sabato 10 giugno 2023

Il volo del gruccione

Capitolo 34

Io non ho paura

 

 

Si inoltrarono lungo un sentiero rettilineo, fra due ali di pini, in un silenzio quasi religioso, in cui l’unico suono era il gorgoglio dell’acqua, del fiume o canale che avevano alla loro destra, si fermarono seduti su un dosso accanto all’acqua per gustarsi la colazione, il giornale alla fine non lo lessero perché ambedue avevano una gran voglia di iniziare la passeggiata, raccolsero i rifiuti, portandoli in auto, non c’era neanche un bidone per l’immondizia, poi si incamminarono lungo il viottolo rettilineo che sembrava proseguire all’infinito.

Per un po’ rimasero zitti, osservando l’acqua che pareva velata da una tela lattiginosa, non era acqua trasparente ma era fascinosa, pareva un tessuto damascato leggero come un velo dalla miriade di sfumature dal giallo verde al verde blu. Gli alti pini si specchiavano stando curvi come vecchi, quasi che dovessero schiantarsi da un momento all’altro, e qualcuno infatti lo era, altri svettavano dritti, alcuni avevano i fusti sottili, altri tronchi talmente larghi da non poter essere abbracciati da due persone. Attorno solo verde, tanto da non vedersi neanche in alto il cielo e ogni tanto qualche gruppo di graminacee e cannella palustre, così eleganti coi loro ciuffi di fili alti, un tempo queste erbe erano usate per creare cestini, sporte e persino capanne.  

Stormi di anatre si libravano all’improvviso a pelo sull’acqua in formazione frecce tricolori.

Aironi bianchi in solitudine planavano sui rami che sporgevano sull’acqua.  

Le rane saltavano all’improvviso fra l’erba e l’acqua: nella zona del Delta erano assai apprezzate sia fritte che in guazzetto, al ranocchio erano dedicate anche delle sagre, Lyuba non aveva mai voluto assaggiarle, le cosce delle rane fritte, le rammentavano il loro saltellare e le dispiaceva vederle morte nel piatto, i vecchi del suo paese natio le avevano insegnato ad amare i rospi e le ranocchie e le avevano raccontato che le rane nascevano dagli acquazzoni estivi cadendo direttamente dalle nuvole, giurando di averle viste.

“Allora che mi dici sugli zingari”.

“Cosa vuoi che ti dica? Pensavo di essere aperta e amabile con il prossimo, è solo doratura niente altro che ipocrisia, pensa che ho criticato il Governo per il denaro che investiva nei campi per i nomadi, soldi per quegli ubriaconi, nullafacenti e anche ladri, mi vergogno di averlo pensato, questa non è integrazione ma razzismo, infatti si rinchiudono in un ghetto recintato, fuori dal centro abitato, gli si dà due soldi, basta che non rompano troppo le scatole con la questua e i furti. Ieri in un negozio sono entrati una zingara con due bambini a piedi nudi e sporchi, subito la commessa ha chiamato degli aiutanti, uno di loro è arrivato armato di una specie di asta appoggiata alla spalla, giusto per intimorire, la zingara e i bambini sono usciti velocemente ma uno  dei due zingarelli si è girato e ha detto… io non ho paura.

Ci credi, quel io non ho paura mi ha scosso più del libro che ho letto con la storia di un prete che ha vissuto con gli zingari, che mi ha chiarito come loro vivono la situazione dei campi, dove si sentono schedati, controllati, sicuramente dei diversi, e così loro fanno peggio, danno fuoco alle loro baracche e ogni tanto qualcuno di loro muore per una pallottola vagante, sindaci e cittadini fanno manifestazioni e sollecitano le Forze dell’Ordine che non vanno tanto per il sottile.

Un’altra cosa che mi ha colpito, perché è capitata pure a me, se gli regali degli abiti, ma anche del cibo, loro lo gettano e ciò mi aveva disgustato, ma vedi sono come bambini, custodiscono solo quello che gli serve al momento, non pensano al domani, si affidano alla Provvidenza.

Questo mi ha fatto pensare a Don Bosco, il fondatore degli oratori, che alla sera gettava i soldi che  gli erano rimasti nelle tasche dalla finestra, perché pensava che al domani avrebbe pensato la Provvidenza, soldi che raccoglieva un giovane seminarista.

Al mattino Don Bosco trovava sempre qualche offerta e il giovane seminarista che raccoglieva i soldi gettati da Don Bosco era Giuseppe Cottolengo, che raccattava anche la più piccola monetina perché aveva un sogno da realizzare: l’ospedale che ancora oggi a Torino accoglie persone disabili, così me l’ha raccontata il prete durante l’omelia, mentre un quotidiano su in Internet lo stesso evento lo descrive così: “Si racconta che San Giuseppe Cottolengo, fondatore della Casa che ancora oggi a Torino accoglie persone con disabilità, avesse talmente tanta fiducia nella Provvidenza da gettare i denari in eccesso dalla finestra, sicuro che il buon Dio avrebbe provveduto alle necessità future della Casa. I maligni raccontano che sotto quella finestra si appostasse San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, considerata una delle congregazioni più ricche della Chiesa.”

La verità è quella che ha raccontato il prete in Chiesa, ma in Internet questa notizia errata è dilagata in modo virale… qual è ora la verità?

Visto che siamo in democrazia è quella dei molti?

Così sugli zingari mi sono sentita razzista e mal informata e tutta questa marea di notizie mi hanno spaventato, Rico fra non poco diventeremo tutti degli analfabeti, perché non sapremmo riconoscere nessuna parvenza di verità.   

“Esagerata, sull’ignoranza sono d’accordo, le cosiddette fake news sono un grosso problema, ma sugli zingari, sono talmente sporchi che puzzano e poi rubano”.

“Oddio Rico, mica hanno il bagno riscaldato ad uso singolo, quando non c’è elettricità o acqua calda è difficile lavarsi in 70/80 persone, d’inverno, magari con un solo rubinetto, eppure i rom  hanno paura dell’impurità, come gli indiani e gli ebrei. Pensa che lavano le loro cose in bacili diversi: le pentole divise dai piatti, i vestiti dei maschi separati dagli abiti femminili e così via. Rubare, non tutti lo fanno, molti rom esercitavano dei lavori che erano legati al nomadismo, mestieri tradizionali come allevatori, calderai e fabbri, musicisti, arrotini, venditori, imbonitori ma anche i mestieri legati al fiume come i cavallari, i barcari, gli zattieri, i cordai, questi ultimi in inverno passavano le case contadine e vi rimanevano qualche giorno costruendo le sedie intrecciate di vimini o corda, era una gioia un tempo quando arrivavano perché portavano racconti e notizie dai luoghi in cui viaggiavano. Fellini li ha descritti bene nel film “La strada”, con lo zingaro Zampanò, te lo ricordi Rico? Ricordo la mia bisnonna, quando mi raccontava dei venditori ambulanti, che vendevano, pizzi e bottoni, aggiustavano i piatti e stagnavano le pentole, aspettava i venditori con gioia, il manghel un tempo non era solo il chiedere l’elemosina, significava anche vendere, era accettato un tempo nelle campagne, ma ora i loro mestieri non servono più i piatti e le pentole si buttano via anche se non sono rotti, figurati se si aggiustano, ai rom rimane solo la questua. Oggi non c’è spazio per il lavoro tramandato dai loro padri, forse è per questo che alcuni entrano a far parte della malavita. Sai che in Irlanda vivono degli zingari coi capelli rossi e gli occhi chiari? Li chiamano tinkers che significa stagnai o lattonieri. Una leggenda narra che per la crocifissione di Gesù si cercava qualcuno che fondesse i chiodi e mettesse insieme una croce. Il falegname rifiutò e l’unico che si lasciò convincere fu il lattoniere. Guardandolo, Gesù gli disse: il falegname dovunque andrà sarà ricco e fortunato, mentre il lattoniere sarà condannato a vagare per sempre sulla terra e non troverà mai una casa. Su di loro pregiudizi a non finire, li hanno chiamati maledetti, figli di Caino, li hanno accusati di essere coloro che forgiarono i chiodi della croce di Cristo, senti come li descrivono: “Correndo l’anno di Cristo 1417 ecco che cominciano ad apparire uomini brutti, neri e cotti dal sole. Indossano vesti sudice e sono lesti nel rubare, soprattutto le donne. Commerciano cavalli, ma la maggior parte di loro va a piedi. Le donne cavalcano giumenti con i loro bambini”. Così il geografo tedesco Sebastiano Münster descrive i primi zingari giunti in Germania all’inizio del XV secolo. E senti come li descrive Lombroso, il medico e antropologo, sociologo, di fine Ottocento, esponente del positivismo illuminista, fondatore dell’antropologia criminale, le cui tesi ebbero un grande successo e furono alla base delle teorie naziste della supremazia della razza ariana. Lombroso riteneva gli zingari, l’immagine di una razza intera di delinquenti: “Sopportano la fame e la miseria piuttosto che sottoporsi ad un piccolo lavoro continuato; vi attendono solo quanto basti per poter vivere; sono spergiuri anche tra loro; ingrati, vili, e nello stesso tempo crudeli… Dediti all’ira, nell’impeto della collera, furono veduti gettare i loro figli, quasi una pietra da fionda, contro l’avversario; e sono, appunto come i delinquenti, vanitosi, eppure senza alcuna paura dell’infamia. Consumano in alcool ed in vestiti quanto guadagnano; sicché se ne vedono camminare a piedi nudi, ma con abito gallonato od a colori, e senza calze, ma con stivaletti gialli… Amanti dell’orgia, del rumore, nei mercati fanno grandi schiamazzi; feroci, assassinano senza rimorso, a scopo di lucro; si sospettarono, anni sono, di cannibalismo. Le donne sono più abili al furto, e vi addestrano i loro bambini; avvelenano con polveri il bestiame, per darsi poi merito di guarirlo, o per averne a poco prezzo le carni; in Turchia si danno anche alla prostituzione. Tutte eccellono in certe truffe speciali, quali il cambio di monete buone contro le false, e nello spaccio di cavalli malati, raffazzonati per sani, sicché come fra noi ebreo era, un tempo, sinonimo di usuraio, così, in Spagna, gitano è sinonimo di truffatore nel commercio di bestiame. Lo zingaro in qualunque stato o condizione si trovi, conserva la sua abituale e costante impassibilità, senza sembrar preoccupato dell'avvenire, vivendo giorno per giorno in una immobilità di pensiero assoluta, ed abdicando ad ogni previdenza… È importante poi il notare che questa razza così inferiore nella morale ed anche nella evoluzione civile ed intellettuale, non avendo mai potuto toccar lo stadio industriale né, come vedesi, in poesia passare la lirica più povera, è in Ungheria creatrice d’una vera arte musicale, sua propria, meravigliosa, nuova prova della neofilia e genialità che si può trovare mista agli strati atavici nel criminale”. E questo dire e ridire che sono sporchi, ladri e vagabondi ha creato l’orrore degli orrori, lo sai che  solo nel 1980 il Governo tedesco ha riconosciuto ufficialmente il tentativo di genocidio degli zingari e che i loro aguzzini non sono stati puniti, perché in fondo con loro Hitler aveva qualche ragione, in quanto geneticamente tutti criminali. Porrajmos  (divoramento)e samudaripen ( tutti morti) sono le parole che usano i rom per il loro olocausto, e come ultimo sprezzo alla caduta del nazismo, al processo di Norimberga hanno decretato che per gli zingari forse Hitler aveva qualche ragione, ti rendi conto Rico? Alcune circostanze accomunano rom ed ebrei: essere stati entrambi schiavi. I primi accusati di essere della stirpe maledetta di Caino, i secondi di deicidio. Ariani degradati gli uni, razza inferiore gli altri. Si stima siano stati uccisi tra i 500.000 ed il milione e mezzo di persone e la cosa peggiore è che venivano usati come cavie, sottoposti all’inoculazione di germi e virus per osservarne la reazione od obbligati a ingerire acqua salata fino alla morte. Alla base, le convinzioni dei nazisti sulla razza che li riteneva di origine indoeuropea, e dunque ariana, e che il ceppo zingaro fosse l’unico ad avere il gruppo genetico originario della razza tedesca, contaminato però dal gene del nomadismo, che li aveva portati, a mischiarsi coi non ariani degenerando l’iniziale purezza. Queste teorie erano l’opposto della logica antisemita, per cui minore era il grado di appartenenza razziale, maggiore era la speranza di salvarsi, per gli zingari maggiore era la loro purezza maggiore era la probabilità di salvarsi dalla soluzione finale e di diventare cavie. Joseph Mengele si trasferisce a Birkenau, e da qui, dalla pelle di bambini rom e sinti, inizia le sue sperimentazioni. Alle torture degli esperimenti, si aggiungerà la beffa: le orchestre zingare, volute dalle SS, faranno da colonna sonora alla loro morte. Nel luglio del ’42 Himmler venne a visitare il campo. Gli feci percorrere in lungo e in largo il campo degli zingari, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche d’abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie, vide i bambini colpiti dall’epidemia infantile Noma [tumore dovuto a malnutrizione], che non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina: i loro piccoli corpi erano consunti, e nella pelle delle guance grossi buchi permettevano addirittura di guardare da parte a parte; vivi ancora, imputridivano lentamente. Si fece le cifre della mortalità tra gli zingari.[…] Dopo aver visto tutto questo ed essersi reso conto della realtà, diede l’ordine di annientarli, dopo aver scelto gli abili al lavoro, come per gli ebrei.[…] L’operazione durò due anni. Gli zingari atti al lavoro vennero trasferiti in altri campi, e alla fine rimasero da noi (era l’agosto del 1944) circa 4000 individui da mandare nelle camere a gas. […] Non fu facile farli arrivare fino alle camere a gas. Personalmente non vi assistetti, ma Schwarzhuber mi disse che, fino ad allora, nessuna operazione di sterminio degli ebrei era stata così difficile, tanto più dura per lui in quanto li conosceva benissimo quasi tutti, anzi era stato in buoni rapporti con loro. Infatti, a modo loro, erano gente straordinariamente fiduciose […] (Le memorie del comandante Rudolf Höss)

“Basta, sei un fiume in piena, basta raccontarmi delle tristezze. Questo viale sembra non finire mai, è una buona mezzora che camminiamo e la luce che si intravede laggiù in fondo sembra sempre più lontana. Raccontami qualcosa degli zingari di bello e allegro, che so sugli ursari, i domatori di orsi, di scimmie o di leoni, i giocolieri che poi sono i sinti per lo più, quelli del circo Orfei e di tanti altri circhi o quelli  dei luna park oppure raccontami dei loro musicisti che hanno ispirato e hanno influenzato e arricchito compositori come  Brahms, Schubert, Ravel, Strawinsky, Ciaikowski, ad esempio, a me la musica di Goran Bregović, che deriva da temi zigani, con quelle musiche da funerale e da sposalizio mi eccita, anche sessualmente a te no?

“Come no, se vuoi ti ballo un flamenco, come una zingara spagnola, così ti ecciti di più, non mi hai ascoltato e poi cos’è questo mi ecciti o non mi ecciti, devo preoccuparmi?”

“Preoccuparti in che senso?”

“Che ti metti a fare il cascamorto, non mi piace questo”.

“Stavo solo scherzando, per alleggerire la tua pesantezza, hai finito di raccontarmi sugli zingari?”

“Se vuoi, ho dell’altro, lo so è un mio difetto se inizio poi non la finisco più di raccontare”.

“Vai Sherazade, continua ad affabulare”.

 

 

 

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