lunedì 18 gennaio 2010

LA PIETA ' DI COSME' TURA saggio di GAETANO BARBELLA

Pietà di Cosmè Tura, 1460, olio su tavola, 48 x 33 cm, Venezia,Museo Correr.



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LA PIETÀ
DI COSMÈ TURA
Di Gaetano Barbella

Mi sono compiaciuto nel vedere in bella mostra, nel blog dell’amica Paola, Il Forum di
Teoderica
, la struggente immagine del dipinto di Cosmè Tura, La Pietà. Quale opera d’arte è
davvero universale nell’esorcizzare il senso della pietà nel cuore degli uomini, specie in
questi giorni, meglio in questa epoca cruciale, in cui gli occhi del mondo sono rivolti
all’immane cataclisma tellurico che ha devastato la piccola e povera terra di Haiti.

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Ho chiesto a Paola cosa l’ha spinta a mostrare questo dipinto e non un altro e lei mi ha
confidato: «Gaetano, di mio cosciente non c’è niente, la Pietà di Cosmè Tura è la Pietà che
preferisco, è una delle pitture che più mi commuovono, in cui nelle fattezze spigolose e
disarmoniche definiscono per me il “tutto”, non l’ho neanche mai studiata perché voglio che mi
lasci il brivido che provo quando la vedo, ...». E poi mi ha rivelato un fatto che mi ha riempito
di speranza, sentite: «Devi poi sapere che ho fatto un sogno pochi giorni fa, in cui forse c’eri
anche tu, in una specie di teatro dove c’erano personaggi “strani” ma buoni, c’era anche mio
figlio, in una specie di coacervo di idee uno di questi personaggi dall’alto con una bottiglia
contenente un infiammabile la gettava contro gli altri ed a me, una vampata di calore e tutto
divampava rimanendo ognuno come una fiammella, come se fosse il passaggio reale dalla vita
alla morte, doloroso ma breve, dopo la vampa, il non più esistere ero lì a chiedermi sono o non
sono, ero aria e fuoco, come se fosse rimasta la mia anima, te lo racconto perché è uno dei miei
rari sogni così “reali” da svegliarmi, e perché forse ti può far luce sulla scelta “autonoma” per
Cosmè Tura.».
A questo punto, sono come trascinato in un vortice di idee sorgenti, una più attrattiva
dell’altra, tutte provenienti dal quadro di Cosmè Tura in questione.
Confesso che non lo avevo mai analizzato ed ora mi si presenta appena “velato”, giusto il
segno del velo sulla coscia del Cristo fra le braccia della Madre del dolore.
Il “tutto”, trasmesso da Cosmè Tura con tempera e olio per l’intima “Pietà”, cui si riferisce
Paola, mi si incanala nella mente turbinosamente ed io ne resto soggiogato. Vorrei restare
in silenzio con sommo rispetto, ma è d’uopo che io lo dica ad altri, a Paola per prima,
perché venga onorato il suo sogno premonitore.
Ma non è questo sogno che, per primo, mi ha aperto la mente, bensì altre cose che poi vi
hanno trovato rispondenza e posto un suggello.
Potrei stare a parlare per ore su quel che mi è parso di vedere nel dipinto in causa, ma due
sono i fatti che maggiormente contano per dare rilievo allo scopo dell’opera – secondo la
mia visione – che si prefigge di suscitare il senso della pietà non solo cristiana. Ma c’è di
più, come rimandato da Cosmè Tura ad un certo futuro, allorché la scienza darà i giusti
frutti, dunque oggi.
Viste le cose della “Pietà” in questa ottica, il mio discorso risulta, naturalmente, fuori
dall’ortodossia della critica d’arte, ma dopo averle dette non dispiacerà stimarle amabili e
condividerle.
Il primo fatto è riposto in modo occulto nell’estranea presenza dell’essere simile a scimmia
sull’albero alla sinistra sui cui rami, a portata delle sue mani, si vedono un paio di frutti
(sono senza dubbio i due frutti dell’albero della scienza del bene e del male) sospesi.
Abbastanza più in là si vede un altro frutto piuttosto piccolo, immagino quello del futuro
che racchiuderebbe i due bene in vista, come a preludere una scienza giusta ed equa.
Non mi soffermo tanto su questo fatto potendo rimandare ad un sito dove viene spiegata
ogni cosa in modo amabile.
Il link è questo: http://www.fondiantichi.unimo.it/FA/Gadaldini/marca/Ar3467.html
In sintesi la scimmia è il bambino in noi che in modo innocente e inconsapevole getta i frutti
dall’albero e altri in basso se ne nutrono. Ma il bambino è tutto preso per il gioco, per
l’effetto che fanno i frutti nell’impatto con l’acqua di uno stagno sottostante. Insomma è
come un certo Newton, svincolato dalla realtà umana circostante (lo scienziato è solo nella
sua astrazione dal mondo) che seredipicamente è incuriosito dalla caduta della mela
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dall’albero sotto il quale è sdraiato.
Nel nostro caso lo scopo dei frutti, come suddetto, dell’albero della scienza del bene e del
male, è in primis l’opera di soccorso per chi soffre destato dal senso di pietà.
Ma purtroppo nel quadro compaiono a mala pena tre piccole pianticelle di tale senso sulla
terra inaridita dal male dei cuori dell’umano vivere. Però l’altro frutto isolato, quello che
appena si scorge, come prima immaginato da me, farà nascere qualcosa di meglio,
rigoglioso.
Il secondo fatto, che riguarda una fondamentale speranza su cui ora mi soffermo.
Si tratta delle Tre Croci del Golgota che, come ho detto nel commento al post di Paola su
Haiti e Cosmè Tura, «Par che siano geometrie che uniscono la terra al cielo. Meglio: l’elicoide
del monte con un vago ellisse chiaro del cielo. Mi sovviene la base del manto di Teodora (il
mosaico di Ravenna): i due di pi greco (i due ladroni) e l’altro semicoperto che li precede, la
sezione aurea (Gesù), che salgono verso la “torre” dalle 5 gemme più una vaga stella o altro in
sommità.».
In aderenza alle cose della scienza moderna, dalla quale ci si aspetta qualcosa di prodigioso
per fronteggiare la sofferenza nel mondo dell’umanità povera, allo stremo delle forze di
sopravvivenza, l’immagine delle Tre Croci fra cielo e terra l’ho vista come il filamento di una
lampadina che, nell’essere attraversato dalla corrente elettrica, diventa incandescente,
illuminando l’ambiente d’intorno.
Di qui la mia esultanza nel rileggere il racconto del sogno di Paola: «uno di questi
personaggi dall’alto con una bottiglia contenente un infiammabile la gettava contro gli altri ed
a me, una vampata di calore e tutto divampava rimanendo ognuno come una fiammella, come
se fosse il passaggio reale dalla vita alla morte, doloroso ma breve, dopo la vampa, il non più
esistere ero lì a chiedermi sono o non sono, ero aria e fuoco, come se fosse rimasta la mia
anima...». Si capisce quel personaggio dall’alto del sogno è il bambino in noi, la scimmia o un
antico Re secondo certe leggende.
Nell’Arte dell’alchimia conta prima d’altro trovare un pesce che nell’ermetismo riguarda la
remora, ma nemmeno ignoto al primo Cristianesimo, perché sappiamo del loro simbolo ictis
raffigurato, appunto, con un pesce.
Infatti è un geroglifico del II secolo per indicare il Cristo, e si trova nelle catacombe di
Roma in più modi. La spiegazione è questa: Ictis, (Ιχθυζ, greco, pesce) composto di
lettere iniziali greche corrispondenti alle latine di Jesus Christus filius Salvator.
Nelle catacombe si trova anche il pesce che porta una nave e che gli archeologi cristiani
spiegano che è per la Chiesa condotta dal Cristo. Ma per i cabalisti l’Ictis è una parola a
cinque lettere o punte come la stella dei Rosa Croce, come il pentagono cabalistico adorato
dai re magi nella stella.
Ovviamente con La Pietà di Cosmè Tura non siamo sott’acqua o... sì, perché il mondo dei
lavori alchemici ha a che vedere con l’occulto mare dell’anima. Dunque la
remora che si cerca di adocchiare non è un pesce qualsiasi e deve pur essere da qualche
parte.
Ma nessuno ha mai pensato ad una remora da trovare, appunto, pur ritenendo il quadro in
questione un’opera di un artista al quale l’alchimia non è poi tanto estranea, come si sa.
Tuttavia chi è avvezzo a questo genere di concezioni filosofiche sa di questa cosa misteriosa
ed assai preziosa. E si sa anche che senza questa curiosa remora è da pazzi accingersi alla
pratica del “fornelli”, tanto meno capire l’arcano che vi attiene.
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«La remora, chiamata dagli ermetisti in altri modi è la terra dei saggi, una massa che è lo
zolfo prezioso, il bambino appena nato, il piccolo re; ed il nostro delfino, pesce simbolico
chiamato appunto remora o echineis o pilota, e con altri nomi.» [1]
Ma per i cristiani la remora, come ho detto, è Gesù Bambino che cerchiamo di far rinascere
in noi all’Epifania di ogni anno, senza il quale non sorge mai in noi il sole dell’amore per il
prossimo. Sì proprio la fiamma intesa da Cosmè Tura che ha immaginato simile ad un “Sole
Nero”, noto fra gli esoteristi come il Sole di Mezzanotte.
Ma siamo nel duemiladieci e questo sole deve pur illuminare le menti coscienti. Di certo, a
questo punto, generato dal piccolo frutto dell’albero della scimmia, ovvero della scienza che
da iniziale alfa della vita arriva ad essere una omega prodigiosa.
[1] Le dimore filosofali di Fulcanelli. Edizione Mediterranee, vol. II, pag, 24. Edizione
Mediterranee.

10 commenti:

teoderica ha detto...

A Gaetano con gratitudine.
"La felicità è come la verità: non la si ha, ci si è.L' unico rapporto tra coscienza e felicità è la gratitudine". (Theodor Adorno)

scfirmino da ascguli ha detto...

San Firmino da ascguli: ir sognu è na gran fregadura, ner momendo più bello non de vai a svegghià!

Gaetano Barbella ha detto...

Enciclopedia Wikipedia ha detto (ma anche altre), e Cosmè Tura ha dipinto:

San Firmino è la festa in cui a ogni primino delle superiori crescono i baffi. Questa festa è celebrata in gran parte del nord Italia l'11 ottembre nel nome del sacramento del nonnismo.

Per fare i baffi basta prendere un pennarello indelebile di qualsiasi colore o marca, ma deve essere indelebile, e poi fare dei bei baffi o qualsiasi altro disegno sulla faccia o sul corpo del primino che si vuole sporcare, di solito si fa a tutti.
Si può esagerare fino a riempire il corpo del malcapitato di scritte, oppure semplicemente colorarlo fino a fare diventare il malcapitato tutto nero, come uno scuro di carnagione, solo un po' più scuro. Tutti lo scambieranno per Prodi.

Negli ultimi anni, tuttavia, questa festa ha perso in parte i suoi connotati demoniaci e nonnistici, assumendo un aria glamour, specie in ambienti truzzi. Il truzzo medio, per ottenere prestigio popolare tra le truzzette spesso è solito farsi letteralmente ricoprire di firme, in qualsiasi parte dell'epidermide: dal braccio destro all'interno dell'orifizio. Una gran quantità di truzzi però, dopo essere diventati una sorta di "Magna Charta vivente" continuano imperterriti a fare mobbing ai primini.

Il partecipante di questa maledetta festa, come dicevamo prima, è principalmente il truzzo. Negli ultimi anni, specie in istituti socialmente altolocati e non idonei a truzzi, ovvero scuole per di figli di papà snob e megalomani, San Firmino sta via via scemando fino a far perdere quasi del tutto segni del proprio passaggio. Codesta festività trova invece in istituti professionali e tecnici una vera e propria manifestazione di delirio collettivo. Possiamo infatti trovare una grande abbondanza di truzzi girare totalmente ricoperti delle tinte più varie, più simili a un dipinto di Paul Gauguin che a un essere umano. Sull'epidermide dei malcapitati ritroviamo una tale gradazione di colori che alcuni di essi sono addirittura invisibili all'occhio umano: dal rosa delle compagne truzze che firmano a caratteri cubitali accompagnandosi spesso con improbabili dichiarazioni d'affetto, al nero dell'housettone che gli sta affianco, capace di firmare non con pennarello, bensì strizzando una piovra a mani nude sulle braccia dell'amico da marchiare, alla compunta firma di qualche povero nerd rigorosamente in stilografica blu, passando per la firma forse più dolorosa: il pungo tiratogli in faccia da un metallaro che, poiché alternativo, odia a morte San Firmino e chi si fa tapezzare di firme. Il bello di San Firmino è proprio questo: alla fine della giornata novantanove firme su cento sono di personaggi totalmente sconosciuti. Si narra addirittura che un truzzo sia deceduto per intossicazione del sangue dopo essere stato firmato dalla notevole cifra di 12.649 persone, e che all'autopsia della scientifica si siano trovate le addirittura le firme di Amerigo Vespucci, Suor Germana e Thomas Jefferson! Il truzzo medio partecipante a questa festa impiega dai cinque ai sei mesi per veder ritornare la propria pelle del consueto colore, nove se alle firme sono state aggiunte fastidiosissime secchiate di vernice. Il 12 ottobre 2005 un truzzo della quale non possiamo rivelare il nome per questioni di privacy, frequentate un Istituto tecnico della Svervegia sud-occidentale, sostenne di poter annoverare addietro al collo la firma addirittura di Chuck Norris. Per riparare a questa fandonia il preside stesso dispose che i circa 1500 alunni dell'Istituto calciorotassero sul collo del malcapitato. Ciò non impedì comunque all'altissimo di venirlo a sapere, e una volta entrato nella scuola non ci fu scampo per nessuno.


Continua

Gaetano

gaetano.barbella ha detto...

Continuazione

Esistono due sole leggi:

* Un Primino che rifiuta i baffi è un primino morto
* Chi non si fa firmare è un fottuto nerd San Firmino

Ha radici cosi profonde che nessuno ne sa le origini, si sa solo che in un tempo antico si lanciavano uova marce e farina addosso ai primini. Per fortuna ora si fanno solo i baffi.
Il truzzo (pl. -i), è una sottopopolazione animale di Homo sapiens neanderthaliensis, della famiglia degli ominidi, di cui rappresenta un ramo filogenetico sviluppatosi per degenerazione spontanea. Per alcune classificazioni è riconosciuto come Homo inutilis, subsp. tamarrensis o anche tarzanellus (forma dialettica derivata dagli antichi greci colonizzatori di Neapolis). Esistono numerosissime varietà e razze di truzzo che si distinguono in base all'area geografica in cui questi attecchiscono.

Si pensa che i truzzi si siano originati nel Truzbekistan, paese del Medio Oriente confinante a est con il Bazookistan.

Il nome truzzo deriva dal latino truzzi, -orum. Il termine è un pluralia tantum: infatti, non esiste il truzzo singolo. Eminenti studiosi sostengono che l'appellativo venisse impiegato come pesante insulto rivolto ai liberti che cominciavano a vestirsi con toghe e tuniche da gran signori, sperperando tutti i propri sesterzi in capi d'abbigliamento.

Dulcis in fundo, Cosmè Turra, forse ha pietà dei truzzi, o forse no. La nuvola del sogno la pone sulle croci del Cristo e del ladrone buono.
Ma più di un truzzo ammicca che il pittore era brillo quando dipinse il quadro e scambiò il ladrone buono con quello cattivo.
Poi si svegliò...

Apprezzo l'ironia che di questi tempi mette al riparo i buoni ladroni da quelli cattivi.
In napoletano c'è il detto "jette 'nparavise pe' scambio", andò in Paradiso per una svista (di San Pietro).
Ciao scfirmino da ascguli,
Gaetano

teoderica ha detto...

Caro scfirmino da ascguli, felice di avere un nuovo lettore, sono sono dispiaciuta, tanto, tantissimo perchè il mio Maestro Gaetano l' ha paragonata ad un truzzo, mi dispiace veramente tanto ma io non posso che seguire il pensiero del Maestro.
Arrivederci.

teoderica ha detto...

Gaetano non ti facevo così pieno di verve....una sorpresa, ma come non può esserlo un napoletano.....qua da noi diciamo " se ti frega un napoletano almeno ti fa ridere" nel senso che la "fregatura" passato lo smacco ti pesa di meno in quanto i napoletani anche quando ti fregano lo fanno in modo particolare....... direi filosofico.
ad un napoletano si perdona tutto.
Comunque amnche ai truzzi si perdona tutto te lo immagini uno con la firma di Chuck Norris...come minimo dovrà fare a "cazzotti" con tutti.
Ciao, ciao......mi fa male la pancia dal ridere.

Annarita ha detto...

Noooooo! Gaetano, sei una continua sorpresa anche per me che ti conosco da un pezzo! Anche esperto di truzzilandia???

Mi sono piegata in due dal ridere;) Il tal scfirmino da ascguli...però...boh!

Tornando seri: Gaetano sei una forza. Il tuo saggio è come al solito eccellente.

Teo, grazie di averlo pubblicato.

Un bacione ad entrambi.
annarita

stella ha detto...

Bacioni a tutti, siete simpaticissimi!

teoderica ha detto...

Che dirti Annarita.....Gaetano è una sorpresa, non sai mai cosa aspettarti.
^_^

teoderica ha detto...

Bacissimi alla Stella più luminosa:-)