domenica 30 agosto 2009

LA VITA E' L' INSIEME DELLE FORZE CHE RESISTONO ALLA MORTE

DISTACCO

Muta il destino lentamente, a un'ora
precipita.
Per lui dovrò lasciarti,
mia città così aspra e maliosa,
dove in fondo a una bigia via è il celeste mare.
la tua scontrosa
grazia saluterò, già vecchi amici
e pietre bacerò - cuore fedele -;
come piange il fanciullo sopra il seno amaro, a distaccarsene per sempre.

UMBERTO SABA


CEDRI

Ti scrivo una lettera madre
seduto in quest' angolo del mio primo piano
impensierito dal debito alla banca da pagare
ma s' afforza l' equazione coi cedri
quando il vento li batte a fondo dentro al buio,
cedri, miei vicini, rendetemi pieghevole
come voi
rendetemi issato
libero davvero, come voi.

LUCA CESARI

7 commenti:

stella ha detto...

Due liriche tristi, ma con grandi significato.
L'abbandono del mare stringe il cuore.

Buon inizio settimana Teo, un bacio

teoderica ha detto...

Non c' è crescita senza sofferenza.
Tu col tuo blog spargi dolcezza, la quale mitiga i "pensieri aghi".
Quindi un inizio settimana radioso per te Stella cara.

Pier Luigi Zanata ha detto...

Due poesie diverse ma che hanno un comune leitmotiv: la vena naturale di un lirismo trasparente di grande forza comunicativa.
Saba e Cesari hanno poi la capacita' di esprimere i propri sentimenti dell' esistere attraverso vitali immagini e metafore. Entrambi sanno esprimere la concreta aderenza al reale che spazia dalla quotidianita' ai grandi temi universali.
Grazie per averci donato queste belle poesie.
Buonanotte.
Vale

teoderica ha detto...

Grazie a te , perchè con la tua analisi mi fai capire il perchè amo certe poesie......la vena naturale di un lirismo trasparente di grande forza comunicativa.......ecco l' arte per me è questo: comunicare con semplicità e sincerità empaticamente legati alla natura, coscienza dell' ineluttabilità dell' artificialità senza dimenticare il nostro essere "natura".
Grazie della visita e, buona giornata.

Gaetano ha detto...

Cara Paola,
mi pare di intravedere in te una lotta che ti causa non pochi problemi, quando ti accingi a mettere sul moggio la poesia che ami da morire. Ami, però, con lo stesso impeto l’arte che tu eserciti disegnando immagini, non puoi farne a meno. Il lirismo struggente che si promana dalle due poesie che tu hai esposto è un fuoco che si assimila a quello solare, nel senso che occorre chiudere gli occhi per sentirne il prodigio, altrimenti brucia e tutto distrugge. Sono le parole a fare da vista, ma come si fa con l’arte del dipingere, così facendo? Non te lo potrei spiegare meglio che riportare uno stralcio di un bell’articolo su questo dilemma dal titolo “Lo sguardo e la parola” (nella poesia). L’autore (veramente autorevole) si chiama Mario D’Avino. Per il resto, che raccomando di leggere, clicca qui.

[...] Lo sguardo del poeta è sintetico e universale: nel suo sguardo egli coglie l’uno nel due o l’uno nei molti, ma lui stesso non è mai uno ma molti insieme, una assiepata legione di spiriti. [...]
Come questo avvenga né i poeti, né i loro iniziati lettori lo sanno. Nella poesia che “si fa”, infatti, cade il normale rapporto di conoscenza tra soggetto e oggetto: l’io implode col suo mondo per manifestarsi metamorfizzato nella parola e nella visione. Il poeta non dice più ma annuncia, non vede più ma svela e la poesia diventa creazione dello spirito, mentre le parole scritte restano come tracce e reliquie di morte cose nelle pagine dei libri,esattamente come le ossa dei santi e non la loro santità è deposta nelle teche delle chiese. Perfino lo stesso poeta resta fuori della sua poesia se non trova il sentiero che lo porta al suo interno. Perciò le parole che lui stesso ha scritto gli possono diventare ostiche, banali, noiose. Ma se il poeta riesce ad entrare nel bosco sacro dove la poesia officia i suoi misteri, quelle parole diventano significanti come le silenziose armonie delle sfere celesti ai pitagorici. Allora il poeta vede il silenzio, coglie il mistero del bello che è anche vero, e gli sembra di toccare il fondo ultimo della realtà, dove le cose sono quelle che sono in se stesse, nella loro eterna ed autonoma novitas. Ma ancora: che cosa vede davvero il poeta? Secondo una antica tradizione, che rinvia all’archetipo, il vero poeta è cieco. Anche Omero, secondo la leggenda è cieco, ed è cieco perché è poeta, non altrimenti. Cieco però non è chi non vede nulla, ma chi non vede con gli occhi, ed è chiaro che propriamente non sono gli occhi a vedere ma la mente. E poi ogni uomo ha un suo particolare modo di vedere, un suo personale sguardo, come unica è la voce che lo distingue da tutti ed è subito riconoscibile da chi gli è familiare. Ma non è l’io naturale, cioè il singolo soggetto a percepire, perché proprio nella dimensione poetica abbiamo detto che soggetto e oggetto perdono la loro abituale connotazione. Come può esserci infatti un soggetto normale che percepisce, se non c’è davanti a lui la cosa normalmente percepita? Il soggetto è, per sua natura, pura intenzionalità e, esattamente come uno specchio,diventa diverso a seconda della cosa introiettata che ne è ipso facto parte costitutiva. Così, se è vero che nella poesia la cosa conosciuta sensibilmente non c’è perché, per esempio, nessuno ha mai visto naturalmente la Sera con il suo viso di perla e i suoi grandi, umidi occhi, anche il percepiente soggetto poetico appena annuncia l’oggetto della sua fascinazione tende a specificarsi non come un io che dice, ma come un dire assoluto, diventando così un soggetto che è altro da sé …(e Rimbaud infatti afferma:” Je est un autre”.).
In conclusione: nella poesia il poeta è cieco e l’io è diverso da sé: è ambiguo, plurale,metamorfico, astratto. Peraltro quanto più si va a cercare l’io, Hegel insegna, troviamo al massimo un noi che si scioglie e si dilegua nella totalità. [...]

Gaetano

teoderica ha detto...

Anche Omero, secondo la leggenda è cieco, ed è cieco perché è poeta, non altrimenti. Cieco però non è chi non vede nulla, ma chi non vede con gli occhi, ed è chiaro che propriamente non sono gli occhi a vedere ma la mente.
nella poesia il poeta è cieco e l’io è diverso da sé: è ambiguo, plurale,metamorfico, astratto. Peraltro quanto più si va a cercare l’io, Hegel insegna, troviamo al massimo un noi che si scioglie e si dilegua nella totalità. [...]
Gaetano quello che ho capito ultimamente è che IL CORPO SA'prima della ragione e della comprensione, il corpo sa' ......tu cosa ne pensi.
Grazie di aver capito.
Ciao.

Gaetano ha detto...

"La luce dorata della fiamma di una candela siede sul trono della sua luce scura che aderisce allo stoppino".
Sefer ha-Zohar (il Libro dello Splendore)
Gaetano