sabato 12 gennaio 2013

AH LE ROSE DEL PUBE!... SE LA POESIA E' FUOCO



Corpo di donna
Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
assomigli al mondo nel tuo gesto di abbandono.
Il mio corpo di rude contadino ti scava
e fa scaturire il figlio dal fondo della terra.

Fui solo come una galleria. Da me fuggivano gli uccelli
e in me irrompeva la notte con la sua potente invasione.
Per sopravvivere a me stesso ti forgiai come un'arma,
come freccia al mio arco, come pietra per la mia fionda.

Ma viene l'ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d'assenza!
Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia.
Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!
Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,
e la fatica rimane, e il dolore infinito.


Pablo Neruda

8 commenti:

cosimo ha detto...

Poesia bella, ma dal contenuto un pochino egoista, il poeta parla molto del suo io e sposta quasi tutto sull'aspetto fisico della donna. L'amore va oltre questo, anzi è lui che a volte disegna superbi aspetti fisici, laddove, agli occhi dei più, non sono tali.

Intanto l'immagine del post, e credo sia una tua magnifica opera, parla di elementi spontanei della terra che sono ricchezza di vita e di continuità ripetitiva all'infinito. Complimenti, Paola!
Ti auguro un bel dine settimana di poesia e di arte:-))

teoderica ha detto...

Caro Cosimo, con delle parole così di fuoco il poeta deve amarla tantissimo la sua donna, quindi non è egoista ma estasiato dalla grazia muliebre.
Grazie per i complimenti per le mie immagini, grazie di cuore.
Buon fine settimana anche a te.

Soffio ha detto...

ma quì si sbisciola !!!

teoderica ha detto...

Eh sì, Soffio, si sbisciola alla grande!

pietro d. perrone ha detto...

io ti regalo questa; l'avrai già letta, ma mi piace sempre moltissimo.


LA NASCITA DI VENERE
(R. M. RILKE)

In quell’alba (trascorsa era la notte
piena d’orgasmi, d’impeti e di grida)
il mare ancora si sconvolse. Urlò.
E come l’urlo si richiuse lento,
giù dai pallidi cieli mattutini
nel muto abisso celere piombando -
il mare generò.
Al primo sole scintillò di ricci,
ribalenò l’immenso equoreo pube.
Candida, in sé rattratta, umida ancora,
fuor dalle spume una fanciulla emerse.
Come la foglia verde appena messa
freme, si stira e languida si svolge,
così, per entro la frescura intatta,
nella fievole brezza del mattino,
a poco a poco il corpo suo si schiuse.
Fulgidi risalirono i ginocchi.
Sfere di luna, parvero: sommersi
nei nebulosi margini dell’anche.
L’ombra arretrò; scoprì gli agili stinchi.
Si protesero i piedi; e furon luce.
Come nel sorso palpita la gola,
ogni giuntura palpitò. Fu vita.
Entro il calice alcionio era quel corpo
come in mano di bimbo un fresco pomo;
e nel piccolo stimma a mezzo il ventre,
accogliersi parea tutta la tenebra
di quella immensa chiarità vivente.
Sott’essa risalìa, fievole e chiaro,
l’arco dei lombi, il flutto; e ricadeva,
ruscellando sommesso, a quando a quando.
Di luce intriso, non ancora ombrato,
come d’aprile macchia: di betulle,
si palesava ignudo il caldo pube.
Quindi si bilanciò la svelta linea
delle morbide spalle, equilibrata,
su lo stelo del corpo, che, diritto,
vibrò come zampillo. Alto, ricadde,
con lento indugio, nelle braccia lunghe,
precipitando in gonfie onde di chiome.
Il volto trapassò, piano, dall’ombra
del suo scorcio reclino, ecco, alla luce.
Eretto fu. Sott’esso, rilevato,
si conchiuse del mento il tondo giro.
Ma poi che il collo dardeggiò, vibrando
come uno stelo fervido di linfe,
anche le braccia s’agitaron tese,
colli di cigni all’erma sponda aneli.
Ed ecco: all’improvviso entro la grigia
alba sopita delle membra, corse
la prima brezza: un timido respiro.
Nel più sottile rameggiante intrico
delle trepide vene, un sussurrìo
flebile si levò: frusciò, sovr’esso,
il primo alacre scorrere del sangue.
Quindi, la brezza rinforzò. Fu vento.
Con tutto il fiato si gittò per entro
gli acerbi seni. Li gonfiò compresso.
Candide vele ricolme di spazio,
trassero, quelli, il lieve corpo a riva.
Ed approdò, la Dea.
Dietro di lei che per i lidi nuovi
- rapido il passo – procedea, balzarono
tutto il mattino i fiori e gli alti steli:
ardenti ed ebri, quasi appena dèsti
da una notte d’amplessi.
Ed ella andava,
velocemente lontanando in corsa.
Ma nell’ora più calda – a mezzo il giorno
anc&oaute;ra il mare si sconvolse, urlando.
Un delfino gittò; dai flutti stessi,
porpora enorme: esanime, squarciato.


Un abbraccio,
Piero

pietro d. perrone ha detto...

P.S.
la parola incomprensibile è:
"ancora una volta"

Piero

teoderica ha detto...

Grazie Piero, certo che ho già letto questa ode, proprio da te...anni fa, sì sono passati già degli anni, siamo un po' più vecchi, ma più giovani nel cuore.
Ciao.

pietro d. perrone ha detto...

un bacio
Piero