domenica 15 settembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXVII parte


Le Palilia, le feste in onore della dea Pale, probabilmente erano simili alle Antesterie o alle celebrazioni dei Cabiri o ai Misteri di Samotracia, a dimostrazione dell’importanza della dea, le Palilia si tenevano il 21 aprile, giorno considerato di fondazione per Roma.    
Non si sa bene chi fosse Pale, aveva come attributi il pastorale, il bastone che poi divenne dei vescovi, a volte anche lo scettro e le corna dell’ariete, coi romani la dea prese anche sembianze maschili e fu assimilata a Priapo, il dio col pene spropositato e sempre eretto, ciò rende Pale una divinità risalente alle dee del matriarcato, quando l’umanità non conosceva ancora il ruolo dell’uomo nella riproduzione della specie e la donna era il Divino perché da sola o con l’aiuto di un Dio metteva al mondo un essere nuovo.
Sempre sul Palatino, il colle della dea Pale, un’altra festa importante era quella dei Lupercalia, collegata al mito della città, la lupa, un rito veramente arcaico, dove i luperci, ossia i sacerdoti-lupi vestiti di pelli caprine, facevano il giro della collina, frustando quanti venivano loro a tiro, specialmente le donne: era questo un rito di purificazione e di fecondità, forse questo era un rito che ricordava l’inizio del patriarcato e la sottomissione all’uomo delle donne.

immagine: Priapo affresco ritrovato a Pompei

domenica 8 settembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXVI parte


Il livore di Enea per la morte di Pallante è simile all’ira di Achille per la morte di Patroclo, lo scontro fra Turno ed Enea si può appaiare a quello fra Achille ed Ettore, con la differenza che la vittoria va ai troiani, pare quasi che i troiani/etruschi tornino nella loro patria, sconfitti dai greci e debbano combattere con i greci colonizzatori o il loro stessi progenitori, che non vogliono spartire i terreni,  alla fine però  i troiani risulteranno vincenti alla grande in quanto i discendenti di Enea conquisteranno tutta la Grecia e tante altre terre.
Un discorso a parte merita Pallante, la cui importanza si può legare alla antica dea Pale e a Pallade l’amica del cuore di Atena, i nomi e la mitologia sono troppo simili per non celare qualcosa.
Pallade, nella mitologia greca, era la compagna di giochi di Atena, che fu uccisa accidentalmente da Atena durante un combattimento di allenamento, in segno di lutto, Atena aggiunse il nome di Pallade al proprio e fece costruire un’immagine della compianta amica Pallade che pose   sull’Olimpo… il famoso Palladio che era conservato a Troia.
Secondo la leggenda, durante la guerra di Troia, gli achei seppero da Eleno, figlio di Priamo, che la città non sarebbe stata conquistata fin tanto che il Palladio si trovasse in città. Ulisse e Diomede si travestirono allora da mendicanti ed entrarono a Troia e presero il Palladio: questa avventura viene menzionata come una delle cause della sconfitta troiana.
La tradizione latina vuole che Diomede restituisse il Palladio, che poi tramite Enea giunse a Roma dove fu custodito con grandi onori, in seguito si narra che venne trasferito da Roma a Costantinopoli da Costantino.
Altri Palladio esistevano, quello di Atene, ma famoso fu anche quello di Napoli, chi aveva l’originale?Il termine Palladio poteva avere origine dal palta, con significato di cosa caduta dal cielo. I palta dovevano essere sempre esposti alla volta celeste: così a Roma il dio Termine, divinità arcaica che sovrintendeva alle pietre e ai confini stava sotto un’apertura del tetto nel tempio di Giove, e un’identica apertura era stata praticata nel tempio di Zeus a Troia… ora si capisce meglio il senso di quell’ovulo magico che è l’apertura del Pantheon.
Interessante un parallelo fra i palta e le pietre venute dal cielo …  meteoriti divinizzate?
Betty invece trovava che nei miti si riproponeva un qualcosa di ormai lontano nel tempo, un evento eccezionale, che pareva narrare di una divinità scesa dal cielo, forse un’aliena o forse una dea, uccisa per sbaglio in modo accidentale da un amico terrestre, oppure che se ne va con la sua astronave, comunque torna in Cielo, l’amico terrestre sconsolato crea simulacri che vengono onorati… ricorda un poco anche la venuta di Cristo.
Comunque, per estensione con il termine Palladio si iniziò a indicare statue o altri oggetti o edifici, la cui presenza faceva da amuleto nella protezione della città.   



immagine: Pallade Atena e il centauro di sandro Botticelli

domenica 1 settembre 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXV parte


Nell’Eneide e in altre fonti si narra di come sul Palatino vivessero greci immigrati dall’Arcadia, comandati da Evandro e suo figlio Pallante: vennero in contatto con questi arcadi Ercole e poi Enea. Gli arcadi provenienti da Argo e guidati da Pallante arrivarono sulle coste tirreniche del Lazio, seconda popolazione proveniente dalla grecia dopo i pelasgi e fondarono la città di Pallante sul Palatino.
Questi arcadi forse non erano altro che i tirreni chiamati anche pelasgi o etruschi che partiti dall’Italia, colonizzarono la Grecia e poi ritornarono quando Troia fu sconfitta ed iniziarono poi le guerre fra i greci.
Interessante quindi ricordare il mito riferito a Pallante che può aver a che fare con la dea Pale e il Palatino.
Pallante ebbe un ruolo rilevante nell’ultima parte dell’Eneide come alleato di Enea e perché fu un alleato di un popolo venuto da fuori e straniero?
Questi arcadi  di Pallante e i troiani di Enea erano della stessa stirpe: tirreni o pelasgi o etruschi che sono sempre lo stesso popolo.
L’importanza di Pallante risiede nel fatto che il giovane eroe è il primo in terra italiana a morire a favore di Enea e dei suoi, destinati a essere i progenitori di Roma.
La guerra fra gli italici e i troiani è molto sanguinosa e Pallante fa strage tra i giovani guerrieri italici ma poi viene affrontato e ucciso da Turno che si appropria del suo balteo, una specie di cintura con tutta la simbologia e l’importanza che detiene, si pensi allo slacciare odierno dei cinturoni da parte dei soldati odierni. Enea fa strage fra gli italici per vendicare Pallante.Per evitare ulteriori vittime si decide che la sfida fra Enea e Turno si risolva in un combattimento tra di loro, Enea   uccide Turno.
Dante scrive: “Vedi quanta virtù l’ha fatto degno / Di riverenzia; e cominciò dall’ora, / Che Pallante morì per dargli il regno” (Paradiso, VI).
Nell’ Ode al corbezzolo, Giovanni Pascoli non solo vide Pallante come il primo morto per la causa nazionale italiana, ma anche vide nel corbezzolo sui cui rami fu adagiato il corpo del’eroe arcade una prefigurazione del tricolore, con il verde delle foglie, il bianco dei fiori, il rosso delle bacche. (it.wikipedia.org/wiki/Evandro_Pallante)


immagine: Enea uccide Turno di Luca Giordano

venerdì 23 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXIV parte


Betty aggirò l’arco di Tito e iniziò la salita, sbuffando per il caldo; trovò il colle del Palatino un paesaggio idilliaco, credeva di aver esaurito la vista del Foro come massimo splendore, invece il colle del Palatino era altrettanto meraviglioso, immerso nella natura e con gli incredibili resti delle domus imperiali.
L’evento principale per la storia del colle fu il fatto che Augusto, che qui era nato, lo scelse come residenza, da allora divenne logico per gli altri imperatori risiedere sul Palatino, tanto che il termine Palatium divenne sinonimo di palazzo.
Tra l’anno 375 e il 379 d.C. le spoglie mortali di San Cesareo, da notare il nome, diacono e martire di Terracina furono traslate, sul Palatino nella Domus di Augusto, notate il luogo, fu il segno palese della consacrazione cristiana del palazzo e di tutto il colle, ora Roma era della Chiesa.
Il Palatino, è uno dei mitici sette colli di Roma insieme al Quirinale, Viminale, Campidoglio, Aventino, Celio ed Esquilino; secondo la leggenda, Romolo e Remo furono allevati da una lupa in una caverna alle pendici del Palatino al confine col foro, e sempre qui avvenne la fondazione della città stessa ad opera di Romolo, la cui abitazione è identificata in una capanna denominata Casa Romuli.  
Il termine Palatium forse deriva dalla dea Pale, una dea molto antica, a volte scambiata con Minerva, a volte associata ai celti, probabilmente una dea legata anche agli etruschi e forse ancora prima ai tirreni, in quanto questa dea aveva a che fare coi culti della natura, dell’acqua, del verde e del fuoco e anche con la guerra, univa lo sviluppo dell’agricoltura alla sua difesa.


immagine: Palatino- Roma

giovedì 15 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXIII parte


Jafet è tradizionalmente visto come l’antenato degli europei, e anche di alcuni paesi più orientali:   japetiti  è stato usato come sinonimo di Caucasici. La tribù di Jafet ha probabilmente sviluppato le proprie caratteristiche razziali distintive nel Caucaso, dove si trova il Monte Ararat da cui derivano  le popolazioni preistoriche accomunate dall’uso linguistico della lingua indoeuropea.
Dopo il Diluvio, la bibbia, narra della scoperta del vino.
Noè si ubriaca, non conoscendo gli effetti del vino, viene visto da Cam mentre è stordito e nudo.
Cam invece di aiutarlo e coprirlo lo irride, sono i suoi fratelli Sem e Jafet a coprirne il corpo con un mantello senza guardarne la nudità. Per questo Cam ebbe una maledizione dal padre mentre i fratelli per il loro gesto di premura ricevettero una benedizione… Faccia ampio il Signore verso Jafet, ed egli abiti nelle tende di Sem e Canaan sia il suo servo.
Il testo, non è chiarissimo, ampio, essere spazioso può essere riferito sia alla generosità del Signore, sia alla benedizione per un’ampia discendenza, oppure riferirsi agli europei che col futuro cristianesimo discendono e stanno con l’iniziale religione ebraica, la seconda parte, invece, riferita alla maledizione della schiavitù per Canaan, gli esegeti hanno voluto vedere la futura conquista delle terre dei cananei, o anche la sfortuna del popolo nero e la sua schiavitù.
Se per la discendenza dei figli le cose sono un po’ ingarbugliate per Jafet, vi è una tradizione nell’ebraismo secondo cui alla discendenza di Jafet corrispondono i greci e il resto degli europei, le cui caratteristiche corrispondono all’accostamento del significato della radice del nome Jafet con quello di bellezza; vi sono inoltre discendenti di Jafet con capelli di colore nero, rosso biondi, ecc.
-Come fare per sapere le verità di millenni fa quando non si conosce neanche quella attuale?-
Betty, era a Roma, seduta sul Lapis niger, rimuginando sulla tomba di Romolo era partita per un viaggio mentale che non finiva più, improvvisamente sbottò a voce alta -ma cosa sto a fare sotto il sole ad arzigogolare su quello che è successo dopo il Diluvio universale, ho proprio qualche rotella fuori posto-  
Betty si mise il cuore in pace e decise di proseguire la sua visita andando al Palatino.


immagine: Ebrezza di Noè di Michelangelo

giovedì 8 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXII parte


Nella loro lingua, gli etruschi, si chiamavano “rasenna o rasna”, il cui significato è l'essere rasati.
Rasenna, con significato di “diversi”, particolarità già riconosciuta dagli antichi.
Il termine rasnia o rasenna, di cui non si conosce la pronuncia può avvicinarsi al termine “rassiani” col quale si indicano oggi gli abitanti della Russia. In lingua russa esiste un termine “rasnia” con significato di “diversi”. Non risulta che ci fosse, prima di Cristo, una terra chiamata Russia. I Vichinghi, IX secolo, che con le loro lunghe navi, colonizzarono le coste e i fiumi in tutto il mondo allora conosciuto, come la Grecia, la Persia, Costantinopoli, Gerusalemme, l’Italia, Londra, l’Inghilterra e la Russia a cui hanno dato il nome.
Nel Baltico i Vichinghi erano chiamati rops, termine norreno che significa rematori, che passò alle lingue slave come rus. Il termine rhos è usato anche nelle fonti greche e bizantine, deriva dal norreno antico var, che ha significato di fratellanza.
E’ possibile che ci sia un collegamento tra Russi, cittadina che si trova vicino a Ravenna, toponimo tanto simile a Rasenna, tramite gli etruschi e successivamente coi vichinghi?


giovedì 1 agosto 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XXI parte


Altre tradizioni ritengono Tubal, che è figlio di Jafet (a volte confuso con Tubal-cain figlio di Lamech, una figura di prima del diluvio) essere il fondatore di Ravenna, - oddio la mia città!-
Betty si elettrizzò tutta quanta, infatti era una appassionata della ricerca del graal e le piaceva indagare sul mistero di Rennes le Chateau, in quanto riteneva ci fosse un legame con Ravenna.
Ora scopriva Tubal, figlio di Jafet fondatore di Ravenna e di Toledo (altro luogo legato a Rennes) e molti altri luoghi in Spagna. Tubal fu la prima persona ad insediarsi in Iberia e sui Pirenei (dove si trova Rennes) gli iberici discendevano da lui, col termine di celtiberi.
Betty pensò che il mistero di Rennes veniva da molto più lontano di quello che credeva, un’ipotesi del mistero si fonda su una tomba d’Arcadia e sulla presunta stirpe di Gesù e della Maddalena e della discendenza dal loro sangue reale, ora invece si  poteva anche pensare che il mistero provenisse dall’antica tomba profanata di Romolo e ancora più indietro alle tombe profanate dei faraoni, ai sepolcri vuoti delle piramidi, al sepolcro vuoto di Cristo, sembrava che ogni tanto qualche Divinità scendesse in terra e si facesse uomo… il segreto tanto cercato, la linea di sangue misteriosa e salvifica per l’umanità dove si celava?
Jafet ebbe sette figli, Gomer la cui discendenza è legata agli sciti e alla regione del Caucaso e ai popoli turchi.
Rifat  fu progenitore dei celti.
Magog, viene citato come l’antenato dei goti, dei finlandesi, degli unni e degli slavi.
Madai, è collegato ai medi dell’Iran nordoccidentale.
Javan, si dice sia collegato agli ioni, una delle tribù greche originali, il cui figlio Rodanim  è legato  all’isola egea di Rodi, Kittim discendente sempre di Javan è connesso con Kition nell’antica Cipro.
Elisa la cui somiglianza con il termine elleno, fa pensare ai  vari popoli egei e del Peloponneso, il cui figlio Tarsis, viene connesso con Tarso in Anatolia, o Tartesso nella Spagna meridionale.
Tubal, è collegato a Tabal, un regno neo-ittita situato in Anatolia centro-meridionale e agli Iberici del Caucaso sia a quelli della penisola iberica (Spagna e Portogallo moderni). A volte viene anche considerato il progenitore degli illiri e degli italici. Nel Libro dei Giubilei gli furono assegnate le tre lingue d’Europa.
Tiras, questo nome viene usualmente collegato con quello dei traci, e associato con alcuni dei popoli del mare, come i Tyrsenoi, nome che rimanda ai tirreni.
Meshech, è associato ai frigi, ed è considerato l’eponimo della tribù dei moschi dell’Anatolia. I moschi sono a volte considerati gli  antenati dei georgiani, ma furono anche connessi con i popoli del mare che navigavano sul mare mediterraneo.
-Gulp!- Betty è stupita, i moschi hanno qualcosa a che fare con Mosca e con il popolo russo se poi vengono collegati coi popoli del mare, che pare proprio fossero i tirreni, cioè gli etruschi…
È possibile che gli etruschi fossero originari della Russia?

immagine: Et in Arcadia ego di Nicolas Poussin

martedì 23 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XX parte


Stabilito che i tirreni, i pelasgi e gli etruschi sono gli stessi, che popolarono anticamente la Grecia, ricordati dai loro miti più importanti, per poi ritornare in Italia, dopo la caduta di Troia e successivamente fondando le cosiddette colonie greche: “Si deve quindi immaginare, dal 4 millennio a.C., mille anni prima che arrivassero i popoli indoeuropei, una civiltà dominante. Ha enormi capacità tecniche, e un po’ alla volta si impone in tutta l’area del Mediterraneo sino a formare il regno dei tirreni.
Mario Guarnacci racconta in Memorie italiche che l’origine dei tirreni ebbe inizio dopo il diluvio universale, da Jafet, anticamente anche italianizzato come Giapeto, uno dei figli di Noè, che colonizzò l’Italia… abbiamo antica origine ebrea?
I figli di Giapeto sono stati talvolta considerati, nella mitologia greca, come gli antenati del genere umano e da tale nome deriva il dio Giano dei romani.
I figli di Noè, Cam, Sem e Jafet divisero la razza umana in tre grandi stirpi: camiti per i nord africani, semiti per i mediorientali, Jafetiti o giapetiti per gli europei.
Nel testo biblico si narra che i popoli nati dai discendenti di Jafet abitavano le terre poste a settentrione e a occidente di Israele, nel mar Egeo e nella penisola Anatolica (popoli chiamati ittiti, keta o kittim nella Bibbia), arrivando a comprendere anche i cretesi e più in generale il popolo greco.
La compilazione rabbinica medievale Josippon (una cronaca della storia ebraica da Adamo fino all’età di Tito che si ritiene sia stata scritta da Josippon o Giuseppe Flavio o forse da un ebreo medievale italiano chiamato Yosef Ben Gurion), contiene un resoconto dettagliato sui Kittim. Mentre i popoli si espandono, narra Josippon, i Kittim si accamparono in Campania e costruirono una città chiamata Posomanga, mentre i discendenti di Tubal, figlio di Jasef, si accamparono nella vicina Toscana e costruirono Sabino, con il fiume Tevere come loro frontiera. Tuttavia, presto andarono in guerra e fu perpetrato lo stupro delle Sabine da parte dei Kittim. Questa guerra fu conclusa quando i Kittim mostrarono ai discendenti di Tubal la loro progenie reciproca.
Poi costruirono città chiamate Porto, Albano e Aresa.
Successivamente, il loro territorio fu occupato da Agnias, re di Cartagine, ma i Kittim finiscono col nominare Zepho, figlio di Elifaz e nipote di Esaù, come loro re, col titolo di Janus Saturnus .
Questi Kittim hanno la medesima mitologia di Roma, evidente che si tenta la rifondazione di un impero, un po’ come è accaduto molto più tardi col sacro romano impero che mutuava quello di Roma, che aveva mutuato quello dei Kittim o meglio dire dei tirreni.



lunedì 15 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XIX parte


Mumble, mumble, Betty era contenta tutto combaciava gli etruschi/pelasgi/tirreni provenivano dall’Italia che è l’Enotria la terra del vino, colonizzarono la Grecia: Omero ci racconta che si erano posizionati a Creta e che erano alleati di Troia, tutto torna Creta aveva come figura centrale il toro, che rimanda ai Misteri dei Cabiri e di Samotracia e alla caduta di Troia, Enea torna in Italia, nella terra dei suoi antenati… ci sono tanti altri legami.    
I Dioscuri, importanti per i pelasgi sono gli antichi protettori di Roma e il Volcanale l’antichissimo santuario dedicato al dio Vulcano (Efesto) costruito sulla tomba profanata di Romolo ricorda  sempre i Cabiri; Tagete, che i Greci identificavano con Ermes il Dio, con il membro sempre eretto era un dio etrusco molto importante, e si conosce quanto la virilità fosse importante per i romani e guarda caso Ermes fu il primo dei grandi dei del culto dei Misteri di Samotracia; sono proprio i Grandi Dei di Samotracia che diranno ad Enea di essere ricondotti a Corito (Cortona) insieme ai reduci troiani. I troiani che erano di discendenza etrusca ovvero tirrena ovvero pelasgica dopo la caduta della loro città Troia ritornano a Corito (Cortona) ritornano in Italia, altre fonti narrano che andarono a Corneto cioè l’antica Tarquinia.
Cortona vanta la fondazione di Dardano, figlio di Giove (per un’altra tradizione figlio di Atlante quindi di un titano) e di Elettra, che fu fondatore anche di Troia. Dardano sarebbe nato a Cortona, secondo quello che scrive Virgilio nell’Eneide e di là si sarebbe recato verso l’Asia.
Dice un proverbio, seguendo la leggenda: “Cortona, mamma di Troia e nonna di Roma”.
Si dice che Dardano combatteva sopra un colle che sovrasta la Val di Chiana e fu colpito da una lancia che gli portò via l’elmo, che non fu possibile ritrovare. Interrogato un indovino, disse che la Madre Terra aveva chiuso l’elmo nel suo seno, poiché voleva che là dov’era stato perduto, sorgesse una città turrita, la quale sarebbe stata impenetrabile e forte come l’elmo di Dardano. Allora l’eroe costruì le mura della nuova città, che ebbe il suo centro proprio là dove aveva perduto l’elmo. La città ebbe nome “Corito”, elmo, da cui è derivato poi il nome di Cortona. (www.cortonamia.com/storia-di-cortona)


immagine: santuario Grandi Dei a Samotracia

lunedì 8 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XVIII parte


Tirreni, etruschi, pelasgi sono lo stesso popolo.
Omero nell’Iliade ci dice che pelasgi sono tra gli alleati di Troia, mentre nell’Odissea li posiziona come abitanti dell’isola di Creta, sappiamo che ebbero una capitale a Lemno, Guarnacci li posiziona anche in Arcadia e ad Argo e questi luoghi sono importantissimi e centrali nella mitologia greca.
I pelasgi che erano venuti a convivere con gli ateniesi, andarono poi ad abitare a Samotracia in cui lasciarono i criptici Misteri di Samotracia che si occupano della vita reale che vince sulla morte reale, celebrano la salvezza in mare, la sopravvivenza dei marinai anche nelle battaglie navali: la vittoria sulla morte e nei mari: Erodoto riteneva che questi dei corrispondessero ai Cabiri.
Il culto misterico degli dei Cabiri è attestato principalmente a Tebe e sull’isola di Lemno, gli abitanti di Lemno venivano appellati dai greci come tirreni, e quindi identificati come etruschi o pelasgi.  
Il culto degli dei Cabiri: è riferito ai Cabiri/Titani , a Prometeo e all’invenzione del fuoco e all’arte di lavorare il ferro, rivolto alle corporazioni di fabbri, il Cabiro più importante forse era Efesto, che brutto e storpio fu gettato sulla terra dalla madre Era… proprio nell’isola di Lemno.
i Cabiri  erano chiamati anche Grandi Dei, poco si sa di loro, forse erano i Giganti, forse Efesto o i suoi figli, tra di loro anche i Dioscuri, sono state, infatti rinvenute immagini con giovani che indossano il loro tipico copricapo: il pilos, il berretto frigio che è un copricapo rosso conico con la punta ripiegata in avanti, diventato simbolo dei dogi, successivamente adottato dai rivoluzionari francesi e indossato da Mazapegul il folletto romagnolo, d’altronde i romagnoli sono assai focosi e fra le loro file son sempre nati dei galletti anarchici e rivoluzionari… Vulcano o Efesto deve avere una casa per le vacanze in Romagna.
Scommetto che avete tirato un sospirone e pensato: “Ma che razzate scrive”.
Vulcano lo sanno tutti si chiama così perché tiene casa dentro ai vulcani, - embè non sapete che Monte Busca, che si trova in Romagna vi è il vulcano più piccolo del mondo?-
La festa dedicata ai  Cabiri consisteva nel sacrificio di un toro e nelle libagioni e bevute di vino per mezzo di vasi e tazze in ceramica, con immagini grottesche che richiamano le Antesterie, poi frantumate. Le Antesterie erano delle feste celebrate in onore di Dioniso, che avevano a che fare direttamente col piacere del vino e con il fiorire primaverile, quando tutta la natura si risveglia, non a caso per antonomasia, la primavera è la stagione degli amori e delle passioni.


immagine: Vulcano di Monte Busca

lunedì 1 luglio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XVII parte


Betty, dopo aver cercato su Google sui tirreni, le si illuminò il cervello, ricordò un libro che aveva letto tanto tempo prima: Origini italiche di Mario Guarnacci del 1780, un valente letterato, archeologo e numismatico che donò al Comune di Volterra la sua collezione etrusca e la sua biblioteca e che l’aveva convinta con le sue tesi, anche se allora le sembravano strane.
Guarnacci sosteneva che i tirreni erano i pelasgi.
Con il nome pelasgi, i greci dell’età classica indicavano le popolazioni preelleniche della Grecia, generalmente considerate autoctone, i greci chiamavano così i loro progenitori ma non sapevano dire con esattezza da dove provenivano, forse da Argo o dall’Arcadia… questi pelasgi erano abili navigatori e spesso messi in relazione coi tirreni.
Guarnacci sostiene che i tirreni furono i primi abitanti dell’Italia, che per mare colonizzarono la Grecia per poi ritornare indietro allo scoppio delle guerre panaelleniche, cioè le guerre scoppiate fra i greci probabilmente per la corsa alla colonizzazione, la prima fu, guarda caso, tra calcidesi ed eretriesi, con il resto della Grecia che si divise per allearsi con gli uni o con gli altri, tutto ciò accadeva nell’VIII a. C. secolo il periodo in cui si iniziò a formare la Magna Grecia   
Secondo Guarnacci, i tirreni dall’Italia colonizzarono la Grecia diventando col tempo greci, venendo chiamati pelasgi e con tale nome fondarono la cosiddetta Magna Grecia… chissà forse l’appellativo Magna, significava il ritorno e non un nuovo arrivo, altrimenti non avrebbe senso chiamare Grande Grecia delle colonie.


immagine: Cava dei tirreni

domenica 23 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XVI parte


I Calcidesi fondarono numerose colonie nel Mar Mediterraneo soprattutto in Italia e in Sicilia, stringendo intensi legami commerciali e culturali con gli etruschi.
Gli Etruschi usavano come alfabeto quello calcidese.
-Mumble mumble, chi erano gli etruschi?-
I tirreni, questo termine era usato dai greci per riferirsi a popoli che erano diversi da loro e con tale nome chiamavano gli etruschi.
Gli etruschi, quindi non erano greci, vennero in Italia dalla zona greca, erano chiamati tirreni.
Chi erano i tirreni?
Erano maestri nel trattare i metalli, abili nel navigare, esperti nel lavoro dei campi che avevano imparato ad irrigare. La loro capitale, 3500 anni prima di Cristo, era su una collina dell’Isola di Lemno e la loro civiltà in tremila anni arrivò a coprire quasi per intero l’area Mediterranea. Così che numerose civiltà, a cominciare da quella etrusca, vanno ricollegate alla loro. Furono i tirreni a diffondere dall’Anatolia all’ Iberia i substrati di una lingua, di una tecnica mineraria ed agricola comune, in molti casi la scrittura. Tanto che non ha più senso domandarsi se gli etruschi vennero da chissà dove o piuttosto furono indigeni dell’Italia centrale. Semplicemente, la loro cultura arrivò dai tirreni. Così come accadde per i filistei, o per gli eteocretesi, in parte per i sardi. Si deve quindi immaginare, dal 4 millennio a.C., mille anni prima che arrivassero i popoli indoeuropei, una civiltà dominante. Ha enormi capacità tecniche, e un p’ alla volta si impone in tutta l’area del Mediterraneo sino a formare il regno dei tirreni. ( http://www.toskana-art.it/depalma/Tirreni.htm)



immagine: terracotta con alfabeto calcidese

sabato 15 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XV parte


Betty si era appoggiata ad un recinto, ma ora voleva di nuovo incamminarsi per raggiungere il Palatino, poi si rese conto che si era addossata allo steccato del Lapis niger- proprio su questo mi dovevo accostare, che porta iella! - 
 Lapis niger, il nome deriva dal fatto che anticamente il luogo era stato coperto da lastre di marmo “nero”, con risvolti sinistri legati alla tomba profanata di Romolo.
Si trova nella zona più antica del Foro, forse facente parte del Volcanale un antichissimo santuario dedicato al dio Vulcano.   
Nel 1899, fu rinvenuto un grosso pezzo di pavimentazione in marmo nero, tra cui un altare, un tronco di colonna e un cippo con un’iscrizione in latino arcaico e bustrofedica, ovvero una scrittura antica, in cui la direzione cambia da riga a riga, cioè da sinistra a destra, poi da destra a sinistra, e così via, come i buoi che arano.
Bustrofedico, infatti, deriva dal greco e contiene due termini: bue e girare.
Si tratta dell’iscrizione monumentale latina più antica mai rinvenuta e il luogo del ritrovamento era quasi certamente sacro, perché l’iscrizione minacciava i violatori di terribili punizioni, quali la consacrazione alle divinità infere, che equivaleva a una condanna a morte… Chi violerà questo luogo sia maledetto.
I caratteri sono molto antichi, vicini a quelli dell’alfabeto greco calcidese, da cui deriva quello latino.    
Dionigi di Alicarnasso, uno scrittore greco vissuto nell’età di Augusto, aveva scritto che nel Volcanale vi era una statua di Romolo con accanto un’iscrizione in caratteri greci.
Dionigi, quindi, potrebbe aver visto una copia del cippo e la statua di Romolo, sistemati nel Volcanale dopo il seppellimento del santuario più antico.   
Stando ad Orazio, i Galli invasori, penetrati in Roma nel 390 a. C., avrebbero disperso le ossa di Quirino, altro nome di Romolo, profanandone la tomba.  
Nell’antichità una leggenda raccontava che qui era sepolto Romolo e che l’area venne sepolta e recinta nella tarda età repubblicana, coperta da un pavimento di marmo nero e considerata un  “luogo funesto”, a causa della profanazione della sepoltura da parte dei galli.
Betty non l’aveva profanata, ma proprio qui doveva appoggiarsi, con un sospiro scrollò le spalle - ora mi godo la bellezza senza tante paturnie, che la iella non esiste, se fosse un po’ meno caldo però… - e intanto la mente andava alla scrittura bustrofedica dell’alfabeto greco calcidese, da cui derivava il latino, calcidese le ricordava un qualcosa sugli etruschi, ma cosa?
Betty era testarda come un mulo e curiosa come una scimmia, iella o non iella, lei sarebbe stata appoggiata al Lapis niger, sino a quando non avesse fatto luce sull’arcano, prese il cellulare e cominciò a digitare su santo Google.


immagine: Lapis niger

sabato 8 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XIV parte


Il fico è l’albero sacro più importante per Roma, perché sotto un albero di fico (ficus ruminalis), fu ritrovata la cesta che conteneva i gemelli Romolo e Remo, figli del dio Marte e della vestale Rea Silvia, sotto al fico i gemelli furono allattati dalla lupa, emblema della città eterna, anche se prima della lupa il simbolo di Roma era un leone che azzannava un cervo ma ormai non lo ricorda più nessuno: Roma è la lupa, anche se la sua raffigurazione è un’opera d’arte degli odiati etruschi.
Le fonti antiche collocano il fico alle pendici del Palatino, nei pressi della “grotta del Lupercale”  che fu oggetto di venerazione per diversi secoli.
La leggenda narra che quando l’antico fico era ormai secco e deperito, un altro germogliò spontaneamente.
La pianta era ritenuta bene augurale e dal suo stato di salute si traevano auspici per la città.
Si riteneva infatti che se si fosse seccata Roma sarebbe caduta in disgrazia, come capitò dopo il regno di Nerone, quando il fico morì testimoniando con la sua scomparsa che la libertà di Roma era perduta… il fico era morto troppo presto che Roma dopo Nerone durò ancora per qualche centinaio d’anni.
L’ulivo era molto amato dai romani, sia per l’apprezzato olio, ma anche come pianta cara a Minerva, dea che faceva parte della Triade capitolina, i rametti d’ulivo intrecciati a quelli d’alloro servivano per creare le corone per le persone importanti.
La vite: Roma è sorta sulla terra di Enotria, che significa terra del vino e ancora oggi, in queste zone se ne beve del buono.
I romani amavano tanto il vino da inventare il bacio: in epoca repubblicana gli uomini potevano esercitare sulle loro donne lo “ius osculi”, il diritto del bacio, per verificare che non avessero bevuto del vino di nascosto.
Berlo equivaleva a compiere adulterio poiché si credeva che il vino liberasse i freni inibitori, iniziasse al piacere e fosse un potente abortivo… qualcosa di vero c’è, se un po’ allegre di vino le donne cedono più facilmente ma non solo loro!

immagine: vite, fico, ulivo al Foro romano

sabato 1 giugno 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XIII parte



Questo romanzo doveva descrivere le vacanze romane di Betty, ma qua si scrive di tutto tranne che di quello che si deve scrivere.
Betty era arrivata a quarant’anni senza aver visto Roma e se la sognava pure di notte.
Causa impedimenti improvvisi, causa mancanza di ferie, causa mancanza di soldi, causa, causa e causa Betty non era mai riuscita ad andare a Roma… ormai pensava che non sarebbe mai riuscita  a vederla.
Finché capitò l’occasione: un viaggio gratuito per visitare una Fiera all’Eur, un solo giorno, di domenica, una domenica in cui era libera, Betty aveva come giorni di riposo solo due domeniche al mese e nessun altro giorno, lei lavorava in proprio e non poteva permettersi di non andare al lavoro perché poi sarebbero mancati i soldi per tirare avanti.
Betty prese la palla al balzo, andò col viaggio gratuito ma non entrò alla Fiera, dall’Eur prese il primo autobus per Piazza Venezia, sapeva già dove andare, a casa si era scervellata per scegliere una meta, alla fine aveva scelto i Fori imperiali.
Quando apparve la piana assolata con i resti della grande Roma restò ammaliata, pensava di non aver sorprese, avendo visto centinaia di volte su You Tube o nei libri d’arte la Roma imperiale, invece guardarli dal vero quasi le pareva impossibile credere a quello che vedeva e il Colosseo che aveva visto centinaia di volte, visto dal vero sembrava un’astronave aliena planata in mezzo al caos romano.
Betty girava con il naso per aria, camminando fra i maestosi resti, incapace di riconoscere il Foro di Cesare da quello di Augusto o da quello di Traiano, smarrita, quasi intimorita, nonostante a casa si fosse ben studiata la planimetria dell’area archeologica, non riconosceva nulla, tranne i mercati traianei, l’arco di Settimio Severo, quello di Costantino, la Basilica Giulia davanti alle tre colonne del Tempio dei Dioscuri e il colle Palatino.
Si fermò, era accaldata al massimo, era la prima domenica d’ottobre, la nebbia si era sollevata e un sole cocente infiammava tutta la zona, Betty presa dall’entusiasmo non si era accorta che era fradicia di sudore, ma non si perse d’animo: era determinata a proseguire la visita, si arrotolò i pantaloni sino a farli diventare corti, si tolse la maglietta, restando in canottiera, si legò i capelli con un cordoncino trovato in borsa e si appoggiò a una sorta di recinto cercando di individuare l’area verde: sapeva che nel Foro romano c’era un luogo dove ancora oggi crescono le tre piante care agli antichi romani, dove oggi come allora, crescono  un fico, un ulivo e una vite.


immagine: Colosseo

giovedì 23 maggio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XII parte


 Betty si era molto arrabbiata con Arbasino, e aveva scritto una mail, non inviata, al grande scrittore, grande mente, grande croce al merito d’ Italia ecc. e anche grande rap ( ha scritto anche un libro che si intitola Rap con una poesia sbeffeggiante la casalinga).
Ecco il testo della mail: “Gentile ed Illustrissimo Signor Alberto Arbasino, come casalinga di Ravenna (non è Voghera ma è pur sempre provincia), di estrazione piccolo borghese, pecora tra le pecore, ho un lavoro ma rimango fondamentalmente una donna di casa, in quanto amo accudire la mia famiglia e tenere ordinato e pulito. Mi dispiace che Lei mi dica che sono peggiorata, ma vede è più facile assuefarmi a ciò che succede attorno a me, è più difficile scegliere quando fanno di tutto per confondermi; il vuoto lo sento inesorabile e mi affanno a riempirlo, se Lei è pieno si ritenga un privilegiato, nonostante ciò so contare sino a venti dei miei peccati prima di scagliare la pietra, non mi disprezzi troppo, già mi disprezzo da sola, spero di non essere io la causa dei mali dell’ Italia, non era mia intenzione. Cordialmente, la casalinga di Ravenna o di Voghera, mi chiami come vuole lei”.
Ben diversa è la situazione  in Germania, diciamolo chiaro i tedeschi sono precisi e metodici, osservano le regole e credono a quello a cui dici loro sono quindi onesti e sinceri, hanno queste caratteristiche austroungariche che a Betty piacciono molto, esiste un’espressione simile nel gergo tedesco alla nostra donna di Voghera; la casalinga sveva, figura che diversamente che da noi, incarna, nell’immaginario collettivo, lo stereotipo di una donna di casa saggia, austera e parsimoniosa, presa a modello nel dibattito politico ed economico, in particolare nei periodi di crisi e cambiamenti economici… la defunta  casalinga di Voghera eletta nel Governo italiano l’avrebbe fatto funzionare a modino.
Ma ormai è defunta, a tal punto che gli abitanti di Voghera hanno tolto dal suolo pubblico anche la statua in vetroresina che la raffigurava (in grembiule con in una mano un piumino antipolvere, forse un po’ kitsch e troppo pop) e l’hanno messa in cantina.

immagine; statua della casalinga tedesca

giovedì 16 maggio 2019

LO STATO DELL'ARTE AI TEMPI DELLA 58 BIENNALE DI VENEZIA, con Giorgio Grasso Giorgio

LO STATO DELL'ARTE AI TEMPI DELLA 58 BIENNALE DI VENEZIA, con Giorgio Grasso Giorgio a Palazzo Zenobio, Collegio degli Armeni, venezia... sono presente con una mia opera intitolata, "Omaggio a Mondrian"

mercoledì 15 maggio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,XI parte


Casalinga di Voghera è un’espressione idiomatica del lessico giornalistico, con cui s’intende indicare un’immaginaria casalinga della piccola provincia, la cui figura rappresenta uno stereotipo della fascia della popolazione italiana piccolo-borghese del secondo dopoguerra, dal basso livello di scolarità e con un’occupazione lavorativa di livello molto semplice o umile.
Che detto in parole semplici è la casalinga che accudisce con amore, cura e dedizione marito e figli, che si occupa e si interessa solo della sua casa, tirandola a lucido, cercando i posti più convenienti in qualità/prezzo per fare la spesa, che sorveglia ed educa amorevole, ma severa, i figli e quando arriva a casa il marito dal lavoro, gli leva le scarpe e gli porta le ciabatte, riservandogli il posto a capotavola e servendogli come pasto cibi freschi e non scatolame o precotti.
Questo tipo di donna non andava bene per la nuova società così l’hanno modernizzata, l’hanno mandata a lavorare fuori, così alla sera marito, moglie e figli si ritrovano stanchi e nervosi: la moglie tira fuori dal freezer due sofficini e li frigge col fuoco alto per fare presto, così sporca la cucina e si inrazza, il marito manda giù i due sofficini con faccia schifata, che non sfugge alla moglie, i figli devono ancora fare il compito, la casa è un casino, i panni sporchi un mucchio alto senza contare il mucchio di quelli da stirare, la moglie sbotta… non ne posso più, il marito risponde… eppure ti aiuto, lavo i piatti e vado a fare la spesa, i figli non vogliono fare i compiti, ormai è tardi e chiedono ai genitori di firmare qualcosa che attesti la loro impossibilità ad essere interrogati ecc.
In molti hanno rivendicato la paternità della calinga di Voghera, tra cui Alberto Arbasino che così la definisce in un’intervista: “Tanti anni fa la casalinga di Voghera concentrava in sé tutto ciò che di arretrato e di piccolo borghese c’era in Italia. Da quel tempo si è aggiornata. Vive di trasgressioni. E’ impietosa. Irriverente. Dissacrante. Ma rimane più piccola borghese che mai, rappresentando la mutazione del gregge cui appartiene”.


immagine: statua della casalinga di Voghera

mercoledì 8 maggio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,X parte


Torniamo a Betty e al suo desiderio di vita spericolata.
Anche il grande Vasco nazionale era un po’ naif, veniva da Zocca, mica da Milano, Roma o Torino.
Zoca in dialetto modenese, significa anche ceppo, stirpe, quindi il Vasco/Blasco poteva avere anche radici romagnole.
Scommetto che avete tirato un sospirone e pensato: “Ma che razzate scrive”.
Ebbene: Le origini del paese di Zocca risalgono ufficialmente alla fine del Medioevo e più precisamente al 1465 quando Borso d’Este sviluppò un primo mercato di scambi, che col passare degli anni divenne sempre più importante. La Romagna estense, nota anche come Romagna ferrarese, è la parte della Bassa Romagna che comprende gli attuali comuni di Lugo, Bagnacavallo, Cotignola, Conselice, Massa Lombarda, Sant’Agata sul Santerno e Fusignano. Il suo nome viene dal fatto che questi territori, tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XV secolo entrarono a fare parte dei domini della casa d’Este, duchi di Ferrara, Modena e Reggio.
A parte una parentesi veneziana, questi territori rimasero legati ai domini estensi e al Ducato di Ferrara sino al 1598, anno in cui il territorio ritornò allo Stato della Chiesa e gli Este si trasferirono armi e bagagli in quel di Modena.
Siamo andati fuori percorso, dunque Betty non voleva essere la casalinga di Voghera, aveva così pensato tanto a cosa voleva essere e alla fine aveva deciso di voler vivere d’arte e d’amore, di voler fare l’artista.
 Volere che realizzò, ma lo pagò con lacrime, dolore e malattia.
La sua malattia era alla moda, alla modissima, era bipolare e quindi aveva la patente per stare nella lista degli artisti… che fortuna essere ammalati alla moda.
Il suo viaggio fu tale a quello di Siddharta, un lungo giro per tornare all’inizio, per scoprire che   siamo noi stessi che diamo valore alla nostra vita, non gli altri.
Il successo, l’essere alla moda o altro, non c’entravano niente nelle questioni di autostima, di autovalore, non c’entravano niente nel guardarsi allo specchio e piacersi.
Era lei Betty che doveva dare valore alla sua vita tramite i suoi valori, derivanti dalla sua indole di nascita e da ciò che aveva assimilato/imparato dal suo vissuto.
Purtroppo per crescere il dolore era necessario, Betty sperava di essere cresciuta abbastanza, comunque non recriminava, né si lamentava, aveva superato gli ostacoli, Dio le aveva inviato prove che lei era stata in grado di affrontare, per questo era molto grata al Divino.
Forse il dolore l’aveva resa un poco migliore, più dolce, accomodante e comprensiva verso gli altri.
Prima di passare al racconto sulle vacanze romane di Betty non ci rimane altro che chiederci.
Chi era la casalinga di Voghera?
     
immagine: Vasco Rossi

mercoledì 1 maggio 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate,IX parte


Nel 1706 il ducato di Milano fu ereditato dagli austriaci, che quasi un secolo dopo furono cacciati da Napoleone Bonaparte, il cui dominio durò solo una ventina d’anni.
Caduto Napoleone, con la Restaurazione il regno Lombardo-Veneto ritornò sotto Vienna. Quando si diffusero le idee indipendentistiche tese a realizzare l’Unità d’Italia, dal 1830 la regione diventò un centro di cospirazioni segrete tutte motivate dal desiderio di unificazione nazionale.
Stessa sorte per la Romagna che eguagliò, se non addirittura superò il Lombardo-Veneto per i forti sentimenti patriottici.
Carboneria/massoneria, religione laica?
Romagna e Lombardia contro lo strapotere di Roma, sino a quando il 17 marzo 1861 fu proclamata l’Unità del Regno d’Italia.  
Il 20 settembre 1870, ci fu la breccia di Porta Pia, tanto osannata dai novelli italiani, in realtà un sopruso contro lo Stato Pontificio.
La Romagna pagò il suo ardore e impeto repubblicano: non fu una regione unica ma fu appiccicata all’Emilia, la nuova Italia non era una repubblica bensì un regno e i romagnoli erano troppo rivoluzionari chissà cosa avrebbero combinato se non fossero stati tenuti un po’ a freno… ben diversamente andò a Milano che diventò la seconda capitale, quella economica, ma…
Dopo la condivisione di certe idee terroristiche del rosso e del nero degli anni di piombo, fili rossi e neri che partivano da Roma per Milano incontrandosi in Romagna e in particolare nella zona di Bologna, negli anni Ottanta Milano diviene simbolo della crescita economica, capitale morale dell’Italia, e simbolo del rampantismo economico-finanziario della Milano da bere, il socialista milanese Bettino Craxi occupa il governo a Roma.
Arriva lo scandalo di Tangentopoli e l’inchiesta di Mani pulite che si svolgono, ancora, principalmente a Milano ma…
Sebbene lo sporco sia tanto, ancora una volta a rimetterci è la sola Romagna, sarà Raul Gardini, il geniale imprenditore ravennate e romagnolo, il solo gigante che cadrà, gli altri e soprattutto i milanesi continueranno nella loro Milano brianzola/ gallozzola/ imbozzola.
E ora?
Boh!



immagine: simboli massonici

martedì 23 aprile 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate, VIII parte


Nel 774 il re dei Franchi, Carlo Magno, fu chiamato in Italia dal papa che era minacciato dai longobardi. Giunto con il suo esercito a Pavia, capitale dei longobardi, Carlo fece prigioniero il re longobardo Desiderio, dando inizio al dominio dei franchi in Lombardia, in Romagna, tutto il nord Italia sino a Roma.
Carlo divise le terre in feudi e le affidò all’amministrazione di nobili di sua fiducia, chiamati vassalli, che governarono il territorio in suo nome, dando inizio alla struttura politica feudale che caratterizzò l’Alto Medioevo.
Nel Basso Medioevo, a partire dai secoli XI e XII nelle regioni dell’Italia settentrionale e quindi anche in Lombardia e in Romagna iniziò a diffondersi un modello politico nuovo: il comune medievale, simile alle antiche città stato democratiche della Grecia.
Certo nel periodo comunale la Lombardia eccelle più della Romagna e di ogni altra regione.
Famosa la Lega Lombarda, alleanza militare fra varie città della Lombardia (ma non solo) che nel 1176 sconfiggerà le truppe dell’imperatore Federico Barbarossa durante la battaglia di Legnano ma... a partire dal XII secolo il modello comunale entrerà in crisi e verrà presto soppiantato dalle nascenti Signorie, a Milano gli Sforza, la grande casata originaria della Romagna!
la Romagna vanta la fondazione del ducato di Milano. Siamo nel 1382, Muzio stava zappando sotto il sole cocente, la zappa fra le sue mani volteggiava leggera, del resto lui era un marcantonio dotato di una forza eccezionale, riusciva con le sue mani a raddrizzare un ferro di cavallo, ma quel giorno il lavoro dei campi gli parve più pesante e monotono del solito e quando udì il rullio dei tamburi e il suono del piffero che annunciavano le compagnie di ventura in cerca di uomini da arruolare, Muzio gettò la zappa contro un albero, se fosse caduta, sarebbe rimasto lì a zappare, se si fosse conficcata nel tronco si sarebbe arruolato, la zappa si impiantò nel legno e Muzio partì coi soldati in cerca di fortuna.
Questo è ciò che dice la leggenda in realtà Muzio nasce a Cotignola, vicino a Faenza, nella famiglia influente e guerriera degli Attendolo, esponenti di un ricco ceto medio rurale.
Muzio inizialmente fece parte della compagnia di Alberico da Barbiano, che gli diede il soprannome di Sforza. Poi grazie alla sua abilità di condottiero ed a favorevoli matrimoni fece fortuna.
Suo figlio illegittimo Francesco, ne fece ancora di più, tramite le sue doti di condottiero e grazie al matrimonio con Bianca Maria Visconti divenne duca di Milano.
Era la fine di febbraio del 1450, quando Milano si arrese a Francesco, i milanesi si erano schierati con l’aristocrazia e non lo volevano, ma poi furono ben contenti della resa perché col nuovo duca ebbero un periodo florido.


immagine: Muzio Attendolo Sforza

lunedì 15 aprile 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate, VII parte


Rosmunda la regina dei longobardi e la regina d’Italia dal 568 al 572, moglie di Alboino, donna fiera e combattiva, ha ispirato nei secoli opere di letteratura, tragedie, canzoni e film, non tutti sanno che la sua storia finì a Ravenna.
Nel 568 mentre i longobardi invadevano l’Italia, a quei tempi provincia dell’Impero d’Oriente, l’esarca Longino, non pareva preoccupato, da Ravenna mandò a dire che si sarebbe mosso solo al momento opportuno. 
Intanto i Longobardi occuparono mezza Italia dividendola in ducati, erano guidati da Alboino che era più di un re, per il suo popolo era un dio.
In battaglia, Alboino uccise con le sue mani Cunimondo il re dei gepidi (tribù germanica) e con il suo cranio si fece fare una coppa per bere.
I gepidi furono fatti schiavi ma Rosmunda figlia di Cunimondo divenne regina.
Alboino l’aveva amata per anni, l’aveva chiesta in sposa ricevendone un rifiuto, allora la rapì, ma Alboino la dovette restituire al padre che chiese l’intervento addirittura dell’imperatore Giustiniano.
Ma ora ucciso Cunimondo ed annientati i gepidi, Alboino finalmente la sposava e la faceva regina dei longobardi.
Non credo che Rosmunda ne fosse felice in più successe il fattaccio.
Durante un banchetto che si stava svolgendo a Verona, Alboino ubriaco d’un tratto ordinò che gli fosse portata la tazza ricavata dal cranio di Cunimondo, e la offrì a Rosmunda: “Bevi, Rosmunda, nel cranio di tuo padre!”.
Forse è un po’ romanzata la storia, ma Rosmunda meditò vendetta.
Preparò un piano rivolgendosi a Elmichi, armigero del re e suo fratello di latte.
Probabilmente Elmichi era l’amante di Rosmunda, la quale gli propose di uccidere Alboino e regnare al suo posto.
Mancava solo il sicario, lo individuarono in Peredeo, un ufficiale di corte, uomo di gran coraggio, di forza smisurata ma Peredeo si rifiutò di farlo.
Rosmunda ed Elmichi avevano ormai una scelta obbligata: Peredeo sapeva e avrebbe potuto tradirli.
Fu la regina che si incaricò di convincere Peredeo ad accettare.
Rosmunda, si sostituì nel letto all’ancella che conviveva con Peredeo. In questo modo Peredeo, credendo che la donna nel suo letto fosse la sua amata, fece l’amore con la regina. Quando si accorse che la donna con cui aveva fatto sesso era Rosmunda, quest’ultima gli disse: “E certo, Peredeo, quello che hai compiuto è atto sì grave che, ormai, o tu devi uccidere Alboino, o lui deve uccidere te con la sua spada”.
Così Peredeo divenne regicida.
Forse fu la stessa Rosmunda a dare l’annuncio della morte ai duchi giunti affranti per omaggiare il corpo del loro re.
Nei giorni seguenti, si sarebbe decisa l’elezione del nuovo sovrano che doveva avere l’approvazione dei duchi.
Rosmunda sposò Elmichi per facilitarne la designazione.
Elmichi non piacque, pensate a quanto doveva essere inetto, nei popoli germanici la trasmissione del potere era per via femminile e la parola di Rosmunda era un lasciapassare per il trono.
Si levarono delle voci che indicavano Elmichi, come il sicario di Alboino, assieme alla regina, non sbagliavano.
La congiura fallì.
Per salvare la vita, non restava loro che fuggire verso Ravenna dove l’esarca Longino li avrebbe aiutati.
I duchi persa la guida di Alboino si fronteggiavano fra di loro, incapaci di darsi un nuovo capo.
Rosmunda era ancora formalmente regina, dato che il trono era rimasto vuoto, Longino la chiese in sposa.
Fulminato d’amore per Rosmunda?
Molto probabilmente Longino mirava a farsi riconoscere legittimo capo dei barbari per poi integrarli nell’impero.
Rosmunda accettò, ma che fare con quell’incapace di Elmichi?
Rosmunda non ricorse ad altri, fece da sé, usando del veleno, che propinò al marito.
Ma il veleno era ad azione lenta, Elmichi seppe d’essere perduto e obbligò la moglie a bere ciò che era rimasto nella coppa.     
Fine di Rosmunda.
Chissà forse fu Longino, i bizantini erano famosi per i loro intrallazzi ingarbugliati, che consigliò il veleno a Rosmunda, liberandosi così degli ospiti divenuti sgraditi, senza sporcarsi le mani.
I longobardi, occuparono Ravenna per cinque anni dal 578 al 582, mentre rimasero a Milano  dal 568 sino al 774, anno della caduta del regno a opera dei franchi di Carlo Magno.


immagine: Rosmunda di Teoderica

lunedì 8 aprile 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate, VI parte


Una brava persona il milanese, pochi grilli in testa, gran lavoratore, anche se poi il milanese puro, chissà quale era, visto le ondate migratorie dal Sud Italia negli Anni Sessanta: va a finire che i gran lavoratori erano quelli del Sud, sfatando il mito del sudista pacioccone e un po’ fannullone, in molti casi i modi di dire nascondono verità opposte.
Betty conosceva un paio di famiglie di Napoli, che abitavano da molti anni a Ravenna, che lavoravano dalla mattina molto presto sino a sera inoltrata e avevano abituato i loro figli a fare altrettanto.
Gente dinamica, che aveva attività fiorenti e se lo meritavano, essendo grandi lavoratori, ma mantenendo quel senso della famiglia che al Nord, purtroppo, era scomparso.
Le affinità elettive fra Lombardia e Romagna: inizialmente radici celtiche/etrusche; poi l’arrivo dei galli che sono sempre di stirpe celtico/barbaro perciò fracassoni, battaglieri ma in fondo dal cuore e l’animo buono.
Successivamente il dominio romano che unifica il territorio come Gallia Cisalpina, cioè “Gallia al di qua delle Alpi”.
Nel periodo finale dell’impero romano Milano diventa capitale della parte occidentale, con Massimiano imperatore, negli anni che vanno dal 286 al 402. Successivamente Onorio ritiene più sicuro spostare la capitale a Ravenna dove il 4 settembre 476 venne deposto l’ultimo imperatore, Romolo Augusto, per mano di Odoacre, re degli Eruli.  
Il regno di Odoacre ebbe vita breve: nel 493 fu spodestato dal re degli Ostrogoti, Teoderico (476-553) che conquista gran parte dell’Italia, pone la sua capitale a Ravenna, dove si trova ancora il suo Mausoleo testimonianza unica di un Pantheon barbaro... ma erano barbari o no?
Teoderico era nato al confine tra Austria e Ungheria, figlio del re degli ostrogoti era cresciuto proprio alla corte di Bisanzio, dove era stato inviato come ostaggio per garantire la pace tra il regno dei goti e Impero d’Oriente... era antesignano degli austroungarici.
Regno italico soppiantato dai bizantini, che causarono, in cerca di una rinnovata grandezza e unità imperiale, la guerra gotica, che durò 30 anni e flagellò tutta l’Italia.
Qui si dividono le sorti della Lombardia e della Romagna.
L’egemonia bizantina durò in Lombardia solo 16 anni: arrivarono i longobardi, altro ceppo barbaro/celtico, provenienti dal nord-est Europa, ancora oggi la regione porta il loro nome, longobardia, mentre la Romagna rimase terra dei bizantini... il suo nome significa terra dei romani.
Romagna e Lombardia apparentemente divise, ma le storie si intrecciano ugualmente.


immagine: Mausoleo di Teoderico

martedì 2 aprile 2019

Lassù c'è qualcuno che mi ama.

 https://lesfleursdumal2016.wordpress.com/2019/04/02/io-sono-la-divina-di-paola-tassinari-sensoinverso-edizioni-a-cura-di-alessandra-micheli/?fbclid=IwAR31PVJPgcPBQ_lgUFu81C19HM4bIFfssG1b1lBMmv0_Spf8RmprjUFJ55k

Qui sopra il link per accedere al blog di recensioni letterarie "Les fleurs du mal" di Alessandra Micheli che ha letto il mio ultimo romanzo "Io sono la divina" e ha scritto questa recensione meravigliosa su di me e il romanzo. Un dono prezioso che per me non ha prezzo. Non importa se nessun altro leggerà il romanzo, quello che ha scritto Alessandra vale per me l'essere nel top degli scrittori perché lei ha capito quanto amore vi ho riversato, ha compreso il testo anche nelle piccole sfumature... ho pianto per la commozione e vi confesso anche un segreto. Ieri avevo ricevuto brutte notizie ed ero molto addolorata e triste, ma abituata alle burrasche, mi sono detta, ringrazia il Signore lo stesso, Lui non ti deve mica nulla perché cerchi di essere corretta e buona e lo preghi, il tuo premio è appunto essere integra e giusta e poi mi sono detta domani sarà più bello di oggi. Stamattina mi sono alzata ho aperto la porta di casa e sul terrazzo c'era un gatto che mi ha strusciato le gambe. Tre anni fa in un trasloco per colpa mia ho perso il mio Tigre, il mio gatto, e ancora lo penso con rimpianto così trovarmi un gatto sul terrazzo è stato per me come ricevere una carezza. Poi ho acceso il telefonino e su Facebook c'era la recensione di Alessandra e allora ho iniziato a piangere, e non la finivo più perché pensavo che lassù da qualche parte c'è qualcuno che mi ama.

lunedì 1 aprile 2019

VACANZE ROMANE romanzo a puntate, V parte


L’arciduca Francesco Ferdinando desiderava un’automobile che lasciasse stupida la popolazione quando lui e la moglie, avrebbero visitato la piccola capitale della Bosnia, Sarajevo, voleva dare un’immagine di prestigio e di sicurezza; la scelta ricade su un’auto costruita dalla Graf & Stift, a sei posti, color rosso sangue.  
A Sarajevo il 28 giugno del 1914 un fanatico armato di pistola saltò sull’auto in corsa e uccise sia l’arciduca che la moglie, evento che scatenò la grande guerra, con il suo carico di venti milioni di morti… stendiamo un velo pietoso su chi c’era dietro al fanatico, ieri come oggi si spingono i più faziosi per interessi di potere.  
Dopo l’armistizio, il governatore della Iugoslavia sistemò e usò l’auto dell’attentato, ma dopo quattro incidenti e la perdita del braccio destro, decise che il veicolo doveva essere distrutto.
Un suo amico, incurante delle disgrazie che l’auto si portava dietro, l’acquistò e la guidò per mesi, finché si rovesciò rimanendo schiacciato dal veicolo.  
L’auto maledetta passò a un medico, ma quando i suoi pazienti superstiziosi cominciarono ad abbandonarlo, non esitò a venderla a un pilota svizzero che si schiantò sulle Dolomiti.
Nonostante questi eventi un agricoltore la comprò, ma un giorno l’auto si bloccò.
Mentre un amico la stava portando al traino per farla riparare, l’auto improvvisamente si mise in moto a piena potenza e investì l’auto che la trainava, uccidendo i due uomini.
L’auto continuò a cambiare di proprietario, finché uno di questi la dipinse di azzurro per poi perire   in un incidente con cinque amici mentre stava andando a un matrimonio.
Alla fine, l’auto, ricostruita per l’ennesima volta, venne spedita al museo di Vienna, dove a un certo punto scomparve.
Tuttavia, l’automobile maledetta è ricomparsa in occasione del centenario della grande guerra,   fresca di restauro, al Museo di Storia Militare di Vienna.
Superstizione, leggenda o energia nera e perfida?
Chissà.
La Graf & Stift, era un’azienda automobilistica viennese fondata pochi anni prima dell'attentato, simbolo di un’economia rampante che forse si celava dietro ai fanatici per i propri interessi, ma scatenare  la grande guerra, con il suo carico di venti milioni di morti avrà certo smosso energia negativa sia dal Cielo che dalla Terra.
Meglio tornare ai milanesi.


immagine: auto attentato di Sarajevo