venerdì 31 dicembre 2010

AUGURI A TUTTI VOI

AUGURIO


lo credo all'uccellino batticoda:
che ci porti il buon anno.
Scorre liscio su l'umido tappeto
di bruni muschi, alla soglia del mare,
sosta un tratto a beccare, e poi di nuovo
scivola via come una spola, vola,
sparisce in cielo. Neppur ci ha guardati.
Ma è bello, affusolato, grigio e bianco:
porta, certo, il buon anno.


Diego Valeri

mercoledì 29 dicembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)

S ANTONIO da PADOVA 23 puntata

Per una catena di S. Antonio, il mio Gilles perse la fama.

Le cosiddette catene di sant’ Antonio sono un sistema per propagare un messaggio inducendo il destinatario a produrne molteplici copie da spedire, a propria volta, a nuovi destinatari. A volte sono bene augurali a volte contengono minacce e superstizioni e come un virus si propagano senza fine. Anche se a volte sono simpatiche e ben fatte è bene non cadere nel tranello perché sono comunque un entrare in casa degli altri senza chiedere permesso.

Ora vi devo parlare di sant’ Antonio l’ ispiratore delle catene. Vedrete che il discorso sarà un po’ confuso, ma chi mi ha letto sino a qui, si sarà reso conto di essere in un coacervo di caos. Le catene sono ispirate al santo più venerato ma io non so scegliere fra i due Antonio, cioè fra quello di Padova e l’ Antonio eremita .

Ambedue i santi hanno forti legami con la Romagna e quindi anche con me.

Sant’ Antonio da Padova nasce nel 1195 a Lisbona il 15 agosto, nel 1220 viene ordinato sacerdote poi scosso per l'uccisione di cinque frati francescani missionari in Marocco, chiede e ottiene di farsi francescano e di partire in missione. Appena arrivato in terra africana, una strana malattia infrange il suo sogno ed è costretto a ritornare. La nave sulla quale si era imbarcato, per evitare il naufragio è costretta ad approdare in Sicilia. Da qui parte per prendere parte al Capitolo generale dei francescani, ad Assisi. Antonio incontra san Francesco. Frate Graziano, ministro generale della Romagna, conduce con sé il frate portoghese, affinché celebri la santa Messa ai Frati del romitorio di Montepaolo. Questo eremo esiste ancora, è quello raffigurato nella foto, qui vi è conservato una reliquia del santo e vi sono due percorsi esterni : il Sentiero della Speranza con pannelli che rappresentano la vita del Santo e il Viale dei Mosaici dove é raffigurata la storia di Montepaolo. E' qui, a Montepaolo che Antonio vive da eremita la regola francescana. Nel 1222 il 24 settembre, in occasione di una ordinazione sacerdotale celebrata a Forlí, deve tenere, per obbedienza, un sermone, che fa un'enorme impressione. Cosí comincia la sua grande epopea di predicatore, di docente e di ministro dell'Ordine. Di qui la sua predicazione si estende a tutta l'Italia settentrionale e alla Francia meridionale.
Nel 1224 diviene insegnante di teologia nelle scuole di Bologna e di Montpellier. Nel 1226 è custode della provincia di Limoges e poi ministro provinciale della Romagna. Nel 1230 provato dalla malattia, si ritira a Padova, nel convento di S. Maria Madre del Signore. Qui si dedica alla compilazione dei Sermoni. Il 13 giugno 1231 muore.


immagine: Eremo di Montepaolo

domenica 26 dicembre 2010

INTERMEZZO

Dopo avere presentato la libellula come simbolo di rivelazione e come inizio di scoperta di sè stessi, vi propongo il cammino verso il compimento della rivelazione, con la presentazione simbolica del cigno, il quale significa raggiungimento di sè stessi. Tutti quanti conoscerete la favola del brutto anatroccolo che si trasforma in bel cigno, da me così amato nell' infanzia credendo alludesse ad un cambiamento fisico, no, la vera bellezza è interiore, è questo che significa il cigno: arrivo alla nostra bellezza vera e nuda, vi ricordo che la Venere celeste cioè pura è sempre rappresentata nuda e naturalmente la nudità non è intesa quella fisica.
Il cigno è
il simbolo di saggezza, amore sincero, fedeltà, innocenza, purezza, forza e coraggio. Il cigno dona la capacità di interpretare i sogni e rappresenta l'evoluzione spirituale.

I cigni guidavano i
l carro di Dionisio, di Venere, e quello di Helios, di cui era la più perfetta raffigurazione simbolica. Gli aedi cantavano che Apollo, sole proveniente dall’estremo nord , ritornava verso le regioni boreali su un carro trainato da cigni, attraversando una barriera di ghiaccio verso una mitica regione dall’eterna primavera. Ma in cigno si trasformò anche Giove quando, desiderando Leda , la vide dormire, sotto un albero, sul monte Tagete. Quando Leda si sveglio, vide un gran cigno luminoso e udì la sua voce e poi Leda ebbe un grosso uovo da cui nacquero due gemelli : Castore e Polluce. Nella mitologia irlandese vi è il bel racconto di Oengus e di Caer.
Una notte Oengus sogna una giovane fanciulla sconosciuta. Al risveglio si scopre appassionatamente innamorato di lei, e incomincia a cercarla per la campagna. Infine riesce a trovare Caer ("bacca di tasso"). La ragazza vive vicino a un lago, un varco per l'Altroregno. Caer e le sue amiche sono creature soprannaturali e, ad anni alterni, a Samhain, si trasformano in cigni. Tutte loro hanno una graziosa catena attorno al collo, ma solo quella di Caer è d'oro. Anche se Oengus implora il padre di Caer di poterla sposare, l'uomo si rifiuta di dare il suo consenso, poiché una profezia ha predetto che lui morirà il giorno delle nozze della figlia. Solo a Samhain, quando i confini tra i mondi sono sottili come veli, Oengus potrà fuggire con l' amata. In attesa di Samhain si trasforma a sua volta in cigno e vola via insieme a Caer, volteggiando tre volte sopra il lago per addormentare gli altri con un incantesimo e farli dormire tre giorni e tre notti.


Il cigno dunque rappresenta la comunicazione fra gli elementi, fra i diversi mondi e
come animale sacro alla Dea è considerato un simbolo del sole e un messaggero
degli dèi, benefico e sacro, possessore di poteri magici legati alla musica e
al canto, uniti ai poteri di guarigione del sole e dell'acqua.

Il cigno rappresenta anche la luce dello spirito, la scintilla divina
nell'uomo. Il suo volo è paragonato al ritorno dello spirito verso la propria
sorgente e rappresenta la parte dell'uomo che tende al bene, al meglio di sé,
alla perfezione, alla spiritualità.
Rappresenta il percorso di riscoperta del proprio sè e della propria bellezza interiore, dal goffo anatroccolo alla splendida maestosità e grazia del cigno bianco adulto.


Nel video troverete un piccolo spezzone del Lago dei cigni di Matthew Bourne, è il mio balletto preferito, qui Bourne enfatizza non la grazia ma l' energia e la possanza del cigno, come in realtà è, ( il cigno è un animale intelligente e altero ma è anche molto aggressivo se attaccato ) d' altronde per ottenere la conoscenza di sè stessi, la grazia e la bontà non bastano.

venerdì 24 dicembre 2010

BUON NATALE A TUTTI VOI


BABBO NATALE ESISTE

Qualsiasi cosa di chiara esistenza si dice: lo sa anche un bambino.
Tutti i bambini sanno che esiste Babbo Natale.
Ma ai filosofi non basta.
Loro vogliono prove.
Eppure...
Il filosofo della scienza Paul K. Feyerabend racconta, che a otto anni, si trovò, come al solito, di fronte Babbo Natale ma:...vidi anche le scarpe di mio padre, che gli anni prima non avevo mai notato, vidi i suoi occhi dietro l' enorme barba, e sentii parlare lui e non Babbo Natale.
Era mio padre, chiaramente era lui, ma altrettanto chiaramente non era lui, ma era Babbo Natale.

mercoledì 22 dicembre 2010

INTERMEZZO

IL CALDERONE DI MORGANA vedi qui

I miti riconducono a fatti religiosi. I riti sono atti e formule che mettono in

scena i concetti religiosi con i simboli. Quindi i simboli veicolano i concetti

religiosi ma anche quelli laici e politici. Da bambina mi sembravano ridicoli i

sacerdoti egiziani e allo stesso tempo ritenevo S. Tommaso (che non credeva

se non verificava) uno stupido. I miti raccontano come è nato il mondo, la

società, come sono nate le distinzioni, chi ha inventato la tecnica ecc. Mito

deriva dal greco e significa racconto. Il mito inizia con la separazione, il mito

non è infantile, anzi organizza e spiega il giusto/sbagliato. Accanto ai miti vi

sono i riti che rivitalizzano il mito, col loro complesso di simboli realizzano

l’ideologia (messa, preghiera mussulmana, parata militare, trionfi, olimpiadi,

la mummificazione egiziana ecc) Ogni civiltà ha i suoi miti, riti e simboli e

capirli e riconoscerli è capire come tale società gestisce il potere. Noi

crediamo i nostri miti come verità e consideriamo quelli di altre civiltà senza senso ma... i culti melanesiani

del Cargo avevano adepti che predicavano l’arrivo del Cargo, queste popolazioni prima avevano visto

arrivare i Giapponesi coi loro beni (durante la II Guerra mondiale, poi gli americani con altri beni, ed allora

essi pregavano per l’arrivo del Cargo che portassero a loro la stessa ricchezza... il culto di Mami Wata si

sviluppa in Africa poi in Europa, tramite gli emigranti, Mani Wata è ambigua può portare ricchezza, ma anche

miseria (infatti è ciò che può capitare all'emigrante)... e Tio la divinità andina del sottosuolo è cambiata col

mutare delle condizioni dei minatori, nel 1500 era vestito con abiti dell'inquisitore spagnolo, poi con gli abiti

del cowboy (oggi il loro rame è acquistato dalle multinazionali)... i Nord Americani davano perline agli indiani

in cambio di pellicce, ma gli indiani ne avevano tante, mentre le perline servivano loro per acquistare

prestigio nella loro tribù... e nel 1500 gli abitanti delle isole Salomone chiedevano il cappello ai marinai

spagnoli, che erano giunti lì, in cambio davano il loro bastone d’oro che portavano appeso al collo, gli

spagnoli pensarono di aver trovato un nuovo Eldorado, ma il bastone era di pirite e il cappello serviva agli

indigeni perché era simile al copricapo che usavano i loro “re”... Detto ciò si evidenzia che il simbolo per

poter essere sacro deve essere riconosciuto come tale

In vedi qui c'è l' interessante link con un saggio di Gaetano Barbella

lunedì 20 dicembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)

22 puntata


Ci fu un altro pomposo contatto, da un importante critico d’ arte. Un critico coi fiocchi, di quelli che hanno un curriculum lungo, lungo che incute soggezione solo a guardarlo. Con modi professionali e tecnici, senza ombra d’ ironia , né calore, si degna di osservare il Gilles , perché forse potrebbe portarlo in Giappone. Il critico si occupa di promuovere l’ arte italiana nel paese orientale dei peschi e delle peonie e dei draghi ( peschi, peonie e draghi ne abbiamo tanti anche in Romagna) e forse può interessargli anche il mio lavoro artistico. Mi lascia il suo indirizzo e-mail, riservato e per pochi, e mi lascia in quella specie di brodo di giuggiole in cui il solito io prepotente e potente aspira alla fama.

Sarebbe un bello schiaffo per quelle persone che disprezzano il mio lavoro, non dico che debba piacere, ma solo riconosciuto che cerco di mettermi in gioco con tutta me stessa.Mi sembra impossibile però che io sia una vera artista , sono così poco tecnica, così incostante, io mi considero una scassabubbole, che non so bene cosa significhi, ma mi piace la parola.

Il Giappone sarebbe anche un bel viaggio per il Gilles, che fino ad ora, doveva andare a Ravenna, poi a Roma, a Milano ed invece non si è mai mosso.

In mezzo a questi sogni di fama, mi arriva nella posta elettronica una specie di catena di Sant’ Antonio. Questa catena ha aforismi sul vile denaro che non compra nulla, il denaro compra l’ artificio e non l’ arte. Di solito cestino queste catene, ma questa ha svegliato in me, una specie di furore irrazionale e l’ ho inviata agli indirizzi della mia rubrica, ai miei amici ed anche al famoso critico.

Neanche cinque minuti e mi è arrivata la risposta del famoso critico: “ Questo è un indirizzo di lavoro, sono costretta a negarle l’ accesso in quanto lei è una persona irresponsabile e sciocca.”

Addio sogni di fama.


immagine: Gilles

venerdì 17 dicembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)

21 puntata


Nella soleggiata piazza di Ravenna, ai tavolini del bar Roma, aspettando il gallerista milanese, sorseggiando il solito caffè al ginseng in tazza grande, mi godevo l’ ultimo sole di settembre e per calmare l’ agitazione pensavo a tutte le numerose serate estive passate, proprio qui, in piazza, a parlare , io più ad ascoltare, le dissertazioni sul dimenticato significato del termine “ logos “ che vorrebbe dire non solo parola ma ragione, ed altre amenità di questo tipo, quando sentii una mano sulla spalla.

“Con una giornata così bella, non inizieremo subito a parlare di lavoro, ti ho messo una mano sulla spalla, ma sei un groviglio di nervi tesi.” Mi apostrofa il gallerista milanese.

“Ciao, sì già ho problemi con la colonna vertebrale perché ho i muscoli poco elastici, in più usando il computer mi sono accorta di non tenere una postura corretta , devo proprio prenotare qualche massaggio per sciogliermi un po’.

“ Alzati, ho sofferto anch’ io di mal di schiena e sono diventato quasi un massaggiatore professionale, alzati , non avere paura, ti tocco solo le vertebre, vedrai come starai meglio dopo, su, su.”

“ Non mi sembra il caso.”

“ Ma di cosa hai paura, qui in mezzo alla gente, con la piazza piena.”

Mi alzo ed il noto gallerista milanese, mi massaggia con due dita, spingendo le vertebre.

“ Dai rilassati.” Mi dice.

Ed io improvvisamente, sento, senza ombra di dubbio, da dietro, la sua erezione.

Indignata mi allontano e lo fulmino con lo sguardo, prendo in mano la borsa e lascio i soldi per il caffè.

“ Ma che hai, dai siediti, non si fa così, soldi non ne vuoi spendere, io ti aiuto lo stesso e tu ti arrabbi, non ti capisco proprio.”

“Io soldi non ne voglio spendere, perché mi sembra di comprare il lasciapassare falso per il mio Gilles, figurati se vendo me stessa.”

“ Stronza, ”mi dice il noto gallerista milanese mentre mi sto allontanando.

Furente mi giro col dito medio alzato, poi allungo il passo e me ne vado.

Gilles non andrà neanche a Milano, ma meglio così, che cambiare abitudini fa male alla salute.


immagine : Gilles

martedì 14 dicembre 2010

INTERMEZZO SPECIALE A CURA DI GAETANO BARBELLA






Tintoretto si autoritrae in Nozze di Cana

Di Gaetano Barbella

Tintoretto un incredulo San Tommaso apostolo?

Non pochi famosi pittori del Rinascimento si sono autoritratti nelle loro opere d'arte, come Raffaello che compare, quasi inosservato in un angolo di Scuola di Atene delle Stanze vaticane e, vedremo, anche Veronese che fa la stessa cosa ritraendosi insieme a Tintoretto, Tiziano e Bassano in Nozze di Cana. Qui, al contrario del caso suddetto di Raffaello, il quartetto è parte fondamentale del quadro poiché è posto al centro e in primo piano, quasi con l'intento di far da “sgabello” a Gesù posto al centro in alto.

Ma se Veronese ha avuto questa felice idea in onore di Gesù Cristo e, così, della sua Chiesa, cosa maggiormente rimarcata dal fatto che si tratta, in Nozze di Cana, del primo miracolo del Signore, un altro pittore, altrettanto famoso e suo rivale in arte, il Tintoretto, ovvero Jacopo Robusti, nell'analoga opera Nozze di Cana, fa di più audacemente. Egli è si autoritrae al centro del quadro relativo, almeno con certezza assoluta al centro in corrispondenza dell'arco centrale posto sullo sfondo (secondo il punto di vista di quest'arco e non secondo la direttiva mediana dei due architravi longitudinali). E così la tavolata del pranzo nuziale, con Gesù a capotavola in lontananza, è al lato come un incerto secondo piano, ma la cosa può essere anche immaginata come un Est, un eccelso sole sorgente, punto fondamentale di riferimento nelle Chiese medievali dove si colloca l'abside con l'altare. D'altronde si tratta del primo miracolo di Gesù, che lui non voleva stando al Vangelo che ne parla, ma che ha comunque operato perché la Madre gli ha forzato la mano. Per lui, in quel momento non era la sua Madre ma la Donna e lo fa capire. È complessa la comprensione della centrale postazione di Jacopo Robusti di padre bresciano maestro tintore di seta. Può apparire presuntuosamente inaccettabile e, forse, fu questa idea a indurre la riproduzione su stampa del quadro del Tintoretto in cui la figura presunta del Tintoretto appare piccola, appena visibile, assai incerta e per niente centrale. Se ne parlerà dettagliatamente verso la fine di questo scritto.

Non è nemmeno ignota la fenomenale personalità di Jacopo Robusti, assai tormentata dalla spinta di primeggiare in modo clamoroso, ma si può anche giudicare ardimento, forte slancio creativo per penetrare il mistero della vita, ma da accettare anche su basi dettate dalla materia e non solo dello spirito. E il miracolo di Cana deve averlo coinvolto a tal punto da tentare, con la sua presenza centrale in Nozze di Cana, di valicare, al “presente” epocale, l'irraggiungibile Est del Cristo attraverso il fatto materiale riposto nell'anfora del miracolo posta in primo piano. Infatti lo sguardo dell'ipotetico suo volto è fissato in questa direzione. A rimarcare questa mia concezione, quasi a voler vedere bene, a guisa di un San Tommaso incredulo che pone la mano nel costato di Gesù dopo la sua resurrezione, dispone l'unico grosso candeliere sospeso del salone, giusto in direzione verticale dell'anfora dell'acqua trasformata in vino.



L'uomo che sfida il mistero dell'acqua e vino

L'illustr. 1 e il particolare dell'illustr. 2 mettono in risalto l'immagine di un uomo che ha una marcata somiglianza con l'autoritratto di Jacopo Robusti detto il Tintoretto dell'illustr. 3.

Il quadro Nozze di Cana di questa immagine è stato fatto nel 1561, 14 anni circa dopo la presumibile data dell'autoritratto suddetto.

Dall'illustr. 1 è interessante riscontrare che la supposta figura del Tintoretto è collocata al centro del quadro di Nozze di Cana, giusto al centro dell'arco di mezzo della sala (se si disponesse il quadro originale si potrebbe verificare questa centralità relativa a tutta la tela). Mentre al centro dell'arco al lato, quasi a disporlo in secondo piano, c'è Gesù a capotavola. Tuttavia la posizione dell'uomo, supposto il Tintoretto, che è in piedi, si trova in direttiva dell'anfora della tramutazione dell'acqua in vino secondo le istruzioni di Gesù, tanto più che egli sembra osservare, quasi controllare o forse dubitare, questa operazione del miracolo.

Insomma, conoscendo la fama del Tintoretto disposto a tutto pur di strabiliare, di vincere e senza scrupoli, egli in Nozze di Cana ha veramente fatto ciò che tutti gli altri artisti del Rinascimento, anche più famosi di lui non hanno fatto.

Melania G. Mazzucco, che ha scritto un voluminoso libro sul Tintoretto, molto apprezzato, “Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Biografia di una famiglia veneziana”, ediz. Rizzoli, scandaglia la sua forte personalità e ne parla come se lo conoscesse da sempre, per esempio così:

Come è suggestivo il racconto del rapporto che Jacomo, «un artista ambizioso e discusso, scorretto e devoto, colto e popolare, eccentrico e conformista, incalzato da un perenne furore creativo», intrattenne, per esempio, con il mefistofelico libertino e intelligentissimo Pietro l' Aretino, dal quale ebbe lodi ma anche veleni, sia pure camuffati dietro parole alate.

Oppure con «Il» pittore veneziano per eccellenza, il numero uno, il grande Tiziano Vecellio, acclamato e lodato in tutta Europa, amico dei potenti, intimo - quasi - dell' imperatore Carlo V, che mai volle lasciare spazio al più giovane collega, mai ne riconobbe il genio, guadagnandosi fin da subito il suo precoce odio quando - per invidia secondo la leggenda - buttò fuori dall'ambita sua bottega il ragazzo apprendista Jacomo. A quell'epoca il giovanissimo pittore ancora non si chiamava Tintoretto, ma al massimo Tintore, soprannome dovuto al mestiere del padre, Battista Robusti, eccellente maestro di tintoria di origine bresciana.

Forse la più impressionante e inquietante tra tutte le sue opere, ossessionò molti, pittori e scrittori, tra i quali Sartre, che a Tintoretto dedicò vari saggi, e che nell'Autoritratto ravvisò «un viso posseduto di vecchio assassino».[1]

Resta poi un fatto che convaliderebbe l'ipotesi dell'autoritratto di Tintoretto nella sua pittura Nozze di Cana. Poteva mai, Jacomo, «un artista ambizioso e discusso, scorretto e devoto, colto e popolare, eccentrico e conformista, incalzato da un perenne furore creativo», come suddetto, essere da meno di un altro artista, suo conterraneo, che lo incalzava, Paolo Veronese al secolo Paolo Caliari (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) con un'analoga opera pittorica di Nozze di Cana? Non solo per l'opera in sé altrettanto meravigliosa, ma perché Tintoretto vi si autoritrae coinvolgendolo insieme al Tiziano e Bassano. Questa mia opinione non sembra reggere perché l'opera del Tintoretto di Nozze di Cana è stata eseguita nel 1561, mentre l'analoga del Veronese nel 1562-63. Tuttavia non c'è da meravigliarsi che entrambi si sbirciassero scambievolmente i progetti grafici delle loro opere, magari con l'aiuto di amici fidati. E allora la mia ipotesi regge. C'è anche di più, perché può essere anche che lo stesso Veronese, potendo vedere l'opera eseguita più di un anno prima di lui dal suo rivale Tintoretto e rendersi conto dell'autoritratto, abbia ricambiato alla grande dandogli così una sorta di schiaffo morale, ritraendolo insieme a lui, a Tiziano e a Bassano. Veramente un bel colpo da maestro d'arte e di vita!

“Nelle celebri Nozze di Cana strappate brutalmente dalle truppe napoleoniche da San Giorgio Maggiore e oggi al Louvre, Veronese riassume la scena pittorica veneziana in un quartetto. Tiziano tiene la partitura con i suoni gravi del violone, Tintoretto si lancia nei virtuosismi solistici del violino, Bassano porta in laguna le tonalità terrestri del cornetto, Veronese sintetizza tutti gli armonici del concerto grazie al suono grave ma brillante della viola da gamba. Il messaggio è chiaro, celebrare la Serenissima dove le differenti voci dell’arte si armonizzano di fronte a Dio e alla sua corte terrena, l’aristocrazia lagunare. Raramente una civiltà sarebbe stata tanto cosciente della propria centralità storica. Raramente una cultura avrebbe inscenato la propria dimensione estetica con altrettanta chiarezza: l’unità del reale nel colore.”[2]

Una stampa che lascia perplessi

Ma non è finita la questione sull'ipotesi dell'autoritratto di Tintoretto in Nozze di Cana perché se ne aggiunge un altro che lascia imbarazzati, al punto da dar valenza alla mia ipotesi del suo autoritratto in Nozze di Cana vanaglorioso, o eccezionalmente ardimentoso.


Dunque nel 1612 fu eseguita una stampa del quadro Nozze di Cana del Tintoretto in questione. L'autore è Fialetti Odoardo (1562-1637) di professione incisore e disegnatore.

Riporto la descrizione che vi riguarda:

« Questa stampa riproduce nello stesso verso e con fedeltà un dipinto firmato e datato 1561, eseguito dal Tintoretto per il Refettorio del Convento dei Crociferi a Venezia. In seguito allo scioglimento della corporazione (1657) venne trasferito nella Sacrestia della chiesa di S. Maria della Salute, dove si trova tuttora. In origine centinata, la tela venne successivamente trasformata in rettangolare nel corso del Settecento. Durante i restauri del 1984 è stato restituito il formato originario.

Negli angoli superiori della stampa si trovano gli emblemi dei Crociferi, confraternita che commissionò il dipinto del Tintoretto ed alla quale apparteneva padre Opilio Verfa a cui la stampa è dedicata. Il confronto fra questa stampa ed un'altro esemplare conservato nel Fondo Calcografico della Pinacoteca Repossi, ha evidenziato l'esistenza di almeno due stati diversi, non registrati dalla bibliografia consultata. Collocazione: Chiari (BS), Pinacoteca Repossi. »[3]

Allora quale è il fatto imbarazzante di questa stampa eseguita esattamente mezzo secolo dopo la realizzazione del quadro relativo del Tintoretto?

Viene assicurato che la « stampa riproduce nello stesso verso e con fedeltà un dipinto firmato e datato 1561, eseguito dal Tintoretto », ossia Nozze di Cana, ma resta il fatto, appunto imbarazzante, che il supposto volto del Tintoretto, che ho posto in evidenza, non viene raffigurato quasi per niente. Si nota a mala pena una certa piccolissima traccia di volto al suo posto, mentre quella del quadro del Tintoretto, si è visto che è piuttosto evidente.

Che pensare a questo punto? A una distrazione dell'autore della stampa? O forse perché ai Crociferi della confraternita veneziana, che commissionò il dipinto a Tintoretto alla quale apparteneva padre Opilio Verfa cui la stampa è dedicata, non piaceva la MARCATA presenza del volto di Tintoretto che sarà stato riconosciuto per tale. Per loro, come del resto mi è parso di vedere la cosa, OFFUSCAVA la celebrazione sacra del quadro e dunque della stampa che a loro premeva rimediare in qualche modo.

Dunque, in conclusione, non c'è da meravigliarsi se l'intraprendente Jacomo, così come lo chiama Melania Mazzucco, ha fatto “vivere per sempre” sé stesso stando alla dedica della poetessa russa Marina Cvetaeva che è l’autrice dedica a Jacopo Robusti detto il Tintoretto: “Chi è vissuto una volta deve vivere per sempre. È questo il compito dei poeti”.[4] Tuttavia, questo non poteva essere se non come ha voluto concepire il suo rivale Veronese con un quartetto d'eccezione, come a mostrare un Rinascimento musicale in auge e allegro all'insegna del Cristianesimo.

Tintoretto il Galilei della pittura

Resta comunque in sospeso, la mia versione del coraggio “bestiale” di Jacomo Robusti, un bresciano di stirpe, di ardire un occulto battesimo di fuoco potendo essere possibile che si sia posto ad un relativo “centro” del suo dipinto.

Forse il “bel gesto”, di questo pittore del Rinascimento, ammettiamo pure che sia così perché può piacere al mondo laico del cattolicesimo, ci sfida per attuare una vita in coerenza col presente che alla sua epoca stava per dischiudersi attraverso la nascita della nuova visione del mondo. È la scienza che si oppone di lì a poco con la concezione del sistema eliocentrico al posto delle teorie copernicane care alla Chiesa. Tintoretto, con Nozze di Cana è l'irredentista di questa rivoluzionaria visione del mondo.

Che importa se quel volto sia veramente il suo, perché Tintoretto è come se si svincolasse dal quadro stesso ed un altro sé in sua vece è in quel volto. Quasi che fosse Galileo Galilei che, con un occhio osserva in alto il famoso lampadario del Duomo di Pisa al posto di quello del salone della Nozze di Cana e far balenare in lui la legge fisica del pendolo, e con l'altro occhio, verso il basso, verso l'anfora del miracolo, è Newton che medita sulla caduta dei gravi nell'osservare la famosa mela caduta innanzi lui, secondo la leggenda. L'acqua tramutata miracolosamente in vino, se nel passato è il primo segno di fede, traslato ai tempi moderni in cui la scienza non si pone limiti, è l'abbrivio all'osservazione scientifica che si oppone all'attrazione della forza di gravità spirituale delle religioni. Potremmo definirla antigravità laica.

Ma questa mia concezione, se pur concepita diversamente, la si intravede nel libro «Tintoretto è Venezia anche se non dipinge Venezia» scritto da Jean-Paul Sartre.

Jean-Paul Sartre (1905-1980) critico, scrittore, filosofo, è forse l’esponente più rappresentativo dell’esistenzialismo ed uno degli intellettuali francesi contemporanei più noti nel mondo.

«Tintoretto è un pittore che dipinge le relazioni spaziali che si hanno quando si scolpisce» riporta di Sartre una recensione di questo libro[5] e poi prosegue così:

Cento anni prima che Galileo e Newton ne descrivessero gli effetti, Tintoretto scopre l’onnipresenza della forza di gravità, dipinge corpi in perenne squilibrio, folle di personaggi accalcati che si schiacciano a vicenda, santi e angeli che, finalmente, “pesano”. Per la prima volta, dice Sartre, un pittore chiede ai suoi committenti di ritrovare nei quadri che acquistano le “servitù” alle quali sono sottoposti nella vita quotidiana, il loro corpo a corpo con la materia.

GAETANO BARBELLA

Brescia, 13 dicembre 2010

Illustrazione : Tintoretto (Jacopo Robusti, 1518, Venezia – 1594, Venezia), “Nozze di Cana”, 1561. Olio su tela, 435 x 535 cm, Santa
Illustrazione: particolare delle Nozze di Cana
Illustrazione:
Autoritratto Tintoretto. ca. 1547, Olio su tela 46 x 38 cm
Illustrazione : Particolare “Nozze di Cana” di Veronese, 1562-63. Olio su tela
Illustrazione :Nozze di Cana, di Fialetti Odoardo (1562-1637). Stampa in acquaforte. Riproduzione della pittura omonima di Robusti Jacopo detto Tintoretto



sabato 11 dicembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)


PIAZZA del POPOLO 20 puntata


La piazza centrale di Ravenna è chiamata Piazza del Popolo, ha anche altri nomi, ma questo è quello che più le si addice perché è un luogo che attira i ravennati all’ incontro come le api sono attirate per il miele. Non ho citato a caso le api , in quanto qui si ergono due colonne su una delle quali vi è sant’Apollinare( patrono della città) il cui simbolo sono le api, simbolo di eloquenza. Sull’ altra colonna vi è San Vitale.Le colonne erette davanti al palazzo comunale dai veneziani nel 1483, hanno il basamento a gradoni, scolpito in bassorilievo da Pietro Lombardo con formelle raffiguranti i segni dello zodiaco, qui sono tredici, perché un tempo i segni zodiacali erano tredici, ed ornamenti floreali ed altre figure.

La piazza è un quadrilatero dove l'armonia degli spazi e degli edifici si sposa con l'armonia dell'incontro, è il cuore della città e fu ricavata nel XIII secolo. Fino al 1483 era solo un terreno erboso e fu durante la dominazione veneta che venne ampliata e pavimentata. Il Palazzo comunale, finto medievale è chiamato anche palazzo merlato per via dei merli posticci che furono posti nel 1857 in occasione della visita del Papa Pio IX .Vicino vi è il Palazzetto Veneziano , cosiddetto perché appunto eretto dai veneziani sempre nel Quattrocento. I cinque grandi archi con l'archivolto in terracotta poggiano su delle colonne di granito con capitelli di tipo composito con foglie di acanto dell'epoca dell'imperatore Teoderico (493- 526).

La piazza ispira lusso,calma e voluttà, è amatissima, ma sarebbe un po’ difficile far capire ai ravennati che qui si inspira aria di Venezia perché il periodo della dominazione veneziana è ancora malvisto, evidentemente quelli di Ravenna hanno la memoria lunga considerato che sono passati più di cinquecento anni. Qui a pochi metri vi è la sede della Loggia Massonica del Grande Oriente, la Casa Matha, sorge accanto all' Hotel Byron. Il Gran Maestro vive qui a Ravenna.Non tutti sanno che Ravenna era anticamente una città profondamente esoterica , tracce di percorsi iniziatici si possono ritrovare ovunque; come il labirinto a San Vitale ; i vari monumenti a pianta ottogonale, l' 8 rappresenta la Resurrezione, ed è simbolo dell' unione della terra col cielo, dell' infinito. Vi è anche un cavallo sepolto in una chiesa, il cavallo nell' antichità era compagno nei viaggi, ma accompagnava anche le anime in paradiso se bianco, all' inferno se nero.Vi sono poi un sacco di pigne che ornano palazzi e monumenti. La pigna secca è un simbolo esoterico, il secco rappresenta la morte, ma i pinoli che contiene all' interno significano la rigenerazione.

Oggi si dice che i ravennati più che la pigna hanno come loro simbolo il cocomero. Il cocomero ha la scorza verde, la polpa rossa ed i semi neri ( cioè il romagnolo è insieme repubblicano, che comunista ed anche fascista).


Nella foto, potete anche intravedere il mezzo più amato dai ravennati : la bicicletta, ed anche una brutta scritta su una panchina, purtroppo certi graffitari non si rendono conto dello scempio che fanno.



mercoledì 8 dicembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)

19 puntata


Ci fu un importante contatto con una galleria di Milano.

Il proprietario di questa galleria, un commerciante d’ arte, aveva visto il Gilles esposto e sembrava esserne innamorato.

“Questo, se lo porto a Milano, si vende subito, qui non è apprezzato, sta tornando in auge il figurativo, il tuo Gilles è molto espressivo , ne hai altri?” Mi disse. Il gallerista milanese.

“ Certo occorre un buon catalogo, con la prefazione di un noto critico, e poi tenere il prezzo alto, perché funziona così, più costa e più vale, ma questo non è il posto per parlarne “ continuò lui.

" Certo occorrerà qualche soldino, perchè un critico famoso costa, ed è il nome che fa vendere, ma perchè fai quella faccia?"

" Io soldi non ne voglio spendere."

" Si può fare lo stesso qualcosa, ma questo non è il luogo per parlarne, occorre un posto con un po' di riservatezza, magari a casa tua." insiste il gallerista.

Cincischiai, un poco, ma poi il solito vermiciattolo avido di lodi, mi costrinse a cedere, deridendo le mie ansie paurose.

Eppure una specie di sesto senso mi incuteva timore, il solito serpentello della paura del nuovo, mi dissi, la ragione insisteva nel dirmi: " ma di cosa hai paura", ma la lotta fra il vermiciattolo avido di lodi ed il serpentello della paura si volse a favore del primo e sbottai:

" A casa mia , ho dei lavori in corso , possiamo incontrarci in un locale tranquillo".

Fissammo un appuntamento in un bar, nella piazza centrale di Ravenna.


immagine: Gilles

domenica 5 dicembre 2010

INTERMEZZO SPECIALE



ANTROPOLOGIA DI ARTE SACRA
In Natività Allendale di Giorgione
A cura di Gaetano Barbella



La Natività Allendale di Giorgione è come un'icona bizantina, ma se questa è un'arte liturgica che si
distacca dal mondo terreno e si eleva vertiginosamente verso il mondo divino - il Regno dicono gli
“iconoduli” ossia i cultori di icone - , la prima non è da meno come arte liturgica che abbraccia la
teologia, la antropologia religiosa.
La Natività Allendale si differenzia da tante altre, dal tema della natività di Gesù rinascimentali fino
ai giorni nostri, essa si svincola dal mondo fenomenico per innalzarsi verso una vetta, al pari delle
icone. Giorgione affronta appunto la rappresentazione liturgica dell'evento messianico con un' arte
che non solo è “forma della forza estetica”, ma anche “capacità di liturgia” - nell'accezione greca
del termine “leitos ergon”, ossia “azione del popolo” (che crede), oggi sostenuta per l'arte sacra.1
Ma vi sono altri artisti rinascimentali, come Benvenuto Tisi detto il Garofalo che perseguono lo
stesso percorso antropologico.
Antropologia liturgica, dunque, che si rivolge all'uomo, diremo verso l'Occidente, mentre l'arte delle
icone, che si rivolge all'Oriente, è il riflesso e l'eco della liturgia incessante che si celebra nel regno
dei cieli. Nelle icone ciò che conta non è il “soggetto religioso”, non è l'ispirazione, non è la tecnica,
anche se ispirazione e tecnica hanno la loro importanza. E non è neppure l'espressione dei
sentimenti, perché l'icona non si affida ai sentimenti – se in alcune sue forme degeneri – ed è
estranea a ogni forma di naturalismo o imitazione della natura. Essa è lo specchio visibile di una


realtà invisibile.
Tutta l'arte dell'icona si fonda su tre elementi, che gli iconografi interpretano secondo la loro cultura
e la loro sensibilità: la stilizzazione dei personaggi, la prospettiva inversa, il fondo dorato. Gli occhi
piccoli, le orecchie grandi pronte all'ascolto, i personaggi delle icone somigliano ben poco a persone
reali: sono figure ormai libere dai pesi della vita in questo mondo.
La prospettiva inversa ci ricorda l'esistenza di un mondo in cui non valgono le leggi della fisica o i
teoremi della geometria euclidea. Ecco allora quei paesaggi e quelle case che sembrano stare in
piedi per miracolo, quelle forme che sfidano la forza di gravità lanciandosi verso il cielo, ecco i
personaggi troppo piccoli o troppo grandi, sproporzionati rispetto la scena. Essi ci dicono che
l'icona non è arte dell'apparenza, bensì della trasparenza, una trasparenza non idolatrica, perché
rinvia continuamente a un Altro e a un Altrove, è segno di una realtà che ora vediamo confusamente
come in uno specchio di acqua torbida e che nel Regno vedremo faccia a faccia. Infine, il colore
dell'oro, usato per lo sfondo, simboleggia la luce del Tabor che ormai inonda il creato: non è
soltanto un elemento decorativo, bensì un motivo teologico, al pari degli altri due elementi qui
ricordati.
A tutto questo, l'antropologia liturgica rinascimentale, prendendo a campione La Natività Allendale
di Giogione, vi sopperisce in analogo modo ma resta vincolato, come già detto, al mondo umano,
pur mostrandovisi distaccato. Qui non vi sono visibili alterazioni delle sembianze umane, e
nemmeno accezioni che riguardano le leggi della fisica o i teoremi della geometria euclidea. Anzi è
proprio la geometria composita che perfeziona un ricercato equilibrio armonico antropologico in
simbiosi col mondo divino attraverso i simboli e lo si potrà constatare con la lettura di altre opere
pittoriche di Giorgione e di altri artisti del Rinascimento.
Si noterà che nel dipinto in esame, La Natività Allendale, i tre della Sacra Famiglia non hanno
alcuna aureola, cosa consueta in tante altre rappresentazioni analoghe, ma è appena poco. Ciò che
colpisce è che qui, alla prospettiva inversa delle icone, Giorgione vi sopperisce con il vistoso
distacco del piano rappresentativo, della Sacra Famiglia e i due pastori, con il resto dell'immediato
secondo piano. Troppo “immediato” per giustificare la piccolissima dimensione, per esempio, del
personaggio appena dietro il manto del pastore in piedi. È a ridosso di un albero al limite della
parete rocciosa, la stessa poco distante, anzi pochissimo, dal suo limite verso la grotta.
Insomma si ha l'impressione che i tre
personaggi dello sfondo, di cui quello
menzionato, siano degli gnomi e questo crea
appunto il distacco con lo scenario della Sacra
Famiglia e pastori dal resto.
Ma vi sono altri particolari che contribuiscono a
mostrare l'intento antropologico del Giorgione
in quest'opera pittorica, secondo la mia visione.
Al posto degli angeli, che di consueto trovano
posto al sommo della grotta della natività, si
notano invece tre vaghe testoline, di cui una
assai incerta, che lasciano pensare più ad un
mondo antropologico, appunto, che a quello
celeste.
Viene da pensare che Giorgione abbia invece
voluto configurare tre libellule sulle quali ci
accendono curiose leggende legate al mondo dei


draghi e delle fate. Osservando l'immagine di una di queste (vedi l'illustrazione), non si nutrono
dubbi su questa mia supposizione.
Si aggiunge a questo la rappresentazione di una coppia di volatili bianchi su un albero, intorno ad
un nido, in alto a sinistra: altra configurazione che contribuisce a dar forza all'idea antropologica
dell'opera in lettura.
Ma Giorgione sembra andare oltre al clima antropologico fin qui rilevato in seno alla Natività
Allendale. Egli con circospezione inserisce una figura animale sfruttando gli elementi incerti della
natura dello sfondo dove son presenti i tre piccoli personaggi suddetti. A ridosso del cespuglio e
della tettoia a sinistra guardando, si nota la testa di un grosso lupo o cane o forse anche una belva.
Leonardo da Vinci ci mette in guardia da simili interventi pittorici di immagini surreali cui egli
stesso vi ricorre per dare una sua significazione esoterica, comunemente catalogata fra i fenomeni di
pareidolia.3
Si potrebbe affermare, a questo punto, che già nel Rinascimento era nata una epistemologia
religiosa nell'arte, e non solo attraverso l'arte iconografica d'Oriente.
Brescia, 5 dicembre 2010


1 Antropologia dell'arte moderna: http://www.antropologiaartesacra.it/direttore_Alessio_Varisco.html
“Natività Allendale”, o “Adorazione Beaumont”, o “L'adorazione dei
pastori”, è un dipinto autografo del Giorgione, realizzato con tecnica ad
olio su tavola, presumibilmente intorno al 1505, misura 89 x 111,5 cm. ed
è custodito nella National Gallery di Washington.

2 Icone, finestre sul Regno di Pietro Pisarra. Jesus. Mensile di attualità e cultura religiosa – Anno XXVII – Agosto
2005 – N.8
Le libellule (Libellula Linnaeus, 1758) sono un
genere di insetti appartenente all'ordine degli
Odonati. Il nome Libellula deriva dal latino
“libra”, ovvero bilancia, così detta perché nel
volo tiene le ali orizzontali.


3 La pareidolia (dal greco e.d...., immagine, col prefisso pa.., simile) è l'illusione subcosciente che tende a
ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale.
È la tendenza istintiva e automatica a trovare forme familiari in immagini disordinate; l'associazione si manifesta in
special modo verso le figure e i volti umani. Classici esempi sono la visione di animali o volti umani nelle nuvole, la
visione di un volto umano nella luna oppure l'associazione di immagini alle costellazioni. Sempre alla pareidolia si può
ricondurre la facilità con la quale riconosciamo volti che esprimono emozioni in segni estremamente stilizzati quali le
emoticon. Si ritiene che questa tendenza sia stata favorita dall'evoluzione perché consente di individuare situazioni di
pericolo anche in presenza di pochi indizi, ad esempio riuscendo a scorgere un predatore mimetizzato.

sabato 4 dicembre 2010

INTERMEZZO

La libellula che ho qui mimetizzato su un calice antico, ispirandomi a El Greco il grande pittore del Rinascimento spagnolo che nacque a Creta, visse a Venezia, a Roma e infine in Spagna dove morì. El Greco iniziò come pittore di icone e questa sacralità e ieraticità propria delle icone rimarrà in tutti i suoi lavori . El Greco raffigura la libellula in forma di piccolo drago, sul calice che San Giovanni Evangelista tiene in mano. Giovanni è l' autore dell' Apocalisse che vuol dire :Rivelazione.

La Libellula è chiamata Dragonfly in inglese, ed è quindi associabile al messaggero degli Dei secondo le popolazioni pre-Colombiane che loro chiamavano Serpente piumato , oppure al Lung degli orientali, cioè il Drago benefico e portatore di conoscenza e potere spirituale. Il nome Libellula è invece derivato dal latino “libella”, vale a dire bilancetta. Dunque il nome indica la Bilancia, simbolo di Giustizia e quindi del Cristo, il messaggero degli Dei nella tradizione cristiana. La libellula è capace di dominare il volo ma anche di galleggiare sull’acqua e queste sono caratteristiche del Cristo-Messia, e in generale dell’Uomo perfettamente reintegrato nella sua immagine divina, conoscitore del Volo astrale verso i mondi spirituali e dominatore del corpo acqueo-animico (Gesù cammina sulle acque, come fa la libellula). La libellula è anche un insetto associato alla Velocità, dunque al Mercurio, il messaggero degli Dei secondo i Greci.


Comunque sia per me la libellula ha più grazia di una farfalla, essa nel linguaggio simbolico significa :rivelazione. Se compare o inizia ad interessarci significa che si ha bisogno di dissipare il velo di illusioni creato, rivelando a sè stessi una verità nascosta. Forse si ha necessità di riscoprire la creatività o di esprimere concretamente qualche talento. Quindi questo post vuol essere un augurio di conoscenza di sè stessi per tutti voi che lo state leggendo.


giovedì 2 dicembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)



18 puntata



Betta una mia amica:

Come mai il Gilles è ancora lì, non lo voleva Giovanni?

“Sì , ma a Giovanni non piace, quindi me lo tengo io.”

"Ho pensato, che forse si intona coi colori del nuovo arredamento della mia casa di Roma, te lo compro io.” Mi dice con un sorriso.

“No, ho deciso, il Gilles me lo tengo io.”rispondo, pensando intanto che mai e poi mai lo avrei dato a Betta.

A Betta voglio bene, meno bene voglio ai suoi capricci. Il mio Gilles non può stare da lei.

Per farvi capire l’ indole di Betta, vi racconto uno dei suoi litigi usuali col marito.

Per l’ anniversario di nozze, il marito le regala, ogni anno, dodici rose rosse a stelo lungo, lungo.

Un anno la fiorista del paese ne era sprovvista, quindi propose al marito un mazzo di lilium contornato di piccole rose .

Come a Betta fu donato il mazzo di fiori dall’ innamorato coniuge, ella lo stazzonò per terra e con un calcio lo scaraventò contro il muro , inveendo al marito improperi sulla sua mancanza di tatto e di decoro osando portare a lei un mazzo di fiori che andava bene solo per il cimitero.

Costrinse poi il marito a telefonare alla fiorista ordinandogli di offenderla pesantemente perché incapace di svolgere il suo lavoro.

Infine il marito fu costretto ad uscire e ad andare in città per recuperare le fatidiche dodici rose rosse a stelo lungo, lungo.

Capirete, quindi, che il mio Gilles non può né andare , né stare con Betta.


immagine : GILLES

lunedì 29 novembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)

17 puntata


“Giovanni, inutile che tu mi dica che ti piace e che lo prendi con te, lo vedo dalla tua faccia che Gilles ti fa schifo.”

“Non è che non mi piace, ma non va bene per la comunità, a quelli così depressi non posso mettere sotto gli occhi, tutti i santi giorni, un Gilles, così come lo chiami tu, li renderebbe ancora più tristi.”

E Giovanni continuò:

“ Facciamo così, ti lascio il Gilles e mi dai il tuo autoritratto, quello col Mondrian in sottofondo.”

“ Giovanni tu sei un curioso fischio, sai che il mio autoritratto non l’ ho dato a nessuno, tu me l’ hai chiesto decine di volte e ti ho detto che non è in vendita, ti ho fatto il Gilles perché mi sentivo in colpa per non avertelo dato, ma vedi un po’, prendilo, perché il grande sorriso che ha non è poi un sorriso reale, tu credi che lì ci sia allegria e siccome ciò che conta è quello che uno crede, prendilo è tuo e io mi tengo il Gilles, si vede che io devo stare ancora nella malinconia e tu hai meritato più di me la serenità, dai prendilo.”

“Dici sul serio, no, non posso,”

“Sì che puoi, ma spicciati, che potrei cambiare idea.”

Giovanni, incredulo ma lesto acchiappa il mio autoritratto ispirato a Mondrian e soffiandomi un bacio prende la porta e se ne va.

Io rimango al lavoro in compagnia di Gilles.

Dove lavoro c’ è un gran via vai di gente ed il Gilles non è rimasto anonimamente appeso al muro, ha ricevuto un sacco di commenti, chi si limitava a dire “ è brutto”, “ è bello”, chi lo scambiava per un mio ritratto, chi per un attore e chi per Michel Jackson e chi lo voleva comprare e chi lo voleva bruciare, chissà chi era veramente il mio Gilles


immagine: autoritratto con omaggio a Mondrian

sabato 27 novembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)

16 puntata



Torniamo a Gilles.

Gilles è anche il titolo del quadro da me eseguito e qui raffigurato, è il protagonista del mio racconto.

Si può fare un racconto da un quadro?

Per me sì, e qui in questo spazio conto solo io e chi si sente come me.

Giovanni l' operatore del centro per il recupero di persone con problemi e mio amico, mi ha fatto una richiesta.

“ Che hai detto Giovanni, non ho capito, e se ho capito ti rispondo di no.”

“ Tanto so che se insisto, tu mi dici di sì, dici sempre che il tuo maggior problema è che non sai dire di no.”

“Giovanni, non faccio più lavori su prenotazione. Ho smesso. Ero entrata in un circolo vizioso, schiava del consenso e dei soldi, sì perché inutile nasconderlo, il denaro è maledetto e più ne entra , più ne vuoi, la pittura era diventata un lavoro e non più una passione libera. Se vuoi, ma solo perché sei tu e perché sai quanto bene faccia a me fare qualcosa che possa anche solo un poco rasserenare gli altri ti faccio il Pierrot che mi hai richiesto, ma alla mia maniera, così come viene , viene, a mente, lasciando lavorare le mani come vogliono loro, senza guidarle razionalmente; e per piacere non chiamarlo Pierrot che il termine è inflazionato ed ha tolto tutta la poesia al soggetto, chiamalo Gilles.”

E Giovanni, sbuffando:” Ma sta un po’ calma, sempre alla guerra, va bene, come vuoi tu ."

Avevo ancora una bella tela bianca, molto grande, io di solito faccio lavori di piccole dimensioni, il grande mi mette soggezione .

Portai la tela in giardino con tutta la mia attrezzatura da disegno al fianco e mi misi al lavoro.

Solitamente dopo il primo gesto ed il primo tocco di colore diventa tutto facile, tutto procede come in un puzzle, dopo una linea ed un colore , nasce un’ altra linea ed un altro colore.

Lavoro e lavoro, poi mi fermo e do un’ occhiata, una sistemata, poi un’ occhiata, un’ altra sistemata, sino a quando mi dico:” ecco così va bene. E’ finito.”

Dopo tre ore di lavoro il Gilles era lì davanti ai miei occhi.

Soddisfatta lo portai al luogo dove lavoro, dove ho modo di esporlo accanto al mio autoritratto , aspettando di incontrare Giovanni e farglielo vedere ; a me piaceva molto, ma un certo rimescolamento allo stomaco mi rendeva incerta sul reale apprezzamento del mio amico.

Mia madre intanto appena lo aveva visto aveva esclamato:” che brutto, hai fatto un lavoro orribile, non ti vergogni, chi lo vede dirà che non sei capace di niente , toglilo dall’ esposizione che spaventa le persone . “

“Addirittura, ma dai, smettila, questa poi ora ti interessi anche d’ arte”. le risposi secca ed amareggiata.

mercoledì 24 novembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)

GRIGORI PERELMAN 15 puntata


Henri Poincaré, probabilmente il più grande matematico e fisico, vissuto a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo è l' inventore della 3 sfera, egli enunciò una congettura, vale a dire un’affermazione che secondo lui era vera ma che non era in grado di dimostrare.
Grigori Perelman, un matematico russo di 46 anni, dimostra la 3 sfera, risolve uno dei grandi problemi matematici insoluti, egli è un genio. La sua fama arriva prima di lui e, nonostante fondazioni e associazioni si offrano continuamente di premiarlo per le sue idee, lui risponde: NIET. Lo sanno bene i giornalisti che hanno tentato di entrare in contatto con lui.
Perelman ha rifiutato, nell’ordine: una medaglia d’oro alle Olimpiadi di matematica, una borsa di studio per New York, un posto di lavoro all’istituto matematico Steklov, e la Medaglia Fields a Madrid.
Perelman, giudicato dai benpensanti un pazzerello, vive a San Pietroburgo con l' anziana madre, girerebbe un po' sporco e malconcio, e avrebbe risposto all' insistenza dei giornalisti con queste parole:

"Per me è del tutto irrilevante. Se la soluzione è quella giusta, non c’è bisogno di alcun altro riconoscimento."

Ho trovato questa foto nel web, a me piace immaginarmelo così: che viva la sua vita contento senza farsi influenzare dagli altri.

Ci dimentichiamo a volte che è nostro dovere vivere la nostra vita, e ci struggiamo e perdiamo tanto tempo volendo vivere la vita degli altri , con gusti, ambizioni, valori che non sono nostri.

Questa immagine che ho trovato nel web, lo rappresenta come un druido ma anche come un moderno Lugh, la cui luce è sapienza.



immagine http://www.saatchi-gallery.co.uk/yourgallery/artist_profile//22021

venerdì 19 novembre 2010

I VIAGGI DI GILLES ( racconto incasinato)




3 SFERA 14 puntata


Questo flusso continuo di sinapsi , mi evoca la sfera e più precisamente la 3 sfera. Io non conoscevo questa sfera tridimensionale è saltata fuori , pensate un poco, ad un incontro culturale in cui si parlava di Dante e lo spazio.

Pare proprio che Dante abbia usato la 3-sfera come modello del suo universo .

Sì , quando l’ insegnante prima di iniziare i canti spiegava la geometria e lo spazio dell’ Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, che a me pareva tanto noioso, pare che per questo spazio Dante abbia usato intuitivamente la 3-sfera. Lucifero fu scaraventato sulla terra e provocò la voragine, il cono dell' Inferno che scende sino al centro della sfera terrestre, in perfetta corrispondenza della voragine infernale, la montagna del Purgatorio, sede della purificazione dal peccato. Sulla sua sommità è situato il Paradiso terrestre. Attorno alla Terra immobile c'è l'elemento aria , quindi la sfera di fuoco ed infine i nove cieli ( sfere translucide in cui ruotano con velocità crescente, allontanandosi dalla Terra, i corpi celesti : Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse e primo mobile ). Nella zona più esterna c'è l'Empireo sede dei beati e di Dio.

Al Primo mobile Dante si ferma e guarda indietro notando la sfera perfetta del cielo, Dante sarebbe sul bordo della prima sfera che coincide col bordo della seconda sfera, la sfera il cui centro è Dio.

La 3sfera è come avere una sfera piena, se poi la tagliamo a metà,otteniamo due mezze sfere piene, le appiattiamo sino a che i bordi continuano l’ una con l’ altra, un po’ come il simbolo dell’ infinito, solamente che la 3 sfera è finita.

I fisici, oggi, si stanno ancora chiedendo se davvero il nostro universo sia finito, come la 3-sfera, oppure no

Voi vi chiederete cosa c’ entri la 3sfera col racconto, bè raccontare significa comunicare tutto ciò che pare interessante, ma vi avviso la 3sfera, mi ha affascinato ma sicuramente non l' ho afferrata.

immagine 3sfera http://it.wikipedia.org/wiki/3-sfera
immagine struttura Divina Commedia http://www.studiaremeglio.it/Letteratura/10656.php