lunedì 23 dicembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XL parte


Con la visita ai Musei Torlonia, Betty si era incuriosita di questa famiglia, che in pochi anni dal niente era diventata non solo immensamente ricca ma influente politicamente e nobilitata da vari titoli principeschi.
Betty non credeva a queste ascese repentine… dietro c’era sempre qualcosa.  
La famiglia Torlonia le ricordava l’ascesa di Silvio Berlusconi, anche quest’ultimo aveva avuto a che fare con la massoneria… anche se pareva che le massonerie fossero di due tipi da tempo immemorabile, una diciamo progressista, un’altra conservatrice e Berlusconi sembrava appartenere alla prima, mentre i Torlonia alla seconda.
A Betty poi non interessava la massoneria, esisteva o meno non le importava, se poi stava sperava che usasse la zucca e questo le bastava.
Torlonia è il nome di una famiglia di banchieri italiani emigrati dalla Francia, influente sia per ricchezza, sia per l’importanza politica, nel 1809 passò alla nobiltà papale e nel 1814 allo stato principesco, sono ancora oggi tra i vip della nobiltà italiana e dell’aristocrazia europea.
E’ la famiglia più giovane delle case principesche della nobiltà pontificia romana accanto a nomi  come gli Aldobrandini, i Barberini, i Borghese, i Caetani, i Chigi e altri.
Nel XVIII secolo, la famiglia era attiva nel commercio della seta e del tessuto, aveva il suo palazzo e gli uffici in Piazza di Spagna, poi fondò una piccola banca, che in seguito è cresciuta e ha reso la famiglia una delle più ricche d’Italia.


immagini: Parco di Villa Torlonia-Roma

domenica 15 dicembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXIX parte



 Il principe Giovanni Torlonia, che abitava a fianco di Mussolini, nella Casina delle Civette, era un uomo poco socievole e amante dell’esoterismo.
Nel 1908 volle radicalmente trasformare l’edificio della “Capanna svizzera”, disseminandolo di simboli esoterici. L’intitolazione della Casina alle civette si deve al fatto che fin dall’antichità l’animale è simbolo per eccellenza della magia e della veggenza e incarna la capacità di vedere anche nel buio più totale e di poter udire anche il più sottile rumore. Affascinante e misteriosa, rappresenta le innate doti magiche delle persone portate alle arti incantatorie o interessate all’occultismo e attratte da tutto ciò che è misterioso e apparentemente inspiegabile. Nella tradizione alchemica alla civetta vengono attribuite diverse facoltà: la visione notturna, la magia, la telepatia, così come la chiaroveggenza e la sapienza. Questo animale notturno intuisce e presagisce la risoluzione di un problema, simboleggia un intelletto acuto e intelligente, anche se combinato a un’indole triste. La civetta è invocata per scrutare il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona, per la vista a distanza o per rintracciare gli oggetti perduti, per agire guidati dalla visione interiore, per discernere con maggiore chiarezza nei momenti cupi e di difficoltà. Questo uccello nelle pratiche alchemiche e di magia nera è spesso identificato con Satana e fa parte anche dei simboli massonici. (www.associazionevesta.com/tag/casina-delle-civette/)
La civetta è una civetta e Betty lo era, era attratta da tutto ciò che non capiva, attirata dal misterioso come una calamita, ma sempre mossa solo dal fuoco della conoscenza, sempre senza secondi fini, voleva solo capire, e poi lo era anche con i modi civettuoli lievemente maliziosi e con lo sguardo che come quello della civetta si fissava nel vuoto, in assenza del pensiero, in uno stato meditativo spontaneo in cui si perdeva piacevolmente, per poi ritornare nel mondo bruscamente quando sua madre arrabbiata le diceva: “Smettila di guardare con quegli occhi fissi!”
Betty diede un’alzata di spalle, Roma era stupenda e a lei piaceva da matti la civetta che non aveva niente di satanico ma…
Sì ora rammentava: se sentivi la civetta di notte cantare 3 volte sarebbe morto qualcuno a te caro, – mo’ basta Betty falla finita con la iella- così si disse Betty che era felice: Roma le aveva portato fortuna.


immagini: Casina delle Civette- Villa Torlonia-Roma

domenica 8 dicembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXVIII parte


Dal piano seminterrato del Casino Nobile di Villa Torlonia, si accede al rifugio fatto sistemare da Mussolini all’interno dell’edificio di sua residenza e al bunker costruito successivamente per maggiori garanzie di sicurezza.
Dal piano seminterrato si accede anche alla sala ipogea, scoperta durante i recenti lavori di restauro, decorata da Giovan Battista Caretti a fingere una “Tomba Etrusca” sia nella tipologia costruttiva che negli arredi, una labirintica tomba etrusca finta che ospitava, con tutta probabilità, riunioni massoniche.
Il mondo fatato del parco e della villa dei Torlonia era magico ma… era magia nera o bianca?
Era un mondo fatato o stregato?
Ed ecco che torniamo a quel ma… della Casina delle Civette, a cui se ne aggiunge un altro legato al bunker e a tutto ciò che evoca, a cui si aggiungono gli obelischi con i geroglifici e una cripta etrusca per riunioni massoniche.
-Possibile che come mi muovo in giro per Roma arrivo in posti che portano iella? Tre mesi fa mi sono seduta accanto al Lapis Niger, luogo profanato, da cui stare lontani e ora finisco in un altro posto iellato?-
Betty doveva riordinare un po’ le idee: questo Torlonia era un massone che ci faceva il duce in comunella con un massone? Mussolini osteggiò e fu nemico della massoneria, era solo una finta?
C’erano poi intrecci fra i romagnoli e i Torlonia da lungo tempo, infatti il capostipite Alessandro Torlonia si prese il titolo di Principe del Fucino e una medaglia d’oro, conferitogli da Vittorio Emanuele II, per il prosciugamento del lago di Fucino, titanica impresa che aveva tentato anche Giulio Cesare, a popolare le terre prosciugate in tanti vennero dalla Romagna.
I Torlonia avevano proprietà in Romagna, il padre di Giovanni Pascoli era amministratore della tenuta La Torre proprietà della famiglia dei principi Torlonia, e qui accadde quel triste evento, ricordato per sempre nella poesia La cavallina storna, il 10 agosto 1867, quando il Pascoli aveva appena undici anni, il padre fu assassinato con una fucilata mentre, sul proprio calesse, tornava a casa da Cesena, l’assassino non fu mai trovato e non si è mai fatta luce su questo delitto.
Infine Mussolini, un romagnolo accanto a un Torlonia che praticamente gli fa un gran regalone, affitto gratuito e si sa che se accetti un regalo poi sei come dire a debito, anche solo psicologicamente.  


immagine: Casino Nobile-Villa Torlonia-Roma

domenica 1 dicembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXVII parte



 Il Casino dei Principi originariamente era un edificio rurale venne restaurato, in stile neorinascimentale, è collegato al Casino Nobile tramite una galleria sotterranea che svolgeva la funzione di sala per i ricevimenti.
L’incredibile Casina delle Civette, all’epoca della costruzione era conosciuta come Capanna Svizzera per via del suo aspetto molto simile a quello di un rifugio alpino, poi prese il nome dalle   civette che sono molto presenti come decorazione nell’edificio.
Col tempo e le aggiunte di torri, torrette e tutta una serie di ghirigori si è trasformata in un contenitore pittoresco e attraente e con un interno da museo, infatti contiene decorazioni, maioliche e vetrate che raffigurano civette, fate, cigni, pavoni ma anche nastri, farfalle e rose, un mondo fatato ma…
Il Casino Nobile ideato da Giuseppe Valadier, ha l’aspetto esterno monumentale e rigoroso, in stile Neoclassico; iI piano terra e il piano nobile svolgevano funzioni di alta rappresentanza con sale a tema e ambienti decorati caratterizzati dal gusto della citazione mitologica e storica, un salone da ballo spettacolare con alte colonne bianche, enormi lampadari e marmi luccicanti, il tutto una profusione di incantevole armonia.  
Il seminterrato e il secondo piano erano dedicati ai servizi e agli alloggi della servitù e dal seminterrato si poteva passare al Casino dei Principi attraverso una galleria sotterranea, ancor oggi presente.
Qui nel Casino Nobile andarono a stare di casa Benito Mussolini e famiglia.
I Torlonia, che abitavano quindi a fianco del duce, sistemarono all’esterno anche un galoppatoio per lui, un orto e un pollaio per Rachele e il parco giochi per i figli per un affitto simbolico di una lira l’anno.
I Torlonia non avevano certo bisogno di soldi, la loro ricchezza arrivata in poco meno di un secolo era tale che furono nominati principi dal re, era tale che nella vecchia Roma, in presenza di agiate ostentazioni, s’usava dire: E che sei Torlonia?  


immagine: Casina delle Civette-Villa Torlonia-Roma

sabato 23 novembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXVI parte


A piedi si avviò verso i Musei di Villa Torlonia, in neanche dieci minuti fu là.
Villa Torlonia è un antico complesso di ville nobiliari in stile Liberty, una delle quali è veramente particolare sembra la casa delle streghe, è infatti chiamata Casina delle civette, che sorge in mezzo a un grande parco, 16 ettari, immerso nel verde con laghetti, obelischi, falsi ruderi: un pittoresco giardino all’inglese con molti sentieri in spazi ristretti passando dalla simmetria a un finto bosco selvatico con ruscelli e cascatelle, fu la residenza di Benito Mussolini, per poi odiernamente essere un parco pubblico.
Betty sarebbe rimasta volentieri ore a gironzolare nel parco osservando le architetture che parevano un crogiuolo di stili, si passava da edifici armonici e biancheggianti del Neoclassico ad altri in stile neogotico fiabesco.
In origine proprietà agricola della Famiglia Pamphilj, alla fine del Settecento venne acquistata dal banchiere Giovanni Torlonia che la elesse a propria residenza attraverso la realizzazione del Casino Nobile e del Casino dei Principi. Il secolo successivo venne arricchita dal Tempio di Saturno imitazione dei templi antichi (ha come suo modello il Tempio di Esculapio di villa Borghese); dalle finte rovine di gusto neo-classico; da una Tribuna con fontana; da un Anfiteatro e altro.
Seguendo il gusto eclettico vennero aggiunti anche la Capanna Svizzera, (Casina delle civette); la Serra Moresca, un tripudio di stucchi, rosoni a stella e vetri policromi che illuminati dal sole incantavano per bellezza; la Torre; la Grotta Moresca e il Campo per tornei; Il Villino Rosso di piccole dimensioni ricco di decorazioni in stile Liberty; le Scuderie; gli obelischi, un omaggio ai genitori del Torlonia, le pietre dei due obelischi furono estratte dalle cave di granito rosa di Baveno, lavorate a Milano e poi trasportate attraverso il Po fino al mare, per essere imbarcate a Venezia per arrivare poi a Fiumicino.


immagine: Serra Moresca-Villa Torlonia-Roma

venerdì 15 novembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXV parte


Il primo viaggio a Roma per Betty era stato a quarant’anni e pensava -se devono passare altri quarant’ann-i, non sapeva che…
Betty sino ad allora aveva avuto una vita tranquilla, con i soliti problemi di tutte le famiglie, aveva un marito e un figlio, quest’ultimo era il suo sole, lei splendeva del suo riflesso e le tante rinunce che aveva fatto non le erano mai parse tali in quanto lui era il suo centro, se stava bene lui anche lei lo stava ma…
Suo figlio, col Progetto Erasmus, un programma che offre la possibilità agli studenti di effettuare un periodo di studio in un’università straniera, aveva conosciuto una ragazza romana e nel giro di pochi mesi avevano deciso di sposarsi.
Betty non si era preoccupata, anche lei si era sposata molto giovane, la vita è una ruota che gira, era meglio sposarsi presto che i figli vanno fatti da giovani, pensava già ai nipotini e alla nuora come una seconda figlia.
La prima volta era stata a Roma in ottobre ed ora dopo pochi mesi fu invitata a Roma per conoscere i consuoceri, Betty era felice Roma le aveva portato fortuna.
Questa volta il viaggio lo fece in auto, era il periodo natalizio, era molto freddo, inusuale per la città eterna; l’incontro coi consuoceri fu caldo e affettuoso, la ragazza deliziosa e bellissima assai amorevole con lei, le premesse erano molto buone, Betty era felice Roma le aveva portato fortuna.
Oltre alle cene e le visite al parentado, Betty fu portata in giro in auto per Roma e vide un po’ tutto dal finestrino, ma Betty si era preparata e sapeva che dall’albergo in via Nomentana, dove era ospite, poteva organizzarsi da sola per visitare i Musei di Villa Torlonia e la Basilica di Sant’Agnese  con le catacombe senza incomodare altri: sembra che i romani la mattina poltriscano un poco, così Betty si era organizzata, nei due giorni che sarebbe stata, una mattina avrebbe visitato i Musei, l’altra la Basilica e il pomeriggio e la sera sarebbe stata coi  futuri parenti acquisiti.



immagine: via Nomentana-Roma

venerdì 8 novembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXIV parte


Finì quasi di corsa la visita ai Musei Capitolini, sicura che non sarebbe arrivata in tempo per le diciassette, prese un autobus al volo che andava verso l’Eur e fece in tempo ad arrivare proprio mentre il gruppo stava salendo sull’autobus per Ravenna, salì e stramazzò su una poltroncina, la stanchezza arrivò improvvisamente lasciandola più morta che viva.
Guardando dal finestrino non riuscì a fare a meno di pensare che la zona dell’EUR era molto bella, bellissimi palazzi, quello della Civiltà Italiana le era parso in grado di rivaleggiare col Colosseo,   tutto le era parso molto ordinato e pulito, tra l’altro ora, dopo aver visto tanto biancore e tanti marmi, stava vedendo dal finestrino un lago artificiale piuttosto grande, pieno di verde, di alberi e di cascatelle, assolutamente delizioso i romani dovevano ben essere grati al duce.
L’EUR infatti è stato iniziato negli anni ‘30, quando Benito Mussolini, per festeggiare il ventennale della marcia fascista su Roma, incaricò una serie di architetti del calibro di Piacentini, Vietti, Pagano, Piccinato e Rossi, di edificare un nuovo quartiere. Nella sua mente avrebbe dovuto essere la Terza Roma: lo stile degli edifici doveva ricordare la maestosità e le linee architettoniche degli edifici monumentali della Roma imperiale. La data finale dei lavori, che avrebbero dotato la capitale d’Italia della sua  piccola Brasilia, (Brasilia, una città tutta nuova che divenne capitale del Brasile nel 1960) era fissata: nel 1942, anno in cui  avrebbe dovuto ospitare l’Esposizione Universale di Roma, da cui deriva l’acronimo EUR,  che non si svolse mai causa la seconda guerra mondiale.

Dopo l’EUR Roma diventava solo periferia e strade su cui i romani correvano come matti, Betty non guardò più dal finestrini e fece tutto il viaggio di ritorno in stato quasi comatoso pensando alle sue impressioni su Roma.
Tutto era stato più bello di quello che si era immaginata, il gran caldo sofferto e il luogo malefico del sepolcro di Romolo profanato dove era stata a lungo appoggiata, prima involontariamente e poi testardamente, la fame e la sete che ora sentiva ferocemente non la impensierivano per niente, era piena, satura della bellezza di Roma, si appisolò felice, non sapendo che Roma per lei sarebbe diventata il suo inferno.


immagine: Palazzo della Civiltà Italiana detto il Colosseo Quadrato

venerdì 1 novembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXIII parte


Dopo la salita sull’ara del cielo, Betty volle  poi salire al Campidoglio, le statue dei Dioscuri, i palazzi uno di fronte all’altro, la statua di Marc’Aurelio in mezzo al pavimento bianco e nero disegnato con della specie di trapezi/cerchio, il tutto sistemato da uno scalpellino di nome Michelangelo, la tramortì di bellezza.
Era la prima domenica di ottobre e come ogni prima domenica del mese i Musei Capitolini erano aperti gratuitamente, Betty rinunciò istantaneamente al cibo e si diresse quasi in trance dentro ad uno dei palazzi, non sapendo nemmeno quale… se il Palazzo Senatorio o quello dei Conservatori o il Palazzo Nuovo.
Betty, pensò che non aveva mai visto niente di più bello, una profusione di statue, buttate là nel biancore come un campo di funghi ognuno più bello dell’altro, la Lupa, il bambino che strozzava l’oca, Amore e Psiche, il Galata morente, la testa della medusa del Bernini, il bambino che si toglieva la spina da un piede, il Marc’Aurelio a cavallo sembrava che con l’indice le intimasse di stare in silenzio, la Venere capitolina immensamente armonica, tutto le si parava davanti agli occhi, che fotografavano, fotografavano stando fissi a pala come la civetta, quando arrivò poi alla terrazza da cui si vedevano i Fori dall’alto, si disse che dopo una veduta del genere niente al mondo poteva essere eguagliato… nessuno al mondo aveva ‘sta roba.



immagine: vista dall'alto sui Fori imperiali

mercoledì 23 ottobre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXII parte


Nella basilica di Santa Maria in Aracoeli  nel 1341 fu laureato poeta Francesco Petrarca; nel 1571 ci furoni i festeggiamenti per la vittoria nella battaglia di Lepanto, qui si svolge, ogni fine d’anno, il Te Deum di ringraziamento del popolo romano.
Durante l’occupazione di Roma, nel 1797, i francesi s’impossessarono del colle, cacciando i frati francescani e riducendo la chiesa a stalla: gran parte delle innumerevoli opere d’arte andarono perse, altre furono ricostruite.
Anche l’opera d’arte più preziosa è sparita: la chiesa era ed è famosa per il Santo Bambino, una scultura in legno del bambin Gesù intagliata nel XV secolo con il legno d’olivo del Giardino dei Getsemani e ricoperta di preziosi ex voto, essendo creduta miracolosa.
Si narra che le labbra del Santo Bambino diventano rosse quando sta per concedere una grazia e bianche quando il caso che a lui si presenta è senza speranza.
La statua fu trafugata a febbraio del 1994, non è stata più ritrovata, al suo posto una copia, che è onorata come se fosse autentica, speriamo che possa ritorni anche se…
Pare che il vero Bambinello sia da un’altra parte: iI due febbraio del 1797 il Santo Bambino sparì, una donna, che voleva avere la miracolosa statua nella sua abitazione, la fece sostituire con una copia perfetta, ma a mezzanotte dello stesso giorno, le campane dell’Aracoeli si misero a suonare e alle porte del convento i francescani trovarono il vero Santo Bambino che fu rimesso al suo posto, mentre la copia fu spaccata in due parti… ma fu veramente così?
Secondo i dati storici la vera statua si trova dal 1520 nella Chiesa di San Giovanni in Giulianello a Cori, quindi nel 1994 sarebbe stata rubata una copia.


immagine: Santo Bambino- AraCoeli a Roma

martedì 15 ottobre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXXI parte


Betty osservava ma ormai aveva la testa e gli occhi pieni, si rammaricava del fatto che sicuramente era passata davanti alla Colonna Traiana e non l’aveva vista, troppe meraviglie in un giorno, nonostante ciò la bellezza dell’Arco di Costantino la riempiva di entusiasmo, ma ormai erano le quattordici e trenta, alle sedici doveva assolutamente prendere un autobus per tornare all’Eur, dove l’aspettava il resto del suo gruppo, tutto il gruppo, perché lei sola se ne era andata, e qualcosa doveva pur mangiare.
Si incamminò verso Piazza Venezia, ma alla vista dell’Aracoeli, volle salire la scalinata, non entrò, non aveva tempo, e poi le interessava il luogo, che le pareva particolarmente suggestivo, secondo  qualche studioso, la chiesa  sorgeva infatti dove si trovava l'antichissimo Auguraculum, il luogo dal quale gli auguri prendevano gli auspici osservando il volo degli uccelli, sì era un luogo magico.
La chiesa fu costruita sulle rovine del Tempio di Giunone Moneta, una leggenda racconta che la chiesa sarebbe sorta là dove Augusto avrebbe avuto la visione di una donna con un bambino in braccio e avrebbe udito una voce che diceva “Questa è l’ara del figlio di Dio”.
Si trattava di Maria, madre di Gesù, come si dice nei Mirabilia ( sono antiche guide di viaggio, che servirono dal Medioevo al Barocco ai pellegrini che si recavano a Roma)… Questa visione avvenne nella camera dell’imperatore Ottaviano, dove ora è la chiesa di S. Maria in Capitolio. Per questa ragione la chiesa di S. Maria fu detta Ara del cielo.

immagine: a destra scalinata dell'AraCoeli a sinistra quella del Campidoglio

martedì 8 ottobre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXX parte


Nel 1933, con l’inaugurazione, durante il regime fascista, della ribattezzata via dei Trionfi,  l’aspetto più spettacolare del restauro del Foro antico riguardò l’apertura di quattro arterie che circondarono la zona archeologica, in questo periodo, purtroppo, più precisamente nel 1936, furono demoliti, per un banale motivo di intralcio al traffico, i resti di un monumento collocato proprio in prossimità dell’arco di Costantino, la Meta Sudans, una grande fontana realizzata sotto l’imperatore Tito e così chiamata perché nella forma ricordava le mete (ossia le pietre piramidali poste alle estremità dei circhi, dove voltavano le quadrighe) e sudante  perché l’acqua stillava come fosse sudore. La leggenda vuole che presso la fontana si recassero i gladiatori, dopo le fatiche del circo, per lavarsi e dissetarsi.
Betty era rimasta stupita di questa strana fontana, aveva per lei qualcosa di strano, le antiche immagini che la ritraggono con la forma piramidale o forse conica inserita in una base a forma rotonda con in cima una pigna le ricordava la Grande Pigna dei Musei vaticani contornata da pavoni, le rammentava un qualcosa di orientale e di simbologia antica, come pure il fatto che sudasse le ricordava la pietra sudante in San Giovanni in Laterano, ovvero la tomba del papa-mago.
Un papa dalle conoscenze orientali e stregonesche: Silvestro II.   
Si dice che tale sepolcro in occasione della morte di un cardinale si inumidisca e che poco prima della morte di un papa stilli acqua come sudore… tutto ciò per Betty svelava un’antica conoscenza misteriosa, sì ma cosa?   


martedì 1 ottobre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXIX parte



620 metri di lunghezza e 120 di larghezza, il Circo Massimo è la più grande struttura per spettacoli costruita dall’uomo, i romani univano il divertimento al sacro, a ben pensarci oggi è uguale si pensi al Natale.
Il Circo Massimo è un antico circo romano, dedicato alle corse di cavalli, è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi della storia della città: nella valle sarebbe avvenuto il mitico episodio del ratto delle Sabine durante una gara di corse di carri.
In mezzo a questa grande piana verde, sorge una torretta, nota anche come Torre del Molino in quanto si ergeva a difesa di un mulino. I mulini che qui sorgevano in epoca medievale, furono abbattuti nel 1943 si salvò solo questa torre in cui abitò Jacopa de’ Normanni, seguace ed amica di San Francesco.  
Betty era a pezzi, quando giunse di nuovo nei pressi del Colosseo, era partita alla mattina alle quattro, in autobus da Ravenna per Roma, dalle nove era in giro per la Roma antica, erano le quattordici, e non si era mai fermata neanche per un caffè e… lo sguardo incrociò l’Arco di Costantino, non si sa da dove, forse dall’entusiasmo, le forze le ritornarono e si mise a circumnavigare il grande e spettacolare Arco.
L’Arco di Costantino fu innalzato sull’antica via Triumphalis, la strada percorsa dai cortei dei trionfatori diretti al Campidoglio, per celebrare la battaglia presso Ponte Milvio del 312 d.C., quando l'imperatore vinse il rivale Massenzio.
Nel complesso l’arco di Costantino, al di là della sua notevole importanza storica, può essere considerato un vero e proprio museo della scultura romana ufficiale, in quanto furono usati anche parti di monumenti più antichi.
Sull’arco sono reimpiegate otto lastre di un unico grande fregio di circa 3 m di altezza con scene di battaglia che raffigura le gesta dell’imperatore Traiano durante le campagne di conquista della Dacia (102-107; otto rilievi circolari dell’epoca dell’imperatore Adriano  con la presenza di Antinoo, il ragazzo amato dall’imperatore; otto rilievi rettangolari (alti più di 3 metri) che raffigurano diversi episodi delle imprese dell’imperatore Marco Aurelio contro i Quadi e i Marcomanni sconfitti nel 175; e poi i fregi e i tondi di epoca costantiniana.


immagine: Arco di Costantino a Roma

lunedì 23 settembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXVIII parte

  
Tra coloro che abitarono al Palatino possiamo ricordare Tiberio Sempronio Gracco, padre dei famosi tribuni, Licinio Crasso, console nel 95, Cicerone, il poeta lirico Catullo, Ortensio Ortalo, famoso oratore, la cui casa fu poi acquistata da Augusto.
Nel Medioevo il Palatino subì le sorti del resto di Roma e tutto decadde a pascolo per armenti, ma nel XVI secolo apparve sul Palatino, una cosa che oggi sarebbe impensabile e punibile dalla legge.  Furono edificati gli Horti Palatini Farnesiorum, i Giardini Farnese. Nel 1542 infatti il cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III, acquistò le rovine della Domus Tiberiana, le riempì di terra e incaricò il Vignola di disegnargli un giardino, Betty che non lo sapeva, si aggirava tra il ninfeo e l’uccelliera dei giardini non capendoci un razzo, comunque alla fine della visita al Palatino fu entusiasta un pizzico in più della visita ai Fori.
Betty cominciava a essere molto stanca, erano ore che si aggirava fra i Fori e il Palatino e ora mentre discendeva di nuovo verso i Fori, l’immensità del Circo Massimo la stupì, arrancando lo volle circumnavigare, poteva sembrare solo un grande spiazzo di erba incolta ma irradiava energia fascinosa… qui un tempo c’era il santuario del Sole e l’ara di Ercole.
Poco lontano situato a fianco della Casa di Augusto, c’erano i resti del tempio dedicato ad Apollo, altro dio che ha che fare col sole, infatti ne guidava il carro.
Ad Apollo era dedicato uno degli edifici più importanti del Palatino, inaugurato nel 28 a.C. con una solenne cerimonia e arricchito con cinquanta statue delle Danaidi, il cui mito ricorda una guerra fra l’Egitto e probabilmente i tirreni, e le statue di Apollo, latona e Artemide che vennero portate direttamente dalla Grecia, nella base della statua di Apollo erano conservato i Libri Sibillini ( erano una raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca, probabilmente appartenenti agli etruschi).
A Roma era festeggiato anche come Apollo Medicus, Apollo il guaritore.
Le Ludi Apollinares erano una delle festività romana tra le più note, dedicate ad Apollo non avevano una data fissa, anche se principalmente si svolgevano in luglio, una leggenda racconta che durante le prime celebrazioni  i romani furono attaccati da genti, ma una nuvola di dardi e frecce cadde sui loro nemici… A Betty nessuno toglieva dalla testa che il Santo protettore di Ravenna e della Romagna, festeggiato il 23 luglio, avesse qualcosa a che fare con Apollo.

immagine: Apollo palatino

domenica 15 settembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXVII parte


Le Palilia, le feste in onore della dea Pale, probabilmente erano simili alle Antesterie o alle celebrazioni dei Cabiri o ai Misteri di Samotracia, a dimostrazione dell’importanza della dea, le Palilia si tenevano il 21 aprile, giorno considerato di fondazione per Roma.    
Non si sa bene chi fosse Pale, aveva come attributi il pastorale, il bastone che poi divenne dei vescovi, a volte anche lo scettro e le corna dell’ariete, coi romani la dea prese anche sembianze maschili e fu assimilata a Priapo, il dio col pene spropositato e sempre eretto, ciò rende Pale una divinità risalente alle dee del matriarcato, quando l’umanità non conosceva ancora il ruolo dell’uomo nella riproduzione della specie e la donna era il Divino perché da sola o con l’aiuto di un Dio metteva al mondo un essere nuovo.
Sempre sul Palatino, il colle della dea Pale, un’altra festa importante era quella dei Lupercalia, collegata al mito della città, la lupa, un rito veramente arcaico, dove i luperci, ossia i sacerdoti-lupi vestiti di pelli caprine, facevano il giro della collina, frustando quanti venivano loro a tiro, specialmente le donne: era questo un rito di purificazione e di fecondità, forse questo era un rito che ricordava l’inizio del patriarcato e la sottomissione all’uomo delle donne.

immagine: Priapo affresco ritrovato a Pompei

domenica 8 settembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXVI parte


Il livore di Enea per la morte di Pallante è simile all’ira di Achille per la morte di Patroclo, lo scontro fra Turno ed Enea si può appaiare a quello fra Achille ed Ettore, con la differenza che la vittoria va ai troiani, pare quasi che i troiani/etruschi tornino nella loro patria, sconfitti dai greci e debbano combattere con i greci colonizzatori o il loro stessi progenitori, che non vogliono spartire i terreni,  alla fine però  i troiani risulteranno vincenti alla grande in quanto i discendenti di Enea conquisteranno tutta la Grecia e tante altre terre.
Un discorso a parte merita Pallante, la cui importanza si può legare alla antica dea Pale e a Pallade l’amica del cuore di Atena, i nomi e la mitologia sono troppo simili per non celare qualcosa.
Pallade, nella mitologia greca, era la compagna di giochi di Atena, che fu uccisa accidentalmente da Atena durante un combattimento di allenamento, in segno di lutto, Atena aggiunse il nome di Pallade al proprio e fece costruire un’immagine della compianta amica Pallade che pose   sull’Olimpo… il famoso Palladio che era conservato a Troia.
Secondo la leggenda, durante la guerra di Troia, gli achei seppero da Eleno, figlio di Priamo, che la città non sarebbe stata conquistata fin tanto che il Palladio si trovasse in città. Ulisse e Diomede si travestirono allora da mendicanti ed entrarono a Troia e presero il Palladio: questa avventura viene menzionata come una delle cause della sconfitta troiana.
La tradizione latina vuole che Diomede restituisse il Palladio, che poi tramite Enea giunse a Roma dove fu custodito con grandi onori, in seguito si narra che venne trasferito da Roma a Costantinopoli da Costantino.
Altri Palladio esistevano, quello di Atene, ma famoso fu anche quello di Napoli, chi aveva l’originale?Il termine Palladio poteva avere origine dal palta, con significato di cosa caduta dal cielo. I palta dovevano essere sempre esposti alla volta celeste: così a Roma il dio Termine, divinità arcaica che sovrintendeva alle pietre e ai confini stava sotto un’apertura del tetto nel tempio di Giove, e un’identica apertura era stata praticata nel tempio di Zeus a Troia… ora si capisce meglio il senso di quell’ovulo magico che è l’apertura del Pantheon.
Interessante un parallelo fra i palta e le pietre venute dal cielo …  meteoriti divinizzate?
Betty invece trovava che nei miti si riproponeva un qualcosa di ormai lontano nel tempo, un evento eccezionale, che pareva narrare di una divinità scesa dal cielo, forse un’aliena o forse una dea, uccisa per sbaglio in modo accidentale da un amico terrestre, oppure che se ne va con la sua astronave, comunque torna in Cielo, l’amico terrestre sconsolato crea simulacri che vengono onorati… ricorda un poco anche la venuta di Cristo.
Comunque, per estensione con il termine Palladio si iniziò a indicare statue o altri oggetti o edifici, la cui presenza faceva da amuleto nella protezione della città.   



immagine: Pallade Atena e il centauro di sandro Botticelli

domenica 1 settembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXV parte


Nell’Eneide e in altre fonti si narra di come sul Palatino vivessero greci immigrati dall’Arcadia, comandati da Evandro e suo figlio Pallante: vennero in contatto con questi arcadi Ercole e poi Enea. Gli arcadi provenienti da Argo e guidati da Pallante arrivarono sulle coste tirreniche del Lazio, seconda popolazione proveniente dalla grecia dopo i pelasgi e fondarono la città di Pallante sul Palatino.
Questi arcadi forse non erano altro che i tirreni chiamati anche pelasgi o etruschi che partiti dall’Italia, colonizzarono la Grecia e poi ritornarono quando Troia fu sconfitta ed iniziarono poi le guerre fra i greci.
Interessante quindi ricordare il mito riferito a Pallante che può aver a che fare con la dea Pale e il Palatino.
Pallante ebbe un ruolo rilevante nell’ultima parte dell’Eneide come alleato di Enea e perché fu un alleato di un popolo venuto da fuori e straniero?
Questi arcadi  di Pallante e i troiani di Enea erano della stessa stirpe: tirreni o pelasgi o etruschi che sono sempre lo stesso popolo.
L’importanza di Pallante risiede nel fatto che il giovane eroe è il primo in terra italiana a morire a favore di Enea e dei suoi, destinati a essere i progenitori di Roma.
La guerra fra gli italici e i troiani è molto sanguinosa e Pallante fa strage tra i giovani guerrieri italici ma poi viene affrontato e ucciso da Turno che si appropria del suo balteo, una specie di cintura con tutta la simbologia e l’importanza che detiene, si pensi allo slacciare odierno dei cinturoni da parte dei soldati odierni. Enea fa strage fra gli italici per vendicare Pallante.Per evitare ulteriori vittime si decide che la sfida fra Enea e Turno si risolva in un combattimento tra di loro, Enea   uccide Turno.
Dante scrive: “Vedi quanta virtù l’ha fatto degno / Di riverenzia; e cominciò dall’ora, / Che Pallante morì per dargli il regno” (Paradiso, VI).
Nell’ Ode al corbezzolo, Giovanni Pascoli non solo vide Pallante come il primo morto per la causa nazionale italiana, ma anche vide nel corbezzolo sui cui rami fu adagiato il corpo del’eroe arcade una prefigurazione del tricolore, con il verde delle foglie, il bianco dei fiori, il rosso delle bacche. (it.wikipedia.org/wiki/Evandro_Pallante)


immagine: Enea uccide Turno di Luca Giordano

venerdì 23 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXIV parte


Betty aggirò l’arco di Tito e iniziò la salita, sbuffando per il caldo; trovò il colle del Palatino un paesaggio idilliaco, credeva di aver esaurito la vista del Foro come massimo splendore, invece il colle del Palatino era altrettanto meraviglioso, immerso nella natura e con gli incredibili resti delle domus imperiali.
L’evento principale per la storia del colle fu il fatto che Augusto, che qui era nato, lo scelse come residenza, da allora divenne logico per gli altri imperatori risiedere sul Palatino, tanto che il termine Palatium divenne sinonimo di palazzo.
Tra l’anno 375 e il 379 d.C. le spoglie mortali di San Cesareo, da notare il nome, diacono e martire di Terracina furono traslate, sul Palatino nella Domus di Augusto, notate il luogo, fu il segno palese della consacrazione cristiana del palazzo e di tutto il colle, ora Roma era della Chiesa.
Il Palatino, è uno dei mitici sette colli di Roma insieme al Quirinale, Viminale, Campidoglio, Aventino, Celio ed Esquilino; secondo la leggenda, Romolo e Remo furono allevati da una lupa in una caverna alle pendici del Palatino al confine col foro, e sempre qui avvenne la fondazione della città stessa ad opera di Romolo, la cui abitazione è identificata in una capanna denominata Casa Romuli.  
Il termine Palatium forse deriva dalla dea Pale, una dea molto antica, a volte scambiata con Minerva, a volte associata ai celti, probabilmente una dea legata anche agli etruschi e forse ancora prima ai tirreni, in quanto questa dea aveva a che fare coi culti della natura, dell’acqua, del verde e del fuoco e anche con la guerra, univa lo sviluppo dell’agricoltura alla sua difesa.


immagine: Palatino- Roma

giovedì 15 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXIII parte


Jafet è tradizionalmente visto come l’antenato degli europei, e anche di alcuni paesi più orientali:   japetiti  è stato usato come sinonimo di Caucasici. La tribù di Jafet ha probabilmente sviluppato le proprie caratteristiche razziali distintive nel Caucaso, dove si trova il Monte Ararat da cui derivano  le popolazioni preistoriche accomunate dall’uso linguistico della lingua indoeuropea.
Dopo il Diluvio, la bibbia, narra della scoperta del vino.
Noè si ubriaca, non conoscendo gli effetti del vino, viene visto da Cam mentre è stordito e nudo.
Cam invece di aiutarlo e coprirlo lo irride, sono i suoi fratelli Sem e Jafet a coprirne il corpo con un mantello senza guardarne la nudità. Per questo Cam ebbe una maledizione dal padre mentre i fratelli per il loro gesto di premura ricevettero una benedizione… Faccia ampio il Signore verso Jafet, ed egli abiti nelle tende di Sem e Canaan sia il suo servo.
Il testo, non è chiarissimo, ampio, essere spazioso può essere riferito sia alla generosità del Signore, sia alla benedizione per un’ampia discendenza, oppure riferirsi agli europei che col futuro cristianesimo discendono e stanno con l’iniziale religione ebraica, la seconda parte, invece, riferita alla maledizione della schiavitù per Canaan, gli esegeti hanno voluto vedere la futura conquista delle terre dei cananei, o anche la sfortuna del popolo nero e la sua schiavitù.
Se per la discendenza dei figli le cose sono un po’ ingarbugliate per Jafet, vi è una tradizione nell’ebraismo secondo cui alla discendenza di Jafet corrispondono i greci e il resto degli europei, le cui caratteristiche corrispondono all’accostamento del significato della radice del nome Jafet con quello di bellezza; vi sono inoltre discendenti di Jafet con capelli di colore nero, rosso biondi, ecc.
-Come fare per sapere le verità di millenni fa quando non si conosce neanche quella attuale?-
Betty, era a Roma, seduta sul Lapis niger, rimuginando sulla tomba di Romolo era partita per un viaggio mentale che non finiva più, improvvisamente sbottò a voce alta -ma cosa sto a fare sotto il sole ad arzigogolare su quello che è successo dopo il Diluvio universale, ho proprio qualche rotella fuori posto-  
Betty si mise il cuore in pace e decise di proseguire la sua visita andando al Palatino.


immagine: Ebrezza di Noè di Michelangelo

giovedì 8 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXII parte


Nella loro lingua, gli etruschi, si chiamavano “rasenna o rasna”, il cui significato è l'essere rasati.
Rasenna, con significato di “diversi”, particolarità già riconosciuta dagli antichi.
Il termine rasnia o rasenna, di cui non si conosce la pronuncia può avvicinarsi al termine “rassiani” col quale si indicano oggi gli abitanti della Russia. In lingua russa esiste un termine “rasnia” con significato di “diversi”. Non risulta che ci fosse, prima di Cristo, una terra chiamata Russia. I Vichinghi, IX secolo, che con le loro lunghe navi, colonizzarono le coste e i fiumi in tutto il mondo allora conosciuto, come la Grecia, la Persia, Costantinopoli, Gerusalemme, l’Italia, Londra, l’Inghilterra e la Russia a cui hanno dato il nome.
Nel Baltico i Vichinghi erano chiamati rops, termine norreno che significa rematori, che passò alle lingue slave come rus. Il termine rhos è usato anche nelle fonti greche e bizantine, deriva dal norreno antico var, che ha significato di fratellanza.
E’ possibile che ci sia un collegamento tra Russi, cittadina che si trova vicino a Ravenna, toponimo tanto simile a Rasenna, tramite gli etruschi e successivamente coi vichinghi?


giovedì 1 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXI parte


Altre tradizioni ritengono Tubal, che è figlio di Jafet (a volte confuso con Tubal-cain figlio di Lamech, una figura di prima del diluvio) essere il fondatore di Ravenna, - oddio la mia città!-
Betty si elettrizzò tutta quanta, infatti era una appassionata della ricerca del graal e le piaceva indagare sul mistero di Rennes le Chateau, in quanto riteneva ci fosse un legame con Ravenna.
Ora scopriva Tubal, figlio di Jafet fondatore di Ravenna e di Toledo (altro luogo legato a Rennes) e molti altri luoghi in Spagna. Tubal fu la prima persona ad insediarsi in Iberia e sui Pirenei (dove si trova Rennes) gli iberici discendevano da lui, col termine di celtiberi.
Betty pensò che il mistero di Rennes veniva da molto più lontano di quello che credeva, un’ipotesi del mistero si fonda su una tomba d’Arcadia e sulla presunta stirpe di Gesù e della Maddalena e della discendenza dal loro sangue reale, ora invece si  poteva anche pensare che il mistero provenisse dall’antica tomba profanata di Romolo e ancora più indietro alle tombe profanate dei faraoni, ai sepolcri vuoti delle piramidi, al sepolcro vuoto di Cristo, sembrava che ogni tanto qualche Divinità scendesse in terra e si facesse uomo… il segreto tanto cercato, la linea di sangue misteriosa e salvifica per l’umanità dove si celava?
Jafet ebbe sette figli, Gomer la cui discendenza è legata agli sciti e alla regione del Caucaso e ai popoli turchi.
Rifat  fu progenitore dei celti.
Magog, viene citato come l’antenato dei goti, dei finlandesi, degli unni e degli slavi.
Madai, è collegato ai medi dell’Iran nordoccidentale.
Javan, si dice sia collegato agli ioni, una delle tribù greche originali, il cui figlio Rodanim  è legato  all’isola egea di Rodi, Kittim discendente sempre di Javan è connesso con Kition nell’antica Cipro.
Elisa la cui somiglianza con il termine elleno, fa pensare ai  vari popoli egei e del Peloponneso, il cui figlio Tarsis, viene connesso con Tarso in Anatolia, o Tartesso nella Spagna meridionale.
Tubal, è collegato a Tabal, un regno neo-ittita situato in Anatolia centro-meridionale e agli Iberici del Caucaso sia a quelli della penisola iberica (Spagna e Portogallo moderni). A volte viene anche considerato il progenitore degli illiri e degli italici. Nel Libro dei Giubilei gli furono assegnate le tre lingue d’Europa.
Tiras, questo nome viene usualmente collegato con quello dei traci, e associato con alcuni dei popoli del mare, come i Tyrsenoi, nome che rimanda ai tirreni.
Meshech, è associato ai frigi, ed è considerato l’eponimo della tribù dei moschi dell’Anatolia. I moschi sono a volte considerati gli  antenati dei georgiani, ma furono anche connessi con i popoli del mare che navigavano sul mare mediterraneo.
-Gulp!- Betty è stupita, i moschi hanno qualcosa a che fare con Mosca e con il popolo russo se poi vengono collegati coi popoli del mare, che pare proprio fossero i tirreni, cioè gli etruschi…
È possibile che gli etruschi fossero originari della Russia?

immagine: Et in Arcadia ego di Nicolas Poussin

martedì 23 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XX parte


Stabilito che i tirreni, i pelasgi e gli etruschi sono gli stessi, che popolarono anticamente la Grecia, ricordati dai loro miti più importanti, per poi ritornare in Italia, dopo la caduta di Troia e successivamente fondando le cosiddette colonie greche: “Si deve quindi immaginare, dal 4 millennio a.C., mille anni prima che arrivassero i popoli indoeuropei, una civiltà dominante. Ha enormi capacità tecniche, e un po’ alla volta si impone in tutta l’area del Mediterraneo sino a formare il regno dei tirreni.
Mario Guarnacci racconta in Memorie italiche che l’origine dei tirreni ebbe inizio dopo il diluvio universale, da Jafet, anticamente anche italianizzato come Giapeto, uno dei figli di Noè, che colonizzò l’Italia… abbiamo antica origine ebrea?
I figli di Giapeto sono stati talvolta considerati, nella mitologia greca, come gli antenati del genere umano e da tale nome deriva il dio Giano dei romani.
I figli di Noè, Cam, Sem e Jafet divisero la razza umana in tre grandi stirpi: camiti per i nord africani, semiti per i mediorientali, Jafetiti o giapetiti per gli europei.
Nel testo biblico si narra che i popoli nati dai discendenti di Jafet abitavano le terre poste a settentrione e a occidente di Israele, nel mar Egeo e nella penisola Anatolica (popoli chiamati ittiti, keta o kittim nella Bibbia), arrivando a comprendere anche i cretesi e più in generale il popolo greco.
La compilazione rabbinica medievale Josippon (una cronaca della storia ebraica da Adamo fino all’età di Tito che si ritiene sia stata scritta da Josippon o Giuseppe Flavio o forse da un ebreo medievale italiano chiamato Yosef Ben Gurion), contiene un resoconto dettagliato sui Kittim. Mentre i popoli si espandono, narra Josippon, i Kittim si accamparono in Campania e costruirono una città chiamata Posomanga, mentre i discendenti di Tubal, figlio di Jasef, si accamparono nella vicina Toscana e costruirono Sabino, con il fiume Tevere come loro frontiera. Tuttavia, presto andarono in guerra e fu perpetrato lo stupro delle Sabine da parte dei Kittim. Questa guerra fu conclusa quando i Kittim mostrarono ai discendenti di Tubal la loro progenie reciproca.
Poi costruirono città chiamate Porto, Albano e Aresa.
Successivamente, il loro territorio fu occupato da Agnias, re di Cartagine, ma i Kittim finiscono col nominare Zepho, figlio di Elifaz e nipote di Esaù, come loro re, col titolo di Janus Saturnus .
Questi Kittim hanno la medesima mitologia di Roma, evidente che si tenta la rifondazione di un impero, un po’ come è accaduto molto più tardi col sacro romano impero che mutuava quello di Roma, che aveva mutuato quello dei Kittim o meglio dire dei tirreni.



lunedì 15 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XIX parte


Mumble, mumble, Betty era contenta tutto combaciava gli etruschi/pelasgi/tirreni provenivano dall’Italia che è l’Enotria la terra del vino, colonizzarono la Grecia: Omero ci racconta che si erano posizionati a Creta e che erano alleati di Troia, tutto torna Creta aveva come figura centrale il toro, che rimanda ai Misteri dei Cabiri e di Samotracia e alla caduta di Troia, Enea torna in Italia, nella terra dei suoi antenati… ci sono tanti altri legami.    
I Dioscuri, importanti per i pelasgi sono gli antichi protettori di Roma e il Volcanale l’antichissimo santuario dedicato al dio Vulcano (Efesto) costruito sulla tomba profanata di Romolo ricorda  sempre i Cabiri; Tagete, che i Greci identificavano con Ermes il Dio, con il membro sempre eretto era un dio etrusco molto importante, e si conosce quanto la virilità fosse importante per i romani e guarda caso Ermes fu il primo dei grandi dei del culto dei Misteri di Samotracia; sono proprio i Grandi Dei di Samotracia che diranno ad Enea di essere ricondotti a Corito (Cortona) insieme ai reduci troiani. I troiani che erano di discendenza etrusca ovvero tirrena ovvero pelasgica dopo la caduta della loro città Troia ritornano a Corito (Cortona) ritornano in Italia, altre fonti narrano che andarono a Corneto cioè l’antica Tarquinia.
Cortona vanta la fondazione di Dardano, figlio di Giove (per un’altra tradizione figlio di Atlante quindi di un titano) e di Elettra, che fu fondatore anche di Troia. Dardano sarebbe nato a Cortona, secondo quello che scrive Virgilio nell’Eneide e di là si sarebbe recato verso l’Asia.
Dice un proverbio, seguendo la leggenda: “Cortona, mamma di Troia e nonna di Roma”.
Si dice che Dardano combatteva sopra un colle che sovrasta la Val di Chiana e fu colpito da una lancia che gli portò via l’elmo, che non fu possibile ritrovare. Interrogato un indovino, disse che la Madre Terra aveva chiuso l’elmo nel suo seno, poiché voleva che là dov’era stato perduto, sorgesse una città turrita, la quale sarebbe stata impenetrabile e forte come l’elmo di Dardano. Allora l’eroe costruì le mura della nuova città, che ebbe il suo centro proprio là dove aveva perduto l’elmo. La città ebbe nome “Corito”, elmo, da cui è derivato poi il nome di Cortona. (www.cortonamia.com/storia-di-cortona)


immagine: santuario Grandi Dei a Samotracia

lunedì 8 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XVIII parte


Tirreni, etruschi, pelasgi sono lo stesso popolo.
Omero nell’Iliade ci dice che pelasgi sono tra gli alleati di Troia, mentre nell’Odissea li posiziona come abitanti dell’isola di Creta, sappiamo che ebbero una capitale a Lemno, Guarnacci li posiziona anche in Arcadia e ad Argo e questi luoghi sono importantissimi e centrali nella mitologia greca.
I pelasgi che erano venuti a convivere con gli ateniesi, andarono poi ad abitare a Samotracia in cui lasciarono i criptici Misteri di Samotracia che si occupano della vita reale che vince sulla morte reale, celebrano la salvezza in mare, la sopravvivenza dei marinai anche nelle battaglie navali: la vittoria sulla morte e nei mari: Erodoto riteneva che questi dei corrispondessero ai Cabiri.
Il culto misterico degli dei Cabiri è attestato principalmente a Tebe e sull’isola di Lemno, gli abitanti di Lemno venivano appellati dai greci come tirreni, e quindi identificati come etruschi o pelasgi.  
Il culto degli dei Cabiri: è riferito ai Cabiri/Titani , a Prometeo e all’invenzione del fuoco e all’arte di lavorare il ferro, rivolto alle corporazioni di fabbri, il Cabiro più importante forse era Efesto, che brutto e storpio fu gettato sulla terra dalla madre Era… proprio nell’isola di Lemno.
i Cabiri  erano chiamati anche Grandi Dei, poco si sa di loro, forse erano i Giganti, forse Efesto o i suoi figli, tra di loro anche i Dioscuri, sono state, infatti rinvenute immagini con giovani che indossano il loro tipico copricapo: il pilos, il berretto frigio che è un copricapo rosso conico con la punta ripiegata in avanti, diventato simbolo dei dogi, successivamente adottato dai rivoluzionari francesi e indossato da Mazapegul il folletto romagnolo, d’altronde i romagnoli sono assai focosi e fra le loro file son sempre nati dei galletti anarchici e rivoluzionari… Vulcano o Efesto deve avere una casa per le vacanze in Romagna.
Scommetto che avete tirato un sospirone e pensato: “Ma che razzate scrive”.
Vulcano lo sanno tutti si chiama così perché tiene casa dentro ai vulcani, - embè non sapete che Monte Busca, che si trova in Romagna vi è il vulcano più piccolo del mondo?-
La festa dedicata ai  Cabiri consisteva nel sacrificio di un toro e nelle libagioni e bevute di vino per mezzo di vasi e tazze in ceramica, con immagini grottesche che richiamano le Antesterie, poi frantumate. Le Antesterie erano delle feste celebrate in onore di Dioniso, che avevano a che fare direttamente col piacere del vino e con il fiorire primaverile, quando tutta la natura si risveglia, non a caso per antonomasia, la primavera è la stagione degli amori e delle passioni.


immagine: Vulcano di Monte Busca

lunedì 1 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XVII parte


Betty, dopo aver cercato su Google sui tirreni, le si illuminò il cervello, ricordò un libro che aveva letto tanto tempo prima: Origini italiche di Mario Guarnacci del 1780, un valente letterato, archeologo e numismatico che donò al Comune di Volterra la sua collezione etrusca e la sua biblioteca e che l’aveva convinta con le sue tesi, anche se allora le sembravano strane.
Guarnacci sosteneva che i tirreni erano i pelasgi.
Con il nome pelasgi, i greci dell’età classica indicavano le popolazioni preelleniche della Grecia, generalmente considerate autoctone, i greci chiamavano così i loro progenitori ma non sapevano dire con esattezza da dove provenivano, forse da Argo o dall’Arcadia… questi pelasgi erano abili navigatori e spesso messi in relazione coi tirreni.
Guarnacci sostiene che i tirreni furono i primi abitanti dell’Italia, che per mare colonizzarono la Grecia per poi ritornare indietro allo scoppio delle guerre panaelleniche, cioè le guerre scoppiate fra i greci probabilmente per la corsa alla colonizzazione, la prima fu, guarda caso, tra calcidesi ed eretriesi, con il resto della Grecia che si divise per allearsi con gli uni o con gli altri, tutto ciò accadeva nell’VIII a. C. secolo il periodo in cui si iniziò a formare la Magna Grecia   
Secondo Guarnacci, i tirreni dall’Italia colonizzarono la Grecia diventando col tempo greci, venendo chiamati pelasgi e con tale nome fondarono la cosiddetta Magna Grecia… chissà forse l’appellativo Magna, significava il ritorno e non un nuovo arrivo, altrimenti non avrebbe senso chiamare Grande Grecia delle colonie.


immagine: Cava dei tirreni

domenica 23 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XVI parte


I Calcidesi fondarono numerose colonie nel Mar Mediterraneo soprattutto in Italia e in Sicilia, stringendo intensi legami commerciali e culturali con gli etruschi.
Gli Etruschi usavano come alfabeto quello calcidese.
-Mumble mumble, chi erano gli etruschi?-
I tirreni, questo termine era usato dai greci per riferirsi a popoli che erano diversi da loro e con tale nome chiamavano gli etruschi.
Gli etruschi, quindi non erano greci, vennero in Italia dalla zona greca, erano chiamati tirreni.
Chi erano i tirreni?
Erano maestri nel trattare i metalli, abili nel navigare, esperti nel lavoro dei campi che avevano imparato ad irrigare. La loro capitale, 3500 anni prima di Cristo, era su una collina dell’Isola di Lemno e la loro civiltà in tremila anni arrivò a coprire quasi per intero l’area Mediterranea. Così che numerose civiltà, a cominciare da quella etrusca, vanno ricollegate alla loro. Furono i tirreni a diffondere dall’Anatolia all’ Iberia i substrati di una lingua, di una tecnica mineraria ed agricola comune, in molti casi la scrittura. Tanto che non ha più senso domandarsi se gli etruschi vennero da chissà dove o piuttosto furono indigeni dell’Italia centrale. Semplicemente, la loro cultura arrivò dai tirreni. Così come accadde per i filistei, o per gli eteocretesi, in parte per i sardi. Si deve quindi immaginare, dal 4 millennio a.C., mille anni prima che arrivassero i popoli indoeuropei, una civiltà dominante. Ha enormi capacità tecniche, e un p’ alla volta si impone in tutta l’area del Mediterraneo sino a formare il regno dei tirreni. ( http://www.toskana-art.it/depalma/Tirreni.htm)



immagine: terracotta con alfabeto calcidese

sabato 15 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XV parte


Betty si era appoggiata ad un recinto, ma ora voleva di nuovo incamminarsi per raggiungere il Palatino, poi si rese conto che si era addossata allo steccato del Lapis niger- proprio su questo mi dovevo accostare, che porta iella! - 
 Lapis niger, il nome deriva dal fatto che anticamente il luogo era stato coperto da lastre di marmo “nero”, con risvolti sinistri legati alla tomba profanata di Romolo.
Si trova nella zona più antica del Foro, forse facente parte del Volcanale un antichissimo santuario dedicato al dio Vulcano.   
Nel 1899, fu rinvenuto un grosso pezzo di pavimentazione in marmo nero, tra cui un altare, un tronco di colonna e un cippo con un’iscrizione in latino arcaico e bustrofedica, ovvero una scrittura antica, in cui la direzione cambia da riga a riga, cioè da sinistra a destra, poi da destra a sinistra, e così via, come i buoi che arano.
Bustrofedico, infatti, deriva dal greco e contiene due termini: bue e girare.
Si tratta dell’iscrizione monumentale latina più antica mai rinvenuta e il luogo del ritrovamento era quasi certamente sacro, perché l’iscrizione minacciava i violatori di terribili punizioni, quali la consacrazione alle divinità infere, che equivaleva a una condanna a morte… Chi violerà questo luogo sia maledetto.
I caratteri sono molto antichi, vicini a quelli dell’alfabeto greco calcidese, da cui deriva quello latino.    
Dionigi di Alicarnasso, uno scrittore greco vissuto nell’età di Augusto, aveva scritto che nel Volcanale vi era una statua di Romolo con accanto un’iscrizione in caratteri greci.
Dionigi, quindi, potrebbe aver visto una copia del cippo e la statua di Romolo, sistemati nel Volcanale dopo il seppellimento del santuario più antico.   
Stando ad Orazio, i Galli invasori, penetrati in Roma nel 390 a. C., avrebbero disperso le ossa di Quirino, altro nome di Romolo, profanandone la tomba.  
Nell’antichità una leggenda raccontava che qui era sepolto Romolo e che l’area venne sepolta e recinta nella tarda età repubblicana, coperta da un pavimento di marmo nero e considerata un  “luogo funesto”, a causa della profanazione della sepoltura da parte dei galli.
Betty non l’aveva profanata, ma proprio qui doveva appoggiarsi, con un sospiro scrollò le spalle - ora mi godo la bellezza senza tante paturnie, che la iella non esiste, se fosse un po’ meno caldo però… - e intanto la mente andava alla scrittura bustrofedica dell’alfabeto greco calcidese, da cui derivava il latino, calcidese le ricordava un qualcosa sugli etruschi, ma cosa?
Betty era testarda come un mulo e curiosa come una scimmia, iella o non iella, lei sarebbe stata appoggiata al Lapis niger, sino a quando non avesse fatto luce sull’arcano, prese il cellulare e cominciò a digitare su santo Google.


immagine: Lapis niger

sabato 8 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XIV parte


Il fico è l’albero sacro più importante per Roma, perché sotto un albero di fico (ficus ruminalis), fu ritrovata la cesta che conteneva i gemelli Romolo e Remo, figli del dio Marte e della vestale Rea Silvia, sotto al fico i gemelli furono allattati dalla lupa, emblema della città eterna, anche se prima della lupa il simbolo di Roma era un leone che azzannava un cervo ma ormai non lo ricorda più nessuno: Roma è la lupa, anche se la sua raffigurazione è un’opera d’arte degli odiati etruschi.
Le fonti antiche collocano il fico alle pendici del Palatino, nei pressi della “grotta del Lupercale”  che fu oggetto di venerazione per diversi secoli.
La leggenda narra che quando l’antico fico era ormai secco e deperito, un altro germogliò spontaneamente.
La pianta era ritenuta bene augurale e dal suo stato di salute si traevano auspici per la città.
Si riteneva infatti che se si fosse seccata Roma sarebbe caduta in disgrazia, come capitò dopo il regno di Nerone, quando il fico morì testimoniando con la sua scomparsa che la libertà di Roma era perduta… il fico era morto troppo presto che Roma dopo Nerone durò ancora per qualche centinaio d’anni.
L’ulivo era molto amato dai romani, sia per l’apprezzato olio, ma anche come pianta cara a Minerva, dea che faceva parte della Triade capitolina, i rametti d’ulivo intrecciati a quelli d’alloro servivano per creare le corone per le persone importanti.
La vite: Roma è sorta sulla terra di Enotria, che significa terra del vino e ancora oggi, in queste zone se ne beve del buono.
I romani amavano tanto il vino da inventare il bacio: in epoca repubblicana gli uomini potevano esercitare sulle loro donne lo “ius osculi”, il diritto del bacio, per verificare che non avessero bevuto del vino di nascosto.
Berlo equivaleva a compiere adulterio poiché si credeva che il vino liberasse i freni inibitori, iniziasse al piacere e fosse un potente abortivo… qualcosa di vero c’è, se un po’ allegre di vino le donne cedono più facilmente ma non solo loro!

immagine: vite, fico, ulivo al Foro romano

sabato 1 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XIII parte



Questo romanzo doveva descrivere le vacanze romane di Betty, ma qua si scrive di tutto tranne che di quello che si deve scrivere.
Betty era arrivata a quarant’anni senza aver visto Roma e se la sognava pure di notte.
Causa impedimenti improvvisi, causa mancanza di ferie, causa mancanza di soldi, causa, causa e causa Betty non era mai riuscita ad andare a Roma… ormai pensava che non sarebbe mai riuscita  a vederla.
Finché capitò l’occasione: un viaggio gratuito per visitare una Fiera all’Eur, un solo giorno, di domenica, una domenica in cui era libera, Betty aveva come giorni di riposo solo due domeniche al mese e nessun altro giorno, lei lavorava in proprio e non poteva permettersi di non andare al lavoro perché poi sarebbero mancati i soldi per tirare avanti.
Betty prese la palla al balzo, andò col viaggio gratuito ma non entrò alla Fiera, dall’Eur prese il primo autobus per Piazza Venezia, sapeva già dove andare, a casa si era scervellata per scegliere una meta, alla fine aveva scelto i Fori imperiali.
Quando apparve la piana assolata con i resti della grande Roma restò ammaliata, pensava di non aver sorprese, avendo visto centinaia di volte su You Tube o nei libri d’arte la Roma imperiale, invece guardarli dal vero quasi le pareva impossibile credere a quello che vedeva e il Colosseo che aveva visto centinaia di volte, visto dal vero sembrava un’astronave aliena planata in mezzo al caos romano.
Betty girava con il naso per aria, camminando fra i maestosi resti, incapace di riconoscere il Foro di Cesare da quello di Augusto o da quello di Traiano, smarrita, quasi intimorita, nonostante a casa si fosse ben studiata la planimetria dell’area archeologica, non riconosceva nulla, tranne i mercati traianei, l’arco di Settimio Severo, quello di Costantino, la Basilica Giulia davanti alle tre colonne del Tempio dei Dioscuri e il colle Palatino.
Si fermò, era accaldata al massimo, era la prima domenica d’ottobre, la nebbia si era sollevata e un sole cocente infiammava tutta la zona, Betty presa dall’entusiasmo non si era accorta che era fradicia di sudore, ma non si perse d’animo: era determinata a proseguire la visita, si arrotolò i pantaloni sino a farli diventare corti, si tolse la maglietta, restando in canottiera, si legò i capelli con un cordoncino trovato in borsa e si appoggiò a una sorta di recinto cercando di individuare l’area verde: sapeva che nel Foro romano c’era un luogo dove ancora oggi crescono le tre piante care agli antichi romani, dove oggi come allora, crescono  un fico, un ulivo e una vite.


immagine: Colosseo