sabato 4 luglio 2015

IL PROFESSORE sesta puntata


Una biondina, dai capelli lunghi e lisci, esile come un giunco e come un giunco camminava, oscillando in qua e in là, forse era stata espulsa da scuola, forse aveva un appuntamento, forse aveva mal di testa.
Forse, forse, ma intanto era giunta là, davanti a lui, all’improvviso, e lo stava guardando con gli   occhi stupiti.
Franco infilò in fretta il coltello in tasca.
La ragazza aveva capito?
Aveva intuito qualcosa?
Si presentò, la ragazza si chiamava Silvia e la madre era stata un’allieva del Professore; ancora oggi, la madre le faceva una testa “così“, ricordandole il proprio impegno, le assemblee, le richieste, gli  scioperi e nominava il Professore, così bravo, così mite e sempre dalla parte degli studenti.
Silvia, aveva fretta, era uscita prima da scuola con una scusa, doveva incontrarsi con il suo ragazzo, un tunisino e perciò malvisto dalla sua famiglia.  
Si vedevano di nascosto.   
Era impaziente ma non poteva lasciare quell’anziano professore, tanto elogiato dalla madre, in fretta e furia, poi magari lui poteva mettere una pulce nell’orecchio della mamma.
Ravenna è una città piccola, la madre e il Professore potevano incontrarsi e lui dirle che l’aveva trovata fuori dalla scuola in orario di lezione.
Pensare che quando l’aveva visto accanto all’auto, la Mini Minor, un pensiero fulmineo le era baluginato in mente: “era forse lo sfregiatore dell’auto?”
Che pensiero ridicolo, era il … Professore.
Lo seguì nei giardinetti proprio dietro San Giovanni Evangelista, lui voleva sedersi su una panchina, voleva sapere di sua madre.
Sentì due dita farle pressione, sulla vena del collo, sentì venirle meno il respiro, non sapeva cosa accadeva, il suo ultimo pensiero fu per Abdul, avrebbe fatto tardi all’appuntamento.
Franco aveva la ragione sconnessa, l’inconscio guidava i suoi gesti, andava avanti a caso.
Invitò Silvia al giardino, era pieno di fiori, c’era la strada accanto, ma gli alberi creavano una cortina, e nel parco non c’era nessuno.
Seduti sulla panchina, Franco osservava la gola bianca di Silvia, lo sguardo correva sempre là.
Lo sguardo correva alla gola inerme di Silvia e il pensiero si rivolgeva al suo decoro, alla sua immagine pubblica che si sarebbe sgretolata.
 Silvia, lo aveva visto all’opera col coltello, ora, sempre per il motivo delle apparenze, non se ne rendeva conto, ma poi il pensiero sarebbe venuto a galla, e come un fiore malefico avrebbe  avvelenato l’esistenza di Franco .
Franco si rese conto di non poter vivere senza sua maschera pubblica.
Non voleva ucciderla, non voleva, le mani corsero veloci alla  giugulare che si trova nel collo, dove scorre sangue arterioso e che se viene gravemente lacerata o compressa, tipo strangolamento, ti può portare rapidamente alla morte, nel primo caso per emorragia e nel secondo caso per asfissia, perché  non circola più sangue nei grandi vasi cardiaci.
 La lasciò lì, come un burattino senza fili.
Nessuno lo fermò.
Silvia fu ritrovata dopo poco, proprio da Abdul, il suo innamorato.
Per il gioco delle apparenze e dei pregiudizi fu Abdul l’unico indiziato.



immagine di Teoderica

2 commenti:

cosimo de bari ha detto...

una bella fetta di giustizia italica viaggia tra le ingiustizie e le apparenze

paola tassinari ha detto...

Hai proprio ragione