giovedì 26 febbraio 2009

COMMENTO DI GAETANO BARBELLA IL GEOMETRA PENSIERO IN RETE

COMMENTO DI GAETANO BARBELLA

L'ASINO NEL POZZO

Il dilemma sull'asino porta a raccontare una storiella sull'asino riportata tempo fa da molti blogger per imbastire motivi di dialogo che è questo:

«Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Finalmente il contadino prese una decisione crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo. Al contrario chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino.Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto. Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando».

Ed ecco un mio primo commento misticheggiante:

Questa storiella sull'asino, come altre del genere che lo dipingono d'oro, è un invito a commenti di ordine non tanto condivisi in quest'epoca materialistica delle grandi libertà. L'asino è l'uomo che merita di trovare collocazione su un piano nobile per la sua valenza intellettiva abbastanza diffusa. Ma resta l'amore altruistico da esprimere che vacilla. Persino per Gesù Cristo, accolto festante a Gerusalemme ma conscio del sacrificio cui andava incontro, ci fu bisogno del "somaro" da cavalcare con mestizia e sottomissione, poiché questo doveva costituire l'anteprima del suo mandato di conversione spirituale. E se promise di restituire il "somaro" "dopo", di certo intendeva alla fine del suo mandato di luce per gli uomini a cominciare dai suoi apostoli. Oggi forse questo si compie, come del resto è profetizzato nel Vangelo di Giovanni. Dunque tocca all'uomo far uso dello stesso genere di "somaro" cavalcato da Gesù Cristo, perché si moderino in lui gli istinti bellicosi e smodati».

Però è interessante quest'altra mia versione sull'asino nel pozzo, state a sentire:

L'asino è la bestia in noi che, al suo limite è in fondo la materia inanimata, ma non lo è per virtù di un provvidenziale dinamismo: l'amore in tanti svariati modi peculiari. Ecco per l'asino, il modo meraviglioso di costituirsi quale "macchina vivente". La testa del suo di sopra (del «pozzo»: l'abisso apocalittico) che decide ogni cosa (il contadino) e il corpo del di sotto (l'asino, la "macchina"). E se si scomoda il sommo Poeta Dante ci farà capire che, prima d'altro, il pozzo è il «pertugio» da superare ma in salita, però impropriamente. Perché impropriamente? L'uomo, per quanto si evolva, resta sempre nel buio in relazione al mistero della vita e prevalendo in lui il misticismo, il surrogato per accettare questa condizione, finisce per credere che la "terra" che piove su di lui (quella del racconto dell'asino) sia la provvidenza divina per ascendere a lui (Adamo ed Eva non furono fatti in questo modo?). Ma la provvidenza divina, per modo di dire, è anche quella del sistema in cui viviamo che ci sovrasta in tanti modi. Dante, alla fine della sua opera, che vuol essere «divina» ma che è anche una «commedia», ci addita finalmente «l'amor che move 'l sole e l'altre stelle». Astri metafisici o ancora quelli dei nostri giorni diurni e notturni? Verrebbe da dire: astri da commedia? Buoni o cattivi che siano questi, fatto sta che si finisce, giorno dopo giorno, per essere rimandati in continuazione «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Il nostro io è come quel contadino che è capace anche di decidere ai danni di sé stesso, nel suo asino finito nel pozzo. Non è così che tanti decidono di farla finita al punto di ricorrere al limite al suicidio? L'epilogo del racconto in discussione porta alla consapevolezza di una certa emersioni in noi del nostro "asino" che a questo punto può anche meravigliare perché è «parlante», ovvero è istruito. Infatti vediamo le moderne generazioni sono di gran lunga evolute rispetto al passato in fatto di capacità intellettiva, per esempio. Non senza certi rovesci da far arrossire se non vergognare o al contrario inorridire: è «l'asino» e nessuno se ne dolga perché è in lui «L'alto fattore» della «Città dolente», ci direbbe per concludere l'amico Dante con la sua Commedia. Era scritto, ma non si capiva: «Dopo questi (la bestia, il diavolo, satana) dovrà essere sciolto per un po' di tempo» (Ap 20,3).

GAETANO BARBELLA

5 commenti:

Gaetano ha detto...

«’Na vorta ‘no scurtore de cartello»

Nessuno parla e nemmeno l’asino. Forse sono io stesso, chissà. Ma non me ne rammarico...

Fratello Pier luigi, nel suo blog “Così è se mi pare”, col post del 27/02/09, pone in vetrina un bel quadretto dal titolo, “Gaffe del premier con Sarkozy e Berlusconi vince l'oscar della volgarità in Francia”, che mi sembra proprio intonato ad un altro post ma anche all’asino qui in discussione. Si tratta di un commento rilevato dal blog
“Rivoluzione italiana. Il blog di Paolo Guzzanti”, che è questo:

maccarti scrive:

4 Luglio 2008 alle 16:54



Ha ragione Dario Lampa.

Ci siamo ridotti a discutere del minuzzolame.



E questo non per colpa di Berlusconi, non per colpa della Magistratura, non per colpa della Sinistra.

Nè per colpa d’un moralismo che non c’è (manca il suo fondamento: la morale).

No.

Non ci credo.



Vero è che siamo un popolo garrulo, linguacciuto.

Ci piace parlare.

E le chiacchiere sono per noi piú concrete dei fatti (che intanto non si fanno. Se non a chiacchiere. Appunto).



Il motivo ce lo spiega Pascarella:



«’Na vorta ‘no scurtore de cartello,

Dopo fatto un Mosè ch’era un portento,

Je disse “Parla!” e lí co’ lo scarpello

Scorticò sur ginocchio er monumento.



Io pure mo che ho fatto ’st’asinello

provo quasi lo stesso sentimento;

Ma invece d’acciaccallo cór martello

Lo licenzio co’ ’sto ragionamento:



Fratello! In oggi, ar monno, senza ciarla,

Starai male dovunque te presènteno;

Dunque, per cui, si vói fa’ strada, parla.



E parla, ché si parli, sur mio onore,

Cór fisico che ci hai, come te sènteno,

Si tu parli, te fanno professore».


gaetano

teoderica ha detto...

Caro Gaetano dell' Italia si può dire ogni male .....ma non che non si possa parlare anzi se un asino ha una buona retorica può diventare un professore famoso se invece è un valido professore di poche parole fa fatica a trovarsi un posto di lavoro. Ciao.

Gaetano ha detto...

Cara Paola,
il mio parlare devi averlo capito, porta dietro sempre un rovescio che a volte è quello buono ed altre no. La metafora dell’asino, che lo si vuole d’oro, in certe persone è interiore ed è il ciuco che s’accolla le difficoltà della vita, ma il di fuori, la “macchina” non dispone di un carattere per primeggiare. Pratella è uno di questi, un personaggio mite cui piaceva solo la musica ed il resto poco contava. Ma finì per soccombere e se avesse avuto in sé un somaro anche “parlante” non solo per la musica, sarebbe andata meglio.
Gli altri? Somari parlanti dal di fuori e niente di buono nell’interiorità.
Ma come si fa ad essere professori “parlanti”?
Leonardo che si definiva “omo sanza lettere” criticava i “trombetti” della cultura, coloro che a sostegno delle proprie tesi invocano l’“autorità” del pensiero “consolidato”, esercitando “la memoria e non l’intelletto”.
Da qui si capisce il problema di questo genio, che solo l’acume del ragionamento matematico sopperiva, ed era cosa che gli veniva dall’intelletto e dove se no?
Basta tanta memoria, questo conta: di qui macchine parlanti come veri asini raglianti e il successo è a portata di mano. Ma la memoria non è creativa, questo è il guaio!
Il professore di cui tu parli è della taglia di Leonardo, parla poco perchè è l’intelletto che fa tutto e non è servito a sufficienza dalla memoria per le cose della vita. Nell’impatto col mondo è come se gli venisse meno la parola per farsi valere.

Nel blog di Pier Luigi si è parlato della filosofia del Tao che presenta la vita nella sua ambiguità e mostra il modo per districarsi, ma chi lo può?
A quel tempo sì poiché ci si poteva isolare (cosa che fece Lao-tze il maestro del Tao-tê-ching), ma oggi no perché se vuoi almeno sopravvivere devi servire molti “asini parlanti”, proprio come dovette fare Pratella assoggettandosi suo malgrado al fascismo.

Secondo la tradizione Lao-tze e Confucio sarebbero stati dei contemporanei: il primo sarebbe vissuto fra il 570 e il 490 a.C. e il secondo fra il 552 e il 479 a.C. La dottrina sia del primo che del secondo non rappresenta qualcosa di nuovo bensì una riformulazione o adattazione della tradizione primordiale estremo-orientale, basata sull’Yi-ching e sui suoi commentari, riformulazione resasi necessaria per un parziale oscuramento di quella tradizione e intrapresa da Lao-tze e da Confucio su due piani distinti.

Per la diversità di tali piani, spesso si è voluto vedere, fra l’insegnamento confuciano e quello taoista, una antitesi che, in realtà, è relativa. Si è che la dottrina di Lao-tze è d’ordine essenzialmente metafisico e iniziatico, sebbene si venga anche ad applicazioni etiche e sociali; quella di Confucio è invece centrata nell’ambito morale e politico.

L’una ha per ideale l’adepto che è ed agisce di là da ogni condizionalità, a partire da quelle del suo stesso Io; l’altra - quella di Confucio - si limita ad un ideale di cultura umana, ha di mira il «nobile», l’uomo che nella società politica si dà uno stile e una drittura con l’esercizio di determinate virtù positive e con l’adeguarsi a date forme.

E mentre Confucio predilige una linea di razionalità, il proprio di Lao-tze è il paradosso, egli si tiene a linee di vetta anticonformiste, professa una sapienza sottile espressa in termini spesso enigmatici, elusivi e sconcertanti. Questi due tipi non entrano in contradizione che nel punto in cui l’uno o l'altro si assolutizza.
Da qui le parole che lo storico Sse Ma Ts’ien mise in bocca a Confucio, dopo un incontro che questi avrebbe avuto con Lao-tze:

«Agli animali si possono tender lacci, si possono prender pesci con reti, uccelli con frecce. Ma come afferrare il drago che si libra nell’etere al di sopra delle nubi? Oggi ho visto Lao-tze. Rassomiglia al drago».

Buonanotte Paola,
gaetano

teoderica ha detto...

Caro Gaetano , come hai capito subito l' animo di Petrella. Ho notato infatti che le persone che hanno delle vere passioni e sono prese dai loro studi a volte possono sembrare presuntuose ,invece sono solo un po' assenti perchè il loro cervello è occupato dal loro scopo, ed anzi sono umili. Sono umili quando alle loro conferenze spiegano la loro materia con fervore, con parole semplici e dirette e chi è ad ascoltare percepisce questo amore e riceve tanto , perchè essi ti danno in poche ore ciò che loro hanno dovuto studiare e pensare magari per anni . Io le considero meravigliose , sono i draghi che si librano nell' etere al di sopra delle nubi proprio come sei tu , che dai i tuoi lavori a piene mani. Grazie.

teoderica ha detto...

PS Come al solito sbaglio ho scritto Petrella al posto di Pratella.....c'è un motivo perchè Petrella è il nome di un teatro e a Pratella non è stato dedicato niente , e pensare che ha anche insegnato musica per tanti anni ed ha raccolto usi , costumi e tradizioni popolari romagnoli, un vero archivio anzi ha fatto anche delle romanze mischiando la musica popolare con quella operistica ....un vero spirito libero.