venerdì 17 aprile 2009

SII' ASSOLUTAMENTE SIIIIIIIIIIIII'

Scrive Beppe Severgnini , sul Corriere della Sera.
" Da dove viene quest' ansia di autenticare ogni affermazione? Dalla senzazione di non essere creduti e dalla necessità di essere convincenti. Risultato : siamo ridotti a pompare il linguaggio. Steroidi verbali , dovrebbero essere vietati.
L' affermazione "sì " non basta più . troppo breve, è facilmente smentibile. Consapevoli della diffidenza che li circonda, molti ormai dicono solo " Assolutamente sì!" Ma anche il linguaggio si inflaziona come la moneta :" assolutamente sì" vale ogni giorno di meno, e chi vuole affermare, confermare e concedere il proprio assenso deve inventarsi qualcosa di più forte. Moltiplicare i " sì" ( sììììììììììììììììììììì ! ) oppure accompagnare il monosillabo con gesti plateali, come battersi la mano sul cuore.

6 commenti:

Pier Luigi Zanata ha detto...

Verissimo, assolutamente si', ma poi siamo certi che questo si' sia veramente un si'? Il mio si' potrebbe essere detto per convenienza. Inoltre il mio si' e' riferito all' articolo dell' amico Beppe o al tuo post. Il si' che incondizionatamente ti ho fornito fa parte della dialettica, che, come diceva Adorno, e' nata dalla sofistica, come procedimento della discussione diretto a scuotere affermazioni dogmatiche e . come dicevano avvocati e comici - a rendere piu' forte il discorso piu' debole.
Si' potrebbe voler dire che non so di non sapere oppure che credo di sapere; si' se non so di sapere, ma si' se credo di non sapere; si' se credo di sapere.
No?
Vale

pietro d. perrone ha detto...

Credo che, al di là degli aspetti... filosofici (sapete che mi interessano, peraltro) il problema che solleva Paola è quello dell'inflazione.
Inflazione da comunicazione. Ogni giorno, lo dici anche tu PierLu (o PiLu, se mi permetti), la parola perde sempre più valore.
Perchè?
Perchè siamo sempre più falsi.
Nel senso che crediamo sempre meno in qualsiasi valore. Anche in quelli che fondano il nostro linguaggio. Lo sappiamo, lo capiamo bene che le parole sono convenzioni nelle quali bisogna CREDERE. Il SOLE è quella cosa in alto nel cielo durante i giorni senza nuvole. Lo è solo perchè coloro che parlano italiano sono d'accordo. Già al di là delle Alpi il valore del nostro accordo non esiste più.
Se, poi, oltre ai problemi posti dal relativismo, che è una delle ragioni per cui i valori si deprezzano, pensiamo che ce ne sono anche altre importanti, come l'inquinamento "etico", o l'ignoranza grassa (l'analfabetismo valoriale), comprendiamo bene cosa sta avvenendo intorno anche ad una infinitesima particella come il "si" di Paola.

Ma non si diceva, una volta: "nomina sunt consequentia rerum" ? O, che è più o meno lo stesso: "le parole sono pietre" ?
Non è forse più vero che in ogni civiltà, dare un nome ad una cosa significava trarla fuori dal nulla dell'indistinto?
Non erano i maghi, o i sacerdoti a possedere quel potere sovrannaturale di coniare e coltivare il linguaggio e la scrittura?

Ma, amici miei, vi confesso, non mi sorprende - ma mi addolora molto - che un fenemeno di tale svilimento stia accadendo, oggi.
Epoca di crisi.
Ma davvero crediamo che la crisi che stiamo attraversando in occidente sia solo economica?
E se non è crisi quella del senso delle cose, e quindi delle parole, che crisi è, allora?
E' proprio crisi.
Pensa, Paola, ad un UOMO occidentale. E' sazio, satollo, maturo, appesantito dal fardello di benessere accumulato, superfluo in quanto non consumabile. Impegnato con tutte le proprie forze a difendere quotidianamente quel tesoro - inutile, verrebbe da dire - dall'assalto di miliardi di poveri che vorrebbero sottrarglielo...
Ma ti pare che ha ancora il tempo da dedicare a futilità come un "si" o un "no" ?. Se serve un gesto a rendere più vero ogni parola detta solo per pura convenienza, ben sia spesa quella fatica. E se non è utile, la nostra parola, se dovcesse servire solo a dare un conforto umano, un momento di puro affetto?
Beh, allora... fatica sprecata...

teoderica ha detto...

Caro Pier Luigi , coi tuoi giochi di parole mi confondi, ho letto questo articolo e mi ci sono ritrovata, perchè sempre più spesso mi rendo conto di enfatizzare i miei discorsi ( mi dicono che spingo sulle parole , ed in effetti sono gestuale)e mi chiedevo il perchè di questa mia enfasi, .....già lo sapevo, io cerco di non mentire ( domanda si mente più spesso all' amico o al nemico? )e per questo cerco di essere creduta.......ma cado all' opposto, perchè per essere creduti occorre autorità, e questa viene dalla "giusta misura" e lo sai cosa mi ha detto un " grande affabulatore" ? Menti, menti ,giurando e spergiurando, anche contro i fatti e l' evidenza , alla fine il tuo interlocutore crederà quello che più gli fa piacere e non la verità . Ciao .

teoderica ha detto...

Pensa, Paola, ad un UOMO occidentale. E' sazio, satollo, maturo, appesantito dal fardello di benessere accumulato, superfluo in quanto non consumabile. Impegnato con tutte le proprie forze a difendere quotidianamente quel tesoro - inutile, verrebbe da dire - dall'assalto di miliardi di poveri che vorrebbero sottrarglielo...
Già , la mia riflessione sul Sì o anche sull' enfasi delle parole, nasce perchè già ci pensavo da un po', constatando che più si fabula più le parole non sono credute. Questo occidente è talmente satollo da " gonfiare" anche le parole, le quali più sono gonfie, più sono vuote. Mi accorgo di gonfiare e di spingere sulle parole, guardando negli occhi le persone per vedere se hanno afferrato, cerco di avere lo sguardo sincero, cado in questo gonfiamento di parole,per essere creduta, allo stesso tempo ben so che così divengo "barocca" e da barocca passo a tarocca. Ecco perchè sono rimasta colpita dall' articolo di Severgnini, io ne sono un esempio, e mi colpisce come l' occidente sia così satollo da divenirlo anche coi monosillabi. Sìììììììììììììì o Noooooooooooooooo Ciao e buon fine settimana

Gaetano ha detto...

Cara Paola e cari amici, bel post! Proprio un certo “vuoto” da riempire, non vi pare?
Perciò sarete curiosi di sentire la mia opinione. Ma godo sempre della vostra stima? Resta fermo ciò che avete detto nel post precedente su di me? Sì, assolutamente sì, magari tutti in coro.
Ecco che già con questa affermazione, sulla scorta delle cose or dette, è come negarla. Insomma sono alla pari i si e i no di ognuno di voi.
Che dire cominciando da qualche parte? Ma è molto ciò che mi viene da dirvi.
Sembrerebbe che l’incertezza possa risiedere, per esempio, nella “lingua madre”, ma c’è chi, ragionandoci sopra molto bene, conia un nuovo termine al posto di “assolutamente”: “sempre”. Dove allora la pazzia dei si e no che litigano fra loro nel parlamento degli inganni?
«Secondo il buon senso è evidente che i pazzi possono essere solo le persone, non la lingua che viene parlata.
La lingua, [...] è più vecchia delle persone che la parlano e a loro sopravviverà...». Ma rimando a questa interessante intervista avente per tema “La lingua può impazzire? ”. Clicca qui.

Passiamo oltre.
Ecco per semplificare, tu per prima che ti agiti tanto, cara Paola, potresti dar retta alla tua “trance”. A cosa ti serve? Solo per fare illustrazioni per i post e null’altro? Vedo scale fra un ponte in primo piano e di lato a sinistra in alto, come una piccola cunetta ove sembrano come incastrati i “VERI”. Chi vi bada? Una sorta di evviva (W) solo per le parole e nulla nei fatti? E nell’aria tanti SÌ che svolazzano per le vispe Terese... Ma sono uccelli che non si contano. Clicca qui:

Abenaki (Maine USA, Montreal Canada) «Ôhô »
Abenaki (Maine USA, Montreal Canada) «Ôhôô»
Abenaki (Maine USA, Montreal Canada) «Unh-honh »
Acateco (San Miguel Acatán Guatemala) «Haa»
Achuar (Ecuador) «Ja ai»...
E così via...

Ma che potrebbe rivelare la “V” dei presunti “VERI”?
Non ricordate ciò che ho detto di Melencolia I di Albrecht Dürer? Si tratta di valicare lo “specchio di Alice”.
«É per certi versi come la trance di te Paola. [...] In molti casi la mano mi guida per cogliere il brano, la notizia o altro, che servono al momento, per esempio da un libro, che in effetti non leggo per intero.
Contano il bambino che dici tu Paola, il cane, la donna alata,insomma tutto ciò che si ha modo di vedere sparso qua e là in Melencolia I. Per dirne una, il vostro apprezzamento è come aver azionato la corda della campana e così l'orologio a polvere ha fatto scorrere qualche attimo di tempo. Non solo ma è servito soprattutto a sospendere il cristallo per dar colore all'arcobaleno e far dileguare il pipistrello (che Dante chiama "vispistrello"). Aggiungo di Dante: “vele di mar non vid’io mai cotali”.
Ma tu Paola, senza rendertene conto, con l’illustrazione suddetta questo hai fatto! Hai sospeso il cristallo dell’arcobaleno: proprio la “V” dei “VERI”.

Beato chi ci crede!

Infatti a fare i “duri”, come tutti fanno parlando e sparlando col vanto del potere di una grande cultura e personalità, come D’Annunzio, si pigliano delle solenne cantonate. State a vedere.
Si tratta proprio di Melencolia I di Albrecht Dürer, cui il Vate volle togliere i sigilli.
D'annunzio si autocelebrò poeta-vate. Secondo D'Annunzio il Poeta era l'unico che attraverso la sua parola era in grado di indicare alla folla indistinta e grezza gli obbiettivi da raggiungere ed era capace di entrare nell'animo umano e di controllare le persone con la parola. La folla per D'Annunzio è considerata a livello bestiale, la quale non capisce le parole ma è legata al suono che esse emettono e il poeta può così facilmente governarla e gestirla. I meccanismi di controllo della massa usati da D'Annunzio saranno poi usati dai capi dei regimi totalitari e anche da Mussolini.

Da "Il Fuoco" di Gabriele d’Annunzio. Clicca qui:

«...Il grande Angelo terrestre dalle ali d’aquila, lo Spirito senza sonno, coronato di pazienza, stava seduto su la pietra nuda, con il cubito poggiato al ginocchio, con la gota sorretta dal pugno, tenendo su l’altra coscia un libro e le sesta nell’altra mano. Ai suoi piedi giaceva, raccolto in giro come un serpente, il levriere fedele, il cane che primo nell’alba dei tempi cacciò in compagnia dell’uomo. Al suo fianco, quasi appollaiato sul taglio di una macina come un uccello, dormiva il fanciullo già triste tenendo lo stilo e la tavoletta in cui doveva scrivere la prima parola della sua scienza.
Io so che il vivo è come il morto, il desto è come il dormiente, il giovine è come il vecchio, poiché la mutazione dell’uno dà l’altro; e ogni mutazione ha il dolore e la gioia per compagni eguali. Io so che l’armonia dell’universo è fatta di discordie, come nella lira e nell’arco. So che io sono e non sono; e che uno stesso è il cammino, in basso e in alto. So gli odori della putredine e le infezioni innumerevoli che sono congiunte alla natura umana. Tuttavia, di là dal mio sapere, sèguito a compiere le mie opere palesi o segrete. Ne veggo alcune perire mentre io ancora duro; ne veggo altre che sembrano dover durare eternamente belle e immuni da ogni miseria, non più mie, se bene nate dai miei mali più profondi. Veggo dinanzi al fuoco mutarsi tutte le cose, come i beni dinanzi all’oro. Una sola è costante: il mio coraggio. Non m’assido se non per rialzarmi.”

Or vi chiedo può servir alla verità il “fuoco” del vate assiso?
Avete capito dove si annida la causa che occulta la verità e “sempre”? Nella superbia!

Per l'opera Melencolia I di Albrecht Dürer, ogni giorno che passa, è come la scienza che progredisce e tutto ciò che è stato detto va rivisitato. È il modo di vedere che è diverso perché dispone di nuovi strumenti, ovvero di occhiali che prima non c’erano. D’Annunzio credette di vedere il putto alato che scriveva su una tavoletta, ma scambiò un chiodo per utensile incisore. In realtà quel chiodo serve solo per una cosa molto semplice da capire che è quella di appendere la tavoletta (che doveva essere già incisa con delle verità da osservare: la tavola smeraldina di Trismegisto) per il cappio ben in vista (altrimenti che ragione c'era di munire la tavoletta con un foro e cappio?). Ma è solo un piccolo esempio di come possono cambiare le deduzioni sulla ricca rappresentazione scenica di Melencolia I. Oggi, è la Tecnica a far da maestra, primo con la matematica per la quale Dürer era ammaliato a dir poco. Tant’è che fece della sua firma l’emblema di pi greco. Era la porta di transito per quest’opera, visto che il suo nome d’origine ungherese aveva questo significato.

Per concludere, la verità (che è come dice il Vate) è doppia purtroppo. Come si fa ad appendere ad un chiodo il nostro IO, ovvero metterlo da parte? Solo quando si muore questo avviene sia per i buoni che i cattivi. Però è giusto anche che occorre moderazione!
La metafora sul falso “stilo” düreriano del Vate ci potrebbe far capire sull’abbaglio del Fascismo. Ma a cosa può servire la profezia se non a confonderci se detta dai “grandi” della parola? Potrebbe andar bene la profezia detta dai “minimi”, perché son pochi o nessuno a prenderli sul serio.

Mi sovviene il “pantan” di Mantua dantesca, quasi una falsariga della descrizione dannunziana del vivo e del morto, del desto e del dormiente e così via, ma con accesa passione col favore della parola...
«Li uomini poi che 'ntorno erano sparti / s'accolsero a quel loco, ch'era forte / per lo pantan ch'avea da tutte parti. / Fer la citta' sovra quell'ossa morte; e per colei che 'l loco prima elesse, / Mantua l'appellar senz'altra sorte.». Con queste parole, quasi brutali, Dante descrive nel canto ventesimo dell'Inferno la nascita di Mantova; pochi versi prima aveva detto, presentando la profetessa che diede il nome al luogo:
«E quella che ricuopre le mammelle, / che tu non vedi, con le trecce sciolte, / e ha di la' ogne pilosa pelle, / Manto fu, che cerco' per terre molte; poscia si puose la' dove nacqu' io; / onde un poco mi piace che m'ascolte.». E' Virgilio, come al solito, a spiegare. Siamo nel cerchio ottavo, quarta bolgia, la' dove vengono puniti gli indovini che, avendo cercato di violare i segreti della Provvidenza, volgendo le spalle alla verita', per contrappasso devono aggirarsi con il viso orribilmente stravolto, e i capelli che scendono sul petto. Grande e' la riprovazione di Dante nei confronti di questa perversione divinatoria; molti hanno visto nell'episodio la volonta' di separare Virgilio dalla sua ormai antica nomea di mago, facendogli pronunciare un discorso sferzante: «Chi e' piu' scellerato che colui / che al giudicio divin passion comporta?».

In quando all’Io da appendere ad un chiodo, che può significare di porlo in alto (come in Melencolia I) ben in vista perché tutti lo vedano, è il caso del segno di Costantino: “In hoc signo vinces”. Non importa poi se le diverse versioni leggendarie a riguardo portano a interpretazioni pagane che, però il cristianesimo ha fatto sue. Sta di fatto che questo significato va dato alla croce di Cristo sospesa, per esempio, nella aule scolastiche, nei tribunali ed altro. Insomma l’Io deve stare al di sopra delle cose terrene.
Gaetano

teoderica ha detto...

Caro Gaetano, l' incertezza non è secondo me nella lingua, ma in noi, che riflettiamo questi anni "vuoti" in senso accidioso, almeno noi occidentali scivoliamo dall' accidia ( una malinconia accresciuta di pigrizia) alla depressione. E così riempiamo questo vuoto con con la superbia ( Or vi chiedo può servir alla verità il “fuoco” del vate assiso?
Avete capito dove si annida la causa che occulta la verità e “sempre”? Nella superbia!)
Esageriamo usando il suono delle parole , non riconoscendo neppure più il significato.Certo che Dante , invece le parole le conosceva bene, era un linguista, un erudito, sapeva insomma cosa diceva e scriveva, gli steroidi verbali non li usava.Dante si muoveva, come ti muovi tu ,Gaetano , in tanti ambiti : filosofia, scienze, astronomia, geografia, arte, mitologia, alchimia, matematica ecc., ma sempre tenendo i piedi a terra, era ben cosciente di non voler uscire dalla razionalità .«Chi e' piu' scellerato che colui / che al giudicio divin passion comporta?».
Termini con ..Insomma l’Io deve stare al di sopra delle cose terrene.Intendi che i valori devono guidare le nostre azioni?
Che dirti Gaetano, io mi sento inadeguata a risponderti , perchè hai un circonferenza di saperi che mi "stende"non so se ti ho seguito nel tuo commento, posso solo ditri che " fila" e che tu concateni eventi in un modo nuovo , con un nuovo punto di vista e questo è sempre un arricchimento. Io nel mio piccolo mondo figurativo cerco sempre non il bello , ma un punto di vista diverso. Ciao e grazie per i tuoi interventi. Un abbraccio.