sabato 15 maggio 2010

SPLENDORE NELL' ERBA

Splendore nell' erba è il titolo di un film di Elia Kazan, ciò che mi ha più colpito di questo film è il titolo.
Il titolo del film si ispira alla poesia che viene letta nella classe di Deanie( la protagonista) all'inizio del film. Si tratta di Intimations of Immortality, dello scrittore inglese William Wordsworth (1770-1850), i cui versi recitano: "Though nothing can bring back the hour/ Of splendor in the grass, of glory in the flower:/ We will grieve not,/ But rather find strength in what remains behind". Lo stesso passaggio verrà poi ricordato dalla protagonista nelle sequenze finali, quando il senso profondo della poesia le sarà diventato chiaro alla luce della sua esperienza. Qualcuno considera
Wordsworth latore di un messaggio senza speranza io lo trovo splendido come l' erba. In Wordsworth permane la memoria del mondo celeste in cui eravamo tutti prima di nascere , rimane la grazia del bambino.

SLENDORE NELL ' ERBA

Ma se la radiosa luce che una volta
tanto negli sguardi è tolta,
se niente può far si rinnovi all' erba il suo splendore
e che riviva il fiore
della sorte non ci dorrem
ma ognor più saldo in petto
godrem di quel che resta.

William Wordsworth

La poesia originale la trovate qui.

13 commenti:

Gaetano Barbella ha detto...

Ah Giorgione, Giorgione!

Gaetano

pietro d. perrone ha detto...

Sarà la malinconica fredda pioggia di questa giornata di fine settimana, così grigia e piena di schizzi ... sarà che il senso di attesa della poesia che hai messo nel post di oggi è perfetto per mettersi a spiare dalla finestra per cogliere un pur debole raggio che ravvivi il verde del limone, laggiù, e il rosso del tulipano, sul balcone ... e da quell'alberello tutto storto e ancora fragile, da quel fiore che sembra una sfida al senso di equilibrio delle cose, la speranza di vedere riardere i colori si insidia dentro di me ...

Un pò di malinconia, di nostalgia, di sussurrante consapevolezza del lavoro che la natura commpie dentro di noi ...

Oh, si,
"godrem di quel che resta"
come dice Wordsworth...
ne godremo felici, di una felicità serena, luminosa, tersa...

pulvigiu ha detto...

Bella poesia.

riguardo il post precedente,
mi è venuta la curiosità di leggere
(latte di mandorla) come persona del sud.

proverò a cercarlo online per comprarlo.

Buona domenica da Giuseppe.

Gaetano Barbella ha detto...

SLENDORE NELL'ERBA

"Se niente può far sì che si rinnovi
all'erba il suo splendore
o che riviva il fiore,
della sorte funesta non ci dorremo allora
ma, ancor più saldi in petto,
godrem di quel che resta".

Quel che resta? Così poco vi basta?
Credete davvero in quel niente?
Ma non siete veri artisti.
Lui sì che vede domar una tempesta:
sfidar un lampo accecante cui segue
il fragor del suo tuono,
un martello che ottenebra.
Resta quì la vostra sorte funesta?

Ma dov'è la vostra remora a
rintuzzar questa focosa salamandra?
A coglier margherite?
E poi, m'ama, non m'ama, è così?
Pavidi, senza vero midollo!
Morti ancor vivi da lui accecati!

La cicogna sul tetto (1)

Gente, vi prego,
fate più piano, più piano,
lasciate scomparire le guerre nell'oscurità.
La cicogna sul tetto,
la cicogna sul tetto,
pace in terra.

Ecco la remora dell'artista vero.
che non teme e sta ritta sul tetto.
Non la vedete quanto è maestosa?
E poi lo splendor nell'erba
come un letto su cui è adagiata una mamma
con un bianco manto,
già, proprio color "latte di mandorle",
il "latte della Vergine".

Ella reca in seno il fiore,
un infante che rassicura
e che par sdoppiato in un
apollineo giovane risorgente.
Ma è solo l'artista vittorioso,
ai guardoni sul ponte della vita,
quel che resta,
briciole che pur son preziose.

Gaetano

(1) Vedi: qui

teoderica ha detto...

Gaetano ero sicura che l' avresti riconosciuto...come vedi l'erba non mi basta ci ho aggiunto il verde di Giorgione.

teoderica ha detto...

Ciao Giuseppe, è un libro che fa amare il sud, spiega con delicatezza il clima, la tradizione, quel "quid" , quella emozione che ha anche la terra... se tu sei del sud ne riassaporerai l' humus.
Ciao.

teoderica ha detto...

Ciao Piero, sarà questa primavera grigia e piovosa, saranno tutte le notizie nere del TG, ma mi crogiolo nella tristezza,..."godrem di quel che resta"...la protagonista trova conforto in queste parole, ma tutto il film è pervaso dalla tristezza, è un po' come ti dicono gli pscicologi: "accetta la tua vita per quella che è"........mah...andiamo avanti giorno dopo giorno.
Ciao.

teoderica ha detto...

Caro Gaetano hai ragione, infatti le gru/cicogne ( io identifico, scambio e confondo molto spesso le gru con le cicogne) sono nel libro" La vestina d' organza" e nell' erba io vi ho messo il verde di Giorgione, l' inconscio non dimentica, la mente invece si fa scudo solo con la ragione, perchè così è il pensiero imperante, ah Gaetano come è difficile spogliarsi dei pregiudizi, come è difficile guardare con gli occhi "vergini", gli stereotipi sono imperanti.
Ciao e buona domenica.

sara ha detto...

Ciao mia cara Paola,
mi piace le discussioni che riesci ad intavolare nel tuo blog. Gaetano è una persona estremamente colta e riesce ad allargare gli orizzonti di ogni qualsivolgia argomento, mi compiaccio con lui: voglio dedicare a te ed anche a lui una poesia che amo, il motivo lo si capisce leggendola.
O MIA TERRA
I corvi di sempre
dilaniano il tuo volto,
t'infetta il cuore la gramigna,
se le zagare ti vestono da sposa,
al lutto ti condanna la lupara.
I poeti ti cantano,
i contadini ti bestemmiano,
la giustizia ti scorda,
l'indifferenza
calpesta il tuo passato
di rara nobildonna.
Calabria mia,
terra dolorante,
chirlande di rovi
incoronano i tuoi fianchi
ed io piango per te il silenzio,
per te o mia terra,
per te che non hai voce
e simile a me sorridi,
mentre il pianto ti corrode.
Da:
(IL PIANTO DELLE RADICI)

teoderica ha detto...

Grazie Sara per la "forte" poesia , forte nel dolore e nel riso.
Grazie.

Gaetano Barbella ha detto...

Cara Sara, sei stata amabile nel dedicare anche anche a me la poesia che prediligi, sulla Calabria la tua amata terra natia. Grazie.
La Calabria è qui nel mio cuore perché l'ho sposata quel giorno che si svolse in Chiesa il mio rito matrimoniale con Anna Maria, nata e cresciuta in Calabria.
La Calabria, la prima vera Italia, che tu vedi fra i rovi, ha proprio bisogno dei suoi figli col ricordo del suo passato, perché risorga nel suo antico splendore.
Così ne parlo attraverso un mio breve saggio (1) e poi anche un altro (2) presenti sul web. La Calabria, un Italia che alle sue origini, quella del suo Meridione, la vedrebbe quale terra sacrificale per portare a compimento – secondo una mia visione – l’edificazione del Chiesa di Cristo in Roma e di qui su tutta la terra. È un prezzo questo pienamente accettabile, almeno per i fedeli al Cristianesimo, se questo è costato non solo il tramonto del magnifico Regno delle Due Sicilie, ma poi oggi la mortificazione del Meridione stesso che, per le sue irrimediabili defezioni, non trova comprensione e giusti aiuti da parte del benestante Nord.
Tu, cara Sara sei buona, quando ravvisi in me una cultura che "riesce ad allargare gli orizzonti di ogni qualsivolgia argomento". Ecco colgo l'occasione per mostrarti l'itinerario, seppur nella vaghezza della credulità di altri che mi leggono, di come si lega il Cristianesimo con la mitica Calabria, appena detto. Non tanti argomenti ma stille di grande pregio che contano per i fedeli in Gesù, che si definì il Buon Pastore.
Partiamo dalla parabola evangelica della centesima pecora smarrita che il Buon Pastore si affretta a cercare abbandonando le altre pecore. (Luca 15, 1-7). Senza contare altri passi evangelici che anche loro sembrano precorrere i tempi passati della Calabria.
E questa è la leggenda di Italia calabra.
Il nome latino Italia ha origine dal corrispondente osco Viteliu (non si sa se altro nome di Corfinio o della Italia) che deve essere giunto ai Romani attraverso una parlata greca del sud, data la perdita di -v- e il mutamento subito da -e-. Gli antichi si formarono diverse opinioni sull’origine del nome.
Ma veniamo ad una storia incerta che sembra costituire la base della parabola evangelica del Buon Pastore.
Presso Antioco di Siracusa e Aristotele troviamo una delle solite leggende a schema eponimico; il nome sarebbe derivato da quello di un principe enotrio Italo, che avrebbe dominato l'estremo della penisola.
Ellanico invece raccontava che Eracle, mentre attraversava l'Italia, per condurre in Grecia il gregge di Gerione, perdette un capo di bestiame, che si diede a ricercare affannosamente; avendo saputo che, secondo l’idioma indigeno, la bestia aveva nome vitulus, chiamò Ouitalia tutta la regione.

Anche altri, da Timeo a Varone, misero in connessione Italia con il lat. vitulus «vitello» (affine all'osco vitluf accus.pl.). Si legge per es. in Festo: «Italia dicta quod magnos italos, hoc est boves habeat; vituli enim ab italis itali sunt dicti» («Italia è detta così perché possiede grandi itali, cioè buoi; infatti i vitelli dagli Itali son detti itali»). Questa interpretazione è stata accettata da alcuni studiosi moderni e corretta in parte: Italia non significherebbe «terra di vitelli» piuttosto «terra degli Itali», e Itali sarebbe forse il nome totemico di una popolazione italica che aveva per totem il vitello. Tant'è che lo dimostra una moneta incusa di Sibari di circa 550-510 a. C. che presenta l'immagine del totem del toro.

(1) http://www.eleaml.org/nicola/collaboraz/gb_prima_italia.html
(2) http://www.spaziofatato.net/giangurgolo.htm

Cari saluti,

sara ha detto...

Caro Gaetano....come volevasi dimostrare!
grazie.
ciao Paola.

paopasc ha detto...

Eh si: lasciarla incolta, selvaggia, o tagliarla rasa? Non è superfluo dilemma questo.
Una volta lessi di un signore inglese che aveva lasciato crescere l'erba del suo prato in maniera disordinata, scatenando le ire dei "rasati" vicini. Che tanto fecero e brigarono che lo fecero lasciare la casa.