Il Marsala è
un vino liquoroso (o fortificato cioè con
aggiunta di acquavite) prodotto in Sicilia,
principalmente a Marsala, da cui prende il nome. Secondo la tradizione, il
commerciante inglese John Woodhouse, si fermò a
Marsala e qui gustò un vino che veniva invecchiato in botti di legno di
rovere e che aveva un gusto affine ai vini spagnoli e portoghesi come il Porto,
lo Sherry o il Madera che erano
molto apprezzati in Inghilterra.
Woodhouse decise così di imbarcarne un po’ di barili, addizionandolo con
acquavite di vino, per aumentarne il tenore alcolico e mantenerne le
caratteristiche. Il Marsala, meno costoso degli altri vini liquorosi ebbe un
gran successo fra gli inglesi, tanto che Woodhouse decise di ritornare in
Sicilia e di iniziarne la produzione e la commercializzazione, utilizzando
per l’affinamento il metodo soleras, tecnica già usata in Spagna e
Portogallo. Nel 1833 l’imprenditore
palermitano, di origine calabrese, Vincenzo Florio, fondò le Cantine
Florio. Il vino Marsala ebbe il riconoscimento della Denominazione
di Origine Controllata nel già dal 1969. Il Marsala si presenta oggi sul
mercato con due distinte categorie: vergine o conciato, con diversi anni di
invecchiamento e diversi affinamenti, può essere secco o dolce ma va sempre bevuto
in un bicchiere del tipo tulipano a stelo alto. Il Marsala è considerato fra
i migliori vini da dessert,
è un ottimo vino da meditazione,
e può essere consumato anche da solo e lontano dai pasti è inoltre utilizzato
come ingrediente nella preparazione di moltissimi piatti. Certo oggi è un po’ dimenticato, nessuno più ordina un Marsala al
bar, o in enoteca o al ristorante, al suo posto si preferisce un Porto, si
sceglie un vino famoso e trendy e il prezzo elevato garantisce la qualità, il
Marsala così è un po’ dimenticato, stiamo diventando tutti un po’ come gli
inglesi. A questo proposito si narra che Woodhouse, presentando il
Marsala agli inglesi come un vino poco costoso, questi non lo apprezzarono. Successivamente,
lo fece riassaporare agli inglesi, stavolta presentandolo come un prodotto
molto costoso, gli Inglesi rimasero sbalorditi dalla bontà del Marsala.
lunedì 24 dicembre 2018
domenica 23 dicembre 2018
mercoledì 19 dicembre 2018
martedì 18 dicembre 2018
UN BICCHIERE DI FRIULANO
Il Friulano è
un vino
bianco, prodotto in Friuli-Venezia Giulia. Fino al 2007 era
denominato Tocai. Il Tocai
italiano, è un bianco secco da pasto, dal sapore fruttato, mentre il Tokaj
ungherese è un liquoroso vino da meditazione, dolce e prezioso. Nel 1959, una
società di export di Budapest citò in giudizio un produttore udinese e inizialmente
la decisione fu a favore del Tocai friulano, perché veniva esclusa la
possibilità di confondere i due vini. Ma la diatriba continuò e successivamente
a Bruxelles, nel 1995, si assegnò la paternità esclusiva del nome Tocai alla
produzione ungherese. Il Friulano è da sempre il vino dei friulani e del Friuli
Venezia Giulia e se ha perso il nome Tocai non ha certo perso la sua bontà. Si
presenta col colore giallo chiaro, la sua caratteristica principale è il
gradito profumo e sapore di mandorla amara. Si dice che il Friuliano si beve e
non si abbina, ma questo vino molto beverino si accompagna molto bene a tanti
piatti e prodotti gastronomici, quindi beviamolo come aperitivo magari con del
prosciutto crudo brindando al matrimonio che ha combinato il fattaccio del
cambio del nome. L’antico contratto matrimoniale di Aurora Formentini, quando
andò in sposa al conte ungherese Adam Batthyany nel 1632, annoverava, tra i
vari beni portati in dote anche “...300 vitti di Toccai...” coltivate già all’epoca
nelle campagne friulana. Questo, per i sostenitori della tesi, proverebbe l’origine
italiana del vitigno Tocai.
mercoledì 12 dicembre 2018
MAN RAY 2
Man Ray è uno dei protagonisti del Dadaismo a New York insieme a Francis Picabia e a Duchamp. Gli oggetti
realizzati da Man Ray, i ready mades stravolgono la natura dei manufatti, basti
pensare al ferro da stiro coi chiodi che rende inutilizzabile l’oggetto, lo
priva della sua funzionalità eleggendolo come opera d’arte non certo per la sua
bellezza ma solo come concetto, come idea nuova e antiborghese. Nell’immagine
di questo post potete vedere L’Enigme d’Isidore Ducasse, 1920,
rifatto nel 1972, consiste in una macchina da cucire, avvolta in una coperta e
legata con lo spago. L’idea di Man Ray di usare una macchina da cucire è
stata ispirata da una frase dello scrittore francese Isidore Ducasse (1809-87),
meglio conosciuto come il Conte di Lautréamont, Bello come l’incontro accidentale, su un tavolo da dissezione, di una
macchina da cucire e un ombrello. I dadaisti consideravano fonte d’ispirazione
la frase di Ducasse, considerandola pure come simbolo di sessualità nascosta. L’ombrello
era considerato un elemento maschile, la macchina da cucire era vista come l’elemento
femminile, e il tavolo da dissezione come un letto dove poteva avvenire l’orgia.
L’oggetto coperto di Man Ray, tuttavia non è visibile e ciò inquieta perché celato
sotto il telo può esserci un qualsiasi altro oggetto, ciò viene reso ancora più
evidente dal titolo dell’opera enigma.
Qualcosa che viene mostrato ma allo stesso tempo celato, evoca da una parte l’anonimato,
dall’altra la curiosità, dall’altro ancora emerge la bellezza della sola forma,
che esalta ciò che è nascosto perché soffuso di mistero. Quest’opera può essere
vista come antesignana e fonte di ispirazione per Christo, il famoso esponente
della Land Art, che impacchetta addirittura il Reichstag a Berlino e il Pont Neuf a Parigi. Più prosaicamente Man
Ray è anche il precursore della moda
di questi ultimi anni di coprire edifici, panchine o altro della città con
lavori in lane colorate eseguite all’uncinetto o coi ferri da maglia.
666 sconfitto dal 515... la Bestia sta per essere vinta dal Veltro, la profezia è già iniziata
Paola Tassinari, un romanzo, un viaggio misterioso e reale per scoprire il Veltro, tramite Dante e Nostradamus: la profezia dei 700 anni si avvera, tramite una lastra riscoperta nel 1975 a Torino... DXV "nel quale un cinquecento diece e cinque, messo di Dio" ma anche indicante dopo quanti anni si avvererà ovvero 500+ dieci decine+ cinque decine= 650 fra i 650/700 anni, in questo cinquantennio le condizioni cicliche/astrali saranno propizie perché torni l'età dell'oro occorre sono crederci e condividere... questa parola che divide il dolore e moltiplica la serenità... condividere è la parola del secondo Millennio... tutto questo in Io sono la divina
venerdì 7 dicembre 2018
MAN RAY 1
Man Ray (1890-1976)
è stato un esponente poliedrico del modernismo, impegnato in diversi ambiti
artistici: pittura, scultura, cinematografia, incisione a stampa e poesia.
Tuttavia fu grazie alla sua produzione fotografica, dagli studi di nudo alle
fotografie di moda, fino ai ritratti, che divenne famoso. Fu chiamato il
fotografo del Surrealismo. I numerosi esempi di natura morta, i ritratti e non
solo ci mostrano come Man Ray sperimentasse
in modo costante nuove tecniche, allontanandosi dall’ambito descrittivo
della fotografia per avventurarsi verso forme di espressione poetiche ed evanescenti, grazie all’esposizione multipla, la solarizzazione e i fotogrammi
dallo stile unico che lo stesso artista chiamò “rayografie.” Man Ray,
che significa uomo raggio, era il suo
pseudonimo il vero nome era Emmanuel
Radnitzky, nato negli Stati Uniti, a Filadelfia, amava la Francia, morì a
Parigi nel 1976. A New York lavora nel 1908 come disegnatore e
grafico, nel 1912 inizia a firmare le sue opere con lo pseudonimo “Man Ray”. Nel
1915 conosce Marcel Duchamp di cui diverrà grande amico. A New York, con Marcel
Duchamp formò il ramo americano del movimento Dada, nel 1921, Man Ray affermò
che il
Dada non può vivere a New York e torna a Parigi, dove avvenne la sua prima
mostra, in cui venne esposta la famosa opera Cadeau, un ferro da stiro su cui
erano stati incollati dei chiodi, tipico esempio di un ready made illogico e
paradossale. Nell’immagine Il ritratto
immaginario del Marchese de Sade, presenta un pietrificato de Sade, con sullo
sfondo la Bastiglia integra, precedentemente Man Ray aveva realizzato un’altra
opera simile, ma sullo sfondo vi era la Bastiglia in fiamme. Il Marchese de
Sade fu effettivamente detenuto alla Bastiglia per la sua dissolutezza morale.
mercoledì 5 dicembre 2018
IO SONO LA DIVINA
https://drive.google.com/…/1cX-OSbNZvDYI0JL0RzQxQ_1tb4…/view?
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sabato 1 dicembre 2018
MAX ERNST
Max Ernst (1891/1976)
è stato un pittore e scultore surrealista tedesco. Max Ernst nasce a
Brühl, vicino a Colonia, frequenta l’Università di Bonn per studiare filosofia
e psicologia ma poi si dedica al mondo dell’arte. Importante è per
lui l’incontro con il movimento surrealista, ma anche quello con gli artisti
dadaisti e la Metafisica di Giorgio de Chirico. Significante è il suo incontro
con alcuni esponenti del surrealismo,
come André Breton e Paul Éluard;
con quest’ultimo collaborò alla stesura di due volumi, Les malheurs des
immortels e Répétition (1922). Un viaggio in Oriente gli ispira una nuova
tecnica pittorica, il frottage. Quest’ultima è una tecnica di disegno e pittura
basata sul principio dello sfregamento di una matita
su un foglio di carta posto su una superficie non liscia. Soggiornò
a lungo a Parigi, dove collaborò con personaggi quali Duchamp, Dalí e Buñuel,
prima di trasferirsi per 12 anni a New York, periodo durante il quale raggiunse
l’apice della sua notorietà. Durante questo periodo, Ernst lavora moltissimo, sperimentando nuove forme
espressive, come il dripping, e realizzando importanti sculture tra le quali,
per esempio, Il re che gioca con la regina (1944). Nel 1954 vince
il primo premio alla Biennale di Venezia. Muore
a Parigi nel 1976. Max Ernst era un grande appassionato di scacchi, forse non
partecipò a tornei o olimpiadi di scacchi come fece Marcel Duchamp, ma con
quest’ultimo giocò parecchie partite e vista la capacità di Duchamp certo Ernst
doveva essere un bravo scacchista. Un certo numero di opere di Ernst si
ispirano agli scacchi, come l’opera che vedete nell’immagine Il re che gioca
con la regina, dove le linee forbite diventano inquietanti per via del re
che abbraccia una piccola regina. Un re che pare come un Minotauro gigantesco,
ma nel gioco degli scacchi senza regina il re vale poco.
sabato 24 novembre 2018
JOAN MIRO'
Pittore, scultore e ceramista, Joan Miró ( 1893/ 1983) è stato
un pittore, scultore e ceramista spagnolo. Inizialmente studia economia, poi si
rivolge all’arte, si trasferisce a Parigi, dove conosce i dadaisti e l’altro
grande spagnolo Pablo Picasso da cui trae ispirazione. Tornerà a Barcellona la
città natia, ma allo scoppio della Guerra Civile Spagnola fugge a Parigi, la
quale successivamente viene invasa dalle truppe naziste, così Miró torna in Spagna, fra la Catalogna e l’isola di
Maiorca dove muore nel 1983. Esponente
di spicco del Surrealismo, la realtà per lui è un punto di partenza che si
sgretola completamente in forme oniriche e irreali. Miró usa ogni tipo di materiale come
base per i suoi lavori: tele, cartoni, masonite, pezzi di ferro: tutto ha
dignità per divenire opera d’arte. I suoi colori sono accesi, sono colori
primari, il giallo, il rosso, il blu, ma ama tanto anche il nero. I suoi
soggetti sono pochi, la donna, l’uccello, il sole, la luna, il paesaggio, il
personaggio. La sua creatività è eclettica non si esprime solo attraverso la
tecnica del dipinto ma anche per mezzo di collage, sculture, monumenti,
litografie, ceramiche, scenografie, assemblaggi, arazzi ecc. Mirò aveva l’abitudine di lavorare contemporaneamente su più opere,
“Il mio studio è come un orto ed io sono il giardiniere” diceva, non
amava l’arte classica diceva di voler assassinare
la pittura. Proprio per questa sua caratteristica presento nell’immagine una
mia foto, in cui l’opera astratta di Mirò si riflette in uno specchio assieme
all’affresco antico del soffitto di Palazzo Albergati a Bologna.
domenica 18 novembre 2018
PAUL DELVAUX
Paul Delvaux (1897/1994) è stato un pittore belga
surrealista, nacque vicino a Liegi nel 1897. Di condizioni agiate ebbe una
buona educazione studiando musica greco e latino, questi ultimi studi lo
influenzarono sui suoi soggetti pittorici preferiti, ovvero le scene
mitologiche. Studiò pittura e architettura all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles,
iniziando poi ad esporre tele parzialmente influenzate dall’Impressionismo e
dall’espressionismo. Successivamente
ispirato da Giorgio de Chirico e da Renè Magritte e dal movimento del
Surrealismo, a cui aderì, cambiò radicalmente stile. In realtà Delvaux non si considerò mai come un vero surrealista
in quanto si riteneva un pittore classico, un classicismo attraverso riportare
la vita moderna dei suoi giorni in maniera criptica e velata di arcano. Nelle sue
tele domina un inquietante nudo femminile, carico di erotismo sfinito e finito,
talvolta li presenta come scheletri, quasi una trasposizione delle danze
macabre dei castelli medioevali. Eseguì anche dei murales, nonché molte
interessanti acqueforti. Nel 1965 fu nominato direttore dell’Accademia Reale di Belle
Arti del Belgio.
Morì a Furnes il
20 luglio 1994.
Aspettando la liberazione (Scheletri
in ufficio) tela del 1944, che potete vedere nell’immagine, gli impiegati, non
sono uomini in attività sono scheletri, sono già dei morti e il titolo gioca su
due aspetti, la liberazione dall’orario di lavoro e dalla vita assai breve che
abbiamo, in quanto appena nasciamo abbiamo già la spada della morte sulla
nostra testa. Una rivisitazione in chiave moderna della danza macabra un tema iconografico
tardomedievale,
un memento mori (ricordati che devi morire) che esprime
una visione esasperata della morte. Delvaux
insiste su questo tema portandoci o ad essere troppo allegri e spensierati addirittura menefreghisti o all’opposto tristi
e depressi quasi pensando al suicidio… meglio pensare che se c’è vita non c’è
morte e viceversa.
lunedì 12 novembre 2018
RENE' MAGRITTE 3
René Magritte (1898-1967) fu un pittore surrealista, una
specie di mago illusionista. Le sue tele stupiscono allo stesso modo in cui un
prestigiatore tira fuori un coniglio dal cappello. Magritte inserisce oggetti
ordinari in contesti inaspettati, le sue tele ci lasciano con una percezione
della realtà misterica e magica, sconvolge senza trasgredire, la sua
immaginazione è fredda in quanto si
inserisce in maniera statica e immobile. In tutti i suoi dipinti sembra di
ascoltare il silenzio. Non fu apprezzato molto in vita, giunse al successo
pochi anni prima di morire. La fama di Magritte si diffuse negli anni ‘60, le
sue opere vennero riprodotte sulle copertine dei dischi e dei fumetti, anche pochi
anni fa su Dylan Dog apparvero
i suoi omini in bombetta che piovono dal cielo. Le chateau des Pyrénées
(Il castello dei Pirenei) è un
olio su tela di Renè Magritte realizzato e tutt’oggi esposto all’Israel Museum di Gerusalemme. Il
dipinto per qualcuno è ispirato ad un racconto di Edgar Allan Poe, per altri all’isola
volante di Laputa apparsa
ne I viaggi di
Gulliver. L’enorme masso di pietra appare pesante e allo stesso
tempo quasi sospeso nel suo volo su un mare in tempesta. Il castello minuscolo,
appare ben installato sulla grande roccia, che fluttua quasi senza peso. Il
castello dei Pirenei pare allora, come il rifugio pietrificato e pesante del
nostro vissuto, che trasvola su quel mare tempestoso, librandosi in un cielo
nuvoloso, quasi un invito a vivere la nostra quotidianità, anche se pesante,
anche se tumultuosa con un pizzico di leggerezza.
mercoledì 7 novembre 2018
RENE' MAGRITTE 2
La vita di Magritte fu
normale come quella dei tanti omini borghesi e seriosi in giacca e bombetta
scuri, che dipinse tante volte. Eppure appena quattordicenne, la sua vita fu
stravolta da un doloroso evento, la madre si suicidò buttandosi e annegando in
un fiume. Fu ritrovata con la testa avvolta nella camicia da notte. Un evento che il giovane Magritte non
dimenticherà facilmente, dipingendo in alcuni suoi dipinti dei volti coperti e
avvoltolati da teli. Anche se Magritte negò sempre il legame tra i suoi volti
rappresentati velati e la morte della madre. Il titolo di questo dipinto, che
vedete nell’immagine è Les Amants
(Gli Amanti), è del 1928, un olio su tela. Esistono due quadri uguali
realizzati dallo stesso Magritte ed esposti in due musei diversi, la National
Gallery of Australia e il Moma di New York. Il telo che copre i volti dei
due amanti, se da una parte può essere collegato alla morte della madre, il
titolo del quadro però fa pensare a due amanti che non comunicano fra di loro e
neppure si vedono. Magritte rappresenta due individui molto borghesi, lui in
giacca e cravatta, lei in abitino senza maniche rosso, con alle spalle un cielo
tempestoso, con il volto coperto, anonimi, senza identità. Se dai critici è
visto come un sentore di morte e di alienazione fra i due amanti, all’opposto si
può pensare al detto che l’amore è cieco, quindi i due amanti non si amano per
ciò che sono ma per un sentimento che nasce da qualcosa di sconosciuto e
profondo.
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giovedì 1 novembre 2018
RENE' MAGRITTE 1
René François
Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967) è stato un pittore surrealista
belga.
Magritte, detto anche le saboteur tranquille per i suoi lavori
che presentano scene reali tranquille e asettiche cambiandone però i parametri,
decontestualizzando gli oggetti dipinti, così può presentare una semplice pipa
iperrealista scrivendoci sopra questa non
è una pipa oppure un paio di
scarpe che al posto della parte davanti presenta delle dita oppure un masso
pesantissimo che vola. Magritte vela
di mistero il reale, il normale, insinuando dubbi attraverso la realtà. I suoi
lavori fantastici, immaginari ed enigmatici lo avvicinano agli artisti della
Metafisica come Giorgio de Chirico. La vita di Magritte, al contrario di altri
surrealisti e dadaisti non è trasgressiva, nel 1916 si iscrive all’Accademia di
Belle Arti di Bruxelles più tardi si sposa con la compagna di sempre. Lavora
come grafico, cambiando vita quando incontra le opere di de Chirico. Conosce il
teorico dei surrealisti, Breton, aderisce al movimento ma viene stroncato dalla
critica. Successivamente sempre
con la moglie va a Parigi, ma la galleria La Cantaure di Bruxelles per cui lavorava a tempo pieno chiude e Magritte torna in Belgio e riprende il lavoro di grafico. Per sfuggire
ai nazisti ritorna in Francia, questa volta al Sud, a Carcassonne. Magritte
raggiunge il successo solo negli anni Sessanta, dopo pochi anni muore. Nel 1953
esegue Golconda che raffigura
una serie di uomini in bombetta che
cadono dal cielo, come se si trattasse di pioggia. Così Magritte descrive
la tela: “C’è
una multitudine di uomini, di uomini diversi. Ma poiché una multitudine non fa
pensare a un individuo, tutti gli uomini sono vestiti allo stesso modo…
“Golconde” era una ricca città indiana, una specie di miracolo. Io ritengo che
sia un miracolo poter camminare attraverso il cielo sulla terra”.
mercoledì 24 ottobre 2018
LA BARONESSA ELSA 2
La baronessa Elsa Von Freytag Loringhoven, una vita dalle
stelle alle stalle, da musa di Man Ray, amica di Marcel Duchamp e di Ezra Pound ad ognuno dei quali, non mancò
di fare avances sessuali nonostante preferisse le donne agli uomini. Un’artista
che anticipa di molto il movimento punk, la body-art, la scultura e le
installazioni fatte con oggetti rubati o trovati per strada nella
spazzatura. Una vita inquieta, eccessiva e folle che certamente non l’ha
resa felice, testimonianza che ci viene dalle sue poesie aspre e nichiliste.
Qualche poesia e qualche ritratto è dedicato a Marcel Duchamp, che Elsa ha
amato non ricambiata. Tanto per intendere la forte trasgressione di Elsa, Duchamp
e Man Ray la coinvolgono in un video, intitolato The Baroness shaves
Her Public Hair (La baronessa si rade i peli pubici). Una vita
infelice, sia quando è alle stelle, al pieno della fama nei circoli dadaisti,
sia quando è in condizioni di estrema povertà, sia quando è sposata, ha ben tre
mariti ma una sessualità estrema e sconosciuta, dividendosi fra uomini e donne,
e poi gli spettacoli porno, la polizia sempre alle costole per i suoi furti da cleptomane, una vita infelicissima quella
di Elsa in estrema solitudine con una se stessa che non conosce, non si ama e
si mette sempre alla prova sia quando sta in alto, provocando e trasgredendo, che
quando è in basso suicidandosi col gas (o dimenticandosi di chiudere il gas,
che poi è la stessa cosa perché vuol dire non curarsi di sé) .
In uno dei suoi quaderni personali, la baronessa aveva
elencato ciò che portava in visita all’ambasciata francese a Berlino: “Indossavo una grande torta di
compleanno sulla mia testa con 50 candele accese fiammeggianti, mi sentivo
proprio così coraggiosa e irresistibile! Sulle mie orecchie avevo
orecchini fatti con prugne secche . Inoltre avevo messo più francobolli
come marchi di bellezza sulle mie guance dipinte color smeraldo e le mie ciglia
erano fatte di penne dorate porcospino; questo per civetteria nei
confronti del console. Inoltre portavo alcune corde di fichi secchi
intorno al mio collo per dargli modo di succhiarli al mio ingresso
all’ambasciata.”
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giovedì 18 ottobre 2018
LA BARONESSA ELSA 1
La Baronessa Elsa von Freytag, chiamata Baronessa Elsa
(1874/1927), poetessa e scultrice, amica dei dadaisti in particolare di Marcel
Duchamp, è diventata famosa per le sue eccentricità, come i cucchiaini usati al posto degli orecchini, i francobolli incollati
sulle guance, una torta di compleanno, con tanto di candeline accese, al posto
del cappello o la rasatura dei capelli o il frugare nell’immondizia per creare
dei gioielli con cui si adorna. Nata
nel 1874 a in Pomerania, Elsa si trasferisce a vent’anni a Berlino dove lavora
nello spettacolo. Dopo varie peripezie, mariti e amanti e molti viaggi arriva a
New York, dove sposa il barone Leo von Freytag-Loringhoven, ricco rampollo di
una famiglia tedesca. Vivono un anno veramente alla grande, abitando al Ritz, poi quando scoppia la guerra il marito torna
in Germania e si suicida. La baronessa, non più giovane, tre mariti alle spalle
e una sempre più evidente bisessualità diventa anche cleptomane. Nel 1923 Elsa
torna a Berlino, dove vive in condizioni economiche estreme, chiedendo ai
vecchi e importanti amici di prestarle denaro, finisce per qualche tempo in
manicomio, termina la sua vita soffocata col gas lasciato aperto. Forse una
dimenticanza, forse un suicidio, di certo vivere così inquietamente è un peso
molto greve e grave. Tutto ciò fa
realmente pensare che la linea di confine tra arte/genio e sregolatezza/follia
sia veramente molto esile mentre all’opposto lo stare in manicomio o alla
ribalta, il confine sia ben definito e cioè se sei famoso e ricco o
nullatenente e sconosciuto.
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venerdì 12 ottobre 2018
MARCEL DUCHAMP 8
Marcel Duchamp ha rivoluzionato l’arte, praticamente l’ha
annullata, dopo di lui nessuno è più in grado di dire cosa è o non è un’opera d’arte,
paradossalmente non si sa cosa sia l’arte e forse proprio per questo diventa
elitaria e allo stesso tempo diviene merce che vale solo se sdoganata dai
critici d’arte ed esposta in musei famosi. L’arte diviene un concetto, cioè
cosa concepisce la mente di un oggetto, quindi non esiste se non nella mente,
diventa un’utopia. Nel 1938 Marcel Duchamp realizzò un’installazione per l’Esposizione
Internazionale del Surrealismo di Parigi. Il titolo era 1200 sacchi di carbone o The
Grotto. Si trattava di un lavoro composto da sacchi di juta riempiti di
carta e pendenti dal soffitto, sotto di loro c’era una stufa di ghisa che
conteneva una lampadina e che costituiva l’unica fonte di luce. I sacchi erano
ancora sporchi di carbone e il pubblico spaventato circolava sotto una coltre
di fumo nero. L’idea, il concetto era che i sacchi di carbone rappresentavano il
mezzo fra la mente, la stufa, e il non vedere né sapere quale fosse il reale contenuto
nei sacchi. Il fatto è che si può prendere qualsiasi oggetto e poi arzigogolarci
sopra e trovare intenti e similitudini. Questa installazione è stata riprodotta
moltissime volte. Se Alberto Burri,
negli anni Cinquanta scandalizzava usando dipingere vecchi sacchi, Duchamp
venti anni prima era già oltre, cambiando addirittura la galleria o il museo,
che da contenitore bianco e lindo, spazio per presentare al meglio le opere d’arte,
diventa l’oggetto della scena. La sacralità del luogo non è più dettata dalle
opere che vi sono esposte ma è lo spazio che rende sacro tutto ciò che vi entra, anche l’immondizia. Qualsiasi cosa,
performance, accatastamento di roba vecchia, addirittura la chiusura o il gesto
più banale se allestito nel museo, nella galleria o in una biennale o triennale
ecc., diventa arte. Questa trasformazione va di pari passo con il mutamento della
società che non sa più cosa è giusto o cosa è sbagliato, società dove tutto
diventa sterile relativismo.
domenica 7 ottobre 2018
MARCEL DUCHAMP 7
“Lasciami spiegare,
mia cara, che la tartara alla quale mi riferisco non ha niente a che vedere con
la salsa ed è stata inventata dai cosacchi in Siberia: pensa che può
essere preparata a cavallo, al galoppo addirittura, se le
circostanze lo rendono necessario. Ecco le indicazioni: tagliate al coltello
mezza libbra (per persona) della miglior carne che riuscite a trovare e
mettetela in un piatto di
porcellana, bianco – così che nessuna decorazione possa disturbare
la disposizione degli ingredienti – dandole una forma a nido di uccello.
Sistemate poi, al centro del nido, due tuorli d’uovo e infine disponete a lato
del piatto, in graziosi bouquet, i seguenti ingredienti: cipolla bianca
finemente sminuzzata, capperi, acciughe, prezzemolo fresco, olive nere
accompagnate con foglie di sedano, sale, pepe. Ogni commensale mescolerà gli
ingredienti alla carne. Al centro del tavolo: pane, burro e una bottiglia di vino rosè”. Questa
è la ricetta della tartare scritta da
Marcel Duchamp. Non è una novità che il cibo abbia interessato gli artisti da
sempre, basti pensare alle nature morte, per arrivare poi ai futuristi, ai
surrealisti che sovvertirono gli accostamenti e gli abbinamenti culinari. Non è
una novità che il cibo evochi l’eros. Molto spesso dalla cenetta, magari
afrodisiaca, dalla tavola, dalla tovaglia si passi al lenzuolo del letto. Così non
può stupire che dal cibo si passi agli utensili per la cucina. Duchamp realizza
queste due presine in tessuto scozzese che possiamo definire
maschile/femminile, in quanto in una sbuca un pene, mentre nell’altra Duchamp
applica un quadratino di pelliccia… non resta che sorridere.
lunedì 1 ottobre 2018
MARCEL DUCHAMP 6
Scatola in una
valigia (titolo originale: Boîte en-valise) è un’opera di Marcel
Duchamp del 1941 che consiste in una valigia di pelle
contenente copie in miniatura, riproduzioni a colori e una fotografia delle
opere dell’artista, fa parte di una serie di valigette da viaggio che l’artista
propone come evoluzione dei ready made. Nelle valigie vengono assemblati e
incastrati oggetti, tra cui si riconoscono il famoso orinatoio e l’ampolla air de Paris, i fogli di riproduzioni di
suoi lavori, su più livelli. L’idea di Duchamp è quella di raccogliere le
riproduzioni di tutte le sue opere realizzate fino a quel momento. Nella
Scatola in una valigia si individua di solito la conferma della totale rinuncia
all’arte tradizionale e una riflessione sull’opera d’arte nell’epoca in cui la
tecnica sta iniziando a realizzare ogni oggetto, ogni pittura in serie. Sembra
che Duchamp anticipi il pensiero di Andy Wharol che in un’intervista del 1963
disse: “Tutti si rassomigliano e agiscono
allo stesso modo, ogni giorno che passa di più. Penso che tutti dovrebbero
essere macchine. Io dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina”.
La Valigia di Duchamp sembra quella piena di mercanzia del commesso viaggiatore,
l’artista si propone come un qualsiasi commesso che porta in giro il suo
campionario per vendere, anticipazione della mercificazione dell’arte,ma all’opposto
può essere percepita come opera d’arte la Valigia stessa in quanto
contenitore/museo.
lunedì 24 settembre 2018
MARCEL DUCHAMP 5
Marcel Duchamp il famoso artista francese esponente del
movimento dadaista ed ironico dissacratore non solo dell’arte ma di tutto il
vivere, utilizzò molto spesso il tema degli scacchi nelle sue opere in quanto
era anche un accanito giocatore. Forse fu per questo che realizzò questi
deliziosi mini scacchi, ( che vedete nell’immagine) per averli sempre con sé e
per usarli anche durante i suoi viaggi. Grande appassionato del gioco degli
scacchi, partecipò non solo ai campionati francesi ma anche alle Olimpiadi. Un
giornale dell’epoca dava la notizia della sua vittoria in un campionato
regionale nel 1924: “Il signor Marcel Duchamp, campione dell’Alta Normandia, ha ben
meritato il titolo per il suo gioco profondo e solido. La sua freddezza
imperturbabile, il suo stile ingegnoso e il suo modo impeccabile di sfruttare
ogni minimo vantaggio ne fanno un avversario sempre formidabile”. La sua
ossessione per gli scacchi divenne sempre più forte col passare degli anni, al
punto da rasentare la follia, al punto di lasciare la moglie per gli scacchi. Riguardo
al suo matrimonio Man Ray, artista surrealista e amico suo scrisse: “Duchamp passò la maggior parte della
settimana del viaggio di nozze a studiare problemi di scacchi, e sua moglie per
la disperazione si vendicò alzandosi una notte mentre egli dormiva e incollò
tutti i pezzi alla scacchiera. Divorziarono tre
mesi dopo”. Duchamp soleva dire: “I pezzi degli scacchi sono l’alfabeto che plasma i pensieri, e questi pensieri esprimono la bellezza astrattamente”. Passare ore ed ore, anni ed anni, davanti una scacchiera a studiare questa o quella mossa, incaponirsi, tentare e ritentare è sinonimo di razionalità e di intelligenza ma può portare psicosi, manie o depressioni… mi domando se Duchamp non fosse stato famoso, dove sarebbe finito? Perché la differenza è tutta lì se sei famoso le stranezze sono genio, se sei un nessuno le stramberie sono follia.
mesi dopo”. Duchamp soleva dire: “I pezzi degli scacchi sono l’alfabeto che plasma i pensieri, e questi pensieri esprimono la bellezza astrattamente”. Passare ore ed ore, anni ed anni, davanti una scacchiera a studiare questa o quella mossa, incaponirsi, tentare e ritentare è sinonimo di razionalità e di intelligenza ma può portare psicosi, manie o depressioni… mi domando se Duchamp non fosse stato famoso, dove sarebbe finito? Perché la differenza è tutta lì se sei famoso le stranezze sono genio, se sei un nessuno le stramberie sono follia.
martedì 18 settembre 2018
MARCEL DUCHAMP 4
Nel dicembre del 1919, lasciando Parigi per New York,
Duchamp porta un dono ai suoi amici e mecenati Louise e Walter Arensberg: un
ready-made, un souvenir particolare, denominato Air de Paris. Un
ready made è un oggetto di uso comune prelevato dal suo contesto quotidiano ed
esposto come opera d’arte senza ulteriori interventi da parte dell’artista, se
non l’atto mentale. Il primo a proporlo fu proprio Marcel Duchamp con la ruota
di una bicicletta appoggiata su uno sgabello ed esposta come opera d’arte. Duchamp
per questo souvenir acquistò una fiala vuota
da un farmacista a Parigi e la riempì di
aria parigina per donarla ai suoi amici. Una fiala con niente, l’aria
non si vede né si sente, un’opera d’arte che non esiste. Eppure questa fiala
diventa arte in quanto Duchamp ha l’idea di affermare che dentro c’è l’aria di
Parigi, e sta dicendo la verità, perché l’ampolla è stata riempita a Parigi e
cosa c’è mai di più bello che portare come souvenir l’aria e il profumo della
città. Inoltre ha riempito la fiala
con l’aiuto del farmacista ha quindi creato una specie di alchimia. Soffermarsi
sul valore inutile ma allo stesso tempo ossessivo del souvenir, mi sembra d’obbligo,
anzi mi domando se i tanti turisti o viaggiatori che si portano a casa in un
vasetto la sabbia di una spiaggia lontana o l’acqua del mare siano degli
epigoni dell’artista oppure degli ossessivi/compulsivi. Non bastava la mania
dei tanti collezionisti di francobolli, orologi, monete, gufi, ecc., no Duchamp ci ha creato oltre ai souvenir
classici anche i souvenir delle bottigliette di aria. Mi chiedo se la creazione
di nuove idee, se benefica da una parte non crei all’opposto dei problemi,
forse il rovescio della medaglia esiste anche con le idee e le fantasticherie. Nel
1949, l’ampolla si ruppe e venne riparata, creando un ulteriore domanda, l’aria
è ancora quella di Parigi?
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mercoledì 12 settembre 2018
MARCEL DUCHAMP 3
L’Esposizione
internazionale surrealista è una mostra collettiva
di artisti del Surrealismo organizzata in diverse città ed in periodi
differenti a partire dalla prima, tenutasi a Parigi nel
1925. André Breton fu l’ ideatore delle mostre che si
protrassero fino al 1967. La mostra che si tenne dal 14 ottobre al 7 novembre
1942 presso la Whitelaw Reid mansion in Madison Avenue a New York fu
organizzata sempre da Breton con la collaborazione di Marcel
Duchamp. Duchamp curò l’allestimento ed il catalogo. L’allestimento
era costituito da una rete di corde intrecciate lungo tutto lo spazio
espositivo in modo di avere una percezione diversa delle opere presenti all’esposizione.
L’operazione intitolata sedici miglia di spago prevedeva l’allestimento di
sedici miglia di corde intrecciate che occupavano tutto lo spazio della mostra,
in pratica un’opera d’arte che ospitava ed evidenziava le altre opere d’arte,
proponendo punti di vista diversi, perché osservare attraverso un reticolato non è la stessa cosa che
vedere a campo libero. Precedentemente, nel 1918, Duchamp con l’opera chiamata:
Scultura da viaggio aveva realizzato delle
corde con cuffie da bagno in caucciù che aveva poi teso da un lato all’altro
della stanza. Il suo intento era modificare e deformare la percezione scenografica
di uno spazio attraverso dei fili. La scultura era da viaggio in quanto
smontabile e ricomponibile in un altro spazio, infatti poi Duchamp la ripropone
ingigantita a New York, nel 1942. I visitatori dell’inaugurazione di questa
mostra rimasero assai disorientati, non solo dalla installazione dei chilometri
di corda di Duchamp, ma anche dalla presenza di un gruppo di bambini che
giocavano a palla fra i fili tesi in ogni dove. L’intervento dei bimbi che
giocavano, voluto da Duchamp, come a ribadire da parte dell’artista che l’arte da
lui intesa non è altro che gioco.
venerdì 7 settembre 2018
MARCEL DUCHAMP 2
Duchamp a un certo punto abbandonò la pittura, anzi lasciò
ogni genere artistico sino ad allora conosciuto ideando il ready mades, il già fatto, esponendo come in questo caso due
oggetti già belli e pronti, uno sgabello con sopra una ruota di bicicletta,
esponendoli al museo come un’opera d’arte tradizionale. Lo spostamento di
oggetti che nel loro contesto hanno una valenza di utilità in un altro ambito
che è quello museale della bellezza li svuota di significato, esposti perdono
la propria funzione, diventano inutili ma acquistano tramite l’inutilità la
qualifica di opere d’arte, d’altronde l’opera d’arte non si distingue per il
suo non essere utile? Duchamp stravolge tutto e ironizza su tutto ma con molta
filosofia, infatti unisce due oggetti che sono uno il contrario dell’altro, lo
sgabello serve per sedersi mentre la ruota per spostarsi. Tutto incomincia a
Parigi, con l’incontro di una ruota con uno sgabello, con Duchamp che salta
ogni confine, l’arte dilaga non solo con il movimento e la performance già
propri del Futurismo, l’arte diventa non arte, tutto è arte e quindi niente è
arte. Essì l’arte diventa un concetto, una rappresentazione mentale, un’idea.
Nell’opera dello sgabello/ruota possiamo quindi vedervi anche la volta celeste
che si appoggia sulla base/terra oppure l’esaltazione della ruota come iniziale
invenzione dell’uomo primitivo, che si evolve con l’uomo diventando cerchio di
bicicletta, ricordo che agli inizi del Novecento la bicicletta era un mezzo
veloce, e poi ruota di auto e di aereo, rondella di ingranaggio e altro. Ognuno
nella nuova opera di Duchamp può vedervi ciò che vuole anche la bellezza di un
cerchio coi raggi similitudine della Terra coi meridiani.
sabato 1 settembre 2018
MARCEL DUCHAMP 1
L’artista francese Marcel Duchamp (1887-1968) viene
considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, anche se Duchamp ne sconfessava
l’appartenenza, ma come poteva essere altrimenti? Duchamp stesso amava
ironizzare su tutto impegnandosi a sovvertire tutte le regole. Il termine stesso
di dada non significa nulla, essendo una
parola che ricorda il primo balbettio emesso dai bambini. Si racconta che
questa parola sia stata trovata dai dadaisti aprendo a caso il vocabolario
francese, quando cercavano un nome adatto a esprimere la loro protesta. Dada in
dialetto romagnolo, che si dice sia molto simile all’idioma francese, ha
significato di persona cara, nel linguaggio infantile. Il dadaismo nasce a
Zurigo, mentre l’Europa è sconvolta dalla Prima guerra
mondiale e la Svizzera è neutrale. In questa nazione pacifista si
incontrano rifugiati e dissidenti politici, tra loro ci sono artisti, poeti,
attori come Tristan Tzara e Hugo Ball che nel 1916 fondano il Cabaret Voltaire.
Si tratta di un caffè letterario dedicato ironicamente al filosofo illuminista
Voltaire: si organizzavano spettacoli che mettevano in ridicolo proprio la
razionalità in cui Voltaire credeva. I dadaisti rifiutano valori come patria,
morale e onore che hanno portato allo scoppio della guerra; esaltando tutto
quanto è casuale e privo di senso. Duchamp più di tutti gli artisti dadaisti è
fuori da ogni schema, ha elevato l’anormalità ad arte, anzi il rifiuto della
norma diviene opera d’arte e lui stesso si trasformava in arte con
travestimenti e atteggiamenti spregiudicati. Nato in un paese della Normandia
in una famiglia numerosa, si vota alla carriera artistica occupandosi di cose
diverse: esegue caricature per i giornali, si interessa di teatro, gioca a
biliardo, lavora presso una biblioteca e
ha una spropositata passione per gli scacchi… non poteva essere altrimenti
perché a guardare bene tutta la sua vita è stata un gioco, chissà se si è
divertito o era solo una maschera di dolore che nascondeva l’orrore di non
credere in nulla, in nullissima cosa. Nell’immagine la Gioconda coi baffi e
pizzetto, con le lettere L.H.O.O.Q. che,
significano Lei ha caldo al culo,
cioè è eccitata, oppure, giocando sulla
presunta omosessualità di Leonardo e sul fatto che la Gioconda stratifichi più
volti, tra cui quello del compagno fedele di Leonardo, Salai, con sottointesi
espliciti riferimenti al posteriore.
venerdì 24 agosto 2018
SALVADOR DALI' 5
L’immagine che vedete è una
fotografia, era in mostra a Bologna, è di Salvador Dalì del 1939 e raffigura “The
Dream of Venus” ovvero la Venere che Dalì sogna e vorrebbe. Bendata,
quindi che si fidi ciecamente di lui, vestita di nero con tagli strategici di
vedo non vedo, ma soprattutto una specie di cintura di castità, oppure di pene
rappresentato da un’aragosta. Occorre dire che Dalì aveva una specie di
ossessione per i crostacei, l’aragosta per lui è simbolo di sessualità e di piacere
erotico ma anche di dolore. Dalì aveva ideato anche un telefono che al posto
della cornetta aveva un’aragosta, in anticipo sui tempi, l’artista sembra
profetizzare il nostro oggi, in cui tramite il telefono nascono amori a iosa,
si pensi solo a Facebook o a WhatsAppp, ma si pensi anche al sesso virtuale che
tramite questo mezzo sta dilagando. Dalì diversamente da quella coppia di turisti
tedeschi che comprano in un ristorante della Costa Smeralda 500 euro di
aragoste per sottrarle dalla cucina e le gettano in mare per salvarle, l’artista
le aragoste e i crostacei se li pappava con molto gusto. Dalì dedicò a sua
moglie e musa Gala, il libro “Les dîners de Gala”, pubblicato nel 1971 in sole
400 copie, ricco di 136 ricette tra cui non mancano i piatti dell’aragosta. Se
ci pensiamo il cibo lo introduciamo in noi e non solo il fisico ma anche la
psiche è legata a quello che mangiamo, pensiamo solo ai problemi di anoressia o
di bulimia, ma anche ai piccoli guai legati al cibo in eccesso o al cibo sbagliato
che crea invece grossi impicci, siamo quello che mangiamo non è un ovvio modo
di dire, e ricordatevi sempre che nell’ovvietà si cela l’arcano e gli artisti
lo sanno. Non solo Dalì si interessava di cibo, anche Filippo Tommaso Marinetti
scrisse il “Manuale di cucina futurista”, eppoi pensate ai banchetti sontuosi
del Medioevo e del rinascimento o alle migliaia d opere d’arte che
rappresentano nature morte, che non sono altro che cibo. Per tornare all’aragosta
di Dalì, essa ha ispirato perfino l’alta moda. Dalì insieme a Elsa Schiapparelli, designer italiana
hanno realizzato un vestito in seta bianca con la stampa di aragosta e
ciuffetti di prezzemolo, nel 1937. Il vestito diventò famoso quando fu
indossato da Wallis Simpson, duchessa di Windsor, prima del suo matrimonio.
venerdì 17 agosto 2018
Salvador Dalì 4
L’immagine dell’Elefante
appare per la prima volta nei quadri di Dalí nel 1941,
nel dipinto Sogno Causato dal Volo di un’Ape, per poi
incarnarsi come simbolo nel famoso dipinto dell’artista del 1946, La
Tentazione di Sant’Antonio che
vedete nell’immagine. Nel deserto appare piccolo e indifeso e nudo Sant’Antonio
che si difende alzando una croce, da un cavallo imbizzarrito e da una teoria di
elefanti che stanno trasportando le tentazioni. Il cavallo è associato alla
pazzia, mentre le tentazioni sono raffigurate simbolicamente, con la donna
lussuriosa, la piramide, il palazzo, la torre tutto ciò che riguarda i sensi
sia erotici che quelli legati alla ricchezza e al potere. Gli elefanti di Dalí hanno zampe lunghe
e sottili, che accentuano il contrasto tra la robustezza e la
fragilità, gli elefanti in tacchi a spillo, gli elefanti leggeri che si muovono
come ballerine con le gambe lunghe come quelle degli insetti. All’età di cinque
anni Dalí vide un insetto mentre veniva divorato dalle formiche, del quale non
rimase nulla, eccetto il guscio. Le formiche nei dipinti e nelle sculture di
Dalí fanno riferimento alla morte e al declino, ricordano la mortalità
dell’essere umano, rappresentano anche il desiderio sessuale. Forse allora
Dalì vuole accentuare quanto peso delle passioni sia deleterio, forse vuole
rendere paradossalmente ancora più pesanti gli elefanti ma a me non fanno quest’effetto.
Questi elefanti leggeri mi intrigano perché Dalì usa le basi della pittura, per
dare rilievo per dipingere qualsiasi cosa si gioca col contrasto del
chiaro/scuro ebbene con gli elefanti Dalì gioca sui contrasti, alla pesantezza
degli elefanti oppone un’inusuale loro essere lievi, dotandoli di lunghe e
filamentose zampette facendoli diventare degli insettoni, creando dei nuovi animali che ci paiono assai
indovinati. Questo dipinto è realistico anche se irrealistico, dipinto con
eccellente tecnica, ma è l’idea nuova che ci cattura… quella degli elefanti
ballerini.
sabato 11 agosto 2018
SALVADOR DALI' 3
La persistenza
della memoria o Gli orologi molli di Salvador Dalí uno dei quadri più famosi, di cui mi
innamorai tanti anni fa, non conoscendo né l’arte, né Dalì, ma avendone captato
il rapporto difficile per me col tempo e col cibo. Diceva Dalì “non so cosa
faccio, so quello che mangio” forse riprendendolo dal filosofo Ludwig
Feuerbach o dagli antichi romani. In effetti mangiamo e assimiliamo
il cibo, senza cibo non abbiamo vita, logico che ciò che mangiamo è vita per
noi e forse l’infelicità dei tempi nostri è dovuta anche all’invenzione delle
diete dimagranti e al tempo che fugge sempre più veloce dalle nostre mani. Forse
Dalì che ha capito dove sta andando l’umanità ci dice… rendi molle e dilatato
il tempo, stai tanto a tavola ma gusta ogni secondo, non rimpinzarti gusta col
palato ciò che ami, lentamente e senza sensi di colpa.
Il cibo che più di tutti ha stimolato la fantasia gastronomica di Dalì, oltre alle uova, è senz’altro il formaggio Camembert, che ha ispirato questo famosissimo quadro. Questi tre orologi che si stanno liquefando nel paesaggio marittimo, uno è stesso su un ramo di ulivo ormai secco quasi come a dargli un po' di vita. L'ulivo, l'olio, il mondo mediterraneo e il suo muoversi col sole, ormai tutto è andato e l'orologio definisce non più il giorno o la notte, ma le ore, addirittura i secondi. Il tempo dilatato degli orologi molli invece si scioglie con dolcezza. Il quarto orologio rigido e normale è pieno di laboriose formiche, gli operai alienati dalle macchine, disadattati, senza più lo scandire lento del suono delle campane del mondo agricolo. Dalì racconta … E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato”. (Salvador Dalì, La mia vita segreta, 1942)
Il cibo che più di tutti ha stimolato la fantasia gastronomica di Dalì, oltre alle uova, è senz’altro il formaggio Camembert, che ha ispirato questo famosissimo quadro. Questi tre orologi che si stanno liquefando nel paesaggio marittimo, uno è stesso su un ramo di ulivo ormai secco quasi come a dargli un po' di vita. L'ulivo, l'olio, il mondo mediterraneo e il suo muoversi col sole, ormai tutto è andato e l'orologio definisce non più il giorno o la notte, ma le ore, addirittura i secondi. Il tempo dilatato degli orologi molli invece si scioglie con dolcezza. Il quarto orologio rigido e normale è pieno di laboriose formiche, gli operai alienati dalle macchine, disadattati, senza più lo scandire lento del suono delle campane del mondo agricolo. Dalì racconta … E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato”. (Salvador Dalì, La mia vita segreta, 1942)
lunedì 6 agosto 2018
SALVADOR DALI' 2
Non starò a soffermarmi sui dati tecnici, che sono sempre
assai importanti, ma sull’idea di fare di un volto un appartamento (1934/35). Salvador
Dalí ha fatto questo lavoro, di cui vedete le immagini, su una foto di giornale
dell’attrice Mae West, un’icona degli anni ’20 per poi realizzare realmente la
stanza (1947) che io ho visto riproposta alla mostra di Palazzo Albergati a
Bologna. Per Salvador Dalí, Mae ha rappresentato un modello femminile di
bellezza, di cui senz’altro Dalì ne apprezzava anche l’ironia, l’attrice era
famosa per le sue ironiche battute… hai
una pistola in tasca o ti stai eccitando vedendomi? Usando il suo
metodo paranoico-critico, Salvador Dalí crea una scena realistica dalla
fotografia dell’attrice. Adesso la paranoia è fatta di pensieri distorti e
sbagliati non voluti, meglio sarebbe
dire che Dalì immagina e poi realizza sogni, perché questo è un sogno non un
incubo. I tratti del viso di Mae diventano
mobili e motivi ornamentali, gli occhi sono le finestre sono delle immagini e
infatti gli occhi fotografano ciò che vediamo, il naso diventa un camino ed
infatti ha le canne pelosette e quindi scure come un camino.
I capelli di Mae diventano tende e la nostra capigliatura è il nostro velo, che
incornicia il volto. Le labbra di Mae diventano quel divano rosso che è
diventato un’icona del design, come poteva non essere? Le labbra sono morbide e
cuscinose, invitanti e carnose e i baci rilassano quindi è azzeccata l’idea di
un sofà. Ecco che la magia di Dalì è svelata… quanta fantasia, quanta
intelligenza, quanta conoscenza? Tanto di tutto ciò. E’ per questo che il
ritratto a collage o la stanza attraggono e piacciono, c’è fantasia, c’è gioco,
ma sotto sotto c’è tanta analogia, tanta similitudine… alla fine questa Mae
West/appartamento non è altro che una fiaba realizzata.
mercoledì 1 agosto 2018
SALVADOR DALI' 1
Lo spagnolo Salvador Dalí (1904-1989) è considerato
uno dei più importanti artisti del XX secolo, ed uno degli esponenti di punta
del Surrealismo, fu un po’ il Leonardo del Novecento in quanto è stato anche
scultore, scrittore, fotografo, cineasta, designer e sceneggiatore… sino ad
ideare il logo del Chupa Chupa i famosi lecca lecca. Il Surrealismo è il movimento artistico e letterario
d’avanguardia, nato dopo la Prima Guerra Mondiale che afferma l’importanza
dell’inconscio nel processo di creazione, in contrapposizione al dominio
della ragione. Dalì dai baffi lunghi e sottili, ispirati a quelli del maestro del
Seicento spagnolo Diego Velázquez, abiti di velluto dai colori sgargianti con
ricami in oro, certo ha fatto di tutto per mostrarsi irrazionale quasi in preda alla pazzia, anche
se in effetti il suo sembra un gioco assai razionale a tal punto razionale da
sembrare una grande operazione di marketing che gli costa la contestazione da
parte degli altri artisti surrealisti. Dopo la seconda guerra mondiale Dalì si
sposta a New York dove è accolto come un genio. Allora New York era veramente
all’avanguardia e aveva riconosciuto in Dalì quello che sarebbe stata la
pubblicità, che Dalì in anticipo sui tempi aveva profetizzato cosa sarebbe
accaduto. Strana la nascita di Dalì. Chiamato Salvador come il fratello morto
nove mesi prima che lui nascesse, i genitori, come Dalì stesso, crederanno che
lui fosse la reincarnazione del fratello. Dalì iniziò a fare arte giovanissimo,
si iscrisse all’ Accademia di Belle
Arti di Madrid ma fu cacciato nel 1926 perché si rifiutò di dare
l’esame finale dichiarando che nessuno dei membri della commissione era
abbastanza competente per giudicarlo… forse non aveva studiato ma la genialità
del gesto rimane e certo anche un fondo di verità perché l’artista Dalì era un
outsider. A Parigi incontra Picasso che ammira e collabora col il regista Luis Buñuel con cui realizza il famoso cortometraggio surrealista… Un chien
andalou. In questo
periodo conosce Gala di undici anni più
grande di lui ed ex moglie dell’amico poeta Paul Éluard. La sposerà nel 1934. Dalí
si lega moltissimo a Gala sia sentimentalmente che professionalmente. Come
nelle coppie più affiatate che quando uno dei due si spegne l’altro lo segue
poco dopo, così nel 1982 con la morte
dell’amata Gala, nel 1984 muore per un attacco cardiaco Salvador Dalì.
martedì 24 luglio 2018
UN BICCHIERE DI SANGIOVESE
Il Sangiovese di Romagna è un vino rosso la cui produzione
è consentita nelle province di Forlì-Cesena, Ravenna, Rimini e in sette comuni della Provincia di Bologna.
Prodotto con le uve Sangiovese vinificate in purezza o insieme a piccole
quantità (massimo 15%) di uve di altre varietà a bacca rossa della zona. Una
antica leggenda, racconta che il Sangiovese sarebbe nato a Santarcangelo di
Romagna. Sembra che i frati francescani della città,
alcuni secoli fa, fossero grandi produttori di vino rosso. Un giorno, in cui
avevano alla loro tavola un ospite illustre, portarono al banchetto il loro
vino rosso migliore. L’ospite gradì moltissimo il rosso schietto e rotondo e
chiese quale fosse il nome di tale delizia. I frati incerti non sapevano cosa
dire, quando uno di loro pensando al colore sanguigno del vino e al colle Giove
dove sorgeva Santarcangelo e si coltivava il vitigno, si alzò in piedi ed
esclamò: “Sanguis Jovis” ovvero Sangue di Giove. Col tempo le due parole si unirono formando Sangiovese ed il nome si diffuse in
tutta la Romagna. Un atto notarile del 1672 è il primo documento in cui appare
il nome del vitigno Sangiovese. Il Sangiovese è un vino robusto dal colore
rosso scuro, dal profumo delicato e dal sapore secco, asciutto un poco
amarognolo. Si abbina al
classico antipasto di salumi romagnoli, ai primi al ragù, paste al forno,
arrosti, cacciagione e selvaggina, senz’altro superbo con un piatto di
tagliatelle al ragù di lepre.
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mercoledì 18 luglio 2018
UN BICCHIERE DI NEGROAMARO
Il Negroamaro è
un vino rosso coltivato quasi esclusivamente in Puglia,
particolarmente nella zona del Salento. E’ un’uva
dalla storia antica e misteriosa, non ci sono notizie certe sulla
sua origine, ma sembra sia stata introdotta
sulle coste dello Ionio ai tempi della colonizzazione greca. L’origine
del nome secondo alcuni sarebbe la ripetizione della parola nero, prima in
latino poi in greco, altri sostengono che Negroamaro derivi dal suo colore molto
scuro e dal suo sapore amaro. È un vitigno molto versatile, utilizzato anche
per ottenere i vini rosati. Il Negroamaro è conosciuto anche con altri nomi, in
passato usato per tagliare i vini, soprattutto quelli del Nord Italia per
aumentarne il tenore alcolico, in quanto il Negroamaro è ricco di zuccheri. Da
diversi anni i produttori vitivinicoli salentini hanno cominciato ad utilizzare
le uve di questo vitigno per produrre vini in purezza e il Negramaro si è ritagliato con classe un posto tra
i vini più famosi. Il Negroamaro ha un intenso colore rosso molto scuro, con riflessi quasi neri. Il
suo profumo è intenso
e fruttato, richiama i piccoli frutti a bacca nera, in particolare le more ma
anche un profumo intenso di viole. Il sapore è piacevolmente amaro, pieno,
intenso e vellutato. Si abbina molto bene ai tradizionali piatti della cucina
del Salento, come polpette al sugo, carne, soprattutto agnello, alla brace, ma
anche paste al forno e formaggi stagionati e sapidi. E’ un vino dal gusto
unico, nero, amaro e incandescente, sarà per questo che ha dato il suo nome al gruppo
musicale dei Negramaro e i tralci del vitigno sono usati per il falò più
grande del bacino del Mediterraneo. Ogni 16 gennaio, a Novoli (Lecce) nel cuore
del Salento, vigilia di Sant’Antonio Abate patrono della città, si realizza un
falò di 25 metri di altezza e 20 metri di diametro che viene realizzato con
circa 80mila fascine di tralci di vite secchi provenienti dal Parco del
Negroamaro. La mattina si issa sulla cima della catasta l’immagine del Santo,
il pomeriggio si celebra la benedizione degli animali e appena scende la sera si
accendono i fuochi artificiali e il falò, mentre si balla, si mangia e
naturalmente si beve il Negroamaro.
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venerdì 13 luglio 2018
UN BICCHIERE DI EST! EST!! EST!!!
Il vino Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è un vino bianco la cui zona di produzione comprende i territori di di Montefiascone, Bolsena, San Lorenzo Nuovo, Grotte di Castro, Gradoli, Capodimonte e Marta in provincia di Viterbo. Che sia un vino antico non ci sono dubbi, sia per via della famosa leggenda legata a questo vino, sia per il nome del paese, Montefiascone, che deriva da mons che significa monte e da flasconis ovvero i falaschi, erbe lacustri che si trovano sulle rive del lago Di Bolsena e che servivano per rivestire le rotondità dei fiaschi e se si realizzavano fiaschi è logico che si riempissero di vino, la diffusione di un qualcosa testimonia che vi è una grande richiesta. Il vino Est! Est!! Est!!!, si presenta di colore giallo vivo, dal profumo agrumato e fruttato e dal sapore asciutto e secco con un piacevole sentore acido. Si abbina molto bene a piatti di carne bianca e pesce. La leggenda legata a questo vino racconta che nel 1111 Enrico V di Germania era in viaggio verso Roma, col suo numeroso seguito per essere incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Tra i numerosi nobili che lo accompagnavano vi era un importante vescovo, Iohann De Fugger, chiamato dal popolino Deuc o Defuk. Il vescovo amava i piaceri terreni in particolar modo era un estimatore di vini. Amava talmente tanto il vino, che lungo il tragitto si faceva precedere da un suo servitore, Martino, che aveva il compito di assaggiare il vino e di segnalare la presenza di quello buono scrivendo sul luogo Est, col significato appunto che in quel posto il vino era buono e conveniva fermarsi. Quando Martino arrivò a Montefiascone trovò il vino talmente buono che scrisse Est! Est!! Est!!! , cioè tre volte buono ovvero un vino da cinque stelle.
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giovedì 12 luglio 2018
sabato 7 luglio 2018
UN BICCHIERE DI ALBANA
L’Albana è un vino bianco della Romagna, insieme al
Sangiovese, il vino che più la rappresenta. Il suo colore è giallo intenso e
dorato dal gusto asciutto e profumato. Può essere sia secca che dolce ed anche
passita. Ideale da bere a fine pasto con la ciambella o con la piadina, ma si
sposa bene anche coi cappelletti in brodo. La presenza dell’Albana in Romagna è
documentata a partire dal 1495, ma il suo nome, derivante da ‘albus’, termine
latino che significa ‘bianco’, ci riporta a un’epoca romana in cui questa
veniva considerata la migliore delle uve a bacca bianca. L’Albana è legata a una
leggenda e all’ameno paese di Bertinoro, dove i romagnoli erano soliti andare
per bersi un bicchiere di Albana accompagnato da una fragrante piadina vuota,
cioè senza salumi né formaggi. La leggenda racconta che Galla Placidia, che fu
figlia, sorella e madre di imperatori, nonché imperatrice lei stessa, assaggiò
questo vino mentre da Ravenna, allora capitale dell’Impero romano, stava
attraversando il confine tra Romagna e Toscana. Il vino le fu servito in un bicchiere
di terraglia. L’imperatrice appena bevuto un sorso di Albana, fu tanto
estasiata dalla bontà del vino da esclamare: “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro, per rendere
omaggio alla tua soavità!” Così
nacque, da berti in oro, il nome del paese
di Bertinoro, sulle colline forlivesi, da sempre considerato luogo di squisita
ospitalità e si tramandò la fama dell’Albana. Per ritornare al bel tempo antico
è consigliato dopo una passeggiata al paese medioevale di Bertinoro, fermarsi alla
Ca’ de Be, un’osteria enoteca,
sgranocchiare una piadina, vuota o ancora meglio piena, accompagnando il
leggero pasto con un bicchiere di Albana, magari dolce, un incontro opposto ma
assai seducente… anche perché da questa osteria si ha una vista mozzafiato, in
certe giornate chiare si riesce persino di vedere il mare.
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