martedì 14 dicembre 2010

INTERMEZZO SPECIALE A CURA DI GAETANO BARBELLA






Tintoretto si autoritrae in Nozze di Cana

Di Gaetano Barbella

Tintoretto un incredulo San Tommaso apostolo?

Non pochi famosi pittori del Rinascimento si sono autoritratti nelle loro opere d'arte, come Raffaello che compare, quasi inosservato in un angolo di Scuola di Atene delle Stanze vaticane e, vedremo, anche Veronese che fa la stessa cosa ritraendosi insieme a Tintoretto, Tiziano e Bassano in Nozze di Cana. Qui, al contrario del caso suddetto di Raffaello, il quartetto è parte fondamentale del quadro poiché è posto al centro e in primo piano, quasi con l'intento di far da “sgabello” a Gesù posto al centro in alto.

Ma se Veronese ha avuto questa felice idea in onore di Gesù Cristo e, così, della sua Chiesa, cosa maggiormente rimarcata dal fatto che si tratta, in Nozze di Cana, del primo miracolo del Signore, un altro pittore, altrettanto famoso e suo rivale in arte, il Tintoretto, ovvero Jacopo Robusti, nell'analoga opera Nozze di Cana, fa di più audacemente. Egli è si autoritrae al centro del quadro relativo, almeno con certezza assoluta al centro in corrispondenza dell'arco centrale posto sullo sfondo (secondo il punto di vista di quest'arco e non secondo la direttiva mediana dei due architravi longitudinali). E così la tavolata del pranzo nuziale, con Gesù a capotavola in lontananza, è al lato come un incerto secondo piano, ma la cosa può essere anche immaginata come un Est, un eccelso sole sorgente, punto fondamentale di riferimento nelle Chiese medievali dove si colloca l'abside con l'altare. D'altronde si tratta del primo miracolo di Gesù, che lui non voleva stando al Vangelo che ne parla, ma che ha comunque operato perché la Madre gli ha forzato la mano. Per lui, in quel momento non era la sua Madre ma la Donna e lo fa capire. È complessa la comprensione della centrale postazione di Jacopo Robusti di padre bresciano maestro tintore di seta. Può apparire presuntuosamente inaccettabile e, forse, fu questa idea a indurre la riproduzione su stampa del quadro del Tintoretto in cui la figura presunta del Tintoretto appare piccola, appena visibile, assai incerta e per niente centrale. Se ne parlerà dettagliatamente verso la fine di questo scritto.

Non è nemmeno ignota la fenomenale personalità di Jacopo Robusti, assai tormentata dalla spinta di primeggiare in modo clamoroso, ma si può anche giudicare ardimento, forte slancio creativo per penetrare il mistero della vita, ma da accettare anche su basi dettate dalla materia e non solo dello spirito. E il miracolo di Cana deve averlo coinvolto a tal punto da tentare, con la sua presenza centrale in Nozze di Cana, di valicare, al “presente” epocale, l'irraggiungibile Est del Cristo attraverso il fatto materiale riposto nell'anfora del miracolo posta in primo piano. Infatti lo sguardo dell'ipotetico suo volto è fissato in questa direzione. A rimarcare questa mia concezione, quasi a voler vedere bene, a guisa di un San Tommaso incredulo che pone la mano nel costato di Gesù dopo la sua resurrezione, dispone l'unico grosso candeliere sospeso del salone, giusto in direzione verticale dell'anfora dell'acqua trasformata in vino.



L'uomo che sfida il mistero dell'acqua e vino

L'illustr. 1 e il particolare dell'illustr. 2 mettono in risalto l'immagine di un uomo che ha una marcata somiglianza con l'autoritratto di Jacopo Robusti detto il Tintoretto dell'illustr. 3.

Il quadro Nozze di Cana di questa immagine è stato fatto nel 1561, 14 anni circa dopo la presumibile data dell'autoritratto suddetto.

Dall'illustr. 1 è interessante riscontrare che la supposta figura del Tintoretto è collocata al centro del quadro di Nozze di Cana, giusto al centro dell'arco di mezzo della sala (se si disponesse il quadro originale si potrebbe verificare questa centralità relativa a tutta la tela). Mentre al centro dell'arco al lato, quasi a disporlo in secondo piano, c'è Gesù a capotavola. Tuttavia la posizione dell'uomo, supposto il Tintoretto, che è in piedi, si trova in direttiva dell'anfora della tramutazione dell'acqua in vino secondo le istruzioni di Gesù, tanto più che egli sembra osservare, quasi controllare o forse dubitare, questa operazione del miracolo.

Insomma, conoscendo la fama del Tintoretto disposto a tutto pur di strabiliare, di vincere e senza scrupoli, egli in Nozze di Cana ha veramente fatto ciò che tutti gli altri artisti del Rinascimento, anche più famosi di lui non hanno fatto.

Melania G. Mazzucco, che ha scritto un voluminoso libro sul Tintoretto, molto apprezzato, “Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Biografia di una famiglia veneziana”, ediz. Rizzoli, scandaglia la sua forte personalità e ne parla come se lo conoscesse da sempre, per esempio così:

Come è suggestivo il racconto del rapporto che Jacomo, «un artista ambizioso e discusso, scorretto e devoto, colto e popolare, eccentrico e conformista, incalzato da un perenne furore creativo», intrattenne, per esempio, con il mefistofelico libertino e intelligentissimo Pietro l' Aretino, dal quale ebbe lodi ma anche veleni, sia pure camuffati dietro parole alate.

Oppure con «Il» pittore veneziano per eccellenza, il numero uno, il grande Tiziano Vecellio, acclamato e lodato in tutta Europa, amico dei potenti, intimo - quasi - dell' imperatore Carlo V, che mai volle lasciare spazio al più giovane collega, mai ne riconobbe il genio, guadagnandosi fin da subito il suo precoce odio quando - per invidia secondo la leggenda - buttò fuori dall'ambita sua bottega il ragazzo apprendista Jacomo. A quell'epoca il giovanissimo pittore ancora non si chiamava Tintoretto, ma al massimo Tintore, soprannome dovuto al mestiere del padre, Battista Robusti, eccellente maestro di tintoria di origine bresciana.

Forse la più impressionante e inquietante tra tutte le sue opere, ossessionò molti, pittori e scrittori, tra i quali Sartre, che a Tintoretto dedicò vari saggi, e che nell'Autoritratto ravvisò «un viso posseduto di vecchio assassino».[1]

Resta poi un fatto che convaliderebbe l'ipotesi dell'autoritratto di Tintoretto nella sua pittura Nozze di Cana. Poteva mai, Jacomo, «un artista ambizioso e discusso, scorretto e devoto, colto e popolare, eccentrico e conformista, incalzato da un perenne furore creativo», come suddetto, essere da meno di un altro artista, suo conterraneo, che lo incalzava, Paolo Veronese al secolo Paolo Caliari (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) con un'analoga opera pittorica di Nozze di Cana? Non solo per l'opera in sé altrettanto meravigliosa, ma perché Tintoretto vi si autoritrae coinvolgendolo insieme al Tiziano e Bassano. Questa mia opinione non sembra reggere perché l'opera del Tintoretto di Nozze di Cana è stata eseguita nel 1561, mentre l'analoga del Veronese nel 1562-63. Tuttavia non c'è da meravigliarsi che entrambi si sbirciassero scambievolmente i progetti grafici delle loro opere, magari con l'aiuto di amici fidati. E allora la mia ipotesi regge. C'è anche di più, perché può essere anche che lo stesso Veronese, potendo vedere l'opera eseguita più di un anno prima di lui dal suo rivale Tintoretto e rendersi conto dell'autoritratto, abbia ricambiato alla grande dandogli così una sorta di schiaffo morale, ritraendolo insieme a lui, a Tiziano e a Bassano. Veramente un bel colpo da maestro d'arte e di vita!

“Nelle celebri Nozze di Cana strappate brutalmente dalle truppe napoleoniche da San Giorgio Maggiore e oggi al Louvre, Veronese riassume la scena pittorica veneziana in un quartetto. Tiziano tiene la partitura con i suoni gravi del violone, Tintoretto si lancia nei virtuosismi solistici del violino, Bassano porta in laguna le tonalità terrestri del cornetto, Veronese sintetizza tutti gli armonici del concerto grazie al suono grave ma brillante della viola da gamba. Il messaggio è chiaro, celebrare la Serenissima dove le differenti voci dell’arte si armonizzano di fronte a Dio e alla sua corte terrena, l’aristocrazia lagunare. Raramente una civiltà sarebbe stata tanto cosciente della propria centralità storica. Raramente una cultura avrebbe inscenato la propria dimensione estetica con altrettanta chiarezza: l’unità del reale nel colore.”[2]

Una stampa che lascia perplessi

Ma non è finita la questione sull'ipotesi dell'autoritratto di Tintoretto in Nozze di Cana perché se ne aggiunge un altro che lascia imbarazzati, al punto da dar valenza alla mia ipotesi del suo autoritratto in Nozze di Cana vanaglorioso, o eccezionalmente ardimentoso.


Dunque nel 1612 fu eseguita una stampa del quadro Nozze di Cana del Tintoretto in questione. L'autore è Fialetti Odoardo (1562-1637) di professione incisore e disegnatore.

Riporto la descrizione che vi riguarda:

« Questa stampa riproduce nello stesso verso e con fedeltà un dipinto firmato e datato 1561, eseguito dal Tintoretto per il Refettorio del Convento dei Crociferi a Venezia. In seguito allo scioglimento della corporazione (1657) venne trasferito nella Sacrestia della chiesa di S. Maria della Salute, dove si trova tuttora. In origine centinata, la tela venne successivamente trasformata in rettangolare nel corso del Settecento. Durante i restauri del 1984 è stato restituito il formato originario.

Negli angoli superiori della stampa si trovano gli emblemi dei Crociferi, confraternita che commissionò il dipinto del Tintoretto ed alla quale apparteneva padre Opilio Verfa a cui la stampa è dedicata. Il confronto fra questa stampa ed un'altro esemplare conservato nel Fondo Calcografico della Pinacoteca Repossi, ha evidenziato l'esistenza di almeno due stati diversi, non registrati dalla bibliografia consultata. Collocazione: Chiari (BS), Pinacoteca Repossi. »[3]

Allora quale è il fatto imbarazzante di questa stampa eseguita esattamente mezzo secolo dopo la realizzazione del quadro relativo del Tintoretto?

Viene assicurato che la « stampa riproduce nello stesso verso e con fedeltà un dipinto firmato e datato 1561, eseguito dal Tintoretto », ossia Nozze di Cana, ma resta il fatto, appunto imbarazzante, che il supposto volto del Tintoretto, che ho posto in evidenza, non viene raffigurato quasi per niente. Si nota a mala pena una certa piccolissima traccia di volto al suo posto, mentre quella del quadro del Tintoretto, si è visto che è piuttosto evidente.

Che pensare a questo punto? A una distrazione dell'autore della stampa? O forse perché ai Crociferi della confraternita veneziana, che commissionò il dipinto a Tintoretto alla quale apparteneva padre Opilio Verfa cui la stampa è dedicata, non piaceva la MARCATA presenza del volto di Tintoretto che sarà stato riconosciuto per tale. Per loro, come del resto mi è parso di vedere la cosa, OFFUSCAVA la celebrazione sacra del quadro e dunque della stampa che a loro premeva rimediare in qualche modo.

Dunque, in conclusione, non c'è da meravigliarsi se l'intraprendente Jacomo, così come lo chiama Melania Mazzucco, ha fatto “vivere per sempre” sé stesso stando alla dedica della poetessa russa Marina Cvetaeva che è l’autrice dedica a Jacopo Robusti detto il Tintoretto: “Chi è vissuto una volta deve vivere per sempre. È questo il compito dei poeti”.[4] Tuttavia, questo non poteva essere se non come ha voluto concepire il suo rivale Veronese con un quartetto d'eccezione, come a mostrare un Rinascimento musicale in auge e allegro all'insegna del Cristianesimo.

Tintoretto il Galilei della pittura

Resta comunque in sospeso, la mia versione del coraggio “bestiale” di Jacomo Robusti, un bresciano di stirpe, di ardire un occulto battesimo di fuoco potendo essere possibile che si sia posto ad un relativo “centro” del suo dipinto.

Forse il “bel gesto”, di questo pittore del Rinascimento, ammettiamo pure che sia così perché può piacere al mondo laico del cattolicesimo, ci sfida per attuare una vita in coerenza col presente che alla sua epoca stava per dischiudersi attraverso la nascita della nuova visione del mondo. È la scienza che si oppone di lì a poco con la concezione del sistema eliocentrico al posto delle teorie copernicane care alla Chiesa. Tintoretto, con Nozze di Cana è l'irredentista di questa rivoluzionaria visione del mondo.

Che importa se quel volto sia veramente il suo, perché Tintoretto è come se si svincolasse dal quadro stesso ed un altro sé in sua vece è in quel volto. Quasi che fosse Galileo Galilei che, con un occhio osserva in alto il famoso lampadario del Duomo di Pisa al posto di quello del salone della Nozze di Cana e far balenare in lui la legge fisica del pendolo, e con l'altro occhio, verso il basso, verso l'anfora del miracolo, è Newton che medita sulla caduta dei gravi nell'osservare la famosa mela caduta innanzi lui, secondo la leggenda. L'acqua tramutata miracolosamente in vino, se nel passato è il primo segno di fede, traslato ai tempi moderni in cui la scienza non si pone limiti, è l'abbrivio all'osservazione scientifica che si oppone all'attrazione della forza di gravità spirituale delle religioni. Potremmo definirla antigravità laica.

Ma questa mia concezione, se pur concepita diversamente, la si intravede nel libro «Tintoretto è Venezia anche se non dipinge Venezia» scritto da Jean-Paul Sartre.

Jean-Paul Sartre (1905-1980) critico, scrittore, filosofo, è forse l’esponente più rappresentativo dell’esistenzialismo ed uno degli intellettuali francesi contemporanei più noti nel mondo.

«Tintoretto è un pittore che dipinge le relazioni spaziali che si hanno quando si scolpisce» riporta di Sartre una recensione di questo libro[5] e poi prosegue così:

Cento anni prima che Galileo e Newton ne descrivessero gli effetti, Tintoretto scopre l’onnipresenza della forza di gravità, dipinge corpi in perenne squilibrio, folle di personaggi accalcati che si schiacciano a vicenda, santi e angeli che, finalmente, “pesano”. Per la prima volta, dice Sartre, un pittore chiede ai suoi committenti di ritrovare nei quadri che acquistano le “servitù” alle quali sono sottoposti nella vita quotidiana, il loro corpo a corpo con la materia.

GAETANO BARBELLA

Brescia, 13 dicembre 2010

Illustrazione : Tintoretto (Jacopo Robusti, 1518, Venezia – 1594, Venezia), “Nozze di Cana”, 1561. Olio su tela, 435 x 535 cm, Santa
Illustrazione: particolare delle Nozze di Cana
Illustrazione:
Autoritratto Tintoretto. ca. 1547, Olio su tela 46 x 38 cm
Illustrazione : Particolare “Nozze di Cana” di Veronese, 1562-63. Olio su tela
Illustrazione :Nozze di Cana, di Fialetti Odoardo (1562-1637). Stampa in acquaforte. Riproduzione della pittura omonima di Robusti Jacopo detto Tintoretto



9 commenti:

giardigno65 ha detto...

che bell'intermezzo !

Raffaele ha detto...

Ciao Carissima Preziosa Teodorica,
certo che l’’assai erudito amico Gaetano Barbella, di sicuro anche lui non è di questo mondo, ma un VERO INTERDIMENSIONALE IMMORTALE ERRANTE (penso, forse della 5 densità di coscienza) che riesce a riesumare tanta saggezza antica attraverso la sua maggiore voce interiore . Penso che anche lui conosca Thoth Ermes, Platone Aristolete Giordano Bruo, Erasmo, Leonardo, Michelangelo, Steiner Resputin Jung, Gurdjieff e tantissimi altri grandiosi maestri di saggezza antica di ogni tempo, insomma una UNA SUPERIORE MENTE o Beautiful Mind

Penso che anche lui sia stato plasmato nella fucina dei ciclopi della mia cara Etna, con quell’innata scrutante/attenta/penetrante ricerca intuitiva/logico/deduttiva che riesce a riesumare tante cose che apposta sono state celate per tanto tempo, finché nel tempo più propizio le forze della verità non avrebbero ricercato quell’essere in grado di evocarle per riportale alla luce del sole interiori di tanti.

Mi inchino con tanta riverenza a questa maggiore luce…..

teoderica ha detto...

Sì, Antonio gli intermezzi sono più interessanti del racconto, ma quando c'è in mezzo Gaetano...
ciao.

teoderica ha detto...

Caro raffaele,
grazie per il tuo passaggio, eeeeeee su Gaetano non posso che concordare, sapienza che cerca nuovi angoli di vista.

Gaetano Barbella ha detto...

@ giardino65

Sì bell'intermezzo ma si tratta di "enormi pesi da prendersi sulle spalle"

Gaetano

Gaetano Barbella ha detto...

@ Teoderica

Ma tu hai capito tutto e ne gioisci. Non c'è cosa che non conduce a Venezia e che i ravennati non vedono di buon occhio.
Vedo la fierezza in te che trova splendore in ciò che tanti sfuggono, la semplicità, l'umiltà.
Grazie per lo sforzo che hai prodotto nel postare il "bell'intermezzo".

Cari abbracci,
Gaetano

teoderica ha detto...

Grazie a te Gaetano, grazie di esistere come dice il testo di una canzone.
Ciao.

teoderica ha detto...

@ Raffaele

Sì, proprio la fucina dell'Etna, se si leggono, tra i miei scritti, GRAMMICHELE LA SPADA NELLA ROCCIA - vedi qui, RATTO DI PROSERPINA ALLA SCIARA DI BRONTE - vedi qui e LA PRIMA ITALIA, CAPANNA DEL CRISTIANESIMO - vedi qui.

Il messaggio di Tintoretto è il mio messaggio ed è lo stesso di tutti quelli che si sono fatti carico del "destino" di altri, come Gesù evangelico che si assume i peccati del mondo. Quando Sartre dice << Tintoretto è Venezia anche se non dipinge Venezia >>, questo vuole significare.
Venezia sta per popolo con il bene e il male. Ha ragione Teoderica di vederla come una grande prostituta.

E poi << Tintoretto scopre l’onnipresenza della forza di gravità, dipinge corpi in perenne squilibrio, folle di personaggi accalcati che si schiacciano a vicenda, santi e angeli che, finalmente, “pesano”. Per la prima volta, dice Sartre, un pittore chiede ai suoi committenti di ritrovare nei quadri che acquistano le “servitù” alle quali sono sottoposti nella vita quotidiana, il loro corpo a corpo con la materia. >>, ancora la stessa cosa.

La "forza di gravità" sta "peccati" effetti della "servitù" e c'è tanta compassione in Tintoretto nel suo sguardo attraverso quel suo volto rivolto verso il processo del miracolo dell'acqua trasformata in vino.
Ma sapete cosa significa questo grande mistero, il primo miracolo di Gesù?
L'acqua è la materia prevalente dell'uomo e il vino è il prodotto della vite che dà essenza spirituale e anima l'uomo che la beve. È proprio al fuoco cui allude Gesù, che si prefigge di diffondere fra gli uomini. L'Eucarestia a questo si dispone.

Ecco che l'Eucarestia trova nella scienza un modo complementare per sanare i corpi malati e tante altre cose per sollevare l'umanità dalle loro fatiche quotidiane. Ma non senza i risvolti negativi a meno che le due "Ostie" non trovano modo di conciliarsi, poiché spesso si osteggiano.
Il messaggio di Tintoretto è il mio messaggio.

Saluti,
Gaetano

Raffaele ha detto...

Grazie Assai Carissimo Gaetano per la tua giusta saggia, preziosa disquisizione. Sai, anche se in parte anch’io conosco quel linguaggio simbolico/archetipico che si cela nei vangeli o su tanti testi antichi. Anche perché, con un frammento di memoria, anch’io c’ero il quel tempo della manifestazione di Yesuha Ben Pantera, di Yesuha Ben Joseph e di Simone o Bar Abba fratello del maestro/rivoluzionario Giovanni il Galileo figlio di Giuda. Come conosco anche in parte l’antica celata storia Adamica che partorì la dea Venere/Afrodite/Ishtar/Astante ecc. nei mondi inferiori (negli inferi) di Shamballa /Eldorado che guarda caso che caso non è, ha un portale spazio/temporale anche fra la Sicilia e la Calabria, là dove nacque il mito di Shilla e Cariddi. Come conosco, anche se in parte, la mia guerriera/ribelle errante immortale natura che anche se dimentica di tantissima memoria, sa di aver navigato tantissime volete nei mari del cosmo, così come so che è sempre possibile quella maggiore indefinibile visione/contemplazione attraverso un già provato volo cosciente nei mondi soprasensibili.

Grazie Carissimo per i riferimenti, che di sicuro leggero con grande vivo interesse e con tanta meditata passione specchio del tuo prezioso erudito/scrutante cuore che abbraccia tante cose.