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lunedì 16 marzo 2015
TROVATO COTTO E MANGIATO gli strigoli
Strigolo è il nome di un’erba selvatica del genere Silene. Conosciuto nelle varie regioni con vari nomi, è un’erba molto popolare perché è assai buona. Bisogna cogliere questa verdura quando è tenera e non ha ancora i boccioli dei suoi fiori, è un po’faticoso trovarla perché è un’erba minuta dalle foglie piccole e lanceolate, comunque in marzo la gente di campagna si da un bel po’ da fare per raccoglierla, viene apprezzata come una delizia della mensa ed hanno ben ragione. Il nome del genere deriva da Sileno/Pan, divinità scartata e disprezzata ma un tempo assai venerata , secondo alcuni le sue foglie se fatte rotolare fra le dita stridono (stritolo, strigolo), mentre altri lo fanno derivare dall’uso che ne facevano le streghe nelle loro pozioni magiche, per cui veniva chiamata “erba delle streghe”, quindi “strigoli”. Vengono anche chiamati “ammazzamogli”, per il fatto che dopo cotti si riducono notevolmente, e quindi danno l’impressione che la donna che li ha cucinati abbia avuto la visita dell’amante. Gli strigoli li troviamo nei campi, lungo le stradine di campagna, sugli argini dei fiumi, anche in collina. Abito in campagna e per fortuna che il tarassaco non lo raccolgono oggi, perché gli strigoli le azdore li raccolgono eccome, quindi di strigoli ne trovo pochi, speriamo non si mettano a raccogliere anche le altre erbe! La pianta viene sbollentata, può essere mangiata anche cruda con altre erbe in insalata, ma deve essere comunque sempre molto tenera, poi padellata per ottenere frittelle, frittate o anche semplicemente condita con olio, aceto balsamico, sale e pepe, oppure aggiunta ad altre erbe nei minestroni e nelle zuppe. Ma la ricetta antica, quella per cui le massaie romagnole raccolgono ancora oggi per tradizione lo strigolo è per fare il ragù per le tagliatelle (o altra pasta). In quello più leggero si fanno soffriggere gli strigoli in olio, aggiungendovi poi la salsa di pomodoro, salare e pepare e bollire per una decina di minuti. Si scolano poi le tagliatelle e si fanno saltare in padella col sugo aggiungendo formaggio grattugiato. La versione più ricca del sugo prevede l’aggiunta di salsiccia o di pancetta . Con questo piatto ben si brinda con un bicchiere di vino di uva d’oro un vino di Romagna che si abbina sia a pesce che carne.
martedì 25 novembre 2014
CERCAR MARIA PER RAVENNA
5 puntata
E per stare sul fantastico continuiamo alla scoperta della Befana.
E per stare sul fantastico continuiamo alla scoperta della Befana.
La Befana è conosciuta dai bambini perché porta i doni nella notte dell'Epifania. Il nome "befana", infatti, è la versione popolaresca del termine greco "epifania" - che significa manifestazione - con cui viene denominata la festa che segue il Natale e che commemora la visita dei Magi a Gesù.
Tra l'altro gli studiosi delle tradizioni etnico-popolari fanno notare come la Befana, al contrario di Gesù Bambino e Santa Lucia, conservi anche un tratto ambiguo, quasi da strega. Ma come tutte le tradizioni anche la befana si può analizzare con una tecnica archeologica, cercando di scavare gli strati delle varie epoche per arrivare alle tracce di quelle più antiche.
La befana potrebbe avere una qualche parentela con la "vecchia" che si brucia in piazza per festeggiare la fine dell'anno: un simbolo della ciclicità del tempo che continuamente finisce e ricomincia. E' un simbolo antico e pagano che suggestiona anche noi moderni dell'era tecnologica.
E la tradizione della "vecchia" non è diffusa solo nelle zone in cui la befana distribuisce i suoi doni, è molto presente anche nel nord Italia. E' infatti una tradizione dei popoli celtici, che erano insediati in tutta la pianura padana e su parte delle Alpi.
I Celti celebravano strani riti (officiati da maghi-sacerdoti chiamati druidi) durante i quali grandi fantocci di vimini venivano dati alle fiamme per onorare divinità misteriose. Divinità che non dovevano essere molto benigne, se è vero quanto riferiscono alcune fonti: in epoche antiche e feroci all'interno dei fantocci si legavano vittime sacrificali, animali e, talvolta, prigionieri di guerra. Insomma la befana è un personaggio molto meno rassicurante degli altri portatori di doni che tutti abbiamo conosciuto da bambini.
Nella tradizione cristiana, è la festa che segue il Natale e che commemora la visita dei Re Magi al Bambino Gesù nella notte tra il 5 e il 6 gennaio.
E allora che cosa c'entra la Befana?
Una leggenda popolare narra la storia di una vecchietta che non volle seguire i Re Magi per andare a Betlemme a rendere omaggio al Bambino Gesù.
Di questa decisione si pentì, ma ormai i Re Magi erano già molto lontani. Fu così che la vecchina si mise in cammino per Betlemme e in ogni casa in cui trovò un bambino vi lasciò un regalo con la speranza che quello fosse Gesù Bambino.
Nell'iconografia popolare la Befana è raffigurata da una brutta ma simpatica vecchietta di stracci vestita che nella notte dell'Epifania, cavalcando la sua scopa scende nelle case attraverso i camini e lascia dolci e giochi nelle calze dei bambini buoni, carbone e cenere in quelle dei cattivi.
La Dodicesima notte dopo quella di Natale è la vigilia del giorno della Befana.
Tra l'altro gli studiosi delle tradizioni etnico-popolari fanno notare come la Befana, al contrario di Gesù Bambino e Santa Lucia, conservi anche un tratto ambiguo, quasi da strega. Ma come tutte le tradizioni anche la befana si può analizzare con una tecnica archeologica, cercando di scavare gli strati delle varie epoche per arrivare alle tracce di quelle più antiche.
La befana potrebbe avere una qualche parentela con la "vecchia" che si brucia in piazza per festeggiare la fine dell'anno: un simbolo della ciclicità del tempo che continuamente finisce e ricomincia. E' un simbolo antico e pagano che suggestiona anche noi moderni dell'era tecnologica.
E la tradizione della "vecchia" non è diffusa solo nelle zone in cui la befana distribuisce i suoi doni, è molto presente anche nel nord Italia. E' infatti una tradizione dei popoli celtici, che erano insediati in tutta la pianura padana e su parte delle Alpi.
I Celti celebravano strani riti (officiati da maghi-sacerdoti chiamati druidi) durante i quali grandi fantocci di vimini venivano dati alle fiamme per onorare divinità misteriose. Divinità che non dovevano essere molto benigne, se è vero quanto riferiscono alcune fonti: in epoche antiche e feroci all'interno dei fantocci si legavano vittime sacrificali, animali e, talvolta, prigionieri di guerra. Insomma la befana è un personaggio molto meno rassicurante degli altri portatori di doni che tutti abbiamo conosciuto da bambini.
Nella tradizione cristiana, è la festa che segue il Natale e che commemora la visita dei Re Magi al Bambino Gesù nella notte tra il 5 e il 6 gennaio.
E allora che cosa c'entra la Befana?
Una leggenda popolare narra la storia di una vecchietta che non volle seguire i Re Magi per andare a Betlemme a rendere omaggio al Bambino Gesù.
Di questa decisione si pentì, ma ormai i Re Magi erano già molto lontani. Fu così che la vecchina si mise in cammino per Betlemme e in ogni casa in cui trovò un bambino vi lasciò un regalo con la speranza che quello fosse Gesù Bambino.
Nell'iconografia popolare la Befana è raffigurata da una brutta ma simpatica vecchietta di stracci vestita che nella notte dell'Epifania, cavalcando la sua scopa scende nelle case attraverso i camini e lascia dolci e giochi nelle calze dei bambini buoni, carbone e cenere in quelle dei cattivi.
La Dodicesima notte dopo quella di Natale è la vigilia del giorno della Befana.
La Befana di oggi è una fata vecchia e saggia che ha rinunciato all’incantesimo che fa apparire sempre belle e giovani tutte le fate. E’ una vecchia con qualche problema di artrite e tante rughe, ma dal cuore generoso.
La Befana risale al tempo dei tempi quando gli uomini celebravano i riti del passaggio dal vecchio al nuovo anno per propiziarsi la Natura. Stanca e rinsecchita per il faticoso lavoro compiuto durante l'anno, la Natura si manifestava con le sembianze di una vecchia comare, decisamente brutta, ma tanto buona.
lunedì 30 aprile 2012
Da Vermeer a Kandinsky ( quinta parte)


La quinta sala è quella che ospita il tanto decantato Veermer, niente da obbiettare, ma lo spirito di Veermer non rende ( secondo me) nelle grandi misure egli è un pittore intimista. Io sono corsa eletrizzata davanti al Frate Ortensio di El Greco, qui sono rimasta incantata dal volto, dalle labbra che con pochi tocchi di vermiglio le rendeva vive e reali, anche queste da baciare , come poi non ammirare le lunghe mani affusolate, chi, chi ha tanta grazia nelle mani, anche queste mani da baciare. Domenikos Theotokopoulos è nato in Grecia nel 1541, si è formato alla scuola veneta e ha sviluppato la sua vita di pittore a Toledo. Il suo stile è particolare, figure allungate e gesti contorti e allo stesso tempo aggraziati. Muore in Spagna nel 1614.
Mi attrae in questa stanza, anche l' infante spagnolo con la nana di Velazquez. Notate la sontuosità del colore, della profondità che riesce a dare al drappo sullo sfondo, della regalità che riesce a dare a quella specie di bimbo/re/corazzato, credete sia facile creare un' opera d' arte con tali elementi?
Diego Velazquez (Siviglia 1599 Madrid 1660) è forse il pittore più grande che sia mai esistito. Secondo gli esperti ha prodotto il maggior numero di capolavori della storia dell'arte. La sua opera è esposta ben visibile nei musei più prestigiosi di tutto il mondo.
Dopo il suo primo viaggio a Madrid nel 1623, è assunto come pittore di corte di Filippo IV, trascorrendo il resto della sua vita a servire il re spagnolo in diverse posizioni.
Viaggiò in Italia diverse volte, inviato dal re.
Velazquez è stato chiamato "il pittore della verità" o "pittore dell'aria".
lunedì 6 febbraio 2012
A FERRARA ANDAI ( racconto in 17 puntate)

5 puntata
Giorgio Morandi nel 1907 si iscrive all'Accademia di Belle Arti, diplomandosi nel 1913. Le opere di Morandi di questi anni mostrano una certa disposizione alla sperimentazione, attenta ai riferimenti provenienti dalla cultura francese, da Cézanne, a Derain, da Picasso a Braque. Parallelamente si rivolge allo studio dell'arte italiana del passato: nel 1910 è a Firenze dove ammira i capolavori di Giotto, Masaccio e Paolo Uccello. Risale al 1913 la prima vacanza estiva a Grizzana, sull'Appennino, dove Morandi si recherà spesso durante la sua vita.
A Bologna, in Accademia ha modo di frequentare Osvaldo Licini, Severo e Mario Pozzati, Giacomo Vespignani e Mario Bacchelli, con cui Morandi espone il 21 e 22 marzo del 1918 nella mostra dell'Hotel Baglioni. La fama di Morandi è legata alle nature morte e in particolare alle "bottiglie". I soggetti delle sue opere sono quasi sempre cose abbastanza usuali; vasi, bottiglie, caffettiere, fiori e ciotole . La sua opera si compone anche di ritratti e paesaggi. Usare pochissimi colori è una sua particolare caratteristica, che lo rende poetico e solitario. Di grande importanza nel lavoro di Morandi sono le acqueforti, eseguite da autodidatta.
Non lasciatevi però ingannare, le bottiglie, i vasi, i cocci non sono nature morte ricopiate dal vero, anche se esistono gli originali cocci che Morandi copiava, no lì le bottiglie non sono altro che uomini soli, lo stesso filo di solitudine malinconica e depressa che corre fra Morandi, Licini e Modigliani.
Ora tiriamo le somme, dalle biografie ritroviamo che sia Morandi che Modigliani si ispirarono a Cezanne e che entrambi amarono e studiarono l' arte fiorentina , in particolare il disegno e poi fra gli amici di Morandi compare Osvaldo Licini.
Chi era costui?
immagine di Teoderica
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giovedì 15 dicembre 2011
A PADOVA VOLEVO ANDARE ( racconto in 9 puntate)
5puntataDecidiamo di fare una passeggiata per smaltire un poco l' effetto del cibo e del vino e per prima cosa giranzoliamo attorno a Castel Sigismondo.
Il Signore di Rimini e Fano: Sigismondo Malatesta volle edificare un castello poderoso al quale diede anche il nome.
La struttura venne costruita per resistere alla forza dei cannoni, come degna sede per la corte e per la guarnigione e come segno di potere e di supremazia sulla città. Le cortine sono molto robuste e i grandi torrioni quadrangolari ospitavano al loro interno un cannone in bronzo ciascuno (su consulenza di Filippo Brunelleschi che predisponette l'apparato difensivo).
La costruzione conserva un notevole fascino con le sue poderose muraglie a scarpa, il cui effetto originario, doveva essere formidabile. L’ingresso verso la città è ornato da uno stemma costituito dal classico scudo con bande a scacchi, sormontato da un cimiero a testa d’elefante crestato e affiancato da una rosa quadripetala. A sinistra e alla destra dello stemma è scritto “Sigismondo Pandolfo” in caratteri gotici, alti e pittoreschi. La parte centrale del castello era adibita ad abitazione del principe. In questo castello Sigismondo è morto nel1468 .
Subì profonde modifiche nel XVII secolo, quando divenne proprietà pontificia, infatti fu abbattuta la cinta muraria, riempito il fossato e svuotato degli antichi arredi.
Il Castel Sismondo è stato anche il carcere di Rimini, dal XIX secolo fino al 1967 prima di essere restaurato, oggi è sede di prestigiose mostre d' arte.
Voltiamo le spalle alla Rocca incamminandoci verso il Ponte di Tiberio.
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