sabato 13 aprile 2013

DIARIO DI NAVIGAZIONE 19

Ed eccoci al 5 gennaio, domani  è il giorno della Befana, oggi intanto c'è un bel sole, io ho già preparato il pranzo, bruschette con l'olio casereccio che mi hanno regalato ieri, hamburgher all'arancia, spinaci al formaggio e veneziana con frutta fresca, ora sono qui al computer e vi parlerò del mio lavoro e degli inconvenienti che capitano, che da un lato impensieriscono e dall'altro lato mi danno modo di fare la crocerossina.
Io amo sentirmi utile agli altri, davvero sento il ringraziamento che mi viene dal cuore, se l'altro si lascia aiutare da me, se poi il mio aiuto serve a qualcosa sono felice.
Mio padre, inizialmente faceva il contadino, ho vissuto la mia infanzia in un giardino terrestre, fra erbe, piante, fiori, frutti, animali ed insetti, stare stesa sull'erba, osservare il cielo e cantare al mio cane Ringo era il mio ozio dorato.
Mio padre era però molto ambizioso, voleva il meglio per la moglie e la famiglia , studiava, prendeva specializzazioni, era per il futuro e la tecnologia, fu il primo, nel paese ad acquistare l'auto, una Millecento coda di rondine e fece un sacco di debiti per acquistare una taverna con annesso spaccio, che rimodernò  e diede il nome di bar, e di supermercato, una cosa che rendeva il paese moderno, considerate pure che c'era un complesso musicale beat che suonava anche in tv...insomma io mi trovai dalla campagna, in un paese che mi pareva New York che tra l'altro non sapevo neanche esistesse; mi sentivo fortunata, auto,  telefono, tv, giradischi,  erano i primi anni '70, mica tutti ci avevano tutta  questa roba.
Ma dopo un'iniziale euforia iniziai ad odiare il bar, dovevo lavorare al bancone, non potevo uscire con le amichette, avevo dieci anni la mattina andavo a scuola, il pomeriggio sino alle ventuno dovevo fare dei caffè, non c'era molto lavoro ma non mi dovevo muovere dal negozio, per consolarmi rubavo un gelato, se l'avessi chiesto  la mamma non mi avrebbe permesso di prenderlo, il difficile era nascondere  la scatoletta del gelato vuota, io mangiavo sempre il "Dessert du roi" cioccolato e zuppa inglese, era uno dei più costosi ed aveva l'involucro grande.
Di solito la tiravo dalla finestra, dove c'era un campo incolto con l'erba alta un metro, non esisteva ai tempi la raccolta rifiuti, ma un giorno sbagliai il lancio e l'involucro di gelato finì a casa del vicino, il quale arrivò dopo poco, andando da mia madre con l'oggetto del delitto...quante botte  presi, un po' per il furto, un po' per la maleducazione.
Per il lavoro al bar fui caldamente consigliata di abbandonare la scuola, così odiai ancora di più fare i caffé e tanto brigai che riuscii ad andarmene, ma il fardello del bar è sempre ritornato.
Ancora oggi ogni tanto tento di lasciare questo lavoro, ma mi ritorna indietro come un boomerang, non mi riesce di lasciarlo, sono ancora qua dopo 40 anni a fare caffè.
Eppure questo lavoro ha un lato, che amo.


immagine di Teoderica 

4 commenti:

cosimo ha detto...

Nella tua opera c'è tutto il tuo racconto di vita. Dai colori, prevalentementi vivaci e vivi, allo sguardo della signorina che fa vedere la bambina sul prato che canta a Ringo e per lei, e la donna che è oggi. L'opera mi parla al pari di quello che sa fare una pellicola per un film. Il tuo racconto, pertanto è un qualcosa che lascia immaginare, fantasticare ed abbracciare, fino a desiderare un sogno nella sua realizzazione.
Il bar, visto come esercizio commerciale del caffè, quindi di profumi ed aromi caldi, rappresenta per te un abbraccio confortevole, un approdo sicuro, sincero e trasparente, al pari delle tante vite degli avventori che l'hanno e lo attraversano ancora, lungo una vita intera. Quell'abbraccio che il tempo ha radicato nel cuore tuo.
Buon fine settimana, Paola!

teoderica ha detto...

Beh Cosimo, il bar mica mi piace tanto, ma realmente è un vero boomerang.
Ciao e buona domenica.

cosimo ha detto...

...conterrà una parte, piccola forse, di boomerang buono:-))

teoderica ha detto...

...tu già vedi sempre rosa :)