domenica 25 ottobre 2009

UN BOVE DI ROMAGNA

LA MORTE DI VO

(riassunto di un racconto di Bruno Corra futurista ravennate)

Bruno Corra( 1982/1976), pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini, nasce a Ravenna, secondo di quattro figli, da famiglia aristocratica. Si dedica agli studi classici e parallelamente approfondisce con il fratello maggiore Arnaldo, dedito a studi artistici, la conoscenza di scienze occulte, teosofie,

filosofie orientali, alchimia e medicina alternativa.

****************************************************************************************


Un bambino scalzo arrivò ad annunciare la disgrazia: uno dei buoi di Stefano Bendandi era caduto mezzo morto sulla strada.
- Ecco - urlò Teresa la figlia di Stefano - Per risparmiare la spesa dei birocciai, mandate alla fabbrica due bestie con un carico da schiantarle, e fate crepare un bue per la strada. Volete vedere che è Vo?-
La ragazza montò in bicicletta e partì a razzo.
Teresa arrivò trafelata, vide il carro carico di polpa di bietole con la bestia coricata in mezzo alla strada. Ed era proprio Vo.
Poco dopo arrivò il veterinario, crollò il capo.
- Troppa fatica- concluse- gli avete fatto fare più di quel che poteva. Be', l' avete ammazzato. Forse era già stanco, perchè di sicuro alla fine d' ottobre lavorava anche sulla terra. Un bue di questo peso , non tanto giovane, col cuore grasso.Potete far conto che sia già morto. Secondo me sarebbe meglio macellarlo. Potrei farvi avere il certificato per venderlo come carne di terza-.
Si sentiva ancora il rombo della motocicletta del veterinario che se ne andava, quando il bue aprì gli occhi, gravemente volse lo sguardo annebbiato, poi si alzò e passo dopo passo si diresse verso casa.
Quattro chilometri fece, con Teresa sempre al suo fianco che diceva all' orecchio di Vo:- Bestia pesante, cuore grasso, l' avete ammazzato, però bisognava ammettere che c' entra anche il tuo carattere Vo. Il tuo generoso entusiasmo di lavoratore, la tua mania di mostrarti bravo appena ti senti attaccato all' aratro o al carro, accade così che l' altro bue schiva la fatica e il carro l' ho tiri tu da solo-. Vo moriva perchè voleva essere il più forte , il più nobile, come quando alle fiere con il collo inghirlandato di fiori e le corna infiocchettate di rosso vinceva il primo premio-.
Il bove entrò nella corte, ma invece di entrare nella stalla, andò a coricarsi di là dal pozzo, sull' erba.
Stefano Bendandi gli toccò la fronte ed il muso: - Bolle- mormorò- ha la febbre, io direi di fargli un empiastro d' erba fresca-.
Tagliarono con la falce l' erba spagna per fare il decotto.
Teresa dichiarò che della bestia malata se ne occupava lei. Si ravvolse uno scialle e restò seduta accanto a Vo. Ogni tanto inumidiva l' empiastro d' erba spagna. La luce della luna accarezzava teneramente una zampa anteriore del bue rovesciata e protesa come una mano e nello stesso tempo affilava il taglio della falce abbandonata fra l' erba.
In quella zampa tremante di febbre si vedevano affiorare le più delicate nervature della carne: il dolore del massiccio bestione vi si rivelava pieno di sottile sensibilità. Si pensava alla sofferenza di una creatura umana, di una persona cara, di un bimbo.
Più tardi verso mattina, il respiro del bue si fece affannoso, fischiante.
************************************************************************************
D' improvviso Teresa si svegliò, si levò sui ginocchi, spinse lievemente con due dita la testa di Vo, che s' abbattè morta di sbieco
Teresa si sentiva le giunture irrigidite dal riposo disagevole e dalla umidità notturna, per alzarsi in piedi s' appoggiò al manico della falce. Era l' alba.
*************************************************************************************

6 commenti:

pietro d. perrone ha detto...

Tea, o Paola, storia meravigliosamente malinconica.
Mi fa venire in mente una poesia di Bertolt Brecht. Chissà se la trovo.
Aspetta.
Vedo...

Sono stato via pochi minuti, l'ho trovata.

Discorso del contadino al suo bue
(da un canto contadino egizio del 1400 a.C.)

O grande bue aratore divino,
degnati arare dritto! Che i tuoi solchi,
di grazia, non si intersechino! Tu
và d’innanzi, guida nostra, ohè!
Per falciarti il foraggio, s’è dovuto star chini.
Degnati ora di mangiarlo, o caro, o tu che ci nutri! Al solco,
mentre mangi, tu non pensarci, mangia!
Per la tua stalla, o protettore della famiglia,
gemendo abbiamo trascinato le travi. Noi
dormiamo nell’umido, tu all’asciutto. Ieri
hai tossito, o amato battistrada.
Eravamo sconvolti. O che, vorresti
Crepare prima della semina, carogna?

Bertot Brecht

La tua Teresa è più tenera e dolce. Ma aveva nel cuore, forse la stessa disperazione del contadino egizio di quasi 3500 anni fa.
Il bue, il cavallo, diventano per l'uomo che vive a contatto con la natura un componente necessario della vita. La famiglia, finisce, così, per allargarsi, in modo più ampio di quanto succede oggi.
E si poteva uccidere, se un ladro entrava nella stalla per una pecora, un bue, un cavallo!

La tua Teresa ha pietà per Vo. Una pietà così intensa che Vo si trasfigura in un familiare, un vecchio parente, sempre utile, ma anche orgoglioso e fiero. Generoso fino al sacrificio.
Non sarebbero molti gli uomini a contare caratteristiche come quelle di Vo.
La zampa, che è forte come il possente braccio di un dio dei campi mostra muscoli e nervature. Sembra scolpita da un nobilissimo architetto.

Sei stata meravigliosa in questo racconto. Hai una naturale confidenza con la natura e la vita della campagna.
Sarai una Ninfa, una dea Silvia?

Teresa si svegliò all'improvviso e sentì tutto il peso della vita, che continuava, e della morte, la cui ala le era passata accanto, sfiorandola, ma prendendosi il suo tributo, irrimediabilmente.
I dolori delle giunture la richiamarono ai doveri di tutti i giorni.
Anche il manico della falce tornò ad essere un oggetto di utile sostegno. Niente era stato sprecato.
Era l'alba.
Ora restava da seppellire Vo.
Al macello non lo vollero più. Neanche al mercato. E neanche il medico degli animali volle firmare un pezzo di carta per disfarsi della carcassa.
Incommestibile, ovvio. Ma un gesto di pietosa collaborazione avrebbe evitato il più inutile dei sacrifici.
Metterlo al fuoco. Sarebbe volato via come una bestia votiva dedicata al più nobile degli dei.
Interrarla vicino al greto del fiume, avrebbe permesso all'acqua di conquistarsi il nutrimento per i minuscoli organismi che le pullulavano in grembo.
Ma no. Non si poteva.
Nel cuore della campagna. Lì era il suo posto.
Al centro del podere più ricco del contado. Era quello il suo letto per il meritato riposo...

(Paola mia, spero acceterai il mio piccolo contributo al tuo racconto. E' un'emozione sentirmi in sintonia con il tuo sentimento così forte per la campagna, con il tuo attaccamento alla terra. Un bacione, per questo).

teoderica ha detto...

Carissimo Piero, il racconto non è mio, io ho fatto il riassunto, è di Bruno Corra, un futurista che firmò uno dei manifesti con Marinetti.
A me questo racconto mi tocca i sensi e la zampa/mano di Vo l' ho ripresa pari pari dall'autore, mi ha troppo colpito.
Questo riassunto l' avevo nelle bozze, ho letto il tuo commento là da te, il tuo post eeeee una rabbia mi è salita dentro, ho pensato a tuo padre a mio padre e li ho visti come Vo, lavoratori e credenti nel migliorare il mondo, nel fare la gara per essere più bravi, stramazzanti cercare il loro letto, il loro nido per morire eeeeee allora chi ha ancora il coraggio di chiamare popolo bue in segno dispregiativo, t' amo o pio bove.
Grazie della poesia feroce di Bertolt Brecht, mi ha fatto accapponare la pelle, grazie della continuazione dolce che hai fatto al racconto......e soprattutto grazie di aver potuto credere che l' autrice fossi stata io......avrei voluto esserlo.
Un bes con lo schiocco.

Gaetano ha detto...

Cara Paola, così mi hai detto nel post prima di questo: «Oggi ho deciso che mi piace Don Chisciotte, (è venuto da me spontaneamente) forse lo ero già, ma avevo paura, ora a me piace combattere i mulini a vento ... così è se vi piace.».
«Quando Don Chisciotte muore, Sancho è triste, ma tutto continua tranquillamente, la nipote mangia, la governante brinda, alla fine anche Sancho è sereno, così come si addice al fedele scudiero di un cavaliere senza paura.» È uno stralcio di un articolo che ho copiato e che si confà al racconto di Bruno Corra in cui il bove Vo sembra ricalcare la figura di Don Chisciotte.
Detto questo, che è una premessa, sono un po’ deluso dal fatto che non ravviso in te una certa coerenza in relazione al fatto di onorare il “bove Vo”, in cui ravvisi erroneamente (e poi ti spiego) taluni “padri”, “lavoratori e credenti nel migliorare il mondo” ecc, ecc., e comunque sta molto bene. Non fai altro che occuparti del lato esteriore dei fatti umani ma non di quello dell’anima e dello spirito. Non fai altro che curare il “bove Vo” del racconto con “l'empiastro d'erba Spagna”, cosa che non evita comunque la morte del mite animale.
Mi chiederai sorpresa e anche un po’ contrariata, di spiegarmi meglio.
Ed io, non potendo evitare di fare un altro lungo commento (ma cercherò di essere breve), ti faccio rilevare che hai presentato l’autore del racconto, Bruno Corra come un esoterista. Infatti egli è stato un appassionato cultore di scienze medianiche, di occultismo, di telepatia e di rabdomanzia.
Ergo, dopo tante mie dissertazioni a sfondo esoterico, come quella del post prima di questo, l’esoterismo ti ha suggerito di ricorrere a Bruno Corra, e così hai presentato un suo racconto, senza pensare però che era intriso di alchimia da capo a piedi.
Questo è già qualcosa se nel tuo destino c’è scritto quel “Cristo Bianco”, però non intendo nemmeno incoraggiarti in tal senso.
Dove risiederebbe dunque l’incoerenza rilevata prima?
Che di certo Corra ha criptato il racconto in questione, perché così fanno i cultori di esoterismo come lui. Pertanto, tanto per limitare la tematica al solo “bove Vo”, occorre chiedersi perché questo ruminante viene nominato Vo”. É in queste due lettere racchiuso l’arcano non diverso da quello di Don Chisciotte.
Bene ha fatto Pietro a scuoterti ricorrendo a Bertold Brecht ed io rincaro la dose parlando ancora di lui.
Scuote la parola di questo scrittore moderno che si dimostra estremamente feroce sulla sorte di tantissimi lavoratori del passato che lavoravano da schiavi, quando esclama con acceso sdegno: «Tebe dalle sette porte, chi le costruì? Ci sono nomi dei re, dentro i libri. Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? Dove andarono la sera che fu terminata la Grande Muraglia, i muratori?». Già due secoli prima di Brecht, Diderot, dopo un lungo oscurantismo sulla produzione manualistica, rivaluta ogni cosa riconoscendo
apertamente che «il poeta, il filosofo, l’oratore, il ministro, il guerriero, l’eroe sarebbero nudi e mancherebbero di pane senza quell’artigiano che l’oggetto del nostro crudele disprezzo» (dall’Encyclopédie, alla voce «Mestiere»).
Ma è vero anche che in quest’ultimo millennio si sia determinata una soddisfacente intesa tra imprenditori e lavoratori, perciò ci si deve chiedere se questo passo in avanti lo si deve ritenere frutto di un incantesimo e restare ancorati ad un atteggiamento fideistico di antico stampo religioso o a chissà che ?
E se tu poni in cattedra il ravennate Bruno Corra, può essere che il suo “Bove Vo” ti stia sfiorando per suggerirti qualcosa...
Non ti dico altro, ma potrei... (non sono Merlino secondo te?).
Sta a te far vivere “Vo” che è poi Don Chisciotte giunto a te “spontaneamente”, come tu dici.
Gaetano

Gaetano ha detto...

Aggiungo, per non essere frainteso, che il "bove Vo" è il corpo dell'eros dinamico in noi. L'eros è un'energia alla base della vita e, naturalmente, ha bisogno del corpo biologico per esteriorizzarsi. Erroneamente viene detto che una persona è erotica per il fatto che sappiamo intorno all'amore sessuale. L'amore invece si esplica in un'infinità di altri modi fra cui l'esplicazione sessuale, ovviamente. Di qui la consapevolezza che noi abusiamo tante volte del corpo biologico, pigiando in modo esagerato il pedale dell'acceleratore, nell'intendo di prolungare un certo genere di "amore" che invece si affievolisce fino a cessare del tutto.
Oppure il contrario, quando non utilizziamo il corpo dell'eros dinamico che potenzialmente è capace - mettiamo - di genialità particolari, ma non ci piacciono e invece dedichiamo tutta la nostra vita per un'altra passione che mai avrà modo di essere soddisfatta, perché il "bove Vo" in noi non è la bestia adatta. Tuttavia non sempre siamo consci delle nostre potenzialità "erotiche", in senso generale. Occorre scoprirle ma gioca anche la sorte per farcele notare o anche negare per il nostro bene o quello altrui.

Ecco perché il filosofo dice al neofita "conosci te stesso".

Una visione cristiana dell'eros dinamico è quella della stalla di Betlemme in cui c'è tutto, compreso questa energia da intravedersi nei due animali, il bue e l'asino.

Esotericamente questa energia si rivela ai chiaroveggenti attraverso la cosiddetta aura. Essa è diversa in relazione col corpo sottile oltre quello biologico e sono sette, compenetrati l'uno rispetto a l'altro. C'è il suo "doppio", l'eterico, poi il mentale, l'astrale e via dicendo diversi altri.

Ti ricordo questa frase che dicesti a conclusione del post Romina del 16 ottobre scorso:
«Il mio corpo mi vuole bene, io devo amarlo, egli è il contenitore ed ha importanza quanto il contenuto.».

Ciao Paola,
Gaetano

teoderica ha detto...

Oh cavolo, Gaetano tu pretendi troppo da me, io non ho la tua sapienza, ho solo un qualcosa che mi spinge verso il " misterioso". Pensa che i fatelli Bruno ed Arnaldo è un pezzo che li ammiro( sono i futuristi romagnoli assieme a Pratella)e li conoscevo tramite i loro disegni, pensa il mio stupore quando sono andata più a fondo ed ho scoperto i loro studi.....ti dirò che a dodici anni circa avevo trovato in un giornale una gigantografia di una mano con le relative spiegazioni esoteriche, ebbene mi ero messa a leggere la mano con rimbrotti da parte dei miei genitori, ma quando per caso " imbroccai" delle cose vere e dolorose, mio padre prese la gigantografia e me la strappò tutta. Questo per dirti che sono attratta dall' arcano sin da piccola ( a messa stavo ad occhi socchiusi per cercare le visioni....mai riusita ad averle)ma sono consapevole che sta alle menti illuminate avvicinarsi al mistero, a quelli come me è meglio per loro solo "svolazzare".
Gaetano,tu mi hai fatto fare passi da gigante, le cose che ho in me , quello che credo non ho più paura (un po' magari ancora sì) di dirle perchè a questo mondo non si può essere una rosa senza spine.
Adesso dimmelo.....Vo sta per voglio?
Un bes con lo schiocco.

teoderica ha detto...

Sì Gaetano, io ho detto "voglio" perchè con le parole faccio fatica, ma sono riuscita a capire che ora devo occuparmi del mio bove Vo, perchè altrimenti muoio, mi hanno " salvato" ed ora io voglio occuparmi tanto di me.......non va bene essere egoisti, ma se non mi occupo di ciò che mi urla dentro.....cosa vivo a fare.......io ho dato quello che ho potuto...se era poco me ne dispiace.....
Un abbraccio affettuoso e forever thank.