lunedì 24 dicembre 2018

UN BICCHIERE DI MARSALA


Il Marsala è un vino liquoroso (o fortificato cioè con aggiunta di acquavite) prodotto in Sicilia, principalmente a Marsala, da cui prende il nome. Secondo la tradizione, il commerciante inglese John Woodhouse, si fermò a Marsala e qui gustò un vino che veniva invecchiato in botti di legno di rovere e che aveva un gusto affine ai vini spagnoli e portoghesi come il Porto, lo Sherry o il Madera che erano molto apprezzati in Inghilterra. Woodhouse decise così di imbarcarne un po’ di barili, addizionandolo con acquavite di vino, per aumentarne il tenore alcolico e mantenerne le caratteristiche. Il Marsala, meno costoso degli altri vini liquorosi ebbe un gran successo fra gli inglesi, tanto che Woodhouse decise di ritornare in Sicilia e di iniziarne la produzione e la commercializzazione, utilizzando per l’affinamento il metodo soleras, tecnica già usata in Spagna e Portogallo. Nel 1833 l’imprenditore palermitano, di origine calabrese, Vincenzo Florio, fondò le Cantine Florio. Il vino Marsala ebbe il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata nel già dal 1969. Il Marsala si presenta oggi sul mercato con due distinte categorie: vergine o conciato, con diversi anni di invecchiamento e diversi affinamenti, può essere secco o dolce ma va sempre bevuto in un bicchiere del tipo tulipano a stelo alto. Il Marsala è considerato fra i migliori vini da dessert, è un ottimo vino da meditazione, e può essere consumato anche da solo e lontano dai pasti è inoltre utilizzato come ingrediente nella preparazione di moltissimi piatti. Certo oggi è un po’ dimenticato, nessuno più ordina un Marsala al bar, o in enoteca o al ristorante, al suo posto si preferisce un Porto, si sceglie un vino famoso e trendy e il prezzo elevato garantisce la qualità, il Marsala così è un po’ dimenticato, stiamo diventando tutti un po’ come gli inglesi. A questo proposito si narra che Woodhouse, presentando il Marsala agli inglesi come un vino poco costoso, questi non lo apprezzarono. Successivamente, lo fece riassaporare agli inglesi, stavolta presentandolo come un prodotto molto costoso, gli Inglesi rimasero sbalorditi dalla bontà del Marsala.

martedì 18 dicembre 2018

UN BICCHIERE DI FRIULANO


Il Friulano è un vino bianco, prodotto in Friuli-Venezia Giulia. Fino al 2007 era denominato Tocai. Il Tocai italiano, è un bianco secco da pasto, dal sapore fruttato, mentre il Tokaj ungherese è un liquoroso vino da meditazione, dolce e prezioso. Nel 1959, una società di export di Budapest citò in giudizio un produttore udinese e inizialmente la decisione fu a favore del Tocai friulano, perché veniva esclusa la possibilità di confondere i due vini. Ma la diatriba continuò e successivamente a Bruxelles, nel 1995, si assegnò la paternità esclusiva del nome Tocai alla produzione ungherese. Il Friulano è da sempre il vino dei friulani e del Friuli Venezia Giulia e se ha perso il nome Tocai non ha certo perso la sua bontà. Si presenta col colore giallo chiaro, la sua caratteristica principale è il gradito profumo e sapore di mandorla amara. Si dice che il Friuliano si beve e non si abbina, ma questo vino molto beverino si accompagna molto bene a tanti piatti e prodotti gastronomici, quindi beviamolo come aperitivo magari con del prosciutto crudo brindando al matrimonio che ha combinato il fattaccio del cambio del nome. L’antico contratto matrimoniale di Aurora Formentini, quando andò in sposa al conte ungherese Adam Batthyany nel 1632, annoverava, tra i vari beni portati in dote anche “...300 vitti di Toccai...” coltivate già all’epoca nelle campagne friulana. Questo, per i sostenitori della tesi, proverebbe l’origine italiana del vitigno Tocai.   

mercoledì 12 dicembre 2018

MAN RAY 2

 Man Ray è uno dei protagonisti del Dadaismo a New York insieme a Francis Picabia e a Duchamp. Gli oggetti realizzati da Man Ray, i ready mades stravolgono la natura dei manufatti, basti pensare al ferro da stiro coi chiodi che rende inutilizzabile l’oggetto, lo priva della sua funzionalità eleggendolo come opera d’arte non certo per la sua bellezza ma solo come concetto, come idea nuova e antiborghese. Nell’immagine di questo post potete vedere L’Enigme d’Isidore Ducasse, 1920, rifatto nel 1972, consiste in una macchina da cucire, avvolta in una coperta e legata con lo spago. L’idea di Man Ray di usare una macchina da cucire è stata ispirata da una frase dello scrittore francese Isidore Ducasse (1809-87), meglio conosciuto come il Conte di Lautréamont, Bello come l’incontro accidentale, su un tavolo da dissezione, di una macchina da cucire e un ombrello. I dadaisti consideravano fonte d’ispirazione la frase di Ducasse, considerandola pure come simbolo di sessualità nascosta. L’ombrello era considerato un elemento maschile, la macchina da cucire era vista come l’elemento femminile, e il tavolo da dissezione come un letto dove poteva avvenire l’orgia. L’oggetto coperto di Man Ray, tuttavia non è visibile e ciò inquieta perché celato sotto il telo può esserci un qualsiasi altro oggetto, ciò viene reso ancora più evidente dal titolo dell’opera enigma. Qualcosa che viene mostrato ma allo stesso tempo celato, evoca da una parte l’anonimato, dall’altra la curiosità, dall’altro ancora emerge la bellezza della sola forma, che esalta ciò che è nascosto perché soffuso di mistero. Quest’opera può essere vista come antesignana e fonte di ispirazione per Christo, il famoso esponente della Land Art, che impacchetta addirittura il Reichstag a Berlino e  il Pont Neuf a Parigi. Più prosaicamente Man Ray è anche il precursore della moda di questi ultimi anni di coprire edifici, panchine o altro della città con lavori in lane colorate eseguite all’uncinetto o coi ferri da maglia.





666 sconfitto dal 515... la Bestia sta per essere vinta dal Veltro, la profezia è già iniziata



Paola Tassinari, un romanzo, un viaggio misterioso e reale per scoprire il Veltro, tramite Dante e Nostradamus: la profezia dei 700 anni si avvera, tramite una lastra riscoperta nel 1975 a Torino... DXV "nel quale un cinquecento diece e cinque, messo di Dio" ma anche indicante dopo quanti anni si avvererà ovvero 500+ dieci decine+ cinque decine= 650 fra i 650/700 anni, in questo cinquantennio le condizioni cicliche/astrali saranno propizie perché torni l'età dell'oro occorre sono crederci e condividere... questa parola che divide il dolore e moltiplica la serenità... condividere è la parola del secondo Millennio... tutto questo in Io sono la divina

venerdì 7 dicembre 2018

MAN RAY 1


Man Ray (1890-1976) è stato un esponente poliedrico del modernismo, impegnato in diversi ambiti artistici: pittura, scultura, cinematografia, incisione a stampa e poesia. Tuttavia fu grazie alla sua produzione fotografica, dagli studi di nudo alle fotografie di moda, fino ai ritratti, che divenne famoso. Fu chiamato il fotografo del Surrealismo. I numerosi esempi di natura morta, i ritratti e non solo ci mostrano come Man Ray sperimentasse in modo costante nuove tecniche, allontanandosi dall’ambito descrittivo della fotografia per avventurarsi verso forme di espressione poetiche ed evanescenti, grazie all’esposizione multipla, la solarizzazione e i fotogrammi dallo stile unico che lo stesso artista chiamò “rayografie.Man Ray, che significa uomo raggio, era il suo pseudonimo il vero nome era Emmanuel Radnitzky, nato negli Stati Uniti, a Filadelfia, amava la Francia, morì a Parigi nel 1976.  A New York lavora nel 1908 come disegnatore e grafico, nel 1912 inizia a firmare le sue opere con lo pseudonimo “Man Ray”. Nel 1915 conosce Marcel Duchamp di cui diverrà grande amico. A New York, con Marcel Duchamp formò il ramo americano del movimento Dada, nel 1921, Man Ray affermò che  il Dada non può vivere a New York e torna a Parigi, dove avvenne la sua prima mostra, in cui venne esposta la famosa opera Cadeau, un ferro da stiro su cui erano stati incollati dei chiodi, tipico esempio di un ready made illogico e paradossale. Nell’immagine Il ritratto immaginario del Marchese de Sade, presenta un pietrificato de Sade, con sullo sfondo la Bastiglia integra, precedentemente Man Ray aveva realizzato un’altra opera simile, ma sullo sfondo vi era la Bastiglia in fiamme. Il Marchese de Sade fu effettivamente detenuto alla Bastiglia per la sua dissolutezza morale.


mercoledì 5 dicembre 2018

sabato 1 dicembre 2018

MAX ERNST


Max Ernst (1891/1976) è stato un pittore e scultore surrealista tedesco. Max Ernst nasce a Brühl, vicino a Colonia, frequenta l’Università di Bonn per studiare filosofia e psicologia ma poi si dedica al mondo dell’arte. Importante è per lui l’incontro con il movimento surrealista, ma anche quello con gli artisti dadaisti e la Metafisica di Giorgio de Chirico. Significante è il suo incontro con alcuni esponenti del surrealismo, come André Breton e Paul Éluard; con quest’ultimo collaborò alla stesura di due volumi, Les malheurs des immortels e Répétition (1922).  Un viaggio in Oriente gli ispira una nuova tecnica pittorica, il frottage. Quest’ultima è una tecnica di disegno e pittura basata sul principio dello sfregamento di una matita su un foglio di carta posto su una superficie non liscia. Soggiornò a lungo a Parigi, dove collaborò con personaggi quali Duchamp, Dalí e Buñuel, prima di trasferirsi per 12 anni a New York, periodo durante il quale raggiunse l’apice della sua notorietà. Durante questo periodo, Ernst lavora  moltissimo, sperimentando nuove forme espressive, come il dripping, e realizzando importanti sculture tra le quali, per esempio, Il re che gioca con la regina (1944). Nel 1954 vince il primo premio alla Biennale di Venezia. Muore a Parigi nel 1976. Max Ernst era un grande appassionato di scacchi, forse non partecipò a tornei o olimpiadi di scacchi come fece Marcel Duchamp, ma con quest’ultimo giocò parecchie partite e vista la capacità di Duchamp certo Ernst doveva essere un bravo scacchista. Un certo numero di opere di Ernst si ispirano agli scacchi, come l’opera che vedete nell’immagine Il re che gioca con la regina, dove le linee forbite diventano inquietanti per via del re che abbraccia una piccola regina. Un re che pare come un Minotauro gigantesco, ma nel gioco degli scacchi senza regina il re vale poco.

sabato 24 novembre 2018

JOAN MIRO'


Pittore, scultore e ceramista, Joan Miró ( 1893/ 1983) è stato un pittore, scultore e ceramista spagnolo. Inizialmente studia economia, poi si rivolge all’arte, si trasferisce a Parigi, dove conosce i dadaisti e l’altro grande spagnolo Pablo Picasso da cui trae ispirazione. Tornerà a Barcellona la città natia, ma allo scoppio della Guerra Civile Spagnola fugge a Parigi, la quale successivamente viene invasa dalle truppe naziste, così Miró  torna in Spagna, fra la Catalogna e l’isola di Maiorca dove muore nel 1983. Esponente di spicco del Surrealismo, la realtà per lui è un punto di partenza che si sgretola completamente in forme oniriche e irreali. Miró usa ogni tipo di materiale come base per i suoi lavori: tele, cartoni, masonite, pezzi di ferro: tutto ha dignità per divenire opera d’arte. I suoi colori sono accesi, sono colori primari, il giallo, il rosso, il blu, ma ama tanto anche il nero. I suoi soggetti sono pochi, la donna, l’uccello, il sole, la luna, il paesaggio, il personaggio. La sua creatività è eclettica non si esprime solo attraverso la tecnica del dipinto ma anche per mezzo di collage, sculture, monumenti, litografie, ceramiche, scenografie, assemblaggi, arazzi ecc. Mirò aveva l’abitudine di lavorare contemporaneamente su più opere, “Il mio studio è come un orto ed io sono il giardiniere” diceva, non amava l’arte classica diceva di voler assassinare la pittura. Proprio per questa sua caratteristica presento nell’immagine una mia foto, in cui l’opera astratta di Mirò si riflette in uno specchio assieme all’affresco antico del soffitto di Palazzo Albergati a Bologna.

domenica 18 novembre 2018

PAUL DELVAUX


Paul Delvaux (1897/1994) è stato un pittore belga surrealista, nacque vicino a Liegi nel 1897. Di condizioni agiate ebbe una buona educazione studiando musica greco e latino, questi ultimi studi lo influenzarono sui suoi soggetti pittorici preferiti, ovvero le scene mitologiche. Studiò pittura e architettura all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles, iniziando poi ad esporre tele parzialmente influenzate dall’Impressionismo e dall’espressionismo. Successivamente ispirato da Giorgio de Chirico e da Renè Magritte e dal movimento del Surrealismo, a cui aderì, cambiò radicalmente stile. In realtà Delvaux non si considerò mai come un vero surrealista in quanto si riteneva un pittore classico, un classicismo attraverso riportare la vita moderna dei suoi giorni in maniera criptica e velata di arcano. Nelle sue tele domina un inquietante nudo femminile, carico di erotismo sfinito e finito, talvolta li presenta come scheletri, quasi una trasposizione delle danze macabre dei castelli medioevali. Eseguì anche dei murales, nonché molte interessanti acqueforti. Nel 1965 fu nominato direttore dell’Accademia Reale di Belle Arti del Belgio. Morì a Furnes il 20 luglio 1994. Aspettando la liberazione (Scheletri in ufficio) tela del 1944, che potete vedere nell’immagine, gli impiegati, non sono uomini in attività sono scheletri, sono già dei morti e il titolo gioca su due aspetti, la liberazione dall’orario di lavoro e dalla vita assai breve che abbiamo, in quanto appena nasciamo abbiamo già la spada della morte sulla nostra testa. Una rivisitazione in chiave moderna della danza macabra un tema iconografico tardomedievale, un memento mori (ricordati che devi morire) che esprime una visione  esasperata della morte. Delvaux insiste su questo tema portandoci o ad essere troppo allegri e spensierati  addirittura menefreghisti o all’opposto tristi e depressi quasi pensando al suicidio… meglio pensare che se c’è vita non c’è morte e viceversa.    

lunedì 12 novembre 2018

RENE' MAGRITTE 3

René Magritte (1898-1967) fu un pittore surrealista, una specie di mago illusionista. Le sue tele stupiscono allo stesso modo in cui un prestigiatore tira fuori un coniglio dal cappello. Magritte inserisce oggetti ordinari in contesti inaspettati, le sue tele ci lasciano con una percezione della realtà misterica e magica, sconvolge senza trasgredire, la sua immaginazione è fredda in quanto si inserisce in maniera statica e immobile. In tutti i suoi dipinti sembra di ascoltare il silenzio. Non fu apprezzato molto in vita, giunse al successo pochi anni prima di morire. La fama di Magritte si diffuse negli anni ‘60, le sue opere vennero riprodotte sulle copertine dei dischi e dei fumetti, anche pochi anni fa su Dylan Dog apparvero i suoi omini in bombetta che piovono dal cielo. Le chateau des Pyrénées (Il castello dei Pirenei) è un olio su tela di Renè Magritte realizzato e tutt’oggi esposto all’Israel Museum di Gerusalemme. Il dipinto per qualcuno è ispirato ad un racconto di Edgar Allan Poe, per altri all’isola volante di Laputa apparsa ne I viaggi di Gulliver. L’enorme masso di pietra appare pesante e allo stesso tempo quasi sospeso nel suo volo su un mare in tempesta. Il castello minuscolo, appare ben installato sulla grande roccia, che fluttua quasi senza peso. Il castello dei Pirenei pare allora, come il rifugio pietrificato e pesante del nostro vissuto, che trasvola su quel mare tempestoso, librandosi in un cielo nuvoloso, quasi un invito a vivere la nostra quotidianità, anche se pesante, anche se tumultuosa con un pizzico di leggerezza. 

mercoledì 7 novembre 2018

RENE' MAGRITTE 2


La vita di Magritte fu normale come quella dei tanti omini borghesi e seriosi in giacca e bombetta scuri, che dipinse tante volte. Eppure appena quattordicenne, la sua vita fu stravolta da un doloroso evento, la madre si suicidò buttandosi e annegando in un fiume. Fu ritrovata con la testa avvolta nella camicia da notte. Un  evento che il giovane Magritte non dimenticherà facilmente, dipingendo in alcuni suoi dipinti dei volti coperti e avvoltolati da teli. Anche se Magritte negò sempre il legame tra i suoi volti rappresentati velati e la morte della madre. Il titolo di questo dipinto, che vedete nell’immagine è Les Amants (Gli Amanti), è del 1928, un olio su tela. Esistono due quadri uguali realizzati dallo stesso Magritte ed esposti in due musei diversi, la National Gallery of Australia e il Moma di New York.  Il telo che copre i volti dei due amanti, se da una parte può essere collegato alla morte della madre, il titolo del quadro però fa pensare a due amanti che non comunicano fra di loro e neppure si vedono. Magritte rappresenta due individui molto borghesi, lui in giacca e cravatta, lei in abitino senza maniche rosso, con alle spalle un cielo tempestoso, con il volto coperto, anonimi, senza identità. Se dai critici è visto come un sentore di morte e di alienazione fra i due amanti, all’opposto si può pensare al detto che l’amore è cieco, quindi i due amanti non si amano per ciò che sono ma per un sentimento che nasce da qualcosa di sconosciuto e profondo.



giovedì 1 novembre 2018

RENE' MAGRITTE 1


René François Ghislain Magritte (Lessines21 novembre 1898 – Bruxelles15 agosto 1967) è stato un pittore surrealista belga. Magritte, detto anche le saboteur tranquille per i suoi lavori che presentano scene reali tranquille e asettiche cambiandone però i parametri, decontestualizzando gli oggetti dipinti,  così può presentare una semplice pipa iperrealista scrivendoci sopra questa non è una pipa oppure un paio di scarpe che al posto della parte davanti presenta delle dita oppure un masso pesantissimo che vola. Magritte vela di mistero il reale, il normale, insinuando dubbi attraverso la realtà. I suoi lavori fantastici, immaginari ed enigmatici lo avvicinano agli artisti della Metafisica come Giorgio de Chirico. La vita di Magritte, al contrario di altri surrealisti e dadaisti non è trasgressiva, nel 1916 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles più tardi si sposa con la compagna di sempre. Lavora come grafico, cambiando vita quando incontra le opere di de Chirico. Conosce il teorico dei surrealisti, Breton, aderisce al movimento ma viene stroncato dalla critica. Successivamente sempre con la moglie va a Parigi, ma la galleria La Cantaure di Bruxelles  per cui lavorava a tempo pieno  chiude e Magritte torna in Belgio e riprende il lavoro di grafico. Per sfuggire ai nazisti ritorna in Francia, questa volta al Sud, a Carcassonne. Magritte raggiunge il successo solo negli anni Sessanta, dopo pochi anni muore. Nel 1953 esegue Golconda che raffigura una serie di uomini in bombetta  che cadono dal cielo, come se si trattasse di pioggia. Così Magritte descrive la tela:   “C’è una multitudine di uomini, di uomini diversi. Ma poiché una multitudine non fa pensare a un individuo, tutti gli uomini sono vestiti allo stesso modo… “Golconde” era una ricca città indiana, una specie di miracolo. Io ritengo che sia un miracolo poter camminare attraverso il cielo sulla terra”.

mercoledì 24 ottobre 2018

LA BARONESSA ELSA 2


La baronessa Elsa Von Freytag Loringhoven, una vita dalle stelle alle stalle, da musa di Man Ray, amica di Marcel Duchamp  e di Ezra Pound ad ognuno dei quali, non mancò di fare avances sessuali nonostante preferisse le donne agli uomini. Un’artista che anticipa di molto il movimento punk, la body-art, la scultura e le installazioni fatte con oggetti rubati o trovati per strada nella spazzatura. Una vita inquieta, eccessiva e folle che certamente non l’ha resa felice, testimonianza che ci viene dalle sue poesie aspre e nichiliste. Qualche poesia e qualche ritratto è dedicato a Marcel Duchamp, che Elsa ha amato non ricambiata. Tanto per intendere la forte trasgressione di Elsa, Duchamp e Man Ray la coinvolgono in un video, intitolato The Baroness shaves Her Public Hair (La baronessa si rade i peli pubici). Una vita infelice, sia quando è alle stelle, al pieno della fama nei circoli dadaisti, sia quando è in condizioni di estrema povertà, sia quando è sposata, ha ben tre mariti ma una sessualità estrema e sconosciuta, dividendosi fra uomini e donne, e poi gli spettacoli porno, la polizia sempre alle costole per i suoi furti  da cleptomane, una vita infelicissima quella di Elsa in estrema solitudine con una se stessa che non conosce, non si ama e si mette sempre alla prova sia quando sta in alto, provocando e trasgredendo, che quando è in basso suicidandosi col gas (o dimenticandosi di chiudere il gas, che poi è la stessa cosa perché vuol dire non curarsi di sé) .  
In uno dei suoi quaderni personali, la baronessa aveva elencato ciò che portava in visita all’ambasciata francese a Berlino: “Indossavo  una grande  torta di compleanno sulla mia testa con 50 candele accese fiammeggianti, mi sentivo proprio così coraggiosa e irresistibile! Sulle  mie orecchie avevo orecchini fatti con prugne secche . Inoltre avevo messo  più francobolli come marchi di bellezza sulle mie guance dipinte color smeraldo e le mie ciglia erano fatte di penne dorate porcospino; questo per  civetteria nei confronti del  console. Inoltre portavo  alcune corde di fichi secchi intorno al mio collo per dargli modo di succhiarli al mio ingresso all’ambasciata.”

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giovedì 18 ottobre 2018

LA BARONESSA ELSA 1


La Baronessa Elsa von Freytag, chiamata Baronessa Elsa (1874/1927), poetessa e scultrice, amica dei dadaisti in particolare di Marcel Duchamp, è diventata famosa per le sue eccentricità, come i cucchiaini usati  al posto degli orecchini, i francobolli incollati sulle guance, una torta di compleanno, con tanto di candeline accese, al posto del cappello o la rasatura dei capelli o il frugare nell’immondizia per creare dei gioielli con cui si adorna. Nata nel 1874 a in Pomerania, Elsa si trasferisce a vent’anni a Berlino dove lavora nello spettacolo. Dopo varie peripezie, mariti e amanti e molti viaggi arriva a New York, dove sposa il barone Leo von Freytag-Loringhoven, ricco rampollo di una famiglia tedesca. Vivono un anno veramente alla grande, abitando al Ritz,  poi quando scoppia la guerra il marito torna in Germania e si suicida. La baronessa, non più giovane, tre mariti alle spalle e una sempre più evidente bisessualità diventa anche cleptomane. Nel 1923 Elsa torna a Berlino, dove vive in condizioni economiche estreme, chiedendo ai vecchi e importanti amici di prestarle denaro, finisce per qualche tempo in manicomio, termina la sua vita soffocata col gas lasciato aperto. Forse una dimenticanza, forse un suicidio, di certo vivere così inquietamente è un peso molto greve e grave.  Tutto ciò fa realmente pensare che la linea di confine tra arte/genio e sregolatezza/follia sia veramente molto esile mentre all’opposto lo stare in manicomio o alla ribalta, il confine sia ben definito e cioè se sei famoso e ricco o nullatenente e sconosciuto.
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venerdì 12 ottobre 2018

MARCEL DUCHAMP 8



Marcel Duchamp ha rivoluzionato l’arte, praticamente l’ha annullata, dopo di lui nessuno è più in grado di dire cosa è o non è un’opera d’arte, paradossalmente non si sa cosa sia l’arte e forse proprio per questo diventa elitaria e allo stesso tempo diviene merce che vale solo se sdoganata dai critici d’arte ed esposta in musei famosi. L’arte diviene un concetto, cioè cosa concepisce la mente di un oggetto, quindi non esiste se non nella mente, diventa un’utopia. Nel 1938 Marcel Duchamp realizzò un’installazione per l’Esposizione Internazionale del Surrealismo di Parigi. Il titolo era 1200 sacchi di carbone o The Grotto. Si trattava di un lavoro composto da sacchi di juta riempiti di carta e pendenti dal soffitto, sotto di loro c’era una stufa di ghisa che conteneva una lampadina e che costituiva l’unica fonte di luce. I sacchi erano ancora sporchi di carbone e il pubblico spaventato circolava sotto una coltre di fumo nero. L’idea, il concetto era che i sacchi di carbone rappresentavano il mezzo fra la mente, la stufa, e il non vedere né sapere quale fosse il reale contenuto nei sacchi. Il fatto è che si può prendere qualsiasi oggetto e poi arzigogolarci sopra e trovare intenti e similitudini. Questa installazione è stata riprodotta moltissime volte. Se Alberto Burri, negli anni Cinquanta scandalizzava usando dipingere vecchi sacchi, Duchamp venti anni prima era già oltre, cambiando addirittura la galleria o il museo, che da contenitore bianco e lindo, spazio per presentare al meglio le opere d’arte, diventa l’oggetto della scena. La sacralità del luogo non è più dettata dalle opere che vi sono esposte ma è lo spazio che rende sacro tutto ciò che vi entra, anche l’immondizia. Qualsiasi cosa, performance, accatastamento di roba vecchia, addirittura la chiusura o il gesto più banale se allestito nel museo, nella galleria o in una biennale o triennale ecc., diventa arte. Questa trasformazione va di pari passo con il mutamento della società che non sa più cosa è giusto o cosa è sbagliato, società dove tutto diventa sterile relativismo.  

domenica 7 ottobre 2018

MARCEL DUCHAMP 7


“Lasciami spiegare, mia cara, che la tartara alla quale mi riferisco non ha niente a che vedere con la salsa ed è stata inventata dai cosacchi in Siberia: pensa che può essere preparata a cavalloal galoppo addirittura, se le circostanze lo rendono necessario. Ecco le indicazioni: tagliate al coltello mezza libbra (per persona) della miglior carne che riuscite a trovare e mettetela in un piatto di porcellana, bianco – così che nessuna decorazione possa disturbare la disposizione degli ingredienti – dandole una forma a nido di uccello. Sistemate poi, al centro del nido, due tuorli d’uovo e infine disponete a lato del piatto, in graziosi bouquet, i seguenti ingredienti: cipolla bianca finemente sminuzzata, capperi, acciughe, prezzemolo fresco, olive nere accompagnate con foglie di sedano, sale, pepe. Ogni commensale mescolerà gli ingredienti alla carne. Al centro del tavolo: pane, burro e una bottiglia di vino rosè. Questa è la ricetta della tartare scritta da Marcel Duchamp. Non è una novità che il cibo abbia interessato gli artisti da sempre, basti pensare alle nature morte, per arrivare poi ai futuristi, ai surrealisti che sovvertirono gli accostamenti e gli abbinamenti culinari. Non è una novità che il cibo evochi l’eros. Molto spesso dalla cenetta, magari afrodisiaca, dalla tavola, dalla tovaglia si passi al lenzuolo del letto. Così non può stupire che dal cibo si passi agli utensili per la cucina. Duchamp realizza queste due presine in tessuto scozzese che possiamo definire maschile/femminile, in quanto in una sbuca un pene, mentre nell’altra Duchamp applica un quadratino di pelliccia… non resta che sorridere.

lunedì 1 ottobre 2018

MARCEL DUCHAMP 6


Scatola in una valigia (titolo originale: Boîte en-valise) è un’opera di Marcel Duchamp del 1941 che consiste in una valigia di pelle contenente copie in miniatura, riproduzioni a colori e una fotografia delle opere dell’artista, fa parte di una serie di valigette da viaggio che l’artista propone come evoluzione dei ready made. Nelle valigie vengono assemblati e incastrati oggetti, tra cui si riconoscono il famoso orinatoio e l’ampolla air de Paris, i fogli di riproduzioni di suoi lavori, su più livelli. L’idea di Duchamp è quella di raccogliere le riproduzioni di tutte le sue opere realizzate fino a quel momento. Nella Scatola in una valigia si individua di solito la conferma della totale rinuncia all’arte tradizionale e una riflessione sull’opera d’arte nell’epoca in cui la tecnica sta iniziando a realizzare ogni oggetto, ogni pittura in serie. Sembra che Duchamp anticipi il pensiero di Andy Wharol che in un’intervista del 1963 disse: “Tutti si rassomigliano e agiscono allo stesso modo, ogni giorno che passa di più. Penso che tutti dovrebbero essere macchine. Io dipingo in questo modo perché voglio essere una macchina”. La Valigia di Duchamp sembra quella piena di mercanzia del commesso viaggiatore, l’artista si propone come un qualsiasi commesso che porta in giro il suo campionario per vendere, anticipazione della mercificazione dell’arte,ma all’opposto può essere percepita come opera d’arte la Valigia stessa in quanto contenitore/museo.    


lunedì 24 settembre 2018

MARCEL DUCHAMP 5


Marcel Duchamp il famoso artista francese esponente del movimento dadaista ed ironico dissacratore non solo dell’arte ma di tutto il vivere, utilizzò molto spesso il tema degli scacchi nelle sue opere in quanto era anche un accanito giocatore. Forse fu per questo che realizzò questi deliziosi mini scacchi, ( che vedete nell’immagine) per averli sempre con sé e per usarli anche durante i suoi viaggi. Grande appassionato del gioco degli scacchi, partecipò non solo ai campionati francesi ma anche alle Olimpiadi. Un giornale dell’epoca dava la notizia della sua vittoria in un campionato regionale nel 1924:  “Il signor Marcel Duchamp, campione dell’Alta Normandia, ha ben meritato il titolo per il suo gioco profondo e solido. La sua freddezza imperturbabile, il suo stile ingegnoso e il suo modo impeccabile di sfruttare ogni minimo vantaggio ne fanno un avversario sempre formidabile”. La sua ossessione per gli scacchi divenne sempre più forte col passare degli anni, al punto da rasentare la follia, al punto di lasciare la moglie per gli scacchi. Riguardo al suo matrimonio Man Ray, artista surrealista e amico suo scrisse: “Duchamp passò la maggior parte della settimana del viaggio di nozze a studiare problemi di scacchi, e sua moglie per la disperazione si vendicò alzandosi una notte mentre egli dormiva e incollò tutti i pezzi alla scacchiera. Divorziarono tre
mesi dopo”.
Duchamp soleva dire: “I pezzi degli scacchi sono l’alfabeto che plasma i pensieri, e questi pensieri esprimono la bellezza astrattamente”. Passare ore ed ore, anni ed anni, davanti una scacchiera a studiare questa o quella mossa, incaponirsi, tentare e ritentare è sinonimo di razionalità e di intelligenza ma può portare psicosi, manie o depressioni… mi domando se Duchamp non fosse stato famoso, dove sarebbe finito? Perché la differenza è tutta lì se sei famoso le stranezze sono genio, se sei un nessuno le stramberie sono follia.

martedì 18 settembre 2018

MARCEL DUCHAMP 4


Nel dicembre del 1919, lasciando Parigi per New York, Duchamp porta un dono ai suoi amici e mecenati Louise e Walter Arensberg: un ready-made, un souvenir particolare, denominato Air de Paris. Un ready made è un oggetto di uso comune prelevato dal suo contesto quotidiano ed esposto come opera d’arte senza ulteriori interventi da parte dell’artista, se non l’atto mentale. Il primo a proporlo fu proprio Marcel Duchamp con la ruota di una bicicletta appoggiata su uno sgabello ed esposta come opera d’arte. Duchamp per questo souvenir acquistò una fiala vuota da un farmacista a Parigi e la riempì di aria parigina per donarla ai suoi amici. Una fiala con niente, l’aria non si vede né si sente, un’opera d’arte che non esiste. Eppure questa fiala diventa arte in quanto Duchamp ha l’idea di affermare che dentro c’è l’aria di Parigi, e sta dicendo la verità, perché l’ampolla è stata riempita a Parigi e cosa c’è mai di più bello che portare come souvenir l’aria e il profumo della città. Inoltre ha riempito la fiala con l’aiuto del farmacista ha quindi creato una specie di alchimia. Soffermarsi sul valore inutile ma allo stesso tempo ossessivo del souvenir, mi sembra d’obbligo, anzi mi domando se i tanti turisti o viaggiatori che si portano a casa in un vasetto la sabbia di una spiaggia lontana o l’acqua del mare siano degli epigoni dell’artista oppure degli ossessivi/compulsivi. Non bastava la mania dei tanti collezionisti di francobolli, orologi, monete, gufi, ecc.,  no Duchamp ci ha creato oltre ai souvenir classici anche i souvenir delle bottigliette di aria. Mi chiedo se la creazione di nuove idee, se benefica da una parte non crei all’opposto dei problemi, forse il rovescio della medaglia esiste anche con le idee e le fantasticherie. Nel 1949, l’ampolla si ruppe e venne riparata, creando un ulteriore domanda, l’aria è ancora quella di Parigi?


mercoledì 12 settembre 2018

MARCEL DUCHAMP 3


L’Esposizione internazionale surrealista è una mostra collettiva di artisti del Surrealismo organizzata in diverse città ed in periodi differenti a partire dalla prima, tenutasi a Parigi nel 1925. André Breton fu l’ ideatore delle mostre che si protrassero fino al 1967. La mostra che si tenne dal 14 ottobre al 7 novembre 1942 presso la Whitelaw Reid mansion in Madison Avenue a New York fu organizzata sempre da Breton con la collaborazione di Marcel Duchamp. Duchamp curò l’allestimento ed il catalogo. L’allestimento era costituito da una rete di corde intrecciate lungo tutto lo spazio espositivo in modo di avere una percezione diversa delle opere presenti all’esposizione. L’operazione intitolata sedici miglia di spago prevedeva l’allestimento di sedici miglia di corde intrecciate che occupavano tutto lo spazio della mostra, in pratica un’opera d’arte che ospitava ed evidenziava le altre opere d’arte, proponendo punti di vista diversi, perché osservare attraverso un reticolato non è la stessa cosa che vedere a campo libero. Precedentemente, nel 1918, Duchamp con l’opera chiamata: Scultura da viaggio aveva realizzato delle corde con cuffie da bagno in caucciù che aveva poi teso da un lato all’altro della stanza. Il suo intento era modificare e deformare la percezione scenografica di uno spazio attraverso dei fili. La scultura era da viaggio in quanto smontabile e ricomponibile in un altro spazio, infatti poi Duchamp la ripropone ingigantita a New York, nel 1942. I visitatori dell’inaugurazione di questa mostra rimasero assai disorientati, non solo dalla installazione dei chilometri di corda di Duchamp, ma anche dalla presenza di un gruppo di bambini che giocavano a palla fra i fili tesi in ogni dove. L’intervento dei bimbi che giocavano, voluto da Duchamp, come a ribadire da parte dell’artista che l’arte da lui intesa non è altro che gioco.

venerdì 7 settembre 2018

MARCEL DUCHAMP 2


Duchamp a un certo punto abbandonò la pittura, anzi lasciò ogni genere artistico sino ad allora conosciuto ideando il ready mades, il già fatto, esponendo come in questo caso due oggetti già belli e pronti, uno sgabello con sopra una ruota di bicicletta, esponendoli al museo come un’opera d’arte tradizionale. Lo spostamento di oggetti che nel loro contesto hanno una valenza di utilità in un altro ambito che è quello museale della bellezza li svuota di significato, esposti perdono la propria funzione, diventano inutili ma acquistano tramite l’inutilità la qualifica di opere d’arte, d’altronde l’opera d’arte non si distingue per il suo non essere utile? Duchamp stravolge tutto e ironizza su tutto ma con molta filosofia, infatti unisce due oggetti che sono uno il contrario dell’altro, lo sgabello serve per sedersi mentre la ruota per spostarsi. Tutto incomincia a Parigi, con l’incontro di una ruota con uno sgabello, con Duchamp che salta ogni confine, l’arte dilaga non solo con il movimento e la performance già propri del Futurismo, l’arte diventa non arte, tutto è arte e quindi niente è arte. Essì l’arte diventa un concetto, una rappresentazione mentale, un’idea. Nell’opera dello sgabello/ruota possiamo quindi vedervi anche la volta celeste che si appoggia sulla base/terra oppure l’esaltazione della ruota come iniziale invenzione dell’uomo primitivo, che si evolve con l’uomo diventando cerchio di bicicletta, ricordo che agli inizi del Novecento la bicicletta era un mezzo veloce, e poi ruota di auto e di aereo, rondella di ingranaggio e altro. Ognuno nella nuova opera di Duchamp può vedervi ciò che vuole anche la bellezza di un cerchio coi raggi similitudine della Terra coi meridiani.

sabato 1 settembre 2018

MARCEL DUCHAMP 1


L’artista francese Marcel Duchamp (1887-1968) viene considerato uno dei maggiori rappresentanti del dadaismo, anche se Duchamp ne sconfessava l’appartenenza, ma come poteva essere altrimenti? Duchamp stesso amava ironizzare su tutto impegnandosi a sovvertire tutte le regole. Il termine stesso di dada non significa nulla, essendo una parola che ricorda il primo balbettio emesso dai bambini. Si racconta che questa parola sia stata trovata dai dadaisti aprendo a caso il vocabolario francese, quando cercavano un nome adatto a esprimere la loro protesta. Dada in dialetto romagnolo, che si dice sia molto simile all’idioma francese, ha significato di persona cara, nel linguaggio infantile. Il dadaismo nasce a Zurigo,    mentre l’Europa è sconvolta dalla Prima guerra mondiale e la Svizzera è neutrale. In questa nazione pacifista si incontrano rifugiati e dissidenti politici, tra loro ci sono artisti, poeti, attori come Tristan Tzara e Hugo Ball che nel 1916 fondano il Cabaret Voltaire. Si tratta di un caffè letterario dedicato ironicamente al filosofo illuminista Voltaire: si organizzavano spettacoli che mettevano in ridicolo proprio la razionalità in cui Voltaire credeva. I dadaisti rifiutano valori come patria, morale e onore che hanno portato allo scoppio della guerra; esaltando tutto quanto è casuale e privo di senso. Duchamp più di tutti gli artisti dadaisti è fuori da ogni schema, ha elevato l’anormalità ad arte, anzi il rifiuto della norma diviene opera d’arte e lui stesso si trasformava in arte con travestimenti e atteggiamenti spregiudicati. Nato in un paese della Normandia in una famiglia numerosa, si vota alla carriera artistica occupandosi di cose diverse: esegue caricature per i giornali, si interessa di teatro, gioca a biliardo, lavora presso una biblioteca  e ha una spropositata passione per gli scacchi… non poteva essere altrimenti perché a guardare bene tutta la sua vita è stata un gioco, chissà se si è divertito o era solo una maschera di dolore che nascondeva l’orrore di non credere in nulla, in nullissima cosa. Nell’immagine la Gioconda coi baffi e pizzetto, con le lettere L.H.O.O.Q.  che, significano  Lei ha caldo al culo,  cioè è eccitata, oppure, giocando sulla presunta omosessualità di Leonardo e sul fatto che la Gioconda stratifichi più volti, tra cui quello del compagno fedele di Leonardo, Salai, con sottointesi espliciti riferimenti al posteriore.

venerdì 24 agosto 2018

SALVADOR DALI' 5

L’immagine che vedete è una fotografia, era in mostra a Bologna, è di Salvador Dalì del 1939 e raffigura “The Dream of Venus” ovvero la Venere che Dalì sogna e vorrebbe. Bendata, quindi che si fidi ciecamente di lui, vestita di nero con tagli strategici di vedo non vedo, ma soprattutto una specie di cintura di castità, oppure di pene rappresentato da un’aragosta. Occorre dire che Dalì aveva una specie di ossessione per i crostacei, l’aragosta per lui è simbolo di sessualità e di piacere erotico ma anche di dolore. Dalì aveva ideato anche un telefono che al posto della cornetta aveva un’aragosta, in anticipo sui tempi, l’artista sembra profetizzare il nostro oggi, in cui tramite il telefono nascono amori a iosa, si pensi solo a Facebook o a WhatsAppp, ma si pensi anche al sesso virtuale che tramite questo mezzo sta dilagando. Dalì diversamente da quella coppia di turisti tedeschi che comprano in un ristorante della Costa Smeralda 500 euro di aragoste per sottrarle dalla cucina e le gettano in mare per salvarle, l’artista le aragoste e i crostacei se li pappava con molto gusto. Dalì dedicò a sua moglie e musa Gala, il libro “Les dîners de Gala”, pubblicato nel 1971 in sole 400 copie, ricco di 136 ricette tra cui non mancano i piatti dell’aragosta. Se ci pensiamo il cibo lo introduciamo in noi e non solo il fisico ma anche la psiche è legata a quello che mangiamo, pensiamo solo ai problemi di anoressia o di bulimia, ma anche ai piccoli guai legati al cibo in eccesso o al cibo sbagliato che crea invece grossi impicci, siamo quello che mangiamo non è un ovvio modo di dire, e ricordatevi sempre che nell’ovvietà si cela l’arcano e gli artisti lo sanno. Non solo Dalì si interessava di cibo, anche Filippo Tommaso Marinetti scrisse il “Manuale di cucina futurista”, eppoi pensate ai banchetti sontuosi del Medioevo e del rinascimento o alle migliaia d opere d’arte che rappresentano nature morte, che non sono altro che cibo. Per tornare all’aragosta di Dalì, essa ha ispirato perfino l’alta moda. Dalì insieme a Elsa Schiapparelli, designer italiana hanno realizzato un vestito in seta bianca con la stampa di aragosta e ciuffetti di prezzemolo, nel 1937. Il vestito diventò famoso quando fu indossato da Wallis Simpson, duchessa di Windsor, prima del suo matrimonio. 

venerdì 17 agosto 2018

Salvador Dalì 4

L’immagine dell’Elefante appare per la prima volta nei quadri di Dalí nel 1941, nel dipinto Sogno Causato dal Volo di un’Ape, per poi incarnarsi come simbolo nel famoso dipinto dell’artista del 1946, La Tentazione di Sant’Antonio che vedete nell’immagine. Nel deserto appare piccolo e indifeso e nudo Sant’Antonio che si difende alzando una croce, da un cavallo imbizzarrito e da una teoria di elefanti che stanno trasportando le tentazioni. Il cavallo è associato alla pazzia, mentre le tentazioni sono raffigurate simbolicamente, con la donna lussuriosa, la piramide, il palazzo, la torre tutto ciò che riguarda i sensi sia erotici che quelli legati alla ricchezza e al potere. Gli elefanti di Dalí hanno zampe lunghe e sottili, che accentuano il contrasto tra la robustezza e la fragilità, gli elefanti in tacchi a spillo, gli elefanti leggeri che si muovono come ballerine con le gambe lunghe come quelle degli insetti. All’età di cinque anni Dalí vide un insetto mentre veniva divorato dalle formiche, del quale non rimase nulla, eccetto il guscio. Le formiche nei dipinti e nelle sculture di Dalí fanno riferimento alla morte e al declino, ricordano la mortalità dell’essere umano, rappresentano anche il desiderio sessuale. Forse allora Dalì vuole accentuare quanto peso delle passioni sia deleterio, forse vuole rendere paradossalmente ancora più pesanti gli elefanti ma a me non fanno quest’effetto. Questi elefanti leggeri mi intrigano perché Dalì usa le basi della pittura, per dare rilievo per dipingere qualsiasi cosa si gioca col contrasto del chiaro/scuro ebbene con gli elefanti Dalì gioca sui contrasti, alla pesantezza degli elefanti oppone un’inusuale loro essere lievi, dotandoli di lunghe e filamentose zampette facendoli diventare degli insettoni, creando dei nuovi animali che ci paiono assai indovinati. Questo dipinto è realistico anche se irrealistico, dipinto con eccellente tecnica, ma è l’idea nuova che ci cattura… quella degli elefanti ballerini. 

sabato 11 agosto 2018

SALVADOR DALI' 3

La persistenza della memoria o Gli orologi molli  di Salvador Dalí uno dei quadri più famosi, di cui mi innamorai tanti anni fa, non conoscendo né l’arte, né Dalì, ma avendone captato il rapporto difficile per me col tempo e col cibo. Diceva Dalì “non so cosa faccio, so quello che mangio” forse riprendendolo dal filosofo Ludwig Feuerbach o dagli antichi romani. In effetti mangiamo e assimiliamo il cibo, senza cibo non abbiamo vita, logico che ciò che mangiamo è vita per noi e forse l’infelicità dei tempi nostri è dovuta anche all’invenzione delle diete dimagranti e al tempo che fugge sempre più veloce dalle nostre mani. Forse Dalì che ha capito dove sta andando l’umanità ci dice… rendi molle e dilatato il tempo, stai tanto a tavola ma gusta ogni secondo, non rimpinzarti gusta col palato ciò che ami, lentamente e senza sensi di colpa.
Il cibo che più di tutti ha stimolato la fantasia gastronomica di Dalì, oltre alle uova, è senz’altro il formaggio Camembert, che ha ispirato questo famosissimo quadro. Questi tre orologi che si stanno liquefando nel paesaggio marittimo, uno è stesso su un ramo di ulivo ormai secco quasi come a dargli un po' di vita. L'ulivo, l'olio, il mondo mediterraneo e il suo muoversi col sole, ormai tutto è andato e l'orologio definisce non più il giorno o la notte, ma le ore, addirittura i secondi. Il tempo dilatato degli orologi molli invece si scioglie con dolcezza. Il quarto orologio rigido e normale è pieno di laboriose formiche, gli operai alienati dalle macchine, disadattati, senza più lo scandire lento del suono delle campane del mondo agricolo. Dalì racconta …  E il giorno in cui decisi di dipingere orologi, li dipinsi molli. Accadde una sera che mi sentivo stanco e avevo un leggero mal di testa, il che mi succede alquanto raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e invece, all’ultimo momento, io decisi di rimanere a casa. Gala, però, uscì ugualmente mentre io pensavo di andare subito a letto. A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, io rimasi a lungo seduto a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio. Mi alzai, andai nel mio atelier, com’è mia abitudine, accesi la luce per gettare un ultimo sguardo sul dipinto cui stavo lavorando. Il quadro rappresentava una veduta di Port Lligat; gli scogli giacevano in una luce alborea, trasparente, malinconica e, in primo piano, si vedeva un ulivo dai rami tagliati e privi di foglie. Sapevo che l’atmosfera che mi era riuscito di creare in quel dipinto doveva servire come sfondo a un’idea, ma non sapevo ancora minimamente quale sarebbe stata. Stavo già per spegnere la luce, quando d’un tratto, vidi la soluzione. Vidi due orologi molli uno dei quali pendeva miserevolmente dal ramo dell’ulivo. Nonostante il mal di testa fosse ora tanto intenso da tormentarmi, preparai febbrilmente la tavolozza e mi misi al lavoro. Quando, due ore dopo, Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato uno dei più famosi, era terminato”.  (Salvador Dalì, La mia vita segreta, 1942)
 

lunedì 6 agosto 2018

SALVADOR DALI' 2


Non starò a soffermarmi sui dati tecnici, che sono sempre assai importanti, ma sull’idea di fare di un volto un appartamento (1934/35). Salvador Dalí ha fatto questo lavoro, di cui vedete le immagini, su una foto di giornale dell’attrice Mae West, un’icona degli anni ’20 per poi realizzare realmente la stanza (1947) che io ho visto riproposta alla mostra di Palazzo Albergati a Bologna. Per Salvador Dalí, Mae ha rappresentato un modello femminile di bellezza, di cui senz’altro Dalì ne apprezzava anche l’ironia, l’attrice era famosa per le sue ironiche battute… hai una pistola in tasca o ti stai eccitando vedendomi? Usando il suo metodo paranoico-critico, Salvador Dalí crea una scena realistica dalla fotografia dell’attrice. Adesso la paranoia è fatta di pensieri distorti e sbagliati non voluti, meglio sarebbe dire che Dalì immagina e poi realizza sogni, perché questo è un sogno non un incubo.  I tratti del viso di Mae diventano mobili e motivi ornamentali, gli occhi sono le finestre sono delle immagini e infatti gli occhi fotografano ciò che vediamo, il naso diventa un camino ed infatti ha le canne pelosette e quindi scure come un camino. I capelli di Mae diventano tende e la nostra capigliatura è il nostro velo, che incornicia il volto. Le labbra di Mae diventano quel divano rosso che è diventato un’icona del design, come poteva non essere? Le labbra sono morbide e cuscinose, invitanti e carnose e i baci rilassano quindi è azzeccata l’idea di un sofà. Ecco che la magia di Dalì è svelata… quanta fantasia, quanta intelligenza, quanta conoscenza? Tanto di tutto ciò. E’ per questo che il ritratto a collage o la stanza attraggono e piacciono, c’è fantasia, c’è gioco, ma sotto sotto c’è tanta analogia, tanta similitudine… alla fine questa Mae West/appartamento non è altro che una fiaba realizzata.    

mercoledì 1 agosto 2018

SALVADOR DALI' 1


 Lo spagnolo Salvador Dalí (1904-1989) è considerato uno dei più importanti artisti del XX secolo, ed uno degli esponenti di punta del Surrealismo, fu un po’ il Leonardo del Novecento in quanto è stato anche scultore, scrittore, fotografo, cineasta, designer e sceneggiatore… sino ad ideare il logo del Chupa Chupa i famosi lecca lecca. Il Surrealismo è il movimento artistico e letterario d’avanguardia, nato dopo la Prima Guerra Mondiale che afferma l’importanza dell’inconscio nel processo di creazione, in contrapposizione al dominio della ragione. Dalì dai baffi lunghi e sottili, ispirati a quelli del maestro del Seicento spagnolo Diego Velázquez, abiti di velluto dai colori sgargianti con ricami in oro, certo ha fatto di tutto per mostrarsi  irrazionale quasi in preda alla pazzia, anche se in effetti il suo sembra un gioco assai razionale a tal punto razionale da sembrare una grande operazione di marketing che gli costa la contestazione da parte degli altri artisti surrealisti. Dopo la seconda guerra mondiale Dalì si sposta a New York dove è accolto come un genio. Allora New York era veramente all’avanguardia e aveva riconosciuto in Dalì quello che sarebbe stata la pubblicità, che Dalì in anticipo sui tempi aveva profetizzato cosa sarebbe accaduto. Strana la nascita di Dalì. Chiamato Salvador come il fratello morto nove mesi prima che lui nascesse, i genitori, come Dalì stesso, crederanno che lui fosse la reincarnazione del fratello. Dalì iniziò a fare arte giovanissimo, si iscrisse all’ Accademia di Belle Arti di Madrid ma fu cacciato nel 1926 perché si rifiutò di dare l’esame finale dichiarando che nessuno dei membri della commissione era abbastanza competente per giudicarlo… forse non aveva studiato ma la genialità del gesto rimane e certo anche un fondo di verità perché l’artista Dalì era un outsider. A Parigi incontra Picasso che ammira e collabora col il regista Luis Buñuel con cui realizza il famoso cortometraggio  surrealista… Un chien andalou. In questo periodo conosce Gala  di undici anni più grande di lui ed ex moglie dell’amico poeta Paul Éluard. La sposerà nel 1934. Dalí si lega moltissimo a Gala sia sentimentalmente che professionalmente. Come nelle coppie più affiatate che quando uno dei due si spegne l’altro lo segue poco dopo, così  nel 1982 con la morte dell’amata Gala, nel 1984 muore per un attacco cardiaco Salvador Dalì. 

martedì 24 luglio 2018

UN BICCHIERE DI SANGIOVESE


 Il Sangiovese di Romagna è un vino rosso la cui produzione è consentita nelle province di Forlì-CesenaRavennaRimini e in sette comuni della Provincia di Bologna. Prodotto con le uve Sangiovese vinificate in purezza o insieme a piccole quantità (massimo 15%) di uve di altre varietà a bacca rossa della zona. Una antica leggenda, racconta che il Sangiovese sarebbe nato a Santarcangelo di Romagna.    Sembra che i frati francescani della città, alcuni secoli fa, fossero grandi produttori di vino rosso. Un giorno, in cui avevano alla loro tavola un ospite illustre, portarono al banchetto il loro vino rosso migliore. L’ospite gradì moltissimo il rosso schietto e rotondo e chiese quale fosse il nome di tale delizia. I frati incerti non sapevano cosa dire, quando uno di loro pensando al colore sanguigno del vino e al colle Giove dove sorgeva Santarcangelo e si coltivava il vitigno, si alzò in piedi ed esclamò: “Sanguis Jovis” ovvero Sangue di Giove. Col tempo le due parole si unirono formando Sangiovese ed il nome si diffuse in tutta la Romagna. Un atto notarile del 1672 è il primo documento in cui appare il nome del vitigno Sangiovese. Il Sangiovese è un vino robusto dal colore rosso scuro, dal profumo delicato e dal sapore secco, asciutto un poco amarognolo. Si abbina al classico antipasto di salumi romagnoli, ai primi al ragù, paste al forno, arrosti, cacciagione e selvaggina, senz’altro superbo con un piatto di tagliatelle al ragù di lepre.
   


mercoledì 18 luglio 2018

UN BICCHIERE DI NEGROAMARO



Il Negroamaro è un vino rosso coltivato quasi esclusivamente in Puglia, particolarmente nella zona del Salento. E’ un’uva dalla storia antica e misteriosa, non ci sono notizie certe sulla sua origine, ma sembra sia stata introdotta sulle coste dello Ionio ai tempi della colonizzazione greca. L’origine del nome secondo alcuni sarebbe la ripetizione della parola nero, prima in latino poi in greco, altri sostengono che Negroamaro derivi dal suo colore molto scuro e dal suo sapore amaro. È un vitigno molto versatile, utilizzato anche per ottenere i vini rosati. Il Negroamaro è conosciuto anche con altri nomi, in passato usato per tagliare i vini, soprattutto quelli del Nord Italia per aumentarne il tenore alcolico, in quanto il Negroamaro è ricco di zuccheri. Da diversi anni i produttori vitivinicoli salentini hanno cominciato ad utilizzare le uve di questo vitigno per produrre vini in purezza e il Negramaro si è ritagliato con classe un posto tra i vini più famosi. Il Negroamaro ha un intenso colore rosso molto scuro, con riflessi quasi neri. Il suo profumo è intenso e fruttato, richiama i piccoli frutti a bacca nera, in particolare le more ma anche un profumo intenso di viole. Il sapore è piacevolmente amaro, pieno, intenso e vellutato. Si abbina molto bene ai tradizionali piatti della cucina del Salento, come polpette al sugo, carne, soprattutto agnello, alla brace, ma anche paste al forno e formaggi stagionati e sapidi. E’ un vino dal gusto unico, nero, amaro e incandescente, sarà per questo che ha dato il suo nome al gruppo musicale dei Negramaro e i tralci del vitigno sono usati per il falò più grande del bacino del Mediterraneo. Ogni 16 gennaio, a Novoli (Lecce) nel cuore del Salento, vigilia di Sant’Antonio Abate patrono della città, si realizza un falò di 25 metri di altezza e 20 metri di diametro che viene realizzato con circa 80mila fascine di tralci di vite secchi provenienti dal Parco del Negroamaro. La mattina si issa sulla cima della catasta l’immagine del Santo, il pomeriggio si celebra la benedizione degli animali e appena scende la sera si accendono i fuochi artificiali e il falò, mentre si balla, si mangia e naturalmente si beve il Negroamaro.

venerdì 13 luglio 2018

UN BICCHIERE DI EST! EST!! EST!!!

  

Il vino Est! Est!! Est!!! di Montefiascone è un vino bianco la cui zona di produzione comprende i territori di di Montefiascone, Bolsena, San Lorenzo Nuovo, Grotte di Castro, Gradoli, Capodimonte e Marta in provincia di Viterbo. Che sia un vino antico non ci sono dubbi, sia per via della famosa leggenda legata a questo vino, sia per il nome del paese, Montefiascone, che deriva da mons che significa monte e da flasconis ovvero i falaschi, erbe lacustri che si trovano sulle rive del lago Di Bolsena e che servivano per rivestire le rotondità dei fiaschi e se si realizzavano fiaschi è logico che si riempissero di vino, la diffusione di un qualcosa testimonia che vi è una grande richiesta. Il vino Est! Est!! Est!!!, si presenta di colore giallo vivo, dal profumo agrumato e fruttato e dal sapore asciutto e secco con un piacevole sentore acido. Si abbina molto bene a piatti di carne bianca e pesce. La leggenda legata a questo vino racconta che nel 1111 Enrico V di Germania era in viaggio verso Roma, col suo numeroso seguito per essere incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. Tra i numerosi nobili che lo accompagnavano vi era un importante vescovo,    Iohann De Fugger, chiamato dal popolino Deuc  o Defuk. Il vescovo amava i piaceri terreni in particolar modo era un estimatore di vini. Amava talmente tanto il vino, che lungo il tragitto si faceva precedere da un suo servitore, Martino, che aveva il compito di assaggiare il vino e di segnalare la presenza di quello buono scrivendo sul luogo Est, col significato appunto che in quel posto il vino era buono e conveniva fermarsi. Quando Martino arrivò a Montefiascone trovò il vino talmente buono che scrisse Est! Est!! Est!!! , cioè tre volte buono ovvero un vino da cinque stelle. 

sabato 7 luglio 2018

UN BICCHIERE DI ALBANA


L’Albana è un vino bianco della Romagna, insieme al Sangiovese, il vino che più la rappresenta. Il suo colore è giallo intenso e dorato dal gusto asciutto e profumato. Può essere sia secca che dolce ed anche passita. Ideale da bere a fine pasto con la ciambella o con la piadina, ma si sposa bene anche coi cappelletti in brodo. La presenza dell’Albana in Romagna è documentata a partire dal 1495, ma il suo nome, derivante da ‘albus’, termine latino che significa ‘bianco’, ci riporta a un’epoca romana in cui questa veniva considerata la migliore delle uve a bacca bianca. L’Albana è legata a una leggenda e all’ameno paese di Bertinoro, dove i romagnoli erano soliti andare per bersi un bicchiere di Albana accompagnato da una fragrante piadina vuota, cioè senza salumi né formaggi. La leggenda racconta che Galla Placidia, che fu figlia, sorella e madre di imperatori, nonché imperatrice lei stessa, assaggiò questo vino mentre da Ravenna, allora capitale dell’Impero romano, stava attraversando il confine tra Romagna e Toscana. Il vino le fu servito in un bicchiere di terraglia. L’imperatrice appena bevuto un sorso di Albana, fu tanto estasiata dalla bontà del vino da esclamare: “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro, per rendere omaggio alla tua soavità!”  Così nacque, da berti in oro, il nome del paese di Bertinoro, sulle colline forlivesi, da sempre considerato luogo di squisita ospitalità e si tramandò la fama dell’Albana. Per ritornare al bel tempo antico è consigliato dopo una passeggiata al paese medioevale di Bertinoro, fermarsi alla Ca’ de Be, un’osteria enoteca, sgranocchiare una piadina, vuota o ancora meglio piena, accompagnando il leggero pasto con un bicchiere di Albana, magari dolce, un incontro opposto ma assai seducente… anche perché da questa osteria si ha una vista mozzafiato, in certe giornate chiare si riesce persino di vedere il mare.  

domenica 1 luglio 2018

UN BICCHIERE DI CABERNET


Il Cabernet-sauvignon è un vitigno di origine Bordeaux, nelle zone del Médoc e del Graves-Saint-Amant, ed è senz’altro un vino di grande qualità e longevità. Il Bordeaux è uno dei vini francesi maggiormente conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo. Il cabernet sauvignon è dappertutto: di fatto è il vitigno più coltivato sul pianeta. In Italia è al dodicesimo posto ed è presente almeno dal 1820. Ottimi Cabernet sono prodotti in Veneto, Toscana o in Friuli ma anche in California nella celebre Napa Valley e anche in Australia. Nel cabernet sauvignon, si chiama così perché è nato dall’incrocio spontaneo tra Cabernet Franc e Sauvignon Blanc, il colore è  rosso rubino o, se meno giovane, granato, il profumo evoca i piccoli frutti rossi, il muschio, il tabacco, ma anche prugna e pepe nero. Si abbina molto bene con la selvaggina, con gli stufati di cinghiale e capriolo, ma anche con le grigliate e i piatti tartufati e si presta molto bene per la marinatura delle carni. Il fascino di questo vino è la sua ricchezza di tannini che lo rendono adatto all’invecchiamento in legno, soprattutto rovere francese, che gli consentono di esprimere nel tempo un bouquet pieno e profondo. Tutto sta nella macerazione delle bucce: se il mosto resta a contatto con le bucce poco tempo avremo vinelli leggeri, ma se resta a contatto per un periodo superiore, anche tre settimane, il vino diverrà molto carico e tannico. Cosa si intende per tannico?  Semplicemente che il vino è ricco di tannini, le sostanze presenti nella buccia e nei vinaccioli dell’uva, più tannini e il vino può divenire aspro, il che è una qualità se ben bilanciata, all’opposto se troppo presenti possono dare al palato un gusto asciutto e aspro. A volte si sente dire, il vino è ottimo ma è tannico come un difetto, ma tutti i rossi sono tannici… come sempre l’armonia, il buono e il bello, si crea con l’unione degli opposti.
  

domenica 24 giugno 2018

UN BICCHIERE DI CHIANTI


Il Chianti è un vino prodotto in Toscana, nella zona di Firenze e di Siena, con una grossa parte, 80% di Sangiovese con l’aggiunta, per il 20%, di altri vitigni. Richiede l’invecchiamento di almeno un anno. Ha colore rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento; profumo intenso, a volte di viola, al palato è armonico e saporito, col tempo si affina diventando vellutato e intenso. Si abbina a piatti saporiti come arrosti, cacciagione e formaggi stagionati. La zona dove si coltiva il Chianti è una terra di antiche tradizioni vinicole di cui esistono testimonianze etrusche e romane. Ma i primi documenti in cui col nome Chianti si identifica una zona di produzione di vino risalgono al XIII secolo e si riferiscono alla Lega del Chianti costituita a Firenze per regolare e tutelare la produzione del vino. Il marchio   simbolo dell’antica Lega Militare del Chianti, che distingue le bottiglie di Chianti Classico, è il Gallo nero,  il cui emblema è dipinto dal pittore Giorgio Vasari sul soffitto del Salone dei Cinquecento, di Palazzo Vecchio a Firenze. Il Gallo nero è legato a una leggenda medievale, in pratica fu un gallo nero a decidere i confini della terra del Chianti. Quando, nel Medioevo, Firenze e Siena erano nemiche e se le davano di santa ragione, per prevalere l’una sull’altra, il territorio del Chianti, posto in mezzo alle due città, era fonte di acerrime dispute. Per porre fine alle contese e stabilire un confine definitivo, si decise di far partire un cavaliere da Firenze e uno da Siena, il punto dove si sarebbero incontrati sarebbe stato il confine. La partenza doveva avvenire all’alba e il segnale d’avvio sarebbe stato il canto di un gallo. I senesi scelsero un gallo bianco, mentre i fiorentini optarono per uno nero, che tennero chiuso in una piccola e buia stia pressoché a digiuno per indurlo a cantare con più solerzia. Il giorno della partenza, non appena fu tolto dalla stia, il gallo nero cominciò a cantare molto prima dell’alba, così il cavaliere fiorentino partì molto prima di quello senese. Fu così che quasi tutto il Chianti passò sotto il controllo di Firenze. Non ci resta che versarci un bicchiere di Chianti, davanti a un gallo arrostito con patatine.