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sabato 24 giugno 2023

OMAGGIO A FRIDA KAHLO

 A volte mi spavento per quanto sono sciocca e infantile, il sentirmelo poi dire da mio figlio, mi fa vergognare ancora di più.A volte sono esageratamente gioiosa a volte sono tremendamente "saudade", non ho quasi mai la via di mezzo, la via aurea, quella mediana e del mediano.A volte sono profetica, come in questo acrilico su cartone, realizzato 15 anni fa, allora non avrei mai pensato che la mia quieta vita avesse mai potuta assomigliare a quella di Frida. L'opera è intitolata,"Omaggio a Frida Kahlo", la grande artista messicana che ha avuto una vita tormentata sia fisicamente con il corpo storpiato e incapace di dargli il tanto desiderato figlio, che con il marito che l'ha usata. Ha avuto altri amori eppure non è mai riuscita a staccarsi da quel mostro che era pure un grande artista cioè Diego Rivera. Frida era letteralmente spaccata in due, dipingeva quadri spaventosi dove il suo corpo veniva martoriato e incredibili fiori e frutti pieni di forza, vitalità e colore. Anche in fin di vita ebbe la forza di scrivere... viva la vita. Io come lei, ho il corpo e l'animo pieno di ferite, al collo non ho il teschio di mio figlio, ma ho la sua lontananza che ho provocato io, lui non sarebbe mai andato via da me. Io come lei sono sdoppiata, fra il dolore e la gioia, fra la saggezza e l'infantilità. Io come lei ho avuto amori finiti male, un matrimonio finito e come lei, nonostante tutto sono innamorata pazza della vita.  Il volto che ha al collo il piccolo teschio è stato da me ripreso per la copertina del mio romanzo, "Sono bruna e sono bella", mi auguro che questo volto sia scomparso tre le pagine del romanzo e che di me rimanga solo il volto della verde speranza. 

venerdì 23 giugno 2023

INTERMEZZO

La libellula che ho qui mimetizzato su un calice antico, ispirandomi a El Greco il grande pittore del Rinascimento spagnolo che nacque a Creta, visse a Venezia, a Roma e infine in Spagna dove morì. El Greco iniziò come pittore di icone e questa sacralità e ieraticità propria delle icone rimarrà in tutti i suoi lavori . El Greco raffigura la libellula in forma di piccolo drago, sul calice che San Giovanni Evangelista tiene in mano. Giovanni è l' autore dell' Apocalisse che vuol dire :Rivelazione.

La Libellula è chiamata Dragonfly in inglese, ed è quindi associabile al messaggero degli Dei secondo le popolazioni pre-Colombiane che loro chiamavano Serpente piumato , oppure al Lung degli orientali, cioè il Drago benefico e portatore di conoscenza e potere spirituale. Il nome Libellula è invece derivato dal latino “libella”, vale a dire bilancetta. Dunque il nome indica la Bilancia, simbolo di Giustizia e quindi del Cristo, il messaggero degli Dei nella tradizione cristiana. La libellula è capace di dominare il volo ma anche di galleggiare sull’acqua e queste sono caratteristiche del Cristo-Messia, e in generale dell’Uomo perfettamente reintegrato nella sua immagine divina, conoscitore del Volo astrale verso i mondi spirituali e dominatore del corpo acqueo-animico (Gesù cammina sulle acque, come fa la libellula). La libellula è anche un insetto associato alla Velocità, dunque al Mercurio, il messaggero degli Dei secondo i Greci.


Comunque sia per me la libellula ha più grazia di una farfalla, essa nel linguaggio simbolico significa :rivelazione. Se compare o inizia ad interessarci significa che si ha bisogno di dissipare il velo di illusioni creato, rivelando a sè stessi una verità nascosta. Forse si ha necessità di riscoprire la creatività o di esprimere concretamente qualche talento. Quindi questo post vuol essere un augurio di conoscenza di sè stessi per tutti voi che lo state leggendo.


giovedì 16 maggio 2019

LO STATO DELL'ARTE AI TEMPI DELLA 58 BIENNALE DI VENEZIA, con Giorgio Grasso Giorgio

LO STATO DELL'ARTE AI TEMPI DELLA 58 BIENNALE DI VENEZIA, con Giorgio Grasso Giorgio a Palazzo Zenobio, Collegio degli Armeni, venezia... sono presente con una mia opera intitolata, "Omaggio a Mondrian"

martedì 15 gennaio 2019

Buonanotte viandanti della rete III

E siamo al 15 gennaio, le feste sono ormai lontane. Avevo pensato di raccontare il mio viaggio a Roma effettuato durante le feste, ma poi ho deciso di fare una serie di post artistici/culturali/storici dedicati a Roma che programmerò e pubblicherò a lungo tempo. Per ora chiacchiero un po' con voi, vi parlo di me e mi mostro un poco, un po' quello che sto facendo sul diario di Facebook. Ora ho anche una pagina Facebook e un nuovo nick name, non più solo Teoderica, ora sono anche la scrittrice dell'insolito probabile. Ho pubblicato il mio decimo libro, centinaia di articoli e col blog "Il forum di Teoderica" sono a oltre mille post, non male ( me lo dico da sola, qualcuno dice che non va bene farsi i complimenti da soli, ma io me li faccio così non ho bisogno di quelli degli altri).  Ieri sera alle 00:03, mi sono svegliata all'improvviso, la terra ballava con una specie di tremolio/boom/boom, mi sono spaventata un poco, ma non tanto ero più colpita dal mistero/potere che ha la nostra Terra, noi ci crediamo grandi e unici ma la Terra lo è molto ma molto più di noi, anche se non parla è un Essere vivente. Sentendo la scossa di terremoto ho pensato che l'epicentro fosse molto vicino oppure se lontano doveva trattarsi di un terremoto spaventoso per fortuna che era vera la prima ipotesi; Ravenna era l'epicentro e non c'è stato nessun danno se non che hanno chiuso per precauzione le scuole. Bé ora vi saluto e vado a nanna, vi dico solo che nella foto, sono col mio amato flauto, al concerto natalizio che la Banda cittadina di Ravenna tiene ogni anno al Teatro Alighieri, omaggiando la città... io sono solo un'allieva ma a poco a poco miglioro.




 

lunedì 24 dicembre 2018

UN BICCHIERE DI MARSALA


Il Marsala è un vino liquoroso (o fortificato cioè con aggiunta di acquavite) prodotto in Sicilia, principalmente a Marsala, da cui prende il nome. Secondo la tradizione, il commerciante inglese John Woodhouse, si fermò a Marsala e qui gustò un vino che veniva invecchiato in botti di legno di rovere e che aveva un gusto affine ai vini spagnoli e portoghesi come il Porto, lo Sherry o il Madera che erano molto apprezzati in Inghilterra. Woodhouse decise così di imbarcarne un po’ di barili, addizionandolo con acquavite di vino, per aumentarne il tenore alcolico e mantenerne le caratteristiche. Il Marsala, meno costoso degli altri vini liquorosi ebbe un gran successo fra gli inglesi, tanto che Woodhouse decise di ritornare in Sicilia e di iniziarne la produzione e la commercializzazione, utilizzando per l’affinamento il metodo soleras, tecnica già usata in Spagna e Portogallo. Nel 1833 l’imprenditore palermitano, di origine calabrese, Vincenzo Florio, fondò le Cantine Florio. Il vino Marsala ebbe il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata nel già dal 1969. Il Marsala si presenta oggi sul mercato con due distinte categorie: vergine o conciato, con diversi anni di invecchiamento e diversi affinamenti, può essere secco o dolce ma va sempre bevuto in un bicchiere del tipo tulipano a stelo alto. Il Marsala è considerato fra i migliori vini da dessert, è un ottimo vino da meditazione, e può essere consumato anche da solo e lontano dai pasti è inoltre utilizzato come ingrediente nella preparazione di moltissimi piatti. Certo oggi è un po’ dimenticato, nessuno più ordina un Marsala al bar, o in enoteca o al ristorante, al suo posto si preferisce un Porto, si sceglie un vino famoso e trendy e il prezzo elevato garantisce la qualità, il Marsala così è un po’ dimenticato, stiamo diventando tutti un po’ come gli inglesi. A questo proposito si narra che Woodhouse, presentando il Marsala agli inglesi come un vino poco costoso, questi non lo apprezzarono. Successivamente, lo fece riassaporare agli inglesi, stavolta presentandolo come un prodotto molto costoso, gli Inglesi rimasero sbalorditi dalla bontà del Marsala.

martedì 18 dicembre 2018

UN BICCHIERE DI FRIULANO


Il Friulano è un vino bianco, prodotto in Friuli-Venezia Giulia. Fino al 2007 era denominato Tocai. Il Tocai italiano, è un bianco secco da pasto, dal sapore fruttato, mentre il Tokaj ungherese è un liquoroso vino da meditazione, dolce e prezioso. Nel 1959, una società di export di Budapest citò in giudizio un produttore udinese e inizialmente la decisione fu a favore del Tocai friulano, perché veniva esclusa la possibilità di confondere i due vini. Ma la diatriba continuò e successivamente a Bruxelles, nel 1995, si assegnò la paternità esclusiva del nome Tocai alla produzione ungherese. Il Friulano è da sempre il vino dei friulani e del Friuli Venezia Giulia e se ha perso il nome Tocai non ha certo perso la sua bontà. Si presenta col colore giallo chiaro, la sua caratteristica principale è il gradito profumo e sapore di mandorla amara. Si dice che il Friuliano si beve e non si abbina, ma questo vino molto beverino si accompagna molto bene a tanti piatti e prodotti gastronomici, quindi beviamolo come aperitivo magari con del prosciutto crudo brindando al matrimonio che ha combinato il fattaccio del cambio del nome. L’antico contratto matrimoniale di Aurora Formentini, quando andò in sposa al conte ungherese Adam Batthyany nel 1632, annoverava, tra i vari beni portati in dote anche “...300 vitti di Toccai...” coltivate già all’epoca nelle campagne friulana. Questo, per i sostenitori della tesi, proverebbe l’origine italiana del vitigno Tocai.   

mercoledì 12 dicembre 2018

MAN RAY 2

 Man Ray è uno dei protagonisti del Dadaismo a New York insieme a Francis Picabia e a Duchamp. Gli oggetti realizzati da Man Ray, i ready mades stravolgono la natura dei manufatti, basti pensare al ferro da stiro coi chiodi che rende inutilizzabile l’oggetto, lo priva della sua funzionalità eleggendolo come opera d’arte non certo per la sua bellezza ma solo come concetto, come idea nuova e antiborghese. Nell’immagine di questo post potete vedere L’Enigme d’Isidore Ducasse, 1920, rifatto nel 1972, consiste in una macchina da cucire, avvolta in una coperta e legata con lo spago. L’idea di Man Ray di usare una macchina da cucire è stata ispirata da una frase dello scrittore francese Isidore Ducasse (1809-87), meglio conosciuto come il Conte di Lautréamont, Bello come l’incontro accidentale, su un tavolo da dissezione, di una macchina da cucire e un ombrello. I dadaisti consideravano fonte d’ispirazione la frase di Ducasse, considerandola pure come simbolo di sessualità nascosta. L’ombrello era considerato un elemento maschile, la macchina da cucire era vista come l’elemento femminile, e il tavolo da dissezione come un letto dove poteva avvenire l’orgia. L’oggetto coperto di Man Ray, tuttavia non è visibile e ciò inquieta perché celato sotto il telo può esserci un qualsiasi altro oggetto, ciò viene reso ancora più evidente dal titolo dell’opera enigma. Qualcosa che viene mostrato ma allo stesso tempo celato, evoca da una parte l’anonimato, dall’altra la curiosità, dall’altro ancora emerge la bellezza della sola forma, che esalta ciò che è nascosto perché soffuso di mistero. Quest’opera può essere vista come antesignana e fonte di ispirazione per Christo, il famoso esponente della Land Art, che impacchetta addirittura il Reichstag a Berlino e  il Pont Neuf a Parigi. Più prosaicamente Man Ray è anche il precursore della moda di questi ultimi anni di coprire edifici, panchine o altro della città con lavori in lane colorate eseguite all’uncinetto o coi ferri da maglia.





venerdì 7 dicembre 2018

MAN RAY 1


Man Ray (1890-1976) è stato un esponente poliedrico del modernismo, impegnato in diversi ambiti artistici: pittura, scultura, cinematografia, incisione a stampa e poesia. Tuttavia fu grazie alla sua produzione fotografica, dagli studi di nudo alle fotografie di moda, fino ai ritratti, che divenne famoso. Fu chiamato il fotografo del Surrealismo. I numerosi esempi di natura morta, i ritratti e non solo ci mostrano come Man Ray sperimentasse in modo costante nuove tecniche, allontanandosi dall’ambito descrittivo della fotografia per avventurarsi verso forme di espressione poetiche ed evanescenti, grazie all’esposizione multipla, la solarizzazione e i fotogrammi dallo stile unico che lo stesso artista chiamò “rayografie.” Man Ray, che significa uomo raggio, era il suo pseudonimo il vero nome era Emmanuel Radnitzky, nato negli Stati Uniti, a Filadelfia, amava la Francia, morì a Parigi nel 1976.  A New York lavora nel 1908 come disegnatore e grafico, nel 1912 inizia a firmare le sue opere con lo pseudonimo “Man Ray”. Nel 1915 conosce Marcel Duchamp di cui diverrà grande amico. A New York, con Marcel Duchamp formò il ramo americano del movimento Dada, nel 1921, Man Ray affermò che  il Dada non può vivere a New York e torna a Parigi, dove avvenne la sua prima mostra, in cui venne esposta la famosa opera Cadeau, un ferro da stiro su cui erano stati incollati dei chiodi, tipico esempio di un ready made illogico e paradossale. Nell’immagine Il ritratto immaginario del Marchese de Sade, presenta un pietrificato de Sade, con sullo sfondo la Bastiglia integra, precedentemente Man Ray aveva realizzato un’altra opera simile, ma sullo sfondo vi era la Bastiglia in fiamme. Il Marchese de Sade fu effettivamente detenuto alla Bastiglia per la sua dissolutezza morale.


sabato 1 dicembre 2018

MAX ERNST


Max Ernst (1891/1976) è stato un pittore e scultore surrealista tedesco. Max Ernst nasce a Brühl, vicino a Colonia, frequenta l’Università di Bonn per studiare filosofia e psicologia ma poi si dedica al mondo dell’arte. Importante è per lui l’incontro con il movimento surrealista, ma anche quello con gli artisti dadaisti e la Metafisica di Giorgio de Chirico. Significante è il suo incontro con alcuni esponenti del surrealismo, come André Breton e Paul Éluard; con quest’ultimo collaborò alla stesura di due volumi, Les malheurs des immortels e Répétition (1922).  Un viaggio in Oriente gli ispira una nuova tecnica pittorica, il frottage. Quest’ultima è una tecnica di disegno e pittura basata sul principio dello sfregamento di una matita su un foglio di carta posto su una superficie non liscia. Soggiornò a lungo a Parigi, dove collaborò con personaggi quali Duchamp, Dalí e Buñuel, prima di trasferirsi per 12 anni a New York, periodo durante il quale raggiunse l’apice della sua notorietà. Durante questo periodo, Ernst lavora  moltissimo, sperimentando nuove forme espressive, come il dripping, e realizzando importanti sculture tra le quali, per esempio, Il re che gioca con la regina (1944). Nel 1954 vince il primo premio alla Biennale di Venezia. Muore a Parigi nel 1976. Max Ernst era un grande appassionato di scacchi, forse non partecipò a tornei o olimpiadi di scacchi come fece Marcel Duchamp, ma con quest’ultimo giocò parecchie partite e vista la capacità di Duchamp certo Ernst doveva essere un bravo scacchista. Un certo numero di opere di Ernst si ispirano agli scacchi, come l’opera che vedete nell’immagine Il re che gioca con la regina, dove le linee forbite diventano inquietanti per via del re che abbraccia una piccola regina. Un re che pare come un Minotauro gigantesco, ma nel gioco degli scacchi senza regina il re vale poco.

sabato 24 novembre 2018

JOAN MIRO'


Pittore, scultore e ceramista, Joan Miró ( 1893/ 1983) è stato un pittore, scultore e ceramista spagnolo. Inizialmente studia economia, poi si rivolge all’arte, si trasferisce a Parigi, dove conosce i dadaisti e l’altro grande spagnolo Pablo Picasso da cui trae ispirazione. Tornerà a Barcellona la città natia, ma allo scoppio della Guerra Civile Spagnola fugge a Parigi, la quale successivamente viene invasa dalle truppe naziste, così Miró  torna in Spagna, fra la Catalogna e l’isola di Maiorca dove muore nel 1983. Esponente di spicco del Surrealismo, la realtà per lui è un punto di partenza che si sgretola completamente in forme oniriche e irreali. Miró usa ogni tipo di materiale come base per i suoi lavori: tele, cartoni, masonite, pezzi di ferro: tutto ha dignità per divenire opera d’arte. I suoi colori sono accesi, sono colori primari, il giallo, il rosso, il blu, ma ama tanto anche il nero. I suoi soggetti sono pochi, la donna, l’uccello, il sole, la luna, il paesaggio, il personaggio. La sua creatività è eclettica non si esprime solo attraverso la tecnica del dipinto ma anche per mezzo di collage, sculture, monumenti, litografie, ceramiche, scenografie, assemblaggi, arazzi ecc. Mirò aveva l’abitudine di lavorare contemporaneamente su più opere, “Il mio studio è come un orto ed io sono il giardiniere” diceva, non amava l’arte classica diceva di voler assassinare la pittura. Proprio per questa sua caratteristica presento nell’immagine una mia foto, in cui l’opera astratta di Mirò si riflette in uno specchio assieme all’affresco antico del soffitto di Palazzo Albergati a Bologna.

domenica 18 novembre 2018

PAUL DELVAUX


Paul Delvaux (1897/1994) è stato un pittore belga surrealista, nacque vicino a Liegi nel 1897. Di condizioni agiate ebbe una buona educazione studiando musica greco e latino, questi ultimi studi lo influenzarono sui suoi soggetti pittorici preferiti, ovvero le scene mitologiche. Studiò pittura e architettura all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles, iniziando poi ad esporre tele parzialmente influenzate dall’Impressionismo e dall’espressionismo. Successivamente ispirato da Giorgio de Chirico e da Renè Magritte e dal movimento del Surrealismo, a cui aderì, cambiò radicalmente stile. In realtà Delvaux non si considerò mai come un vero surrealista in quanto si riteneva un pittore classico, un classicismo attraverso riportare la vita moderna dei suoi giorni in maniera criptica e velata di arcano. Nelle sue tele domina un inquietante nudo femminile, carico di erotismo sfinito e finito, talvolta li presenta come scheletri, quasi una trasposizione delle danze macabre dei castelli medioevali. Eseguì anche dei murales, nonché molte interessanti acqueforti. Nel 1965 fu nominato direttore dell’Accademia Reale di Belle Arti del Belgio. Morì a Furnes il 20 luglio 1994. Aspettando la liberazione (Scheletri in ufficio) tela del 1944, che potete vedere nell’immagine, gli impiegati, non sono uomini in attività sono scheletri, sono già dei morti e il titolo gioca su due aspetti, la liberazione dall’orario di lavoro e dalla vita assai breve che abbiamo, in quanto appena nasciamo abbiamo già la spada della morte sulla nostra testa. Una rivisitazione in chiave moderna della danza macabra un tema iconografico tardomedievale, un memento mori (ricordati che devi morire) che esprime una visione  esasperata della morte. Delvaux insiste su questo tema portandoci o ad essere troppo allegri e spensierati  addirittura menefreghisti o all’opposto tristi e depressi quasi pensando al suicidio… meglio pensare che se c’è vita non c’è morte e viceversa.    

lunedì 12 novembre 2018

RENE' MAGRITTE 3

René Magritte (1898-1967) fu un pittore surrealista, una specie di mago illusionista. Le sue tele stupiscono allo stesso modo in cui un prestigiatore tira fuori un coniglio dal cappello. Magritte inserisce oggetti ordinari in contesti inaspettati, le sue tele ci lasciano con una percezione della realtà misterica e magica, sconvolge senza trasgredire, la sua immaginazione è fredda in quanto si inserisce in maniera statica e immobile. In tutti i suoi dipinti sembra di ascoltare il silenzio. Non fu apprezzato molto in vita, giunse al successo pochi anni prima di morire. La fama di Magritte si diffuse negli anni ‘60, le sue opere vennero riprodotte sulle copertine dei dischi e dei fumetti, anche pochi anni fa su Dylan Dog apparvero i suoi omini in bombetta che piovono dal cielo. Le chateau des Pyrénées (Il castello dei Pirenei) è un olio su tela di Renè Magritte realizzato e tutt’oggi esposto all’Israel Museum di Gerusalemme. Il dipinto per qualcuno è ispirato ad un racconto di Edgar Allan Poe, per altri all’isola volante di Laputa apparsa ne I viaggi di Gulliver. L’enorme masso di pietra appare pesante e allo stesso tempo quasi sospeso nel suo volo su un mare in tempesta. Il castello minuscolo, appare ben installato sulla grande roccia, che fluttua quasi senza peso. Il castello dei Pirenei pare allora, come il rifugio pietrificato e pesante del nostro vissuto, che trasvola su quel mare tempestoso, librandosi in un cielo nuvoloso, quasi un invito a vivere la nostra quotidianità, anche se pesante, anche se tumultuosa con un pizzico di leggerezza. 

mercoledì 7 novembre 2018

RENE' MAGRITTE 2


La vita di Magritte fu normale come quella dei tanti omini borghesi e seriosi in giacca e bombetta scuri, che dipinse tante volte. Eppure appena quattordicenne, la sua vita fu stravolta da un doloroso evento, la madre si suicidò buttandosi e annegando in un fiume. Fu ritrovata con la testa avvolta nella camicia da notte. Un  evento che il giovane Magritte non dimenticherà facilmente, dipingendo in alcuni suoi dipinti dei volti coperti e avvoltolati da teli. Anche se Magritte negò sempre il legame tra i suoi volti rappresentati velati e la morte della madre. Il titolo di questo dipinto, che vedete nell’immagine è Les Amants (Gli Amanti), è del 1928, un olio su tela. Esistono due quadri uguali realizzati dallo stesso Magritte ed esposti in due musei diversi, la National Gallery of Australia e il Moma di New York.  Il telo che copre i volti dei due amanti, se da una parte può essere collegato alla morte della madre, il titolo del quadro però fa pensare a due amanti che non comunicano fra di loro e neppure si vedono. Magritte rappresenta due individui molto borghesi, lui in giacca e cravatta, lei in abitino senza maniche rosso, con alle spalle un cielo tempestoso, con il volto coperto, anonimi, senza identità. Se dai critici è visto come un sentore di morte e di alienazione fra i due amanti, all’opposto si può pensare al detto che l’amore è cieco, quindi i due amanti non si amano per ciò che sono ma per un sentimento che nasce da qualcosa di sconosciuto e profondo.



giovedì 1 novembre 2018

RENE' MAGRITTE 1


René François Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967) è stato un pittore surrealista belga. Magritte, detto anche le saboteur tranquille per i suoi lavori che presentano scene reali tranquille e asettiche cambiandone però i parametri, decontestualizzando gli oggetti dipinti,  così può presentare una semplice pipa iperrealista scrivendoci sopra questa non è una pipa oppure un paio di scarpe che al posto della parte davanti presenta delle dita oppure un masso pesantissimo che vola. Magritte vela di mistero il reale, il normale, insinuando dubbi attraverso la realtà. I suoi lavori fantastici, immaginari ed enigmatici lo avvicinano agli artisti della Metafisica come Giorgio de Chirico. La vita di Magritte, al contrario di altri surrealisti e dadaisti non è trasgressiva, nel 1916 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles più tardi si sposa con la compagna di sempre. Lavora come grafico, cambiando vita quando incontra le opere di de Chirico. Conosce il teorico dei surrealisti, Breton, aderisce al movimento ma viene stroncato dalla critica. Successivamente sempre con la moglie va a Parigi, ma la galleria La Cantaure di Bruxelles  per cui lavorava a tempo pieno  chiude e Magritte torna in Belgio e riprende il lavoro di grafico. Per sfuggire ai nazisti ritorna in Francia, questa volta al Sud, a Carcassonne. Magritte raggiunge il successo solo negli anni Sessanta, dopo pochi anni muore. Nel 1953 esegue Golconda che raffigura una serie di uomini in bombetta  che cadono dal cielo, come se si trattasse di pioggia. Così Magritte descrive la tela:   “C’è una multitudine di uomini, di uomini diversi. Ma poiché una multitudine non fa pensare a un individuo, tutti gli uomini sono vestiti allo stesso modo… “Golconde” era una ricca città indiana, una specie di miracolo. Io ritengo che sia un miracolo poter camminare attraverso il cielo sulla terra”.

mercoledì 24 ottobre 2018

LA BARONESSA ELSA 2


La baronessa Elsa Von Freytag Loringhoven, una vita dalle stelle alle stalle, da musa di Man Ray, amica di Marcel Duchamp  e di Ezra Pound ad ognuno dei quali, non mancò di fare avances sessuali nonostante preferisse le donne agli uomini. Un’artista che anticipa di molto il movimento punk, la body-art, la scultura e le installazioni fatte con oggetti rubati o trovati per strada nella spazzatura. Una vita inquieta, eccessiva e folle che certamente non l’ha resa felice, testimonianza che ci viene dalle sue poesie aspre e nichiliste. Qualche poesia e qualche ritratto è dedicato a Marcel Duchamp, che Elsa ha amato non ricambiata. Tanto per intendere la forte trasgressione di Elsa, Duchamp e Man Ray la coinvolgono in un video, intitolato The Baroness shaves Her Public Hair (La baronessa si rade i peli pubici). Una vita infelice, sia quando è alle stelle, al pieno della fama nei circoli dadaisti, sia quando è in condizioni di estrema povertà, sia quando è sposata, ha ben tre mariti ma una sessualità estrema e sconosciuta, dividendosi fra uomini e donne, e poi gli spettacoli porno, la polizia sempre alle costole per i suoi furti  da cleptomane, una vita infelicissima quella di Elsa in estrema solitudine con una se stessa che non conosce, non si ama e si mette sempre alla prova sia quando sta in alto, provocando e trasgredendo, che quando è in basso suicidandosi col gas (o dimenticandosi di chiudere il gas, che poi è la stessa cosa perché vuol dire non curarsi di sé) .  
In uno dei suoi quaderni personali, la baronessa aveva elencato ciò che portava in visita all’ambasciata francese a Berlino: “Indossavo  una grande  torta di compleanno sulla mia testa con 50 candele accese fiammeggianti, mi sentivo proprio così coraggiosa e irresistibile! Sulle  mie orecchie avevo orecchini fatti con prugne secche . Inoltre avevo messo  più francobolli come marchi di bellezza sulle mie guance dipinte color smeraldo e le mie ciglia erano fatte di penne dorate porcospino; questo per  civetteria nei confronti del  console. Inoltre portavo  alcune corde di fichi secchi intorno al mio collo per dargli modo di succhiarli al mio ingresso all’ambasciata.”

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giovedì 18 ottobre 2018

LA BARONESSA ELSA 1


La Baronessa Elsa von Freytag, chiamata Baronessa Elsa (1874/1927), poetessa e scultrice, amica dei dadaisti in particolare di Marcel Duchamp, è diventata famosa per le sue eccentricità, come i cucchiaini usati  al posto degli orecchini, i francobolli incollati sulle guance, una torta di compleanno, con tanto di candeline accese, al posto del cappello o la rasatura dei capelli o il frugare nell’immondizia per creare dei gioielli con cui si adorna. Nata nel 1874 a in Pomerania, Elsa si trasferisce a vent’anni a Berlino dove lavora nello spettacolo. Dopo varie peripezie, mariti e amanti e molti viaggi arriva a New York, dove sposa il barone Leo von Freytag-Loringhoven, ricco rampollo di una famiglia tedesca. Vivono un anno veramente alla grande, abitando al Ritz,  poi quando scoppia la guerra il marito torna in Germania e si suicida. La baronessa, non più giovane, tre mariti alle spalle e una sempre più evidente bisessualità diventa anche cleptomane. Nel 1923 Elsa torna a Berlino, dove vive in condizioni economiche estreme, chiedendo ai vecchi e importanti amici di prestarle denaro, finisce per qualche tempo in manicomio, termina la sua vita soffocata col gas lasciato aperto. Forse una dimenticanza, forse un suicidio, di certo vivere così inquietamente è un peso molto greve e grave.  Tutto ciò fa realmente pensare che la linea di confine tra arte/genio e sregolatezza/follia sia veramente molto esile mentre all’opposto lo stare in manicomio o alla ribalta, il confine sia ben definito e cioè se sei famoso e ricco o nullatenente e sconosciuto.
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venerdì 12 ottobre 2018

MARCEL DUCHAMP 8



Marcel Duchamp ha rivoluzionato l’arte, praticamente l’ha annullata, dopo di lui nessuno è più in grado di dire cosa è o non è un’opera d’arte, paradossalmente non si sa cosa sia l’arte e forse proprio per questo diventa elitaria e allo stesso tempo diviene merce che vale solo se sdoganata dai critici d’arte ed esposta in musei famosi. L’arte diviene un concetto, cioè cosa concepisce la mente di un oggetto, quindi non esiste se non nella mente, diventa un’utopia. Nel 1938 Marcel Duchamp realizzò un’installazione per l’Esposizione Internazionale del Surrealismo di Parigi. Il titolo era 1200 sacchi di carbone o The Grotto. Si trattava di un lavoro composto da sacchi di juta riempiti di carta e pendenti dal soffitto, sotto di loro c’era una stufa di ghisa che conteneva una lampadina e che costituiva l’unica fonte di luce. I sacchi erano ancora sporchi di carbone e il pubblico spaventato circolava sotto una coltre di fumo nero. L’idea, il concetto era che i sacchi di carbone rappresentavano il mezzo fra la mente, la stufa, e il non vedere né sapere quale fosse il reale contenuto nei sacchi. Il fatto è che si può prendere qualsiasi oggetto e poi arzigogolarci sopra e trovare intenti e similitudini. Questa installazione è stata riprodotta moltissime volte. Se Alberto Burri, negli anni Cinquanta scandalizzava usando dipingere vecchi sacchi, Duchamp venti anni prima era già oltre, cambiando addirittura la galleria o il museo, che da contenitore bianco e lindo, spazio per presentare al meglio le opere d’arte, diventa l’oggetto della scena. La sacralità del luogo non è più dettata dalle opere che vi sono esposte ma è lo spazio che rende sacro tutto ciò che vi entra, anche l’immondizia. Qualsiasi cosa, performance, accatastamento di roba vecchia, addirittura la chiusura o il gesto più banale se allestito nel museo, nella galleria o in una biennale o triennale ecc., diventa arte. Questa trasformazione va di pari passo con il mutamento della società che non sa più cosa è giusto o cosa è sbagliato, società dove tutto diventa sterile relativismo.  

domenica 7 ottobre 2018

MARCEL DUCHAMP 7


“Lasciami spiegare, mia cara, che la tartara alla quale mi riferisco non ha niente a che vedere con la salsa ed è stata inventata dai cosacchi in Siberia: pensa che può essere preparata a cavallo, al galoppo addirittura, se le circostanze lo rendono necessario. Ecco le indicazioni: tagliate al coltello mezza libbra (per persona) della miglior carne che riuscite a trovare e mettetela in un piatto di porcellana, bianco – così che nessuna decorazione possa disturbare la disposizione degli ingredienti – dandole una forma a nido di uccello. Sistemate poi, al centro del nido, due tuorli d’uovo e infine disponete a lato del piatto, in graziosi bouquet, i seguenti ingredienti: cipolla bianca finemente sminuzzata, capperi, acciughe, prezzemolo fresco, olive nere accompagnate con foglie di sedano, sale, pepe. Ogni commensale mescolerà gli ingredienti alla carne. Al centro del tavolo: pane, burro e una bottiglia di vino rosè”. Questa è la ricetta della tartare scritta da Marcel Duchamp. Non è una novità che il cibo abbia interessato gli artisti da sempre, basti pensare alle nature morte, per arrivare poi ai futuristi, ai surrealisti che sovvertirono gli accostamenti e gli abbinamenti culinari. Non è una novità che il cibo evochi l’eros. Molto spesso dalla cenetta, magari afrodisiaca, dalla tavola, dalla tovaglia si passi al lenzuolo del letto. Così non può stupire che dal cibo si passi agli utensili per la cucina. Duchamp realizza queste due presine in tessuto scozzese che possiamo definire maschile/femminile, in quanto in una sbuca un pene, mentre nell’altra Duchamp applica un quadratino di pelliccia… non resta che sorridere.