordone ombelicale.
Luisa è sicura che Marco ha sentito tutta la forza del suo cuore.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
venerdì 30 aprile 2010
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BRONCO
Fra tanti cani un gatto.
Era stato trovato piccolo e spaurito, con una zampa rotta, lungo il fiume Ronco.
Per questo il suo nome fu Bronco.
Bronco era un amore di gatto.
Grande era lo stupore del vicinato per questo gatto, che stava in mezzo ai cani e strusciava le gambe a tutti.
Ci fu chi a suon di croccantini lo viziò.
Lasciò così la sua casa sempre più spesso, andando ramingo fra le case vicine che se lo contendevano a suon di agi.
Qualche volta tornava alla vecchia magione, grasso inquartato, ti strusciava le gambe e se ne andava via.
E poi.
E poi le vicine ti dissero: - Bronco non si vede più, perché lo tieni chiuso in casa ? Era la nostra sola compagnia-.
-Ma Bronco, non lo vedo più neanch’ io -.
Dov’ era Bronco?
Lo trovasti in una colonia di gatti selvatici che viveva nell’ oasi incontaminata del paese.
Non volle saperne di tornare a casa.
Ma un giorno tornò, mesto, dolorante e maciullato.
Il veterinario disse:- Meglio fargli un’ iniezione pietosa-.
- No, io lo curerò-.
Così Bronco campò per un altro mese fra dolori indicibili, poi, poi, poi.
Tutto finito.
Qualche tempo dopo ti dissero che Bronco non era morto per le ferite dovute alla lotta fra gatti, come tu credevi.
L’ ortolano lo aveva lapidato con pietre e sassi perché andava a rovinare l’ insalata.
Il racconto è frutto di fantasia. Eventuali somiglianze a fatti realmente accaduti sono puramente casuali.
- Gaetano Barbella ha detto...
-
Andiamo per gradi. Io abito a ridosso dei Ronchi, un declivio montuoso a nord-est verso cui si estende Brescia. E se qualcuno mi "trovasse", come per il gatto sperduto del racconto, potrebbe anche chiamarmi Bronco, considerato che il mio cognome comincia con B. Ma, chissà, nulla di tanto sballato perché a volte siamo veramente in brache di tela nella speranza di soccorsi... Che significa questo? Boh! Diciamo che è un segno per un immaginario approccio con il racconto del gatto Bronco. Se non altro serve per arricchire un commento e/o anche per prendere tempo, come quando si dice "allora"..."allora", finché arrivano le parole giuste (ma è da evitare assolutamente, salvo a inventare qualcosa divagando piacevolmente, un modo assai accattivante). Allora da dove si parte? Perché se per molti, che leggono la storiella di Bronco, questa non dice nulla da poter rilevare, salvo a dire a Paola Tassinari, che si è smazzata a proporla agli avventori del suo blog, "bene", "brava", "bis", non senza baci e baciotti, e così via, per chi è avido di sapere, per chi è curioso a morte, beh! c'è l'imbarazzo della scelta per trovare i giusti "numeri". E da buoni matematici si tratta di estrapolarli e trovare semplicemente il loro M.C.D. e m.c.d. e servirsene. Per capire, consiglio da andare dalla prof. Annarita Ruberto, qui. Naturalmente qui i numeri, intesi in modo traslato, sono le cose che maggiormente risaltano, che colpiscono la nostra immaginazione, e sono queste a farci ragionare per arrivare a delle illuminazioni che a volte servono personalmente e non tanto per chi ha proposto il racconto di Bronco - mettiamo - o altri. Non solo ma può capitare che la percezione straordinaria, che vale magari anche per altri, ci pervenga come accade per il suono. Infatti si verifica che producendo due note musicali se ne produce un'altra di frequenza data dalla differenza tra le due frequenze originarie. Anche qui, per capire consiglio di andare ancora dalla prof. Annarita Ruberto, qui, e leggere attentamente i miei due commenti al suo post. Può essere che qualcuno dica a Paola, scherzando, che il suo scritto è come un animale senza testa e senza coda, come a dire non c'è nulla da capire e basta. Invece la testa c'è ed è quella dell’ortolano che lo aveva lapidato con pietre e sassi perché andava a rovinare l’insalata, la causa malis. E c'è anche la coda, ben in vista e in primo piano, quella disegnata da Paola. Un bel nove che fa da emblema al corpo del gatto tutto avvolto in bende. Ecco il nostro Bronco raffigurato come l'evangelico Lazzaro che attende l'arrivo del suo salvatore da morte, Gesù. Ed è lo stesso che poteva fermare la mano assassina dell'ortolano, così come fece per l'adultera del Vangelo di Giovanni apostolo. Sul numero nove c'è tanto da dire e Paola deve saperne per aver disegnato quella coda così ben in evidenza. Nove è il numero dei numeri. Enumerare si dice anche annoverare. Dante, nella Vita Nova, menziona nove volte il numero Nove, trattando del mistero della Trinità (3x3=9). Egli ha conosciuto Beatrice a 9 anni e le ha dedicato la prima poesia a 18 (9x2). Più tardi suddividerà la Divina Commedia in 99 canti (più 1 proemio) e la concluderà con l'ascesa dei 9 cieli del Paradiso. Il Nove si collega al fondamento, la base su cui poggiano le cose. E' il numero dell'iniziato, la perfezione del tre elevato a potenza, simbolo di protezione divina, dell'ideale, di tutto quanto è lontano: l'estero, la religione, la ricerca spirituale.
Arrivati a questo punto sorge il dilemma sul gatto che è poi tanto caro agli esoteristi, quasi a stimarlo una possibile loro realtà mediatica. E qui può essere che si ferma la visione cosciente di Paola, autrice del disegno qui esposto. Nel senso che non le è chiaro il senso di tutto ciò nella sua profondità. E più specificamente, che non ha modo di sentire il "terzo suono", riferendomi a quanto suddetto sulla percezione di due note musicali. Dico il vero, ammettendo che anch'io, almeno fino a pochi momenti fa, non percepivo l'argomentato "terzo suono", ma ora forse sì. Il gatto Bronco, che andava d'accordo con i cani (fatto considerevole), emblemizzerebbe l'uomo da venire, quello di nuova generazione. Una sorta di gatto con gli stivali della famosa favola. Egli non avversa i nemici ma li "ama" (i cani) ed è anche l'esortazione predicata da Gesù. Ma è anche 'evangelica pecora fuoruscita dal gregge tanto ricercata dal buon pastore che lascia le novantanove pecore a tal fine. L'uscita dal gregge della centesima pecora (che viene dopo il numero 99 è in relazione col 9 che si è interpretato prima) è come l'uscita di Adamo ed Eva dall'Eden (il gregge) ma a causa dell'aver mangiato il frutto dell'albero della scienza del bene e del male, un fatto saliente raccontato nella Bibbia. Di qui la relazione con il gatto Bronco (o l'ipotetico uomo di nuova generazione) che è stato sorpreso dall'ortolano mentre mangiava l'insalata del suo orto e così meritarsi la lapidazione. Con Adamo ed Eva della Bibbia, il frutto proibito è servito a farli evolvere. Diremo all'azzardo che l'uomo, che si trovava ad un tratto sulla Terra a lui estranea perché appena scacciato dal giardino edenico in cui stava come un pascià, si riduce a vivere da primitivo nelle caverne e senza un briciolo di cognizioni intellettive. Era come una scimmia, secondo le teorie di Darwin che sappiamo, e poi man mano si è evoluto. Dunque una buona cosa il frutto proibito anche se a danno di una coscienza spirituale decaduta, ma doveva essere così per il suo bene. Potremo intuire, a questo punto, che il frutto proibito sia la stessa spiritualità come votata al sacrificio per il bene degli uomini. In seguito vedremo che questo sacrificio è posto in atto visibilmente con il sacrificio corporale di Gesù. Nell'ultima cena, Gesù celebra il rituale, da perpetuarsi dai suoi apostoli, di mangiare il pane e il vino, il corpo e il sangue suo. Dunque due frutti del mondo vegetale, il grano e l'uva, notate bene... E siamo così giunti al legame con la storiella del gatto Bronco che mangia anche lui, inconsapevolmente (nella sua innocenza), l'insalata dell'orto, un vegetale pure questo, ma è una cosa che non doveva fare e finisce quasi ammazzato. Nulla fare, il gatto poi muore fra atroci dolori, ma il Gatto-Lazzaro disegnato del disegno ci fa sperare nella sua resurrezione. In realtà il sacrificio è del mondo vegetale e, dunque delle spiritualità che lo governano, diremo gli Avatara. Ma questa è una nuova e avvincente storia dal titolo L'ALGEBRA RISOLUTRICE NELL'APOCALISSE DEL "NOCINO" DELLA PROVVIDENZA che ho scritto e che è stata pubblicata tempo addietro. Leggete qui. Gaetano