domenica 2 gennaio 2011

INTERMEZZO SPECIALE A CURA DI GAETANO BARBELLA

2011. Catene di un Dna che si spezza e si duplica. Un vitale "manierismo" in atto.

Mi viene da perfezionare un celato risvolto su "catene" che si spezzano a causa di "forza maggiore" - mettiamo in modo traslato ad una certa occulta "radioattività" cui ho fatto cenno nel commento al post del 19 dicembre 2010. Buona, fra virgolette, però.

Verso la fine del Medio Evo si estese dalla società all'arte il Manierismo, un termine affascinante che orienta il significato di artificiosità di volta in volta con un'accezione positiva o negativa, similmente alla "catena" in questione.
Dal linguaggio cortese in lingua d'oil arriva in Italia il termine manière col significato di disinvoltura, eleganza, raffinatezza, grazia cortese. Quel significato resta lo stesso fino al Cinquecento quando Vasari, nella terza parte delle Vite, dice che con Leonardo, Raffaello e Michelangelo comincia la «maniera moderna» o «grande maniera» la quale supera e vince non solo gli antichi ma la natura stessa.
Il campo semantico della parola si sposta quindi dall'ambito della corte a quello dell'arte. Ma c'è di più: l'arte non è più l'imitazione delle opere della natura (come era stato a partire dagli antichi i quali per dimostrare la bravura del pittore Zeusi raccontavano come un uccello si fosse ingannato beccando un grappolo d'uva dipinta), bensì l'imitazione delle opere dei grandi maestri che hanno saputo correggere l'imperfezione della natura.
Fa quindi la sua apparizione, non nominato, l'artificio (il «fatto ad arte»).
Secondo l'«Idea del Tempio della Pittura» pubblicato dal Lomazzo nel 1590, per dipingere il quadro ideale di Adamo ed Eva, si dovrebbe affidare il disegno di Adamo a Michelangelo, il colore a Tiziano, le proporzioni di Eva a Raffaello e il suo colorito a Correggio. Nasce quello stile che, a posteriori, nel 1789, verrà chiamato Manierismo dall'abate Luigi Lanzi per stigmatizzare quegli artisti seguaci dei maestri del Rinascimento contro i quali si era già espresso nel Seicento il Bellori accusandoli di aver abbandonato lo studio della natura.
Viene sancito così lo slittamento verso il significato negativo della parola: la maniera è lo stile del nascondere e la pittura, alla fine del Cinquecento, diventa infatti talmente ermetica ed elitaria che spesso nemmeno gli eruditi che stilavano i trattati di iconologia riescono a interpretare i lavori dei colleghi.
L'enigma, il rebus, il piacere dell'arcano conosciuto solo da una stretta cerchia di eletti, le allegorie e gli emblemi caricano la decorazione di un'arte che ama il mistero e il meraviglioso.
Allo stesso modo, nell'ambito della letteratura e della società il termine maniera continuava a designare un contegno elegante e ricercato ma, rispetto al Medio Evo, ora si aggiungeva il concetto di «sprezzatura», come indicato dal Baldassar Castiglione nel Libro del Cortegiano.
La corte, così come l'arte, sono una maschera peregrina e preziosa ma portata con grazia, senza mostrare alcuno sforzo apparente. Un significato che sopravvive ancora nel Settecento francese dove maniériste designa l'artista per il quale la facilità di esecuzione viene prima di ogni altra cosa. Inizialmente stile di corte, dunque, la maniera si ripropone come artificiosità intellettuale in seguito all'incrinatura della serenità rinascimentale dovuta a due grandi choc: lo scisma di Lutero e il sacco di Roma del 1527 ad opera dei barbari protestanti.
Il linguaggio classico viene allora riformulato secondo uno spirito inquieto e pieno di contraddizioni. La contaminazione con l'arte dei paesi germanici (portata in Italia dall'invenzione della stampa) introduce effetti irrazionali e capricciosi.
Una società diventata di nuovo «liquida», diremmo oggi con il termine di Zygmunt Bauman, dopo la caduta dei punti fissi umanistici e rinascimentali, prende in arte la strada dell'involuzione su se stessa. Non va in cerca di nuove invenzioni ma preferisce forzare il linguaggio classico con un accento anticlassico; al posto della simmetria introduce la visione laterale; alla linea dritta preferisce quella spiraliforme; alla correttezza delle proporzioni, le figure allungate, al discorso diretto quello criptato.
Ma se fino all'inizio del secolo scorso il concetto di Manierismo designa la decadenza e la corruzione rispetto alle conquiste del Rinascimento, a partire dagli anni Dieci, grazie all'opera critica di Max Dvoràk, viene rivalutato come capacità di esprimere l'aspetto irrazionale e inquieto di una crisi, un momento di contraddittoria ricchezza. Manierismo diviene allora sinonimo di inquietudine e personalità bizzarre come Pontormo ed El Greco attraggono l'interesse degli artisti espressionisti. La rilettura in chiave positiva del Manierismo coinvolse quindi anche l'ultimo Raffaello (già nella Stanza cosiddetta dell'Incendio di Borgo dipinta in Vaticano) e l'ultimo Michelangelo: oggi si sostiene che furono proprio i padri della «grande maniera» a seminare i virus anticlassici. E lo si dice con ammirazione per quell'ombra di malinconia che seppero far calare sulle serene certezze del Rinascimento.(1)

Non a caso (una mia presunzione? vanagloria?) sul finire del 2010 ho rilasciato un saggio proprio sul dipinto di Raffaello, l'Incendio di Borgo. Qui una nuova stella è posta in mostra dal maestro di Urbino ma nessuno vi ha dato mai importanza notandola. È un rosone a 22 raggi di cattedrale insolito ma singolare. Si può affermare che è «grande maniera» lì in mostra, come un replicarsi in atto di una catena di concezioni che vi si sprigionano ed io ne mostro le possibili peculiarità.

Oggi mi sto occupando di uno straordinario manierista che raccoglie in sé i grandi dell'«Idea del Tempio della Pittura» pubblicato dal Lomazzo nel 1590, sopra menzionato. È Benvenuto Tisi detto il Garofalo col dipinto Sacrificio pagano. In questo quadro, come ha fatto Tintoretto mostrandosi assai critico (alla S. Tommaso) al centro del suo dipinto Nozze di Cana, (una sua peculiare "maniere" assai evidente ma sfuggita a tutti: perché?). Garofalo pone la questione del capro espiatorio posto sull'ara sacrificale e lo mostra al centro attraverso il suo occhio spento. Una centrale verticalità regale (strutturata al suo "interno" dalla "divina Proporzione), la giusta mentre altre, quelle delle case in lontananza e dell'ara stessa non lo sono. Ecco come si spezzano catene di cose in perdizione ma chi le nota? Anche Giorgione fa la stessa cosa con La Tempesta e solo una "cicogna su un tetto" si erge in una ideale verticale a sfidare la tempesta in procinto di devastare.

Oggi c'è Magritte con "Il falso specchio", l'opera che condanna la verità dell'immagine. Le nuvole dell'illusione, così un grande occhio mette in crisi il mondo. "Il falso specchio" è un enorme occhio che ci guarda, ma dentro il quale non vediamo riflessi noi stessi, bensì un cielo attraversato da nubi. L'immagine più semplice del mondo, eppure quanto mai ambigua, a partire dalla pupilla che, al centro di quel cielo azzurro, appare come un inspiegabile sole nero. Ma non solo: che cosa è quel cielo? Quello reale riprodotto dalla superficie specchiante della pupilla, oppure un «falso specchio » che non rappresenta ciò che l'occhio vede, bensì ciò che ci illudiamo di vedere? È una finestra sul mondo o il nostro mondo interiore che diventa una finestra?(2)

Gaetano

(1) http://archiviostorico.corriere.it/2010/settembre/23/Manierismo_fuga_nell_irrazionale_che_co_9_100923069.shtml

(2) http://duemilaragioni.myblog.it/archive/2008/11/27/francesca-bonazzoli-magritte-il-falso-specchio.htm

5 commenti:

teoderica ha detto...

Gaetano, mi ha viziata, in questi giorni di festa mi ha regalato dei commenti che sono perle incastonate nel mio racconto. Sì perchè questo intervento, non solo si adatta al tema della "catena" ma è il punto centrale di tutto il mio racconto incasinato.
E' il numero 2 che non riesce a formare il 2 o il 3 ma si fa la guerra fra 1 e 1.
Iniziando dal 1200( ma non solo, se penso al manierismo di corte dei Bizantini, c'è da diventare matti)
che porta il mondo cortese che diverrà poi talmente cortese da divenire falso, allora arriva il barbaro che porta un po' di cattiva maniera ma toglie anche la falsità, il lezioso, perchè se il grazioso è tollerabile il lezioso è stomachevole.
Pare che le società non sappiano avere la giusta maniera o sono leziose o guerriere, raggiungere l' equilibrio è difficile e quando in determinati anni succede non lo si riconosce, lo si riconosce solo dopo...nella storia.
Se chiediamo quali sono gli artisti più grandi i nomi sono ben facili, non li cito neanche, e ci metto pure fra i pittori i musicisti, ebbene Essi hanno mantenuto la catena della tradizione spezzandola, l' hanno spezzata ma non buttata, il segreto è tutto lì, ma testine di camoscio ( dico così per non dire peggio)o non rompono la catena o la buttano.
E così Magritte ci anticipa l' occhio tecnologico, la tv, la telecamera,il web, ciò che può essere un falso specchio, ma già lo specchio è falso, vi ricordate , all' inizio del racconto Pistoletto che rompe gli specchi, rompiamo gli schemi, ma attenzione non gettiamoli perchè possono servire, magari per un puzzle, magari per aggiustare qualcosa e quindi conoscenza del vecchio per poterlo non abbandonare ma reinventare, ricostruire,rinnovare e riamare.
Grazie Gaetano del tuo pregevole scritto un excursus non scontato.

pietro d. perrone ha detto...

sAI pAOLè, PENSO CHE IN RELATà L'ARTE, QUELLA VERA, SE DI VERITà SI PUò MAI PARLARE, è SEMPRE DI "ROTTURA".
l'ARTISTA VEDE QUELLO CHE è AVANTI, DENTRO, QUELLO CHE GLI ALTRI NON VEDONO.
IN QUESTO SENSO CREA.
MA "creando" aggiunge qualcosa al mondo e lo modifica, lo trasforma. Niente resta più uguale, perchè l'opera dell'artista ha rotto l'equilibrio pre-costituito prima di lui.
Così, Magritte, per esempio, vede quello che gli altri suoi contemporanei non vedevano.
Oggi a noi sembra - forse - più chiaro il contenuto delle opere di Magritte, anche se Gaetano pone, al termine delle sue osservazioni punti interrogativi che aprono nuove domande o condannano ad una sorta di dondolante incertezza le sue affermazioni. Ma Gaetano è un vero conoscitore e, come Socrate (forse, questo sembra a me), sa che più conosce più si apre il mondo delle cose da conoscere (e non si chiude).
Le cose sull'arte sembrano chiare, ma in un contesto (stavo per dire, un quadro) di perenne trasformazione, di equilibri che si rompono di continuo, di nuove "creazioni" che rimettono a nuovo ogni volta l'universo del creato e ci costringono, di momento in momento, a ricostruire nuove stabilità che, ogni volta, nascono già incrinate da crepe destinate ad allargarsi ed allargarsi ...
come onde del mare che sempre s'inseguono e infrangono il perenne desiderio di quiete, di equlibrio, delle acque ..
desiderio infranto nel momento in cui nasce...
così nell'arte.
Ogni credenza di stabalità, ogni definizione che pretenda - o desideri, come credo - di descrivere in modo fermo, permanente, uno ... "stato dell'arte" è, appunto, solo una credenza.
"Stato dell'arte": Stato, participio passato del verbo stare, che significa "ciò che è posto, risaputo, conosciuto, noto, intorno all'arte.
Già.
Ma quel "ciò che è posto" (che è stato messo) non sta mai fermo. Si muove, fugge, si nasconde, scompare, riaffiorando, inatteso, dopo millenni, quando era stato dimenticato da tutti...
Ecco perchè ci sentiamo disorientati quando pensiamo alll'arte, ad un artista, ad un fenomeno dell'arte (al manierismo, per esempio).
E' già certo, odvremmo essere già certi, intendo, che in quel mentre, in un'altra bottega si forgiavano le palle di cannone che, di lì a poco, avrebbero abbattuto ogni certezza!

teoderica ha detto...

Caro Piero,
in tanti ci chiediamo cosa è l' arte (È una finestra sul mondo o il nostro mondo interiore che diventa una finestra?)questa definizione di Gaetano mi piace perchè dice e non dice ed ha il punto interrogativo, mentre sto scrivendo sto ascoltando Glenn Gould e la finestra che lui apre sul mondo è piena di paura, interrogativi ed estrema sensibilità e fragilità, qui l' arte è condivisione del nostro stato mortale e qui mi piace la tua definizione (come onde del mare che sempre s'inseguono e infrangono il perenne desiderio di quiete, di equilibrio, delle acque ..
desiderio infranto nel momento in cui nasce...).
Il mare in antico era visto come sommo pericolo, metafora del viaggio della vita; mai amato Ulisse ma forse ha ragione lui, forse bisogna riconoscere ed aggirare gli ostacoli e non affrontare i perigli e gli stati d' animo a viso aperto come fanno gli artisti. Bisogna armarsi nella vita, perchè altimenti le altre onde ti affogano, e allora perchè piace l' arte?
Ti rispondo per me: a me piace tutta, tutta quella in cui riconosco la messa a nudo dell' anima, la messa a nudo dell' essere, nudo come nasci...non è facile farlo e molto spesso ti uccide, infatti i grandi artisti non sono quasi mai vincenti nella loro vita.
Sto ascoltando Glenn ed ho la pelle accapponata, guarda i casi della vita, il mio amico di NY me lo ha inviato proprio mentre nel blog si discute di manierismo, Glenn è manierismo inteso come eccellente tecnica e quindi arte, ma non artifico perchè lui usa la sua straordinaria tecnica per aprire la sua finestra sul mondo, finestra vera, finestra esistente perchè lui vive e vive ciò che è dentro di lui, allora io ascoltandolo posso credere che Dio esista e che continuiamo anche noi ad esistere dopo la morte, ma il nostro flebile suono sarà udito solo dagli artisti.
Artisti(Niente resta più uguale, perchè l'opera dell'artista ha rotto l'equilibrio pre-costituito prima di lui)forse insieme agli scienziati( io considero artisti anche loro)sono loro i maghi che conoscono in anticipo i segni del futuro.
Se continuo chissà dove vado a finire, meglio che chiuda.
Ciao Piero.

Gaetano Barbella ha detto...

Caro Pietro ti ringrazio per aver dato vigore al mio componimento.
E grazie alla padrona di casa, la cara Paola per la condivisione dello sviluppo del tema che ha postato.
Aggiungo che al di là di entrare nelle opere umane (e non solo quelle d'arte consuete: ma ogni cosa cogitata dall'uomo e dagli altri esseri viventi è opera d'arte) e cercare fra i veli intimi (che è come vedere la Diana Nuda e subirne il peso, l'"atteonite" cui bisogna essere corazzati), ciò che mi preme vedere, e dunque capire, quale "critico d'arte" dilettante cui son chiamato occasionalmente, ma con la modestia dovuta perché sono un oscuro dilettante, bravo però col "righello e compasso", è l'artista dell'opera, il Signore, ma non per contemplarlo.
Ma chi è l'artista, solo uno di quelli fra tutti coloro che conosciamo con la "toga"? Tutti ne parlano, ma molti non sanno cosa comporta fare "arte": e con le rime poetiche, e col pennello, e con lo scalpello e con diversi altri mezzi che oggi non si contano.
Di "Riflesso nello specchio" di Magritte, chi veramente ha disposto la pupilla nera come un carbone? Nel senso, fino a che punto Magritte vi ha partecipato e oltre è stata la sua mano, non più sua ma al servizio esclusivo dell'ignoto caso?
Ma chi è il caso se non "il guardiano della soglia" che solo l'artista riesce a sfiorare e ottenere di lasciarlo passare?
L'artista è sempre preso dai dubbi, è come quel Tommaso apostolo incredulo che si dispose a mettere la mano nel costato del suo Signore. Ma l'artista è di un altro mondo, non è un mistico che paga la luce spirituale acquisita con la sua carne. L'artista non rinuncia a sé stesso in modo assoluto e così non ha altre alternative di immergersi nei vizi della carne e trarvi il segreto della vita al pari del famoso ladro di Bagdad della favola. L'artista però è sempre saldo su sé stesso anche se brancola nel buio più assoluto. Questo è il suo campo della lotta con il drago.
Mai certezze ed è un paradosso affermare che proprio il matematico puro, che naviga nell'astratto, è uno di questi artisti assaliti continuamente dai demoni dell'incertezza.

Ciao, Pietro, ciao Paola
Gaetano

teoderica ha detto...

...questa mattina mi sono imbattuta ( girando nel web)in una frase che è causa di tutta la mia inquietudine, causa del mio affannarmi nel mondo dell' arte, causa della mia cerca.
L' ho trovata leggendo l ' Apocalisse, la parte che riguarda l' arcangelo Michele ( ti ricordi Gaetano, tempo fa ne ero attratta in modo particolare).
Michele colui che sconfigge il male qui in questo sito(http://www.fmboschetto.it/religione/Apocalisse/Apocalisse4.htm)vi era una splendida raffigurazione di Michele ( di Guido Reni)che spezza la catena del male, ma la tiene ben salda in mano, perchè solo se riconosci il male mascherato da bene potrai vincerlo.
La frase che mi ha fulminato e che è causa del mio malessere non è il male in quanto male ma è il male travestito da bene...ecco ciò che mi fa star male, ecco la bestia di questi anni, tutto è confuso ed il male non lo si riesce ad individuare perchè molte volte te lo propinano in veste di agnello.
Ciao Gaetano.